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martedì 18 aprile 2017

Una perenne inquietudine

IL GIGANTE SEPOLTO
di Kazuo Ishiguro


Fantasy sui generis per un autore che di norma si cimenta con altro, e che tuttavia anche in questo caso dà una complessiva discreta prova di sé – per quanto io abbia di gran lunga preferito “Quel che resta del giorno” e “Non lasciarmi”.
Il problema de “Il Gigante Sepolto” è la lentezza, a tratti soporifera, a tratti dissipata da bei colpi di scena, unita alla circostanza che i personaggi, i vecchi e teneri coniugi Axl e Beatrice, come Ser Galvano, Winstan ed Ewin, pur interessanti, non suscitano autentico affetto, sebbene non possa nemmeno affermare che lascino proprio indifferenti. Diciamo che nel complesso risultano freddi, con sentimenti descritti ma non mostrati, quasi di repertorio, che impediscono immedesimazione ed empatia. 
Per contro l'opera cela una morale profonda, presentata in modo evocativo e affascinante, senza retorica, inoltre è percorsa da una perenne inquietudine che va al di là degli eventi rappresentati e spesso riesce a paventare pericoli che non ci sono, non questa volta.
Stupenda, dunque, l'atmosfera, atipica la trama, splendidamente dicotomica, così come fuori dagli schemi del genere è l'impostazione di base (soltanto alla fine si capirà a che cosa allude il titolo), che mescola storicità (siamo ai tempi di sassoni e britanni), leggenda arturiana e immaginazione, però abilmente rivisitate e reinterpretate (notevole la questione della nebbia, dei suoi effetti, e soprattutto, della sua origine).   
L'elemento di maggior pregio, però, è la prosa: una scrittura impegnativa e autorale, molto ricercata, dotta, insolita per il fantasy, che del resto viene trasceso grazie a riflessioni e intuizioni elevate.

sabato 12 aprile 2014

Estremamente british


QUEL CHE RESTA DEL GIORNO
di Kazuo Ishiguro

 
Non fatevi ingannare dal nome dell'autore: il romanzo è estremamente british, non solo per l'ambientazione, ed infatti Ishiguro è naturalizzato inglese.

L'elemento più bello è costituito dalla trama: una storia d'amore bellissima e straziante, eppure per nulla eclatante, anzi evanescente, fra le righe, che non si qualifica nemmeno come tale se non dopo che è troppo tardi. Questa la meravigliosa vertigine del libro, questo il motivo per cui vi farà innervosire. Eppure, ragionandoci, converrete che non può che essere così, altrimenti leggerlo non avrebbe avuto lo stesso incredibile, inusitato sapore.

Ma ci sono anche altri elementi preziosi che si sovrappongono, e che hanno a che fare con la devozione (che può essere cieca e acritica, per quanto improntata al dovere e di per sé encomiabile), con la dignità e i suoi corollari, con le catene con cui ci si lega personalmente e che ci impastoiano senza che noi ce ne rendiamo conto in nome di qualcosa che fa parte di noi, ma che non è detto valga davvero la pena di coltivare...

Un romanzo che è bellissimo leggere, ma che è ancor più bello finire, perché è a quel punto che ti scopri più ricco, illuminato, e riesamini ogni situazione alla luce di quanto hai appreso...

Redatto in forma di diario, esprime il punto di vista di Mr. Stevens, anziano maggiordomo inglese della tenuta di Darlington Hall, che, nel 1956, in teoria è finalmente dedito ad una vacanza in Cornovaglia, ad un po' di respiro, che nella sua testa, però, è impegnato in un viaggio per raggiungere Miss Kenton, ex governante di Darlington Hall di quasi trent'anni prima, nella speranza di convincerla a farsi riassumere e quindi nell'interesse di Mr. Farraday, il suo nuovo, americano, datore di lavoro.

Il viaggio durerà circa una settimana e Mr. Stevens avrà tempo di riflettere, di ricordare i tempi andati, a cavallo fra le due guerre mondiali, quando a Darlington Hall c'era ancora Lord Darlington, un vero gentiluomo inglese, dalla morale tuttavia discutibile, e c'era ancora Miss Kenton, e lui, Stevens, era decisamente più giovane...

Una prosa sottile, delicata, armoniosa, in cui nulla è esplicito ma tutto è sottinteso, creando così un senso di magica sospensione capace di cogliere il ritmo dei tempi e dell'interiorità umana. Mettendola però in discussione.