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mercoledì 6 marzo 2019

Quegli odiosi moncherini sanguinanti

VINCOLI
di Kent Haruf


Siamo ad Holt, prima dell'omonima trilogia. Che io ho acquistato, ma non ancora letto, in quanto, per ragioni squisitamente cronologiche, volevo cominciare da qui. Per me, quindi, l'unico confronto possibile è con “Le Nostre Anime di Notte”. 
Ed ecco, è buffo, perché all'inizio l'ho rimpianto parecchio. Lo stile in “Vincoli” è meno scabro, meno incisivo, meno dialogico e sferzante, e di primo acchito mi era parso dispersivo, convenzionale. Invece, con il procedere della lettura, mi sono resa conto che si tratta, semmai, degli antipodi di un percorso creativo, in cui non c'è un vincitore o un vinto, ma solo un inizio e una fine, laddove le Anime sono la fine e questo è l'inizio.
Un inizio bellissimo, in realtà, che presto avvince e conquista, senza remore. Con le sue descrizioni puntuali e i suoi protagonisti, ruvidi e magnifici (Edith in particolare), con la sua sensibilità, la sua amara desolazione, ma anche la sua forza e la sua pervicacia. Ti fa sentire il sapore della terra e le fatiche ad essa connesse, non tanto a livello fisico, quanto sul piano morale (credimi, quegli odiosi moncherini sanguinanti resteranno indelebili nella tua memoria). Ti induce a comprendere il significato della solitudine, dell'isolamento, del coraggio e del sacrificio, come della rassegnazione e dello stoicismo. E avvertirai il peso dei vincoli, appunto, e dell'abnegazione. Ma anche dell'amore, ricambiato, ma non consumabile, attraverso una storia dolorosa, ma imprevedibile, dalla quale, senza quasi accorgercene, resteremo stregati. E non per via del mistero e dell'insolita (stando alla postfazione) cornice noir. Ma per la spietata componente rurale, per la polvere, per il sangue, l'attesa e le lacrime. E per tutto quanto è stato negato e consapevolmente scelto. E... per lo stile. Oh, sì. Anche per lo stile. Che ci scrolla e ci culla, senza soluzione di continuità.

mercoledì 5 dicembre 2018

Poche pennellate graffianti

BRIGHTON ROCK
di Graham Greene


Scritto come un noir, con poche pennellate graffianti e tanti fatti, tra cui diversi delitti, e pieno d'atmosfera, è in realtà un romanzo d'autore, che ha il suo tema centrale nella redenzione e, se vogliamo, nella vendetta impietosa di Ida Arnold, personaggio che, nella sua cieca ostinazione, mi ricorda un po' l'Antigone di Sofocle.
La bellezza di “Brighton Rock”, oltre che nel suo stile pulito, ma ruvido, sta soprattutto nelle dicotomie che lo compongono: nel bene allacciato al male, antimanicheo e anticattolico, nell'amore intrecciato al sangue e all'odio, nel sesso senza peccato, e nel peccato che rifugge il sesso, e nella sete di giustizia, che forse è un doveroso atto di compassione, ma forse è qualcos'altro, di più oscuro. Così come forse, chissà, in fondo gli atti di manipolazione antisociale, sono, a loro modo, un tentativo di atti d'amore, gli unici possibili al Ragazzo, gangster adolescente cresciuto senza affetti. 
E stupendi sono i personaggi, apparentemente semplici, quasi ingenui, ma invece stratificati e incisivi, tanto da sembrare veri: il dolce e sventurato Hale, classico uomo stropicciato, il terribile Pinkie, nonostante la giovane età, capace di far rabbrividire con un sorriso, la coraggiosa Ida e la povera sprovveduta Rose, che chiunque avrebbe voglia di salvare.
Un libro coinvolgente, che va dritto al sodo, ma che poi ci gira intorno, lo sviscera, e lo colma di nuovi significati.
Un classico moderno, da leggere in treno, se si vuole, ma che ondeggerà fra i nostri pensieri anche dopo che lo avremo riposto e saremo arrivati in stazione.

venerdì 1 giugno 2018

Ballando sulla lama di un rasoio

ANGEL HEART
di William Hjortsberg


Eccezionale.
Non ricordo nel dettaglio la pellicola di Alan Parker del 1987, “Angel Heart - Ascensore per l'Inferno”, ma il romanzo mi sembra di gran lunga migliore. Con più atmosfera, più mistero, più intrigo, più congestione. E più veloce, anche, più incalzante, laddove il film, al confronto, mi pare diluito. Sebbene, lo ammetto, quando immagino Harry Angel non posso svincolarmi dal volto stropicciato di Mickey Rourke ante silicone, cent'anni e mille chili fa. Così come indelebili restano le interpretazioni di Lisa Bonet/Epiphany e di quel burlone di Robert De Niro nei panni di Louis Cyphre. 
Peraltro, ancor più sulla carta, i personaggi sono notevoli, danno i brividi, fanno tremare, ballando sulla lama di rasoio dell'ambiguità. Vorremmo dar loro fiducia, mentre spasimiamo per un appiglio, eppure sappiamo di non potercelo permettere e che questa è una drammatica discesa verso la dannazione, in cui, ci sembra, persino il libero arbitrio ci viene negato.
L'elemento che prediligo, al di là dell'ottima prosa, è proprio la trama da cui, per quel che ricordo, il film non mi pare discostarsi troppo. E' costruita in modo sagace, sfruttando i toni del thriller e del noir, ma mescolandoli con suggestivi e raccapriccianti elementi vudù. Dapprima pare che solo il contesto sia esoterico, giusto per conferire un po' di colore alla storia, poi ci accorgiamo di sguazzarci dentro, al soprannaturale, e la nostra curiosità viene pungolata di pari passo con la nostra sete di sapere, col nostro desiderio sempre più smanioso di approfondire. Avvertiamo il turbamento, il disagio, ma anche l'impossibilità di fermarci. Plausibilmente pure nel caso in cui la pellaccia fosse la nostra (benché, ormai lo sappiamo, a questo gioco non si rischia solo quella). 
Le informazioni ci vengono date, ma sempre con il misurino. E intanto, tra una zampa di gallina e simboli tracciati col sangue, stelle a cinque punte e sorrisi burloni, provochiamo, ignari, un'atroce scia di sangue.
Fino a che il mistero si dipana e noi rimaniamo fulminati. Senza poter più dimenticare.

venerdì 4 maggio 2018

I mostri come rifugio dell'anima

LA MIA COSA PREFERITA SONO I MOSTRI
di Emil Ferris


Anche la mia. 
Mostri e libri.
Ma non è solo per questo che reputo il volume – che ne promette altri, forse ancor più notevoli – eccezionale...
Cominciamo dai disegni: sono pazzeschi. A tratti caricaturali, a tratti quasi veri. Nello stesso modo in cui è vera la realtà: con molte sfumature, ma anche con un po' di sporcizia. In bianco e nero, con lampi di colore improvvisi, magari inaspettati (tipo una faccia blu), ma perfetti, allo stesso modo in cui lo sono i volti dei pittori impressionisti (che ci hanno insegnato che i volti non sono tutti rosa carne, ma contengono anche altre tinte...). D'altro canto i richiami pittorici sono moltissimi, tratti dalla cultura Pop come della Storia dell'Arte, descritti “da dentro”, fino a che non vi precipitiamo, fecendone un'esperienza multisensoriale.
Poi c'è la trama: poetica, dolorosa, leggera, divertente, pluristratificata, narrata dalla piccola Karen Reyes, di origini messicane, nella Chicago degli anni 60, che vede se stessa come una piccola licantropa, in quanto conscia di non essere conforme al mondo che la circonda. 
I livelli sono moltissimi, concatenati, e oltre ad una sensibilità e un talento notevoli,  contengono un sacco di sottotrame: quella di un suicidio inaspettato, che forse è un omicidio; quella di una ragazzina dall'infanzia difficile per molte ragioni (dalla sua diversità intrinseca alla malattia della mamma, dal fratellone protettivo ma troppo sanguigno, che gioca spesso con la morte, a oscuri segreti di famiglia, che si sommano alle difficoltà che affrontano tutte le ragazzine che si affacciano all'adolescenza),  una storia torbida e complicata che appartiene alla Storia e al passato... I mostri come rifugio escapista dell'anima, come risorsa ultima e porto sicuro, come una nuova identità che ci si ritaglia addosso, come ribellione o come punto d'osservazione, come rappresentazione del mondo e sua esemplificazione.
Il racconto non è lineare, ma il montaggio è sublime e risucchiante: ti fa distendere, ti seduce, ti assorbe, poi ti scrolla con violenza e ti tira una secchiata di acido addosso, ti disgrega, ti lacera, poi ti compatta.
E non ho nemmeno menzionato il quaderno a spirale... 
Un noir barocco, con intenti drammatici, a tratti ironici, un po' autobiografico, forse, e un po' romanzo di formazione.

lunedì 11 dicembre 2017

Un sacco di roba

THE FIVE


Lo sceneggiatore è Harlan Coben, scrittore di gialli. Uno scrittore particolare di gialli, visto che, a metà di uno dei suoi romanzi, ha il coraggio di uccidere l’investigatore protagonista. Me lo ha detto MPM, che nel giallo/thriller/noir ha il suo genere d’elezione (uno dei pochi che non mi entusiasmano) e che così mi ha convinta a guardare questa Serie Tv.
E ha fatto bene, perché è interessante, ultra condensata e con un sacco di roba.
Non ci sono, infatti, laceranti prolissità televisive volte ad allungare una storia esile e labile. Al contrario, la trama è carica di sotto trame (sequestri, abusi, segreti, violenze), che si risolvono nell’arco di pochi episodi, a cavallo tra passato e presente, mentre altre sotto trame si incistano su quelle vecchie. A fine stagione (dieci episodi), peraltro, si risolverà altresì il filone principale, che poi è quello che fa da collante alle varie vicende e ci tiene tutti col fiato sospeso, dato che ha in sé qualcosa di impossibile.
Come può essere, infatti, che il sangue di Jesse, un bambino scomparso nel 1995, plausibilmente ucciso da un pedofilo reo confesso, si trovi oggi sul luogo di un efferato omicidio? E’ forse lui l’assassino?
Se lo chiedono i quattro protagonisti, quattro amici di infanzia, coinvolti in vari modi nella vicenda anche perché Jesse era, appunto, il fratellino di uno di loro ed era scomparso proprio dopo che il gruppetto lo aveva allontanato per la sua giovane età… 
L’incipit è stimolante, ma tantissima è la carne al fuoco che viene aggiunta nel prosieguo. E che pure non costituisce uno sviamento dal quesito principale. Il quale, peraltro, viene affrontato in modo leale, ma ingegnoso, frutto di numerose premesse e concatenazioni, salti temporali e mezze verità, che però tengono ben desto l’interesse dello spettatore e che soprattutto non deludono nemmeno nel finale, rivelando, anzi, persino un tocco di genio.
Anche i singoli personaggi, sebbene non ci si affezioni in particolare a nessuno, hanno un background piuttosto ricco e diverse faccende da chiarire, mentre la narrazione è incalzante e affascina per i numerosi risvolti sociali.

venerdì 3 novembre 2017

Jackie Brown

PUNCH AL RUM
di Elmore Leonard


Delusa.
Da questo romanzo è stato tratto il film di Tarantino “Jackie Brown”, non uno fra i miei prediletti, ma senza dubbio carino, intelligente, coinvolgente.
Il romanzo invece… non mi ha detto nulla.
Ma nulla proprio.
La trama è la stessa, per quel che ricordo, e così Jackie – anche se non si chiama Brown, bensì Burke – però… niente, non siamo entrati in sintonia.
E pensare che ho visto altri film tratti dai romanzi di Leonard (Out of Sight, Get Shorty…) e mi sono piaciuti tutti. Insomma, credevo che come autore lo avrei adorato. Ma no. Nada.
I personaggi che nella pellicola con Pam Grier, Michael Keaton, Samuel L. Jackson e Robert de Niro mi sembravano ricchi di spessore e di carisma qui sono poco più dei nomi con attaccata qualche peculiarità trascurabile. Il montaggio serrato e ammiccante di Tarantino è ridotto ad un incedere stringato, ma senza sugo. Lo stile di Leonard, soprattutto, è sciatto, funzionale, ma privo di… qualunque cosa. Non sono una che necessita per forza di lunghe descrizioni, ma qui ci sono solo dialoghi e azione, azione e altri dialoghi. Come se tutto nel mezzo fosse superfluo. Solo che non lo è. Serve a creare atmosfera, contesto, a delineare i caratteri dei protagonisti, a sedurci e farci innamorare…
Qui c’è un buon impianto di base, una storia piacevole, di per sé anche ben costruita, ma non ce ne importa nulla, perché siamo completamente indifferenti a quel che capita ai personaggi. Vivono, muoiono, sono buoni, cattivi… Embè? Chi se ne cale.
Certo, le scene scorrono veloci e fluide. Comprendono sparatorie, truffe, ammazzamenti, traffico d’armi… Ma, per quanto mi riguarda, non facevo che sbadigliare.
Brutto? Magari no.
Ma da un libro sono abituata ad aspettarmi qualcosa di più. Emozioni e fascinazione, ad esempio.
Dubito che leggerò altro di Elmore Leonard.

martedì 15 agosto 2017

Spaventosamente glamour

RIVIERA


Serie Tv in dieci episodi ambientata in Costa Azzurra e scritta e diretta niente meno che dall’irlandesissimo Neil Jordan, il Neil Jordan de “La moglie del soldato”, nonché, sul piano narrativo, del meraviglioso romanzo “Ombre” e di “Aurora con mostro marino” (quest’ultimo non mi aveva entusiasmata, ma il titolo è così bello che avevo bisogno di menzionarlo).
Resta il fatto che qui di Jordan c’è ben poco, almeno per come lo conosco io. Al di là di un po’ di torbide angosce familiari, infatti, non mi sembra di ravvisare nessuna delle caratteristiche che ho imparato ad associargli e che ho sempre interpretato come sue peculiari. 
L’atmosfera, in particolare, è spaventosamente glamour, mentre la parte sentimentale (ma non romantica) prevale sull’impianto noir e su quello drammatico.
La serie, comunque, si vede volentieri: ha un buon ritmo e vanta un discreto cast, tra cui spiccano Iwan Rheon (che abbiamo amato in “Misfits” e odiato ne “il Trono di Spade”) e la fascinosissima Lena Olin. Anche se, ammettiamolo, nonostante quella orrida faccia da bulldog, finiamo per apprezzare pure Julia Stiles, alias la determinata Giorgina, la protagonista principale.
Che perde il marito in un tragico incidente, il miliardario Constantine Clios… solo che non è un incidente, ma una bomba.     
E che non è un marito qualsiasi, dato che, salta fuori, aveva in piedi traffici assai poco puliti in cui Giorgina e la sua famiglia (ossia la prima moglie/L. Olin e i tre figli nati da quel matrimonio: Christos – sì, come ha più volte osservato MPM, pare una bestemmia ogni volta che qualcuno lo chiama –, Adam – che pare il più tranquillo, ma è Iwan Rheon, indi stiamo in guardia – e Adriana, adolescente autolesionista lesbica e fragile, con la passione di spogliarsi) finiscono invischiati… 
I personaggi potevano essere abbozzati meglio, non coinvolgono mai davvero lo spettatore a livello emotivo, ma si resta travolti lo stesso. Dal lusso, l’arte, l’intrigo, e… dalla sequela di delitti e inganni, che ad un certo punto ci insinuano persino il dubbio che il defunto sia vivo.

P.S.
Nel cast anche Nicholas Rowe, il giovane Sherlock Holmes di “Piramide di Paura”.

giovedì 6 luglio 2017

La verità non è univoca

BLAST
di Manu Larcenet


Quattro volumi di piacere grafico, umano e contenutistico... Non importa quanto ci sia antipatico Polza, lo sgradevole protagonista, adoriamo il modo in cui la sua storia ci viene narrata. Adoriamo i disegni, nonostante quei nasi bruttissimi e i volti mostruosi, le sfumature del grigio come le esplosioni di colore, adoriamo le tecniche che si alternano, il minimalismo, il linguaggio. Il modo in cui le informazioni ci vengono centellinate, e come scopriamo a poco a poco che cosa è successo, e come, e perché, tra un'avventura, una digressione, un colpo di scena e uno schock. 
Adoriamo la trama ripartita su due piani narrativi e come Larcenet riesce ad incuriosirci e farci riflettere su tante cose, cose di cui di solito non si parla (follia, depressione, malvagità), non con una tale purezza. E come riesce a spaventarci, in modo sottile, ma perentorio, sprofondandoci nella psiche del protagonista, ma anche dei comprimari. Mostrandoci l'abisso, il vuoto cosmico, e facendoci assaporare la sua consistenza. Riempiendoci di dubbi e mostrandoci cose che mai ci sono state mostrate. Senza raccontarle. Facendocele proprio vedere, con le immagini. E sono le immagini che raccontano. Da sole. Ma non senza sostanza. Blast non è uno di quei fumetti in cui non succede niente e passi da un volo pindarico ad uno lisergico, attraverso mille suggestioni. Al contrario, capita di tutto: si susseguono delitti, epifanie, innamoramenti. E anche quelli che possono apparire come percorsi casuali, alla fine contribuiranno ad arricchire la trama.
Uno di quei fumetti che ti cambiano e che cambiano con te, che riescono ad essere lirici eppure atroci, che sono romantici, disperati, e intensi e che, soprattutto, non terminano con l'ultima pagina, ma continuano a stagnare dentro di te.
E hai voglia di ricominciarli, e anche no, perché sono morbosi, crudeli, ti infliggono disagio, ti disturbano, ti inquietano. Non mentre li leggi, magari, ma dopo, quando tornano a galla, ad esempio mentre dormi. E senti il genio. E senti la solitudine umana. L'aridità interiore. Il nulla che avanza. E forse stai delirando, oppure forse hai un Blast...
E qual è la verità?
Chi ha commesso gli omicidi? Chi l'assassinio di Carole Oudinot?
Il bello è proprio questo. 
Che la verità, quando è tale, non è univoca, ma muta a seconda di come la guardi.

martedì 4 luglio 2017

Sghignazzando sugli stereotipi

L'ULTIMO BOY SCOUT
di Tony Scott
(1991)


Favoloso film d'azione, e favoloso proprio per questo: non ha pretese, se non quella di intrattenere. E lo fa quindi splendidamente, ma senza appiattirsi sugli stereotipi. Al contrario, (auto)ironizzando, ammiccando, sghignazzando proprio su questi, grazie ad una sceneggiatura avvincente, dotata di gran ritmo e di efficaci colpi di scena, che soddisfano anche i cultori del noir, con cui ci si diverte a giocare.
A farla da padrone sono soprattutto il duo di protagonisti, Joe Hallenbeck/Bruce Willis (in forma come non mai), alias un detective privato extraduro e ancora strafigo (non solo perché conserva ancora un po' di peluria in testa), ma dai molti problemi personali che gli conferiscono spessore, e Jimmy Dix/Damon Wayans, campione di football drogato e alla frutta cui è stata uccisa la fidanzata spogliarellista/Halle Berry... Insieme, oltre a cercare di scoprire da chi e perché, danno luogo ad una serie di siparietti, battute (a volte un po' calcate) e dialoghi frizzanti, e ancora di più quando ai due antieroi si aggiunge la figlia tredicenne di Joe, Darien, che lo odia, e... Vi ricorda qualcosa?
Sì, perché il pensiero corre al trio di protagonisti di “The Nice Guys” di Shane Black,  solo che qui siamo parecchi annetti prima... Ma, guarda un po', chi è lo sceneggiatore? Proprio lui, Shane Black, che a quanto pare ha trovato la formula vincente per realizzare film adrenalinici e divertenti, un po' vecchia maniera. 
Invero, però, ne “L'Ultimo Boy Scout”, per quanto manchino le splendide parentesi deliranti e surreali cui ci ha abituati Shane Black regista, l'azione scivola meglio, più concentrata su se stessa, più drammatica, libera, divertente, specie quando si affranca dall'oppressione del suo pessimismo iniziale e si scatena con la sua dinamica e irresistibile verve, che porta tutto nella direzione in cui vogliamo che vada, facendo di noi spettatori felici e contenti.

mercoledì 7 giugno 2017

Allucinante al punto giusto

THE NICE GUYS
di Shane Black
(2016)


Come strana coppia Jackson Healy/Russell Crowe e Holland March/Ryan Gosling funzionano bene, ancora meglio con la piccola Holly/Angourie Rice (“Se uccidi quell'uomo non parlerò mei più con te”), la figlia del secondo, dato che il suo personaggio è il più in gamba e il più coraggioso della combriccola, nonché l'unico dotato di autentico senso morale.
Detroit, 1977. Un caso intricato e periglioso capitato fortunosamente a due sconosciuti, un detective e un picchiatore, che si alleano, a dispetto delle burrascose premesse, e, un po' completandosi a vicenda, un po' procedendo a botte di omega (ma anche di sventura), e molto grazie alla tredicenne Holly, ne vengono miracolosamente a capo.
Potrebbe esserci un po' più di ritmo, specie durante il primo tempo, ma nel complesso il film è davvero godibile, scalcagnato, ironico e permeato di una surrealtà incantevole e ben dosata (la scena di Mr. Bombo è una perla rara e anche Nixon in fondo alla piscina ha il suo perché) che risulta fresca e irresitibile.
Mi ricorda un po' “Kiss Kiss Bang Bang” (e infatti la regia è sempre di Shane Black), e se pure nessuno è simpatico come Robert Downey Jr. o favolosamente sopra le righe come Val Kilmer, il terzetto dei protagonisti (con Holly al posto di Michelle Monaghan) va alla grande, i dialoghi sono brillanti, mentre Kim Basinger, qui in un ruolo subdolamente ambiguo, è sempre bellissima...
In più ci sono alcune morti inaspettate e particolarmente carine, qualche colpo di scena degno di George R. R. Martin, un piacevole clima retrò e, nel complesso, una  trama assurda, ingarbugliata e allucinante al punto giusto, ma anche avvincente e spiritosa, costellata di splendidi momenti comici.

martedì 6 giugno 2017

Una fluidità perfetta

THE PRIVATE EYE
di Brian K. Vaughan, Marcos Martin, Muntsa Vicente


A parte il formato orizzontale – che adoro e che permette spaziature anticonvenzionali e ariose – la trama è una gioia di elementi che si incastrano: azione, colpi di scena, riflessioni e futuro distopico che fa rima con critica ai Social Media.
Il coinvolgimento è immediato ed è relativo alla vicenda (che sa di rivolta, di noir e di complotto), come al mondo in cui ci muoviamo e alla sua rappresentazione, originale, fantasiosa e stuzzicante.
Internet è fuorilegge da che, in un non meglio precisato passato, a seguito dell'esplosione del cloud, ogni dato sensibile è divenuto pubblico rovinando un sacco di gente. Il risultato è che ora la privacy viene tutelata sino alla paranoia e, per cercare di essere se stessi, si indossano – letteralmente – nuove identità, chiamate avatar. Costumi, in sostanza, e più se ne hanno meglio è, perché ad ognuno è abbinato un lato della nostra personalità. E' quindi normale vedere in giro per Los Angeles fanciulle vestite da vespe, uomini con il sembiante da vampiro, donne con un ologramma al posto del volto o in tuta spaziale.
Ed è un piacere osservare le tavole, valorizzate da splendide tinte pastello, magari prestando attenzione a che cosa avviene in secondo piano o sullo sfondo, per vedere che cosa si è inventato il disegnatore. 
A parte ciò, il ritmo è eccellente, di una fluidità perfetta, i protagonisti affiatati e gli scambi di battute – uno dei tipici punti forti di Vaughan – incalzanti. 
Una graphic novel strepitosa, a metà tra fantascienza e noir – di cui però ci si diverte a sovvertire i canoni –, godibile, accessibile, ma sorprendente e imprevedibile... 
Per chi cerca puro intrattenimento, come per chi pretende qualcosa di più.

giovedì 20 aprile 2017

Un bianco e nero incisivo

LO SCONOSCIUTO
di Magnus


Ci sono opere che vanno lette perché sono belle, altre che vanno conosciute a prescindere in quanto hanno segnato un’epoca e dopo le cose non sono più state le stesse.
“Lo Sconosciuto” rientra nella seconda categoria (anche se, per quel che ne so, la maggior parte dei frequentatori di fumetterie sarebbe lieta di annoverarla anche nella prima) e dunque è irrinunciabile.
Lo dice una a cui Magnus non piace.
Perché? 
Non lo so.
Disegna in modo magistrale: un bianco e nero incisivo, pulito, senza sbavature, con personaggi dai lineamenti marcati e corpi plastici, e un miliardo di accuratissimi dettagli in primo piano come sullo sfondo.
Certo, a me danno un po’ fastidio ste pupille dall’espressione porcina, quasi fissa, ma è una questione di gusto personale.
Lo Sconosciuto è la sua opera più nota. Sostanzialmente una corposa raccolta di  racconti con lo stesso protagonista, l’ex mercenario Unknow (senza “n” finale), versatile trasformista dai molti talenti, e variano dal thriller all’avventura, passando per spionaggio, horror e – talvolta – ricostruzione storica… Colpiscono perché – e siamo nel 1975 – i personaggi sono cattivi, Unknow incluso. Non hanno problemi ad ammazzare, rubare, tradire o far di peggio, né sono vittime del pudore (au contraire, le scene sono esplicite e disinibite). Insomma sono tipi moderni, concreti e realistici, comprese le donne, maliarde prive di scrupoli. Le trame sono articolate, stuzzicanti, imprevedibili. Non seguono un canovaccio inflazionato e percorrono strade nuove.
Inoltre, nonostante sia più vecchio di me, il fumetto pare scritto oggi e non appare invecchiato di una virgola… 
Dunque? Perché non mi piace?
L’ho detto, non lo so.
Non mi sono affezionata al protagonista, però lo trovo simpatico e dotato di spessore.
Le storie non mi avvincono, ma sono piacevoli, con spunti interessanti e tematiche degne di attenzione (salvo l’ultima: troppo verbosa).
E allora?
Boh… 
Ma non mi sono piaciuti nemmeno “Vendetta Macumba”, “La compagnia della forca” e “Milady nel 3000”.
Eppure se uno vuole considerarsi un cultore di fumetti deve leggerlo. E farsi un’opinione propria.
A questo proposito, lussuosa, lussuriosa e lussureggiante, conviene non farsi scappare l’edizione integrale di Rizzoli Lizard, dallo spettacolare formato A4…

lunedì 7 novembre 2016

Intelligente e sexy

CONTRONATURA
di Mirka Andolfo


Può migliorare... ma non di molto.
I difetti, per quanto mi riguarda, sono due, e di tipo veniale:
  1. ogni tanto, alternati a tavole stupende sia per tratto che per colore, troviamo disegni approssimativi;
  2. i dialoghi potrebbero essere un po' dirozzati (non alludo alle parolacce. Per i miei parametri ce ne sono troppe, ma quella è una questione di gusti. No, è che ci sono passaggi superflui e altri che risultano leggermente manierati, poco autentici: rallentano il ritmo e stridono...).
Ma sono peccati veniali, dicevo.
Per il resto, il fumetto è innovativo, intelligente e sexy, ricco di spunti e sottotrame.
Okay, magari non c'è lo splendore visivo di Skydoll, ogni tanto incappiamo in qualche ingenuità, sia a livello di montaggio che di escamotage narrativi, ma nel complesso l'opera è davvero molto buona e con parecchi elementi originali interessanti.
Più che per gli accenti erotici (peraltro estremamente soft e abbastanza funzionali alla storia), per l'ambientazione e le tematiche sociali che vi sono implicate, per la mescolanza di registri e generi, e per la questione della diversità, affrontata in chiave “animalesco-fantascientifica” e come tale ancora più efficace, densa com'è di sfumature e parallelismi, ma altresì di peculiarità e immaginazione.
Da segnalare anche la trama pluristratificata, ma semplice da seguire e ben congegnata, che promette di tutto per il prosieguo, con possibili commistioni fantasy e noir, e la rappresentazione dei personaggi: gli animali antropomorfi ormai sono un classico, ma qui vengono resi in modo personale, privilegiando bestiole che per tradizione vengono rese con caratteristiche differenti (la stessa circostanza che la protagonista sia una maialina ciccioletta apre una parentesi a sé, sebbene, alla luce delle insistite allusioni erotiche, possa sembrare una scelta quasi scontata).
Insomma, anche se ho cercato un approccio critico, ritengo che questo sia davvero un fumetto valido.

Curiosità: per quanto sviante, è disponibile anche una variant con copertina di Milo Manara che ne accentua il contenuto erotico.

martedì 25 ottobre 2016

Una tridimensionalità fuori dal comune

NULLA, SOLO LA NOTTE
di John Williams


Un romanzo che va letto a prescindere, per il solo fatto che l'autore è lo stesso di “Stoner”, qui alle prese con la sua opera prima.
Scritta in modo perfetto, tracimante atmosfera e bellezza, desolata e amara, tragicamente esistenziale, vanta un notevole approfondimento psicologico ed è interessante anche dal punto di vista del costume. Non ha una trama appassionante, ma, la verità, è che può benissimo permettersi di farne a meno.
Ci sono volumi, infatti, che non vanno letti perché raccontano qualcosa, quanto piuttosto perché consentono di immergersi in un modo peculiare di percepire la realtà, che è altra da noi, lontana, remota, ma che ci avvolge e ammalia, anche solo per la profondità e sensibilità con cui ci viene descritta.
E nella fattispecie parliamo di descrizioni di livello altissimo, insolite, personali, fatte di sensazioni e assaggi, e tuttavia dotate di una tridimensionalità fuori dal comune.
Seguiamo allora le peregrinazioni – soprattutto mentali – del giovane borghese e decadente Arthur Maxley, il protagonista, dai pochi affetti e il passato tormentato.
Arthur ci conduce ovunque, ma sostanzialmente da nessuna parte, tra un drink e una danza, pochi dialoghi, molti pensieri... ma a poco a poco ci consente di entrare nel suo mondo, fatto di tristezza e quasi privo di valori e prospettive, fino a coglierne il segreto ultimo, mentre lui stesso ne viene travolto.
L'opera incede come un noir, ma non la è... Si in incunea, piuttosto, senza potervisi appieno inserire, nell'alveo del romanzo di formazione. Ove, però, non si forma proprio nulla, men che meno un ragazzo e il suo carattere, ed anzi, si corteggiano il disfacimento, l'alienazione, la solitudine, tracciando, peraltro, molti punti di contatto con “Stoner”, se pur affrontati con un approccio più semplice e meno meditato.

Da leggere quando si ha bisogno di chiudere gli occhi e farsi inghiottire dal buio.

martedì 9 agosto 2016

Il film più bello di Tarantino

PULP FICTION
di Quentin Tarantino
(1994)


Film di ultraculto con un cast stellare, una trama pazzesca, molti momenti topici, dialoghi da urlo, personaggi straordinari e definiti con poche pennellate salienti, che però rivelano testi e sottotesti, e restano impressi per l'eternità, ma... l'elemento più incredibile è il montaggio! Non lineare e denso di colpi di scena, capace di raccontare contemporaneamente più storie che si intrecciano e si completano a vicenda, senza mai dire troppo. O troppo poco.
La nostra attenzione, quindi, è sempre a mille, ansiosa di inseguire gli episodi e di formare il puzzle, fatto di emozioni cerebrali e casualità, perché non sai mai se riderai o inorridirai, se ti sentirai deliziato o colpito a morte, né come si evolverà la vicenda, almeno finché non farà il botto. E di norma lo fa. Uno dopo l'altro. A ripetizione.
Al di là di ciò, il divertimento non manca, ed anzi è calibrato con maestria, tra un'overdose e un ammazzamento, un twist e una frase biblica... Insomma, questa volta Tarantino riesce a tenere a freno la sua anima ribelle e geniale, il suo amore per la parola e per le esplosioni di sangue, tanto che ogni elemento, per quanto estremo ed esasperato, resta in perfetto equilibrio, armonizzando con gli altri, senza sbavature.
In effetti, benché il mio cuore sia consacrato a “Kill Bill”, questo è forse il film più bello di Tarantino sotto un profilo squisitamente cinematografico, sia livello di regia che di sceneggiatura.
Originale mix di citazioni, generi e registri, di raffinatezze e trivialità, dà luogo a qualcosa di totalmente innovativo e stimolante, che spacca, ma poi ricostruisce.

Cambiando per sempre il volto del Cinema.

lunedì 27 giugno 2016

Una protagonista eccezionale

JESSICA JONES


Genere supereroistico in salsa noir, con un'eroina dalla forza straordinaria, disillusa e alcolizzata, che combatte il crimine – e il suo disturbo post traumatico da stress – facendo la detective, e che ha la sua nemesi in un tizio che controlla le menti...
Se l'avessi vista prima di “Daredevil” sarei stata più entusiasta, adesso mi limito ad un modesto plauso.
La serie è ben sviluppata, dibattuta tra rimpianto, senso di colpa, disagio e volontà di rimediare – ed è paradossale in ciò: si comincia con il rimorso per un omicidio commesso, ma di cui non si è responsabili, e si finisce con uno che si premediterà di commettere, sia pure per ragioni morali – ma soprattutto vanta una protagonista eccezionale, con un'interprete magnetica: Krysten Ritter (Jessica Jones), con gli occhioni da cerbiatta, ma lo sguardo perduto... Il problema è che tutto si regge sulle sue spalle. I comprimari sono piatti e poco interessanti, ed è qui la maggiore differenza con Devil, in cui invece i personaggi di contorno rubano la scena al supereroe, del quale, nella seconda stagione, si sarebbe tentati quasi di fare a meno.
Persino a livello di trama ci sarebbe qualcosina da osservare: se la Serie di Devil mi è piaciuta assai di più rispetto ai fumetti dell'Uomo senza paura, ritengo “Alias”, invece, la graphic novel originale, complessivamente assai più valido di “Jessica Jones”: non Kilgrave-centrico, ma variegato, dinamico, più ironico e meno opprimente.
Certo David Tennant/Kilgrave è bravissimo, persino simpatico-tenero, ogni tanto, a dispetto dell'odiosità di fondo, ma i problemi concernono la sceneggiatura: sta solfa dell'Uomo Porpora (che pure qui non si chiama così), alla lunga stufa, il ritmo stagna e si fanno troppe parole inutili, con condimento di psicodrammi che esasperano o fanno sbadigliare, secondo sensibilità...
I peggiori, comunque, sono Trish (Rachael Taylor) e Simpson (Wil Traval): sterili, e nooooooiosi. Un po' meglio Luke Cage (Mike Colter), ma non mi convince del tutto nemmeno lui: monodimensionale.
Apprezzabile piuttosto l'idea di base, qualche citazione/collegamento, specie nell'ultima puntata, e la circostanza che finalmente abbiamo un'eroina che ha dismesso la calzamaglia in favore dei jeans e della – in teoria – banale quotidianità...
Ma se non fosse per il fatto che evidentemente le tracce narrative di “Jessica Jones” e “Daredevil” sono in futuro destinate a congiungersi non credo che mi sentirei di affrontare una eventuale seconda stagione: la Ritter, ribadisco, è strepitosa, ma... da sola non mi basta.

Comunque, sono solo 13 episodi (anche se una cinquantina di minuti ciascuno sono troppi... sarebbe meglio non eccedere la mezz'ora).

martedì 31 maggio 2016

Affascinante e stordente

KILL MY MOTHER
di Jules Feiffer


Jules Feiffer mi piace da matti, questo hanno trillato i miei archivi mentali quando ho scorto il suo volume nella mia fumetteria di riferimento… Solo dopo averlo sfogliato, tuttavia, mi è venuto in mente che di lui avevo letto solo storie brevi e incisive sulle pagine di qualche rivista antologica – che potrebbe essere Linus come Comic Art, non mi ricordo – ma nulla possedevo col suo nome stampigliato in copertina: “Kill My Mother”, pertanto, doveva essere mio, e, appagata la mia sete di possesso, me ne sono compiaciuta anche per altri motivi.
Intanto c’è la trama: intricata, sorprendente, Noir, ma in modo classico e non convenzionale insieme, due faide familiari “unilaterali” e al femminile, sovrapposte e intrecciate, costellate di personaggi bislacchi – anche loro: tipici del genere, quanto fuori canone – e di colpi di scena imprevedibili, se non veri e propri cambi di scenario, direzione, e obiettivo, che però seguono un filo conduttore ben definito, che ci porterà ad approdare nel lido voluto, permettendoci di comprendere che – per quanto a volte la sensazione abbia potuto apparirci quella – l’autore non ci ha lasciati in balia della sua immaginazione o di sbandamenti umorali, ma ci ha condotti esattamente dove voleva fin dall’inizio (oppure è stata la storia a condurre lui)!
Poi ci sono i disegni: espressivi, personali, longilinei, ma soprattutto dinamici all’inverosimile, tanto che ci pare quasi di coglierne il movimento con la coda dell’occhio, appena passiamo alla vignetta successiva, se non addirittura di vedere i personaggi danzare sulla pagina.
Per il resto, l’azione e i dialoghi scorrono repentini, con impetuosa naturalezza e ritmo sostenuto; la vicenda è stratificata e vibrante; lo humor sempre in agguato, e così il dramma e le agnizioni!
Unico neo, forse, i presupposti psicologici delle protagoniste, sovente un po’ fragili. Ma può essere un’impressione, una parvenza ingannevole, dovuta alla velocità intergalattica a cui tutto si muove…

Affascinante e stordente.

lunedì 7 marzo 2016

La più brava di tutti

AGENT CARTER


Non siamo all'altezza di Daredevil, ma come Serie Tv è assolutamente carina, decisamente al di sopra di Agents of S.H.I.E.L.D., e con un sacco di lati positivi: dalla trama condensata in soli otto episodi, al ritmo, ai personaggi, alla fotografia in seppia, alla ricostruzione storica, accurata e ammiccante...
La protagonista, Peggy Carter, primo agente donna del S.S.R., Agenzia del Governo Americano, nonché ex fidanzata di Captain America, tragicamente scomparso, viene discriminata dai suoi colleghi masculi (siamo nel primo Dopoguerra), ma presto saprà conquistarne la fiducia e la stima, dimostrandosi... la più brava di tutti!!!
In principio, infatti, esclusa dalle missioni più interessanti e ridotta, sostanzialmente, alle mansioni di segretaria, lavorerà nell'ombra per aiutare Howard Stark (Dominic Cooper), padre di Tony (Iron Man degli Avengers), ingiustamente accusato di vendere armi al nemico... Ma poi... Poi ci saranno i fuochi d'artificio!
Da vedere dopo “Captain America: il primo vendicatore”, (e magari dopo il corto in cui Peggy viene reclutata come agente, visto come contenuto speciale nel blu-ray di Iron Man 3), cui non mancano gustosi riferimenti, alcuni dei quali abbastanza commoventi o piacevolmente nerd...
Quali sono, però, i pregi più importanti?
Le scene d'azione (gli sganassoni non mancano, e la nostra eroina combatte in modo fantastico), i personaggi (Howard è irresistibile, conosciamo pure Jarvis, tra gli altri, il mitico maggiordomo di Howard... adorabile!!!), ma anche la storia stessa!
I primi episodi, benché legati da continuity, paiono autoconclusivi e non sono eccelsi, ma ben presto la trama orizzontale prevale su quella verticale e la faccenda si fa coinvolgente e adrenalica ai massimi gradi, specie quando entra in scena quella che diverrà la nemica per eccellenza di Peggy: una russa spietata e in incognito, che non mancherà di ammaliarci con la sua bellezza e (apparente) simpatia!
La tensione, però, è spesso stemperata da una battuta, e anche nel dramma più oscuro riusciamo a stendere le labbra in un sorriso... Tuttavia (e per essere un prodotto Marvel è davvero una bella conquista) senza esagerare e senza rischiare di compromettere la tensione drammatica, rimanendo, quindi, nel campo dell'ironia, senza sforare nella comicità!
Ma soprattutto ci piace lei, l'Agente Carter (Hayley Hatwell), in gamba, pratica, coraggiosa e femminile (poco importa che sia più grossa della maggior parte degli uomini con cui si scontra), capace di far fronte con grazia e perizia a qualunque situazione!

mercoledì 3 febbraio 2016

Il sapore del mitico 1958 texano

LA SOTTILE LINEA SCURA
di Joe R. Lansdale


Il primo romanzo di Lansdale che ho letto, e anche quello che, in assoluto, mi è piaciuto di più.
Di genere noir, divertente, ma senza eccessi, con qualche tocco di poesia e una mirabile atmosfera – in bilico tra l'incanto dell'adolescenza e la paura, tra la magia degli anni 50-60 e la violenza bruta – è sostanzialmente un romanzo di formazione, che trae il suo nutrimento da una storia di mistero e orrore, ricca di colpi di scena, e da un passato non del tutto sepolto, con condimento di omicidi e follia.
Ad esaminarlo ex post, dopo aver fatto un po' meglio la conoscenza dell'autore, posso ravvisarvi molte delle sue tematiche predilette – razzismo, violenza domestica, denuncia sociale – mentre all'epoca mi ero sentita piacevolmente sopraffatta, per via di tutte queste cose – peraltro ben amalgamate – che bollivano in pentola...

Joe R. Lansdale ritratto dal nostro vignettista

Ad avvincermi era stato soprattutto lo stile di Lansdale: coinvolgente fin dalla prima parola, brillante, diretto, scoppiettante, ma con una sorta di vena lirica e passionale, dolcemente nostalgica, ma senza autocommiserazione, a conferirgli una marcia in più, a renderlo unico (e che, successivamente, nei suoi altri romanzi che ho letto, ho ritrovato con declinazioni assai diverse)...
Pure la storia mi era piaciuta, non originalissima, di per sé, va bene, ma sempre più ingarbugliata, sempre più veloce, ben calibrata – il finale, soprattutto, mi aveva stupita – ... E ancora di più mi ero entusiasmata per i personaggi, specie Stanley, il tredicenne protagonista, che progressivamente perderà la sua innocenza, e la sua sorellina Callie, dalle molte risorse.
Ultimo elemento indimenticabile: il sapore del mitico 1958 texano, come descritto da Lansdale, che con poche pennellate risce a ricostruire un'epoca, un modo di vivere e di sentire, evidenziandone le storture, con durezza, ma senza essere troppo crudo...

Davvero carino!

martedì 28 luglio 2015

Le 6 fasi dell'esorcismo

LIBERACI DAL MALE
di Scott Derrickson
(2014)


Non è proprio un horror in senso classico, per quanto scomodi il diavolo, le possessioni, le invocazioni e il prologo mi abbia fatto pensare a “l'Esorcista”... Ci sono troppi elementi che richiamano il thriller, a partire dall'impostazione investigativa, e, se vogliamo, il noir... Siamo più attenti alla realtà degradata del Bronx (resa con grande efficacia) che agli elementi soprannaturali, alla psicologia del protagonista, il poliziotto Sarchie (Eric Bana), che alle informazioni su Jangler (il diavolo di turno), e ci sono molti momenti didascalici che allentano la tensione, così come le eccessive parentesi familiari...
Anche la fine avrebbe potuto essere più d'effetto, invece qui, con la faccenda delle 6 fasi dell'esorcismo, mi sembra di veder un cuoco alle prese con una ricetta difficile (e io sono di quelle che non ha mai visto una puntata di Masterchef, Cucine da incubo e compagnia bella.... ed è intenzionata a continuare così).
Però non si tratta di un brutto film, anzi è godibile (nonostante il MPM non facesse che lamentarsi per la noia) e in alcuni punti ho sinceramente urlato, sebbene più che un crescendo di ansia e terrore, generi piuttosto alcuni flash paurosi isolati (con tutto che in corrispondenza di uno di essi ero così impressionata che ho dovuto affondare le unghie – più volte – nel braccio di mon amour, che infatti dopo mi ha allontanata).
Eric Bana, però, mi è piaciuto (più che in qualunque altro film), così come il sacerdote sui generis, Padre Mendoza (Edgar Ramirez), che, sia per stile che per prestanza fisica, sembra tutto fuorché un prete... Insieme stanno bene, si completano, e non sarebbe male vederli ancora fare coppia.
Notevole anche Sean Harris che interpreta il “posseduto originale” (va in giro a reclutare altri poveracci tramite l'attività di imbianchino – sic!): la sua faccia da sola, opportunamente truccata, fa già paura, senza bisogno che nemmeno apra la bocca... Ed è soprattutto grazie a lui, alle sue espressioni malvagie, che la già citata scena dell'esorcismo riserva qualche suggestione. Ma anche gli altri posseduti non sono male, e così il dipanarsi iniziale della trama, che qualcuno ha trovato confusionaria, ma che invece a me è parsa stimolante.

Un film carino, che non è un proprio horror, ma che, se paragonato alla maggior parte di quelli che ci vengono propinati, è stato realizzato con cura e attenzione (la settimana scorsa ho provato a vedere “1303: la paura ha inizio”... Dopo mezz'ora ho spento. Una delle pellicole più imbarazzanti, dispersive e mal recitate di sempre! Unica cosa simpatica, la definizione che ne ha dato MPM: “l'horror secondo Disney Channel)”. Tanto più che “Liberaci dal male” è sostenuto da una sceneggiatura e non si basa solo su una sequela di barbare torture fini a se stesse.