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martedì 19 marzo 2019

Non si ride e non si piange

7 SCONOSCIUTI A EL ROYALE
di Drew Goddard
(2018)


Il titolo italiano è brutto e falso, e richiama vagamente gli Hateful Eight di Tarantino. Peraltro bisogna ammettere che di punti in comune col film del buon Quentin ce ne siano parecchi: dalla struttura in capitoli agli ammazzamenti, dalla trama piacevolmente complessa al fatto che tutti i personaggi, apparentemente stereotipati, abbiano in realtà un segreto e una spiccata personalità, non importa quanto grigi e timidi sembrino, benché il risultato finale sia meno scoppiettante e meno sfumato.
Le storie (che non sono sette, ma meno) si intrecciano fra loro e presto fioccano i flash-back (anzi, si comincia con un prologo risalente a dieci anni prima), fino a creare un quadro composito, articolato, ma molto godibile, specie nella prima parte della pellicola, quando lo spettatore deve ancora imparare ad orientarsi e l'intreccio prendere forma. Da quando arriva Billy Lee, infatti, la sceneggiatura si appesantisce e si fa meno imprevedibile. Anche se imprevedibile, tutto sommato, la resta. In particolare... be', può crepare chiunque. E di solito lo fa in modo repentino, da un secondo all'altro. Senza preavviso. 
A parte ciò, abbiamo una colonna sonora favolosa, specie i gorgheggiamenti di Cynthia Erivo, un'ambientazione retrò piuttosto suggestiva (anni 60, letteralmente al confine tra la California e il Nevada), un buon cast (okay, Jeff Bridges si mangia tutti, ma Jon Hamm è interessante e persino quel simpatico bamboccino di Chris Hemsworth, per una volta, ha il suo fascino distorto), una regia attenta all'estetica e un ritmo discreto, nonostante il film sia un po' troppo lunghetto. 
Ad ogni modo, non si ride e non si piange, e la pellicola non spacca, ma si segue con immenso gusto lo svolgimento della vicenda, i personaggi restano impressi (specie Darlene, quella dotata di maggior tridimensionalità), e si rimane più che soddisfatti dalla conclusione.

lunedì 18 marzo 2019

Sono cavoli vostri

IL DIRITTO DI SPENDERE I PROPRI SOLDI COME CAVOLO PARE


Io sono per la libertà, in tutti i sensi possibile. 
E non capisco perché uno dovrebbe sentirsi in colpa a spendere i propri soldi in modo diverso da come farebbero gli altri. O anche solo a spenderli.
Chiaro, il discorso cambia se si è madri o padri di famiglia e se altri dipendono da noi. Se il denaro non è nostro o se, dopo averlo scialacquato, finiamo per averne bisogno e gravare sul nostro prossimo.
Ma quando non è così, non comprendo come ci possa arrogare di criticare le scelte altrui.
Anche a me è stato cercato di far pesare il fatto che spendo troppo in libri e fumetti, c'è chi mi ha detto che è sbagliato, che non è giusto.
Ma, al diavolo, impiccatevi. E perché, poi, non sarebbe giusto?
I soldi che spendo me li guadagno. E non li sperpero, perché, a prescindere dalle cifre, sono oculata. Lasciamo perdere la circostanza che, a parte i suddetti libri e fumetti, il mio tenore di vita sia quello di un barbone. Il punto non è questo. Il punto è che ho diritto di fare come mi pare. E non devo sentirmi in colpa. E non mi ci sento (Ah!!! Figuriamoci!). 
Eppure, ci sono persone che invece patiscono questa condizione. Che quando qualche idiota si permette di fare osservazioni sui loro “investimenti” si sentono in colpa. 
Ma perché?, dico io.
Sono cavoli vostri. E se il problema è che non vi siete spaccati la schiena, ma siete semplicemente ricchi... beh, non è un problema. È una figata. Spendete quello che vi pare come vi pare. E al diavolo i moralisti e gli invidiosi. Perché di norma questo sono quelli che si permettono di sindacare. Rispondetegli per le rime, piuttosto, e difendete il vostro diritto di essere liberi.

venerdì 15 marzo 2019

Scoprire il mondo per la prima volta

STORIA DI UNA BALENA BIANCA RACCONTATA DA LEI STESSA
 di Luis Sepùlveda


Che potremmo definire, volendo, come l'altra faccia di Moby Dick. Senza la grandiosità sublime di Melville, certo, ma ecologista, dolcissima, e tracimante di stupefazione. Quella di chi scopre il mondo per la prima volta e impara a definirlo e ad affrontarlo, scegliendo i propri valori e agendo con coerenza rispetto ad essi.
Nella fattispecie, un capodoglio bianco, dello stesso colore della luna, che si erge a protettore dei suoi simili, contro gli spietati ramponieri e i lafkenche, la Gente del Mare, contro la paura e l'ingiustizia, a scapito di se stessa.
E quindi la balena bianca non è più il simbolo del Male, ma del Bene, del coraggio contro i soprusi dei forti, contro il dolore, contro l'avidità. Contro la ferocia degli uomini, che non potrà che apparirci gratuita e immotivata (o comunque non motivata abbastanza). 
Una fiaba toccante, saggia, educativa, per sognare e per imparare, ma non solo per i bambini (ed anzi, il brano con la balena gobba e il suo cucciolo appena nato pare tratto dai passaggi più cupi dei Fratelli Grimm), suggestiva e commovente, ma anche giusta, normativa, necessaria, sia pure – per i miei gusti – con qualche leziosità di troppo, e un eccessivo indulgere in alcuni stati d'animo o descrizioni. 
Più incisivo della “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”, il racconto si legge in un attimo, ma, per chi lo vive, continua a riecheggiare con levità e candore fra le spirali delle conchiglie che si depositano sulle spiagge. 
Non solo cilene.

giovedì 14 marzo 2019

Rimorsi e dubbi

BEZIMENA. ANATOMIA DI UNO STUPRO
di Nina Bunjevac


Non proprio un fumetto, più un volume illustrato. 
In cui c'è l'anatomia promessa dal titolo, ma, per fortuna, più in senso mentale, concettuale, che fisico, sebbene non edulcorato. 
Ma, soprattutto, dove ci aspetta un totale stravolgimento di ruoli. 
Perché il punto di vista è quello della vittima, ma pure quello del carnefice. 
Però soltanto se vogliamo appiccicare a tutti i costi delle etichette. 
Altrimenti le parti si confondono, si sovrascrivono, in un ciclo onirico che riverbera profondità. Che restano. E che, dopo l'immersione, lasciano rimorsi, e dubbi, ma anche una sorta di ricchezza che ci indurrà a puntare meno velocemente il dito contro lo stupratore.
Che, tuttavia, punteremo lo stesso, perché non possiamo non farlo.
Un'opera relativizzante, empatica, sottile, edificata su assoluti che franano, e fatta di bellezza – in primis quella delle illustrazioni, potentissime quanto eleganti – di instabilità, di forze inconsce e di tensioni irrisolte, di inquietudini e disagio, filtrate attraverso la base classica che ne costituisce il punto di partenza.
La Bunjevac è la stessa di Fatherland – Educazione di un terrorista (si veda post del 14 aprile 2017), che già era un capolavoro, ma qui ha superato se stessa. Per scorrevolezza, ritmo, e per capacità narrative. 
E la trama è cruda, ma non così tanto. 
Irrinunciabile.

mercoledì 13 marzo 2019

LEI O LUI?

LIAR – L'AMORE BUGIARDO


Mini in sei puntate, in cui, invero, l'amore non c'entra pressoché nulla: la vicenda, semmai, ruota attorno ad uno stupro, solo che il dubbio è se sia vero oppure presunto. In soldoni: la dolce professoressa Laura (Joanne Froggatt) è stata davvero drogata e violentata dal fascinoso cardiochirurgo Andrew (Ioan Gruffudd), dopo una bella serata romantica? Ci viene da pensare di no... Più la conosciamo meno lei ci sembra equilibrata, più lo conosciamo e più lui ci pare innocente. Anche se, da entrambe le parti, si presentano possibilità alternative e sbavature. 
La serie è perfetta sino a metà, ma nel momento stesso in cui la verità viene a galla e non si gioca più sul filo del dubbio perde tragicamente di mordente, scivolando in un frustrante e rapsodico trascinarsi di situazioni stantie. Di cui, tutto sommato, ci importa poco, incluse le sottotrame e le vicende personali dei comprimari. Nemmeno il finale sa di riscatto, perché non aggiunge nulla alla storia, non la impreziosisce né ne altera il punto di vista, semplicemente la trama si arresta ed è come una retta che, arrivata al punto, semplicemente si ferma. Forse in modo persino brusco. Lasciando un po' così, non insofferenti, ma nemmeno soddisfatti. 
A mio avviso, se invece di sei puntate ne fossero state realizzate quattro, condensando maggiormente gli episodi dal 4 al 6, la serie sarebbe stata più icastica. 
Bravissimi e convincenti, però, gli interpreti, sulle cui capacità si regge l'intera architettura dell'intreccio, e che risultano perfetti, qualunque cosa decidano di farci credere.

P.S.
Per curiosità, segnalo che in Italia hanno trasmesso il remake nostrano (che non ho visto né ho voglia di guardare): “Non Mentire”.

martedì 12 marzo 2019

Tra torture e Nicolas Cage

MANDY
di Panos Cosmatos
(2018)


Dio Santo, che schifo. Che schifo. CHE SCHIFO.
Non so che cosa sia stato peggio, se l'atmosfera malata e disturbante, a metà tra lo stupro e lo straniamento, la noia, la morbosità, le torture (non particolarmente efferate, ma io le patisco) o... Nicolas Cage.
Ma è una domanda oziosa, perché conosco benissimo la risposta: Nicolas Cage.
Che ha un'unica espressione – come sempre – ed è oscena: lo sbalordimento idiota del senzacervello. Che qui, in più, digrigna i denti ed è coperto di sangue. Mio Dio.
In realtà, l'inizio non è proprio pessimo, benché abbia detestato la musica Metal, le tinte violente del cielo, i dialoghi spiacevoli e la lentezza insulsa in cui ogni immagine si dilata sino a sfociare nella confusione sensoriale. Sa un po' tutto di cliché, ma pare rielaborato in modo personale e straordinariamente lisergico. Ed in effetti l'impressione è quella di calarsi un bell'acido e di farsi un super trip. Un trip negativo, però, un trip che non augureresti a nessuno, nemmeno al più tossico dei tossici, che per giunta si dilunga per più di due ore e lascia una sensazione di stupido disgusto e vacuità. E che più va avanti, più lacera la mente dello spettatore, dimostrandosi deleterio. Tanto che quasi si finisce per impazzire. Per gridare: basta, basta, basta. E di invocare un black-out.
Ad attirarmi era stata la presenza di una setta satanica. Il demoniaco mi affascina, non so che farci. Il problema è che qui il demoniaco nemmeno c'è. Ci sono solo degli sbandati, squallidi e cattivi, che hanno assunto robaccia tagliata male e sono malamente impazziti. Così rapiscono una coppia che vive isolata nella foresta, la drogano (ma peggio si sente lo spettatore, coinvolto in ansiogene esperienze extracorporee e contagiato dalla paranoia), la torturano e... E poi scatta la vendetta. E di solito la vendetta mi piace, gustata fredda, ma anche di più calda. Solo che qui mi annoia pure quella. E non riesco a parteggiare per Nicolas Cage. I cattivi mi disgustano, sono ripugnanti, ma spero solo che sfigurino Cage e gli strappino quegli orridi occhi sbarrati. In più la lotta per non appisolarsi diventa sempre più dura, benché, in fondo, non si lesini sulle assurdità più tamarre (si va dall'ocarina magica allo scontro con le motoseghe), che però, ahimè, si prendono sul serio, senza l'ombra di ironia, assumendo connotati scialbi e disadorni.
Il primo piano conclusivo sul faccione di Cage conferisce la mazzata finale.
Davvero, che schifo. 
Sinceramente, avrei preferito non vederlo.  
Cage e pure il film.

lunedì 11 marzo 2019

Una metafora della vita umana

LA PICCOLA CITTA'
di Thornton Wilder


Pièce divisa in tre atti, scritta nel 1938 e ambientata quindi in tre step, dal 1901 al 1913, narra, attraverso un Direttore di Scena onnisciente, la vita di questa immaginaria cittadina americana, Grover's Corner.
E in principio non capisci che cosa possa esserci di tanto straordinario, in quanto è tutto incentrato sulla più ordinaria quotidianità. Sulla recita scolastica, sulla colazione, sul più e sul meno. Ma presto comprendi che proprio qui sta il paradigma, perché la città è la città, va bene, ma soprattutto è una metafora della vita umana.
Ed è coi balzi in avanti che cominci ad intuire, ed è con il terzo atto, in cui entrano in scena i morti, che ti folgora l'epifania. E qualcosa si apre dentro di te, e qualcos'altro si rattrappisce, e poi distende, quando ti ricordi di essere tu, e di essere qui, e di poter ancora apprezzare quello che hai, nella sua essenzialità e nella sua verità, scevro da sciocche sovrastrutture.
E soprattutto attraverso il commovente monologo di Emily, ti si chiarifica, in ultimo, quello che subito dimentichi: ossia che la felicità ti passa accanto senza che tu nemmeno te ne accorga, che vivi da cieco, senza consapevolezza, mentre ogni cosa trascorre fulgida e splendente con rapidità, mentre tu guardi da un'altra parte, distratto da mille cose di nessuna importanza, concentrato sul nulla.
Un'opera stupefacente, colma di pienezza, per la quale devo ringraziare Gian. Anche se, ancor prima che lui mi regalasse il libro, già mi aveva incuriosito per come se ne parla in altri libri/film, ad esempio in “Wonder” di R. J. Palacio (che presto recensirò).

venerdì 8 marzo 2019

Un'alienante malinconia di fondo

THE LOBSTER
di Yorgos Lanthimos


Allucinante. E di impatto.
Con qualche problemino di coerenza a livello sistemico, magari, ma trascurabile e certamente affascinante. Uno di quei film da vedere assolutamente, perfidi e geniali, che colpiscono soprattutto per la trama – spaziale – e per le sue disumane implicazioni e dinamiche atroci, che però, nonostante l'alienante malinconia di fondo, sono talmente assurde da parere divertenti. Ebbene, ecco, in due parole, il plot (di solito evito, ma qui è indispensabile): se rimani single – quale che sia la causa – vieni convocato in questo Hotel in cui hai 45 giorni per trovare un'altra anima gemella, di norma basandoti su qualche bizzarra quanto inutile affinità (zoppia, tendenza all'epistassi, miopia...). Se non sei fortunato vieni trasformato in un animale di tua scelta (da qui il titolo: l'aragosta, ossia l'animale scelto da David/Colin Farrell, il protagonista), in modo che, chissà, magari, come bestiola sarai più fortunato e troverai l'amore. Se no puoi sempre provare a fuggire nel bosco ove vivono i Solitari... Ma non credere che costoro siano meno fanatici degli altri... Oltre al fatto che, poveretti, vengono normalmente cacciati, alla stregua di bestie selvatiche, dagli ospiti dell'Hotel, che guadagnano un giorno in più per ogni preda catturata (destinata ad essere trasformata in animale).    
Lo scopo, è chiaro, è quello di ridicolizzare con lo stratagemma del futuro distopico la fissa della coppia ad ogni costo (con tutto che ci sono anche gli estremisti in senso inverso). E viene raggiunto, e si rimane a bocca aperta. In più il film incuriosisce al cubo, nonostante scorra con un ritmo assai misurato, e sconvolge non solo sul piano generale, ma anche nell'ottica dei singoli sviluppi (la faccenda della Donna Senza Cuore è sconcertante, e la fine persino di più). Anzi, più particolari si aggiungono, sul destino dei personaggi o sulla realtà sociale, più si ha voglia di immergersi in questo mondo storto. A patto, poi, di poterne uscire.
E a quel punto, single o accoppiati, ci si rende conto di che fortuna sia poter scegliere con la propria testa.
Scopo raggiunto, si diceva.

giovedì 7 marzo 2019

Una morale di cui fare tesoro

FAVOLE A COLORI 
di Jean de La Fontaine


E che colori, visto che sono quelli di Marc Chagall, il pittore russo, naturalizzato francese! Intensi, fiammeggianti, vivaci! Non sempre, magari, li avrei scelti in quella successione, ma già da soli varrebbero l'acquisto del volume, per tacere della bella veste – come sempre – propria delle edizioni Donzelli, dalla qualità della carta alla spaziatura. Favole a colori, dunque, anche perché non si tratta di una pittura ogni tanto, ma di illustrazioni puntuali – nella loro sintesi astratta e sognante – volte ad interpretare ogni singola storia.
E, com'è logico, anche la selezione delle quarantatré favole (che presentano una nuova e più moderna traduzione) non tradisce: sulle tracce di Fedro ed Esopo, La Fontaine ci regala vicende buffe o divertenti, nella loro tragica crudeltà, smorzata (o rafforzata, a seconda dalla sensibilità di ciascuno) dai toni allegri e giocosi, che però, tra una mazzata e un decesso, propongono una morale di cui fare tesoro, nonché insegnamenti preziosi e non necessariamente banali, i quali, però, alla luce della vicenda narrata, risultano abbastanza immediati. 
In più i racconti hanno il pregio – non da poco, specie dopo la mattonata di Andersen – di essere brevi e trancianti, sfrondati di inutili orpelli, e per questo ancora più incisivi, acuti e saggi. 
E' vero, queste sono favole e non fiabe (quindi il paragone con Andersen è un po' azzardato e vagamente disonesto), ma costituiscono sul serio una ventata di freschezza, adatta a tutte le età. E così ritroviamo le più popolari (Il lupo e l'agnello, la volpe e l'uva...), al fianco di altre meno note, per tornare bambini, e per rispolverare, al contempo, con allegria, i nostri studi classici.

mercoledì 6 marzo 2019

Quegli odiosi moncherini sanguinanti

VINCOLI
di Kent Haruf


Siamo ad Holt, prima dell'omonima trilogia. Che io ho acquistato, ma non ancora letto, in quanto, per ragioni squisitamente cronologiche, volevo cominciare da qui. Per me, quindi, l'unico confronto possibile è con “Le Nostre Anime di Notte”. 
Ed ecco, è buffo, perché all'inizio l'ho rimpianto parecchio. Lo stile in “Vincoli” è meno scabro, meno incisivo, meno dialogico e sferzante, e di primo acchito mi era parso dispersivo, convenzionale. Invece, con il procedere della lettura, mi sono resa conto che si tratta, semmai, degli antipodi di un percorso creativo, in cui non c'è un vincitore o un vinto, ma solo un inizio e una fine, laddove le Anime sono la fine e questo è l'inizio.
Un inizio bellissimo, in realtà, che presto avvince e conquista, senza remore. Con le sue descrizioni puntuali e i suoi protagonisti, ruvidi e magnifici (Edith in particolare), con la sua sensibilità, la sua amara desolazione, ma anche la sua forza e la sua pervicacia. Ti fa sentire il sapore della terra e le fatiche ad essa connesse, non tanto a livello fisico, quanto sul piano morale (credimi, quegli odiosi moncherini sanguinanti resteranno indelebili nella tua memoria). Ti induce a comprendere il significato della solitudine, dell'isolamento, del coraggio e del sacrificio, come della rassegnazione e dello stoicismo. E avvertirai il peso dei vincoli, appunto, e dell'abnegazione. Ma anche dell'amore, ricambiato, ma non consumabile, attraverso una storia dolorosa, ma imprevedibile, dalla quale, senza quasi accorgercene, resteremo stregati. E non per via del mistero e dell'insolita (stando alla postfazione) cornice noir. Ma per la spietata componente rurale, per la polvere, per il sangue, l'attesa e le lacrime. E per tutto quanto è stato negato e consapevolmente scelto. E... per lo stile. Oh, sì. Anche per lo stile. Che ci scrolla e ci culla, senza soluzione di continuità.

martedì 5 marzo 2019

Le tristi mentalità delle piccole città

ELEVATION
di Stephen King


Dedicato a Richard Matheson, è sostanzialmente la versione in kilogrammi di “Tre Millimetri al Giorno”: il protagonista, infatti, anziché scorciarsi in millimetri perde progressivamente peso (pur senza dimagrire e a prescindere da ciò che mangia o porta su di sé).
La trama, quindi, è tutto fuorché originale, ma il racconto – brevino, per quanto spalmanto su quasi duecento pagine – è comunque interessante. Non tanto sotto il profilo fantascientifico, quanto piuttosto, come sempre capita con il nostro Zio Stevie, per gli aspetti umani (non derivativi, ma kinghiani al 100%). Magari un po' troppo diluiti, è vero, ma capaci di stimolarci sotto la superficie. 
Tra una pesata sulla bilancia e l'altra, dunque, si parla di pregiudizi (non di tipo razziale), di integrazione, amicizia e di buon vicinato, come pure delle tristi mentalità delle piccole città stile Castle Rock (ovviamente), per vincere le quali, tuttavia (e in questo messaggio, a mio avviso, sta la vera cifra dell'opera) a volte bastano un po' di buon senso e una mano tesa. Oltre, s'intende, alla voglia di afferrarla, quella mano e all'occasione giusta in cui porgerla.
Peraltro, Runners o non Runners, anche la parte dedicata alla maratona rifulge di elegiaca bellezza, e così le descrizioni sul cibo (che voglia di assaggiare la cucina di Missy...).
Per il resto, gli ingredienti sono sempre quelli tipici del Re: una buona prosa, spruzzata di ironia, e un'ottima caratterizzazione dei personaggi. In questo caso, di Deirdre su tutti, a dispetto, o forse proprio grazie, alle sue asprezze iniziali. 
Non indimenticabile, ma certamente gradevole.

lunedì 4 marzo 2019

Nulla accade per caso

RUSSIAN DOLL


Serie Tv frizzante e veloce (solo otto puntate, tra l'altro di appena mezz'oretta circa), con spunti fantascientifici, ma splendide declinazioni umaniste. In altre parole: che succederebbe se continuassi a morire in vari modi e a risvegliarmi nel bagno della casa ove la mia migliore amica ha organizzato la festa per il mio trentaseiesimo compleanno? Forse che l'universo starebbe cercando di dirmi qualcosa? O è solo un loop temporale dovuto ad inaspettate congiunzioni astrali?
L'idea di partenza è già sfruttata, è vero, ma qui ci sono intrecci trasversali che risultano davvero stimolanti. Ma ciò si coglie solo andando avanti. All'inizio, a colpirmi era soprattutto la presenza di Natasha Lyonne, la Nicky Nichols di Orange is the New Black, nei panni di Nadia, la protagonista. Che è praticamente un clone di Nicky, solo fuori dal carcere (o, se vogliamo, in carcere di natura diversa). La cosa sul momento mi ha contrariata: possibile che non sappia interpretare un ruolo differente? Oltretutto a me non è che Nicky sia mai piaciuta molto: come Nadia – e uso le parole di Maxine, la migliore amica di quest'ultima – è uno scarafaggio. Sa solo prendere. Può essere divertente, certo, ma non mi piace. E poi parla troppo, e non è abbastanza brillante per poterselo permettere: è logorroica. Insomma che siamo andati avanti solo su insistenza di MPM. A me l'unica cosa che risollevava il morale erano le morti di Nadia, non molto creative, di per sé, ma, nonostante la reiterazione (peggio di Kenny di South Park), capitavano sempre nel momento giusto ed erano ironiche (specie le api). Poi, però, accade qualcosa... E la storia acquista spessore, e Nadia tridimensionalità. Ti accorgi che nulla accade per caso, e anche i dettagli diventano importanti, inquietanti, assurdi, sovente assumendo la veste di indizi e rivelando nuove convergenze, dal sapore mutevole. E, insomma, aveva ragione MPM: Russian Doll è una serie molto carina, divertente, cinica q.b., ma nemmeno troppo, e presto decolla, cresce e matura, come i suoi protagonisti.
Quindi non fatevela scappare. 
Curiosità: oltre a Nicky, di Orange is The New Black ritroviamo anche Dascha Polanko/Dayanara Diaz e la comprimaria Rebecca Henderson/Alice Denning.

venerdì 1 marzo 2019

Una favola nera sublime

ABBIAMO SEMPRE VISSUTO NEL CASTELLO
di Shirley Jackson


Magnifico romanzo d'atmosfera, che conquista dalla prima riga per lo stile dai rivolti classici e profondamente letterari, ma che rimane impresso per la trama. E per impresso intendo a fuoco, nell'eternità. 
Presto si rivela diverso da come appare in principio, ossia evocativo e suggestivo, ma senza molta sostanza. Perché la sostanza c'è, ed è quella crudele e spietata di cui sono fatti gli incubi, incubi di estrazioni diversa, incubi mentali, e incubi dello spirito, e incubi fisici e concreti, che ti prendono a sassate. 
Eppure il romanzo non gioca con lo spavento, con la violenza o con il clamore. Procede in modo sottile, subdolo, soffuso, rivelando quasi casualmente dei mirtilli di Constance, senza però palesarli del tutto, e lasciando più volte sospesi tra svariate possibili interpretazioni e possibilità, accogliendo, così, anche altre storie dentro di sé oltre quella che racconta, nel senso che, a tratti, risulta talmente misterioso, corrotto e stimolante che io in mezzo ho percorso almeno altre dieci narrazioni immaginarie parallele. 
Inquietante e oscuro come lo sono i fantasmi, eppure delicato, ma senza leziosità, e con accenti brutali (l'irruzione, in particolare) affiancati ad afflati poetici, a sentimenti vivi, descritti con sapienza e in modo compiuto, altalenando tra gli stati d'animo. 
E, piano piano, il climax si fa ascendente, fino a che ci porta in equilibrio sul ciglio di un burrone, da cui infine ci spinge giù.
Una favola nera sublime, attraverso la follia, la solitudine e la cattiveria umana, ma anche attraverso le fantasie di una bambina, il rimorso e la liricità di un'illusione.  
Da leggere, persino se siete noiose signorine perbene con gusti discutibili, perché questo è un classico e travalica i generi.

giovedì 28 febbraio 2019

Sentimentaloide e tristanzuolo

A STAR IS BORN
di Bradley Cooper


Un film che mi ha lasciata un po' tiepidina, nonostante i numerosi pregi, e che, nel complesso ho trovato eccessivamente sentimentaloide e tristanzuolo (MPM sostiene che sia perché io sono agra), con tante svolte che si sarebbero potute evitare, se solo si fossero spese due parole di più e magari si fossero tenuti i piedi più aderenti a terra. E, sì, l'ho trovato un po' lentino, specie nella prima parte, e decisamente troppo lungo in generale (l'ho dovuto vedere in tre serate perché continuava a mandarmi in catalessi). Tuttavia... 
Tuttavia è realizzato bene, non si può negare, in quasi molti suoi aspetti. La trama, per quanto semplice e sbrodolante, non lascia indifferenti, ma soprattutto gli interpreti sono eccezionali (chi l'avrebbe mai detto? Non solo Bradley Cooper, ma persino, e forse di più, Lady Gaga, spendida al naturale, nella sua dolcissima asimmetria, di una radiosità celestiale... D'altro canto, però, altra sorpresa, Bradley Cooper canta meglio di lei e ha una voce più gastrica e melodiosa – in effetti la voce di Lady Gaga non mi pare sta gran cosa... A tratti mi suona persino un po' stridulina!), mentre la colonna sonora è godibile, ma non invadente. Inoltre entrambi i protagonisti, per quanto siano quasi l'incarnazione di uno stereotipo, riescono a conferire un tale spessore al loro essere se stessi, in tutta la loro trita prevedibilità, da risultare invece autentici, sofferti e vulnerabili, anziché banali. 
Tra i comprimari, infine, devo citare Sam Elliott, che ha poche scene, ma, quando compare, attira tutti gli sguardi.
Insomma, un film discreto, che, nonostante ci provi, si salva dall'annegare tragicamente nella noia, nel vacuo sentimentalismo e nell'effimero.

mercoledì 27 febbraio 2019

Un piacere insperato

DYLAN DOG INDEX 1-25
di Francesco Manetti e Nicola Magnolia


Un'analisi, statistica e non, dei primi 25 albi mensili di Dylan (si saltano quindi, per dire, gli speciali estivi). Un'analisi imperfetta (a volte ci si dilunga troppo su aspetti secondari ed incidentali, o noti a chiunque, e per contro si trascurano riferimenti importanti e più nascosti, ad esempio le varie tavole che nel numero 10, “Attraverso lo Specchio”, sono ispirate alle opere di Magritte), dal taglio insolito e lo stile spigliato, che costringono il lettore a fare un tuffo nel passato. Quel passato ormai mitico e lontano in cui Dylan era un capolavoro di innovazione e intelligenza, a metà tra fumetto d'autore e fumetto popolare, non ancora vittima del politicamente corretto a tutti i costi, ma nemmeno del tutto messo a punto. Ed infatti, a riscoprire adesso le prime storie, si evidenziano un po' di tormentoni di repertorio ormai dimenticati o fobie che ancora non erano in essere (Dylan non è sempre stato vegetariano, praticamente astemio e con il mal di mare), che risultano divertenti e curiose.
E viene malinconia a leggere queste pagine, a ricordare i bei tempi in cui Sclavi era Sclavi, e Dylan era sostanzialmente una sua emanazione con i caratteri dell'eccezionalità, non solo perché si ritorna a quelle trame imprevedibili e iconoclaste, ma anche perché ci si reimmerge in quegli anni, fino a ritrovare uno spaccato della propria giovinezza (della serie serendipità).
L'approccio, poi, è un po' diverso dai soliti saggi: non si limita a reperire le fonti Sclaviane o ai riassunti dei vari episodi, a elencare comparse e protagonisti: è attento ai dati tecnici e agli autori, e non si limita a sciorinarli, ma li contestualizza e approfondisce, analizzando testi e disegni (a volte con eccessiva generosità di giudizio, per quanto mi riguarda), oltre a segnalare pubblicità, i contenuti delle rubriche (in modo un po' impersonale, invero, questa volta, senza riuscire a catturare quella complicità e quel calore umano che le pervadeva all'epoca) e gli inserti (chi se lo ricordava il Giornale di Sergio Bonelli?). 
Insomma, un volumetto insolito, che, se si è fan di vecchia data, è un piacere insperato leggere, intenso e dolce, con risvolti galvanizzanti e consolatori.
A quando il secondo volume?

martedì 26 febbraio 2019

La leggiadria tipica dei grandi classici

HERZOG
di Saul Bellow


Romanzo di spessore, questo, che è soprattutto un viaggio nella mente del protagonista e narratore, Moses Herzog, appunto, non proprio un simpaticone (eppure sì), ma di certo un soggetto interessante, intellettuale, colto, traboccante di contraddizioni, di fisime, ma pure di un particolare umorismo non privo di elementi autobiografici, utili per tentare di interpretare quel complicato congegno che è la mente – geniale, ma astrusa – di Bellow, ma che, contemporaneamente, pare offrirci altresì qualche tassello spaiato di Philip Roth, che di Bellow era l'allievo e che, infatti, del libro ha scritto la postfazione.
L'opera non mi ha presa da subito, nonostante l'incipit potente: prima ho dovuto familiarizzare con lo stile e soprattutto col personaggio. Che alla fine, tuttavia, conquista (specie quando è più vulnerabile, alla Stazione di Polizia o in rapporto alla bambina o all'ex moglie) ed è capace, non solo di lanciare strali ed invettive, ma pure di evolvere e di dubitare, come di mettersi in discussione, di fare autocritica, tanto che diventa sempre più vivido e sincero. Personaggio che si diverte a scrivere lettere assurde (oppure no?) a varie celebrità – non necessariamente in grado di rispondergli, a prescindere dalla circostanza di spedire o no le missive – riversandoci abbondanti porzioni di se stesso, che elucubra, cogita, racconta. La solitudine, la sconfitta, la propria logorata esistenza. 
Un lungo monologo, dunque, depresso, ma non deprimente, infarcito di riflessioni e digressioni, ma curiosamente coeso, alla fin fine, strutturalmente equilibrato, dalla prosa ipnotica ed ammiccante che ha la leggiadria tipica dei grandi classici. E che, come i grandi classici, è fatto di strati sovrapposti e conserva qualcosa di magico che resiste al tempo e varia con lo stato d'animo di chi legge.  
Prossimo appuntamento: “Le Avventure di Augie March”.