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venerdì 19 luglio 2019

Au revoir

PAUSA


Sono out, sorry.
E' già da un po' che lamento una certa difficoltà a scrivere i post, e credo che le ultime robe pubblicate lo dimostrino.
Ho cercato di tenere duro, ma ormai sono in crash totale, e, col fatto che nel weekend, anziché dedicarmi alla vita contemplativa, vengo assorbita da altre cose, mi riduco a buttare giù 'ste povere righe la sera, quando sono già (mezza?) bollita.
Ebbene, non ce la faccio più.
Sono oltre.
La mia mente è devastata e ci sono i miei paesaggi mentali che franano. E io li guardo crollare senza provare altro che una vaga fascinazione autodistruttiva stile agente del caos. Ed in effetti la distruzione mi piace, e trovo interessante vedere fin dove si spinge e poi camminare fra le macerie.
Insomma, come direbbe Borges, sento il sapore dell'incubo.
Quindi devo svegliarmi.
Giacché non posso, dato che, maledizione, sono evidentemente già sveglia, mi accontento di prendermi una pausa.
Per quanto?
Al massimo fino ad ottobre, direi.
Forse ad agosto, visto che, come ho già detto, quest'anno le ferie saranno sui generis.
E magari prima scribacchierò qualcosa se MPM partorirà il sospirato cartaceo.
Vedremo.
Ma cercherò di continuare ad essere attiva su Instagram. E' vero che per lo più si tratta di ricicli, ma ogni tanto qualcosina di nuovo salta fuori.
A presto!

mercoledì 17 luglio 2019

Spicchi d'estate II

RECENSIONI CONDENSATE II


Niente preamboli, si va in scena direttamente:


LA LUNGA DISCESA
di Jason Reynolds


Sfogliatelo. Pare scrittura sperimentale, con una spaziatura che segue il testo e spesso ricorda la poesia. La trama è minimale, ma si presta al gioco, e, tutto sommato, riesce e non stanca troppo. Certo, per i miei gusti è forse un po' troppo “social”, ma in quanto novità è da scoprire. Anche solo sfogliandolo di straforo in libreria. 


IL PICCOLO LORD FAUNTLEROY
di Frances H. Burnett


Piccolo classico dell'infanzia, opportunamente prevedibile e sentimentale, ma anche tenero e commovente. Si legge volentieri, e ha un protagonista delizioso, specie quando si rapporta all'arcigno nonnastro. Le sue lettere sgrammaticate, però, sono illeggibili... fortunatamente non sono molte.


GUIDA ALL'IMMAGINARIO NERD
di Autori Vari (Odoya)


Cerca di sviscerare la materia in modo critico, ma, evidentemente, non mi interessa del tutto e se ne ho apprezzato parecchio alcune parti, ne ho trovate altre piuttosto noiose, faticando a terminare il capitolo. Non solo per l'argomento, ma anche per l'approccio, a volte eccessivamente didascalico, e, in altri punti, addirittura melenso e viziato da una prospettiva forse un po' parziale.
Eppure...
Eppure ci sono anche osservazioni perspicaci, disamine da brivido, ed epifanie sparse. Tuttavia la sezione dedicata ai mondi immaginifici di riferimento poteva comprendere più cartoni animati, film, fumetti, libri... 


WINESBURG, OHIO
di Sherwood Anderson


Perché mi ricorda l'Antologia di Spoon River? E tuttavia non si tratta di una raccolta poetica, ma di prosa, scabra e, talvolta quasi lapidaria, che sarei tentata di definire romanzo a racconti, ma che, in realtà, è proprio un romanzo, sia pur dipinto attraverso i ritratti, non sempre gentili, dei suoi abitanti e legato quindi alla cittadina rurale del titolo e a George Willard, che attraversa ogni brano in qualità di simbolo e personificazione del paesino. All'insegna dell'ordinarietà, della nevrosi e della sconfitta.

lunedì 15 luglio 2019

Spicchi d'estate I

RECENSIONI CONDENSATE I


Lo so, tre post a settimana sono pochi.
E se poi mi tocca scriverli alle dieci e mezza di sera, quando sono già mezza in coma,  e le mie adorate amicozzine continuano a mandarmi stickers su telegram... non riesco a concentrarmi davvero. 
Quindi le recensioni sui libri sono sempre meno. E finisce che poi salto libri sui cui volevo davvero dire qualcosa, ma ormai è passato troppo tempo (ad esempio è successo con “Quello che rimane” di P. Fox).
Quindi, beccatevi un po' di pillole... Poi, non è detto che non mi dedichi alle opere citate in modo più specifico. Ma almeno non le trascuro del tutto.


AUGUSTUS
di J. Williams


L'inizio è lento e prolisso, ma man mano ci si addentra nella romanità ci si innamora. Non tanto di Augusto, quanto dei suoi amici, di sua figlia, e ancora di più di Roma e del momento storico. La narrazione non è lineare: si alternano lettere e punti di vista, ma non per questo ci si riduce a descrizioni e stati d'animo. L'azione, spesso, la fa da padrona e anche se sappiamo come andrà a finire ci emozioniamo lo stesso.


INTERVISTA CON LA STORIA
di Oriana Fallaci


La Fallaci giornalista spacca, e qui in particolare, riuscendo ad essere impeccabile, professionale, stimolante, come pure provocatoria e acuta. Rispetto ad “Intervista col Potere”, l'opera è più corposa e i soggetti intervistati più interessanti, sia per personalità che per fatti riferiti. In certi casi, non si può che desiderare di documentarsi. 


L'ISTRUTTORIA
di Peter Weiss


Opera teatrale sulla falsa riga del Processo di Norimberga. Ti distrugge e ti fa a pezzetti in molti modi, rifuggendo la retorica e ogni virgola superflua. Semplici fatti nudi e crudi, spiattellati uno in fila all'altro. Un capolavoro.


A mercoledì con la seconda parte della carrellata.

venerdì 12 luglio 2019

Rime di notte


Ci sono serate in cui l’ispirazione non viene,
e scrivere il post è come patir mille pene;
ci sono serate in cui sei davvero stanca
e hai pure l’orrore della pagina bianca:
non ti concentri, non metti a fuoco,
in più hai caldo, e mica poco,
e se da un lato freme il senso del dovere,
dall’altra, ammettilo, non ti vuoi manco sedere:
il pc ti scoccia persin concettualmente,
il tuo cervello si ribella, non puoi farci più niente,
mentre il tuo spirito di contraddizione
attacca a litigar con buon senso e devozione.
Ed è così che strane fluiscon le parole,
si imbizzarriscono, si estenuano e ti mollan delle sole,
e anziché una prosa distesa e pacata,
vien fuori ‘sta brutta filastrocca malata.
Non ha costrutto, non ha significato,
è la mera espressione del tuo ego bacato,
che, a sorpresa, ti riporta in un baleno
a quando il mondo ti pesava decisamente meno,
e tu eri alle Medie, precisamente in prima,
e per divertimento parlavi solo in rima,
ti contraddicevi a priori per il gusto di farlo
e non avevi a roderti più o meno nessun tarlo.
Ti compiangi allora per la tua regressione.
ormai conscia di esser in una triste condizione,
ma quanto meno due righe ora le hai scritte,
perciò adesso le tue paturnie se ne stanno zitte,
e tu, gioiosa, la puoi testé finire,
giacché non vedi l’ora di andartene a dormire…
Scusate il delirio e le mie frasi corrotte
ma ora, davvero, vi dò la buonanotte
e anche se so di aver un po’ barato,
so che il mio tradimento sarà perdonato…

mercoledì 10 luglio 2019

Errori ed eroi

CHERNOBYL


Finito oggi.
E sono senza parole.
Fa male questa serie tv.
Fa male per il disastro, ma ancora di più per le verità che racchiude. Per l'idiozia umana e sociale che denuncia e che ti azzera. Per le tragedie sottaciute, ma anche per gli eroismi, l'ignoranza e la superficialità.
Per gli interrogativi che suscita, che sono terrificanti, sia quando restano senza risposta, che quando invece la risposta c'è.
A livello televisivo, però, è un capolavoro.
In equilibrio perfetto tra narrazione romanzata, denuncia e documentario, evita di sprecare parole e, sebbene non sempre l'azione sia rapida, è talmente affascinante che mai l'interesse dello spettatore scema. Persino le spiegazioni sul funzionamento del reattore nucleare ci attraggono, tanto che ci viene voglia di approfondire.
E se anche su tutto prevalgono gli eventi, non si dimenticano le persone, che sono il cuore della vicenda e ne segnano l'incedere, rendendo il nostro coinvolgimento fatidico e definitivo.
Anche il cast è stratosferico: Stellan Skarsgard, Jared Harris, Emily Watson... E persino quando si tratta di volti noti, presto vediamo gli attori sparire dietro l'interpretazione. Come se Jared Harris non fosse più Jared Harris, ma davvero Legasov, il fisico.
La consapevolezza di quello che sta accadendo sommata alla consapevolezza di quello che accadrà ti devasta, ma non puoi interromperti, perché vuoi sapere. Vuoi conoscere di più. Sotto il profilo storico, ma anche in relazione ai destini dei singoli uomini e donne coinvolti, al di là del ruolo o dell'importanza che hanno. Anche quando restano senza nome, ma rappresentano una collettività.
E, mi dispiace, nonostante tutti gli individui splendidi che impari a conoscere, ad ammirare e a stimare, nonostante tutti gli individui meravigliosi che ti innalzano sopra la radioattività, quando finisci l'ultimo episodio pensi davvero che siamo un maledetto cancro che sta divorando la Terra e che, se non producessimo letteratura, musica, arte, dovremmo essere solo che sterminati.
Ma davvero bastano le arti per redimerci?
Davvero?

lunedì 8 luglio 2019

Addio a Monoboplandia

MODIFICA PROFILO


Non sono brava a descrivermi e infatti di norma evito di farlo, perché, semplicemente, non mi sento soggetta a definizioni: come se la mia favolosa unicità e complessità potessero essere rinchiuse in un pugno di parole. 
Ma se uno clicca su MinasRan esce il mio profilo. E il mio profilo proclama un sacco di scemenze.
Me le ha estorte MPM, non ricordo nemmeno come, quando questo blog è sorto dalle acque... 

Dice: 
“Sono nata in una ridente cittadina ligure, ho conseguito la maturità classica e poi una laurea in giurisprudenza. ...Dai, veramente, non è una noia così? Sembra il mio curriculum, che ogni volta si autoderide per quanto è miserevole (e difatti tendo ad occultarlo)... Non è più bello: sono nata da un uovo di mostro, ma a 3 anni mi sono affrancata dal gioco genitoriale divertendomi a seminare morte e distruzione nell'ignara città di Monoboplandia?”

Ed è solo un pezzo, perché il brano originale era assai più lungo, ma il numero di caratteri utilizzabile è limitato.
Ebbene, questa roba non mi rappresenta. Allora è meglio la definizione di Instagram (“Leggo come una tossica, scrivo in cerca di un equilibrio”), anche se preferisco quella di Twitter (“Non sono sicura di esistere davvero... Eppure sono fortemente io”).
In gioventù, invece, avevo elaborato questa frasina, parzialmente mutuata dal Foscolo: “Sono un individuo fortemente sentente dotato di volontà, immaginazione e spirito critico”. Ma ormai mi suona pretenziosa e stantia.
Quindi?
Quindi devo cambiare il mio profilo.
Provo ad improvvisare, sperando che la faccenda un po' migliori.

Ecco:
“..........................................................................................................................................................................................................................................................................................................
Non è scrittura sperimentale. E' che non voglio essere definita. Io sono io e basta. Come le cose immaginarie.”

Per ora va bene così.
In seguito, vedremo.

Baci e squali.
E una foca.

Una sola, che verrà mangiata.

venerdì 5 luglio 2019

Extramitica

STRANGER THINGS 3


Appena finito, e sono ancora... sottosopra.
Lo so, la terza stagione non è all'altezza della prima: ci sono lentezze, un po' di forzature, qualche buchino. Ma non me ne importa, perché è comunque quanto di più bello esista attualmente tra cinema e tv. Alla faccia di quella stupida Casa di Carta di cui non mi importa una cippa (i ladri sono ladri, non eroi). Alla faccia degli Avengers. E, sì, pure alla faccia del Trono di Spade, che è stata una delusione cosmica. 
Stranger Things è comunque il top e lo è grazie ai personaggi, che sono stupendi e stupendamente nerd, tanto che perdoniamo loro anche il fatto di crescere. Grazie alle emozioni, che sono pure e assolute, ancora incorrotte, e ci riportano in un colpo all'infanzia e all'adolescenza, quando tutto era meraviglia, stupore e avventura. E poi, sì, grazie all'atmosfera e al contesto, che ti lasciano qualcosa nel cuore che avevi dimenticato, ma che è sempre rimasto lì, ed è forte, e intenso, ed è bello che si risvegli, perché poi impiega un bel po' a riaddormentarsi.
E comunque, a parte tutto, alla serie non manca niente: avventura, tensione, risate, sentimenti. E sì, mi godo persino le storie d'amore. Perché, laddove di norma mi annoio e sbuffo, questa volta non posso che immedesimarmi e partecipare di ogni turbamento. 
E poi, va bene, ci sono la colonna sonora spaziale, il cast di fuoriclasse, l'effetto nostalgia e le citazioni (benché alcune paiano quasi obbligate e poco spontanee).
Insomma, che volete di più?
La scena de “La Storia Infinita” è stata extramitica.
La più extramitica, spassosa e tenera dell'universo.

P.S.
I miei preferiti sono da sempre Mike e Undici.
Ma Steve e Dustin... Ehi, mi sa che alla fine li hanno scalzati.

mercoledì 3 luglio 2019

Una semplicità elementare

MILK AND HONEY
di Rupi Kaur


Ne ho sentito tanto parlare, così ho dovuto comprarlo.
È un'antologia di poesie (ah!) che spaziano tra l'amore, il sesso, la sofferenza e il motivazionale.
Ma, per quel che mi riguarda, non è sto granché.
Si legge volentieri, non dico di no, a prescindere dall'ossessione pilifera dell'autrice, ma a volte i componimenti sono più prosaici che poetici, sono ripetitivi e, sempre, per quanto sottolineino anche questioni condivisibili, sono scontate e si limitano a puntare all'ingenuo sensazionalismo, spesso con sfumature infantili, che ricordano tanto le frasette incise sui banchi di scuola.
Io, in ordine alle poesie, sono di impostazione shakespeariana, nel senso che sono d'accordo con il Grande Bardo quando definisce il poeta come un ladro di fuoco. Qui, però, non è stato rubato nulla, tanto meno sostanze ustionanti. Al più un po' di pruderie sconvolta, di sesso crudo e senza amore, volto a stupire, a disturbare, e a non lasciare traccia.
E anche stilisticamente, 'ste strofe non fanno faville. Sono di una semplicità elementare mascherata da arguzia, con qualche tocco ad effetto e qualche invito all'autoaiuto. 
Niente i male in questo, certo. Ma, mi dispiace, nessun capolavoro.
Poesie? Magari aforismi con parecchi “a capo”.
Perché non lasciano niente.
Probabilmente, il vero pregio dell'opera è che per decodificarla non servono strumenti di alcun tipo. Non si richiedono sforzi al lettore, né cultura, sensibilità o preparazione alcuna, perciò si adatta a chiunque.
Anche a chi la poesia non la mastica proprio.

lunedì 1 luglio 2019

Una personalità indipendente

L'ARMINUTA
di Donatella Di Pietrantonio


Significa “la ritornata” e allude alla condizione di questa ragazzina, che, dopo circa quattordici anni vissuti in quella che credeva essere la sua famiglia, viene invece rispedita, all'improvviso e per motivi ignoti, dai suoi veri genitori. Poverissimi, ignoranti e dalla prole numerosa.
E' un trauma, ma anche una serie di scoperte.
Il libro è splendido: decolla da subito, è vivace, introspettivo, ma non stucchevole, e descrive rapporti umani complessi, contraddittori, eppure straordinariamente semplici (con i nuovi genitori, con la donna creduta la madre, ma ancora di più con il fratello Vincenzo e la sorella Adriana, che spesso fanno tenerezza per il loro impegno e per la loro buona volontà, se pur non sempre bene indirizzati).
Per molti versi, lo riconosco, il libro ricorda la Elena Ferrante de “L'amica geniale” (l'ambiente arretrato, lo stile snello e corposo ad un tempo, frammisto ad espressioni dialettali, il miscuglio di sentimenti contrastanti che si alternano, ma sempre hanno un retrogusto di amarezza...). Però la storia è più diretta, più lineare, e mantiene una sua personalità indipendente, freschissima, con un tocco di leggerezza che resta intatto persino nelle situazioni più difficili e dovuto al candore schietto della protagonista, che è anche la narratrice. 
Sinceramente un bel romanzo, dallo sguardo diretto e fiero, che un po' si rivela e un po' ci guarda dentro.

venerdì 28 giugno 2019

Al mio segnale...


GENTAGLIA!


Ogni tanto devo sfogarmi e quindi mi concedo un’invettiva. Ma credo che se Dante fosse stato aduso a viaggiare sui treni qualche strale lo avrebbe scagliato anche lui…
Ebbene, dopo tre giorni di peregrinazioni tra Alassio e Genova, non ho potuto che ravvisare un cosa: il livello di educazione dei passeggeri va peggiorando. Un nuovo mal costume sta, infatti, dilagando di recente e consiste nell’abitudine (vissuta nella più totale tranquillità) di ascoltarsi video, canzoni, messaggi vocali, e fare telefonate in vivavoce, a volume altissimo, senza cuffie, e in spregio di tutti gli altri viaggiatori. Naturalmente non è detto che lo faccia un idiota per volta. Potrebbero essere anche tre o quattro contemporaneamente, così chi sta in mezzo, che già magari ha gusti musicali diversi dal cerebroleso di turno e in generale non ama i suoni gracchianti o dalla qualità discutibile, si ritrova in mezzo al caos più nero e, in breve, un mal di testa coi fiocchi.
Giovinastri!, si potrebbe replicare.
Errando.
Non sono solo ragazzi a comportarsi in modo tanto deprecabile, ma persone di tutte le età, dalla vecchiaccia lagnosa al signore di mezz’età con scarse attitudini alla pulizia. Ma che sta succedendo, mi domando? Le cuffiette sono incluse più o meno in tutti i dispositivi cellulari, è tanto difficile portarsele appresso e usarle? Possibile che non ci si rappresenti la possibilità di disturbare gli altri?
Ogni tanto un controllore interviene, e fa presente che trattasi di comportamento poco urbano. Le reazioni sono le più variopinte, e vanno dal genuino stupore alla stizza.
Ma come si fa?
A me avevano spiegato, da piccola, che la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri. Questi soggetti non hanno avuto dei genitori, degli insegnanti o delle figure di riferimento?
Selvaggi.
Spero che finiscano nell’inferno dell’inquinamento acustico per contrappasso, anche solo per una settimana di rieducazione. Ammesso, date le premesse, che siano in grado di elaborare un ragionamento e correggersi. Ma dato il livello non ne sono tanto sicura, perciò andrebbe bene anche la dannazione eterna.

mercoledì 26 giugno 2019

Il concetto di tradimento

FEDELTA'
di Marco Missiroli


Romanzo provocatorio, dicotomico, dalla moralità apparentemente fluida ed inconsistente, che, tuttavia, nel momento stesso in cui afferma smentisce, portandoci alla conclusione opposta. 
L'assunto su cui si basa è la relatività sottesa al concetto di tradimento, in base alla quale: se tradisci sei, in realtà, fedele a te stesso, se non, addirittura, ancora più fedele a tua moglie. Segue un inanellarsi di miserie umane, rese ancora più squallide dalla loro quieta ordinarietà, dalla totale assenza di valori, come anche di cattiveria, di passione, di conflitto, ma semplicemente banali e tristi, svuotate di significato ed ancorate alla mera soddisfazione di un bisogno, di una pulsione, di un desiderio.
Ed è questo il fascino dell'opera: perché mentre il ragionamento sulla fedeltà inizia a  sedurci rischiando quasi di convincerci, il vissuto dei personaggi lo nega, rivelandone la tragica farraginosità. Nessuno dei protagonisti, infatti, riesce ad essere fedele a se stesso, ed anzi, nemmeno ha una vaga idea di chi è, ma solo di che cosa vuole, ed unicamente nell'immediato, senza riflettere sulle conseguenze o sul lungo periodo. E non solo sul piano sentimentale (si vedano la questione della casa e le scelte lavorative). I personaggi sono tutti allo sbando, sostanzialmente privi di identità, incapaci di costruire, di edificare, ridotti ad impulsi istantanei, non fanno che scivolare sulla superficie delle loro esistenze, senza lasciare dietro di sé altro che le proprie deiezioni. Persino la prosa di Missiroli lo sottolinea, con le sue dissolvenze che a volte portano i personaggi quasi a confondersi fra loro. Con la sua scrittura fatta di verbi e parca di aggettivi, come a voler evitare non solo i giudizi, ma anche le valutazioni; fredda, analitica, chirurgica, in cui persino le scene erotiche sono crude e meccaniche, addirittura fastidiose. 
E per quanto il romanzo sia volutamente poco dialettico, rifuggendo tanto la retorica quanto ragionamenti più profondi, scegliendo deliberatamente di mostrare, invece che  di descrivere, ed evitando accuratamente di trarre conclusioni esplicite, ci porta a comprendere la vacuità di fondo della sua tesi, che al contempo, però, non è un esercizio di stile, piuttosto il drammatico specchio dei tempi, riflesso di quell'amore liquido che privilegia le emozioni a scapito dei sentimenti, le connessioni a scapito dei legami (Zygmunt Bauman docet).        
Pruriginoso? No, tremendamente sociologico.

lunedì 24 giugno 2019

I miei (a)mici

IL MIO ORGOGLIOSO ESSERE SOCIALMENTE INADATTA


Non amo uscire, è risaputo: la mia giornata ideale, quella di godimento estremo, è quella che trascorro in casa, a dedicarmi alla vita contemplativa.
Non perché con gli amici non mi diverta. 
Mi diverto, e in generale non mi dispiace conoscere persone nuove, stare all'aria aperta, chiacchierare e compiere attività varie. 
E' che con i libri mi diverto di più.
Non è colpa di nessuno: sono fatta così.
Salvo qualche sporadico moto di ribellione, i miei amici, in linea di massima, lo accettano e mi amano lo stesso, lasciandomi i miei spazi (non menziono MPM perché, brontola, protesta, ma alla fine è peggio di me, e comunque lo comprendo nel pacchetto libri). 
Quello che mi ha stupito è che recentemente mi è capitato di conversare con una mia amica che, sconfortata, ha confessato: “Sto diventando come te: l'umanità mi ha delusa, non sopporto più nessuno. Mi sento troppo diversa dagli altri, fuori dal mondo, non riesco ad amalgamarmi... Allora tanto vale che me ne stia in casa e legga.”
Ho dovuto spiegarle che io non sono così. E' solo che preferisco leggere e scrivere a qualunque altra cosa (mentre scrivo, MPM, bramoso di considerazione, mi dice: “Salve! Io sono un libro!”. Lo ammetto, come direbbe Silvia Piccula, MPM fa scassare). Il fatto di sentirmi diversa non mi deprime, ma mi dà la dimensione della mia meravigliosa unicità, facendomi venire voglia di essere ancora più io. E – cosa buffa – di solito agli altri va bene così. Anche se magari si lagnano un po' o mi giudicano straaaana
In effetti, io non ho problemi ad amalgamarmi. 
Se voglio ci riesco. 
E' che di norma non voglio. 
Perché non me ne importa nulla. 
E nel 97% dei casi le persone finiscono per accettarmi per come sono, tutt'al più menandomela un po' per il fatto di non avere filtri, ma con tenerezza e simpatia. “Sono certa”, le dico, “che accetterebbero anche te. Io, di fondo, accetto tutti, incluse le persone più marroni. E loro, tu compresa, tutto sommato, fanno esattamente lo stesso. E accettano me, che pure sono marroncella”.
L'importante, di fondo, è imparare ad accettarsi da soli. 
E non sentirsi costretti a conformarsi. 
Perché alla fine della fiera sono tutti straaaaani
Ed è bello così.

venerdì 21 giugno 2019

Noioso ed illeggibile

IL DIRITTO DI CONTARE
di Margot Lee Shetterly


Pollice verso.
Verso il suolo.
La storia è interessante, e suscettibile di essere divertente quanto toccante ed impegnata.
Ma, ahimè, è solo impegnata. Oltre che semi-illeggibile ed ultra noiosa.
E sì che non ho scelto questo romanzo a caso: prima ho visto il film che ne è stato tratto. E che è delizioso: un piacere per la mente e per lo spirito.
Il romanzo no.
Il romanzo, purtroppo, privilegia l'aspetto documentaristico della vicenda (le prime donne di colore alla Nasa, tra sessismo e discriminazione razziale) a scapito di tutto il resto. 
Eppure trattasi di una storia vera dall'indiscusso fascino, fatta di persone, contesti ed eventi eccezionali.
Ma resi con questo stile sciatto ed ammorbato di note (manco a pié di pagina, ma da andarsi a cercare in fondo al volume, giusto per essere più comodi) la lettura diviene pura fatica e uccide tutto quello che c'è di buono attorno.
Occasione mancata.
L'unico punto che ho apprezzato è quello dedicato a Star Trek. Non in senso fantascientifico, ma sotto il profilo storico-sociale. Ovviamente alludo al confronto fra Nichelle Nichols, l'interprete del Tenente Uhura, e Martin Luther King. 
Ma sono appena una manciata di righe, decisamente poco per riscattare l'opera.
Quel che più dispiace è che le stesse protagoniste, sebbene indubbiamente persone fuori dal comune, vengano rese alla stregua di nomi cui vengono appiccicati addosso dati e accadimenti.
Non so se l'autrice abbia scritto altro.
Ma auspico sinceramente di no.

mercoledì 19 giugno 2019

Un eroe moderno

ULYSSE
di Jacques Lob e Georges Pichard


Non una trasposizione dell'Odissea, ma il racconto in versione fumettistica del periplo di Ulisse di ritorno dalla Guerra di Troia, rimontato e sfrondato di tutte le parti noiose. Si taglia, dunque, tutta la telemachia, mentre la parte che Omero dedica all'ingresso ad Itaca, ai Proci e a Penelope è grandemente ridimensionata, condensata in poche vignette. Persino il finale è diverso: più moderno, forse, più disincantato, ma, mio malgrado, è l'unica cosa che non mi è piaciuta (eccetto l'ultima pagina, che strizza un po' l'occhio a Dante).
Ma le differenze non si esauriscono qui: Omero è un membro dell'equipaggio e viaggia al fianco di Ulysse, di cui è uno dei migliori amici: la rappresentazione degli dei greci è molto fantasiosa, anche sotto l'aspetto concettuale, mentre la storia, altresì sul piano dei dettagli, è stata personalizzata e rivisitata, da punto di vista estetico e contenutistico, e persino tecnologico, con tanto di concessioni fantascientifiche (astronavi comprese) e quasi erotiche (ma molto soft). 
Più snella, lisergica e meno truce (in tal senso, l'episodio di Polifemo non fa eccezione).
Mutano topoi e archetipi, si vivacizzano, si aggiornano, ma rimangono l'avventura, l'imprevisto e l'immaginazione.
E anche le giunoniche donnone discinte di Georges Pichard, dalle labbra carnose e una profusione di lentiggini, ad esprimere, con la loro libertà di costumi e di intenti, qualcosa dell'animo sessantottino degli autori, che, peraltro, sia pur mitigato dai riferimenti classici, si respira in tutta l'opera. 
Seducente.