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giovedì 15 novembre 2018

Un autore sopravvalutato

IL LABIRINTO DEGLI SPIRITI
di Carlos Ruiz Zafòn


Quarto volume della tetralogia del cimitero dei libri dimenticati, sostanzialmente una mezza pizza.
Mi dispiace, ma ho sempre ritenuto Zafòn un autore sopravvalutato, capace di splendide descrizioni e magnifiche suggestioni, ma senza abbastanza immaginazione per sostenerle, trame convulse, eccessivamente morbose e barocche, e poche idee (che fanno rima con ossessione), per giunta destinate a ripetersi. I personaggi intensi lo riscattano un po', ma sovente assumono gli atteggiamenti della macchietta, smarrendo, purtroppo, ogni tridimensionalità. 
Questo volume non fa eccezione, e, per quanto mi riguarda, è assai meno interessante dei due predecessori, “L'ombra del vento” e “Il gioco dell'angelo”, e persino del terzo capitolo, il debole “Il prigioniero del cielo”. Forse la colpa è anche mia, che non ricordo i dettagli delle avventure passate e mi innervosisco sentendo di non cogliere tutti i riferimenti e le sfumature, ma la verità è anche che per le prime quattrocento pagine circa mi sono annoiata parecchio e solo dopo che il personaggio di Alicia Gris allaccia il suo destino con la famiglia Sempere riesce a conquistare la mia attenzione. Benché, diciamolo, nonostante l'emergere di complotti e vergogne storiche, non è che complessivamente succeda granché... C'è qualche lampo di luce, qualche frase memorabile e qualche momento riuscito, l'atmosfera è notevole e ammalia, però... Però il romanzo è statico, ripetitivo, fine a se stesso, se si va avanti è principalmente perché, comunque, Zafòn ha uno stile scorrevole, molto dialogico, e poco impegnativo. 
La parte finale, in particolare, quella dedicata a Juliàn, è veramente inutile e pesante e se ne poteva fare a meno.
In definitiva la domanda è: c'era davvero bisogno di un quarto capitolo?

mercoledì 14 novembre 2018

Un bieco esercizio di crudeltà?

MANIFEST


Lanciato come il nuovo “Lost”, somiglia di più a “4400”, ma resta una serie Tv interessante, con un buon ritmo e diverse tematiche sottese. 
Narra di un gruppo di persone salite su un normale aereo di linea e scese... 5 anni dopo, senza che per loro sia trascorsa più di qualche ora. Con tutto l'ovvio scompiglio che ne deriva (fidanzato sposato con la tua migliore amica, madre deceduta medio tempore, moglie che si è rifatta una vita, sorella gemella divenuta adolescente, mentre tu sei rimasto un bambino di nove anni...). Più amenità ulteriori, perché i passeggeri si ritrovano ad avere una voce – la propria – che impartisce ordini nella loro testa, che pare essere onnisciente e il cui fine non è sempre decifrabile. Unica certezza: è tutto collegato.
Al momento sono all'episodio sei, indi nemmeno a metà, ma posso affermare che la serie avvince fin da subito e rende facile l'immedesimazione, viste le forti risonanze drammatiche e umane che la vicenda comporta. E che, peraltro, è altresì stimolante sotto il profilo meramente fantastico.
Per quanto l'incipit non sia originalissimo, infatti, la storia riesce a seguire un suo percorso e lascia presagire sviluppi potenzialmente non troppo derivativi.
Unico neo, i personaggi: almeno per il momento, non sono troppo affascinanti e seppur simpatizziamo per loro, lo facciamo più per comune solidarietà che per specifica empatia. La protagonista, Michaela, poverina, sembra aver sbattuto la faccia contro un camion, ma, a parte questo, è – come suo fratello Ben, o sua cognata Grace, o l'ex fidanzato Detective – affetta da una personalità un po' spenta. La classica ragazza della porta accanto: brava, buona e senza mordente. E così gli altri personaggi, riscattati, però, dalla peculiarità e dalla difficoltà delle circostanze. Nonché da uno dei leitmotiv della serie: anche se ti trovi in una situazione disastrata, specie dal punto di vista sentimentale, non ci sono colpevoli e se pure sei comprensibilmente arrabbiato, non puoi prendertela con nessuno, ma solo accettare la cosa. In qualunque posizione ti trovi. Quella del marito cornuto, quella della moglie con un nuovo fidanzato, quella del nuovo fidanzato che viene cacciato tra la sera e il mattino per permettere alla famiglia di ricostituirsi.
Sul momento può sembrare un bieco esercizio di crudeltà, ma può essere altresì un modo per riflettere su se stessi, sull'amore e sui legami familiari e/o amicali, ed imparare ad incassare i colpi bassi della vita. Magari riuscendo addirittura a volgerli in positivo. Che si sia o meno dotati di strani poteri.

martedì 13 novembre 2018

Spaventoso, primordiale, atavico Male

CANI NERI
di Ian McEwan


McEwan mi piace. Per come scrive, per la sua eleganza e finezza, e perché riesce a dare alle sue trame sviluppi sinuosi e non sempre prevedibili, che parlano di una cosa, ma ne raccontano un'altra, più sotto e più indirettamente, che, alla fine, ti lascia un solco sottopelle, su cui ti ritrovi a rimuginare con te stesso, a lungo, con la consapevolezza che, forse, non hai nemmeno afferrato proprio tutto e che quindi ti conviene rifletterci ancora.
E se qui, infatti, si narra della biografia che sta redigendo Jeremy, della sua fame di affetto e quindi dei ricordi dei suoceri, June e Bernard Tremaine, legati alla seconda Guerra Mondiale, in realtà parliamo del Male, nella sua accezione più basilare e profonda, nonostante i connotati allegorici di fondo. Di come può manifestarsi, di come può cambiarci, anche se non ne facciamo direttamente parte, di come può ripercuotersi sulle nostre vite, fino a mutarne il corso naturale.
E ha una carica soprannaturale, questo Male, spaventosa, primordiale, atavica, per quanto, in realtà, sia tutto perfettamente spiegabile e quasi banale. Ma allo stesso tempo tracci linee contigue con questioni storiche e sociali cruciali per il Novecento, che vanno dal Comunismo al Nazismo, passando per il crollo del Muro di Berlino.
E poi, come sempre, è incredibile l'approfondimento psicologico che sta dietro ad ogni scena, la capacità di cogliere ogni dettaglio, ogni ripensamento, e di precipitarci nelle singole situazioni a più livelli, disegnandole direttamente nelle nostre menti.
E dunque pazienza se il romanzo è un po' dispersivo, un po' discontinuo, come se non avesse sempre chiaro dove andare a parare.
A completamento di ciò, nelle ultime pagine del volumetto, un prezioso saggio/intervista, che ci aiuta a focalizzare e analizzare alcuni passi del libro, chiarendocene, in parte, le motivazioni e il simbolismo.
Prossimi appuntamenti: "Il giardino di Cemento" e "Cortesie per gli Ospiti".

lunedì 12 novembre 2018

La plausibilità di un racconto

IL LIBRO DI HENRY
di Colin Trevorrow
(2017)


Che poi è un film, non un libro. 
E che per molti aspetti mi ha lasciata perplessa, incapace di capire se mi è piaciuto oppure no. 
Sicuramente è pieno di difetti, poco armonioso, approssimativo, e cambia pelle  troppo spesso e repentinamente, in modo forzato, artificiale. 
All'inizio è molto divertente, seppur affettato e zuccheroso, soprattutto per via di Henry, il protagonista, un adorabile ragazzino prodigio. Poi diventa ingiustamente triste, e io i film tristi li patisco. Quindi muta di nuovo e diviene altro, probabilmente quello che voleva essere. Ma si sviluppa in modo altalenante, come se fosse affetto da zoppia. E lo è, in effetti, affetto da zoppia. Perché pare un ibrido che non sa bene dove andare. 
Eppure non è nemmeno una brutta pellicola. Ci sono momenti dolci, altri gradevoli o persino divertenti. Henry è strepitoso e, in generale, gli interpreti sono ottimi. Non solo l'affermata Naomi Watts, ma anche i due bambini. E poi non è che annoi. Ci sono cali di ritmo, ma non vere e proprie stagnazioni. La trama ha una sua originalità ed è interessante, solo che appare raffazzonata, vulnerata da svariate ingenuità. E anche da attimi di eccessiva stucchevolezza.
Però non è che non mi abbia lasciato niente, quando è finito, tanto che mi è capitato di ripensarci. Ci sono tematiche stimolanti, solo amalgamate male. 
A ben rifletterci, ci sono anche diverse esagerazioni che a tratti mi hanno infastidita, specie nella seconda parte. Diciamo che uno deve impegnarsi per lasciarsi convincere della plausibilità di quello che avviene. 
Se riesce a farlo e se riesce a digerire la pateticità ricercata di certe situazioni senza cedere all'umorismo involontario, ecco, allora direi che il film può essere definito carino e può lasciare sensazioni positive nello spettatore.
Se no, ahimè, temo somigli di più ad una scemenzuola con rarefatti punti validi.

venerdì 9 novembre 2018

Un divertissement illustrato

LA DIVINA COMMEDIA – QUASI MILLE ANNI DOPO
INFERNO
un'opera di FEUDALESIMO E LIBERTA'


Un divertissement illustrato che fa il verso, ed al contempo aggiorna, la Commedia Dantesca, con tanto di corpose note a piè si pagina, modello Sapegno, e stile aulico (benché, purtroppo, le terzine di endecasillabi siano poche e si prediliga la prosa), infarcito di espressioni del tipo “il Duca mio” o “ed egli a me”, deliziosamente puntuali.
Al posto di Virgilio, dunque, troviamo Pierilio Agnola (alias Piero Angela), al fianco del quale incontriamo il fior fiore dei dannati, quasi tutti cadaveri eccellenti (e non necessariamente in oggi già defunti), da Brad Pitt a Steve Jobs, passando per i nostrani Tonio Cartonio e Gigi D'Alessio, oltre agli immancabili politici. Naturalmente ogni nome è “antichizzato”, spesso in modo creativo, ma sempre e comunque immediatamente riconoscibile, o in virtù del contesto o grazie alle note. 
Inoltre, l'occasione del viaggio nell'Oltretomba è, come insegna il Maestro, occasione di satira e invettiva nei confronti della società attuale, specie se nostrana, abbruttita da I-Phone, Reality e varie cialtronerie. Anche qui, per quanto identificabili senza fatica, passate attraverso un processo di “dantizzazione”, ma non per questo meno amene.
L'opera è simpatica, a tratti umoristica, con qualche colpo di genio a renderla più stuzzicante e, talvolta, ci concede vere e proprie risate.
Forse, in alcuni passi, appare – volutamente – un po' pedantella, ma nell'insieme si affronta volentieri, meglio se a piccoli brani.
Arriveremo mai al Purgatorio?

giovedì 8 novembre 2018

Una lunga fiaba su base storica

CENT'ANNI DI SOLITUDINE
di Gabriel Garçia Marquez


Scordatevi che mi metta a dissertare di realismo magico e di prolessi... Le mie sono recensioni di pancia, umorali e scarsamente tecniche, quindi vi basti sapere che questo romanzo è una bomba.
Una bomba di grazia e bellezza, umana e stilistica, che talvolta resta sospesa, o si interrompe, ma più spesso si avviluppa ad altre trame, una bomba punteggiata di espressioni sublimi come “sfranta di decrepitezza” o “il bulicare dell'agonia”, ma, soprattutto, pervasa di un'atmosfera meravigliosa, fatta di epifanie e di rivelazioni improvvise, di amori e di guerre, di soprusi e di incanti, senza limite alcuno a ciò che può accadere e personaggi incredibili – in particolare quelli femminili – che si avvicendano, e sempre lasciano il segno.
Lo so, in principio il romanzo pare ostico, involuto, specie considerando che i protagonisti han tutti lo stesso nome, e non è facile distinguere tra José Arcadio, Aureliano, Arcadio Secondo e Aureliano Secondo... Per tacere poi dei diciassette che verranno dopo... A me, a suo tempo, era stato consigliato di munirmi di foglio e matita e di disegnare man mano un albero genealogico, ma, a mio avviso, non è necessario: basta non incaponirsi troppo. Basta lasciarsi trasportare, seguire il flusso della corrente, e farsi stregare. Si susseguiranno emozioni fortissime, momenti di attonita bellezza e vertiginosa poesia, mentre noi verremo avvolti dalla dolcezza tutta latina di Macondo, nonostante le sue piogge e le sue formiche, e delle sette generazioni di Buendìa che andremo a conoscere e a veder morire.
Un classico del Novecento, certo, ma anche una lunga fiaba su base storica, immaginifica ed inesorabile, in cui ogni personaggio è mitico e immortale, a prescindere dal suo nome.
Un romanzo che va letto più volte, anche consecutive, perché cambia di continuo e sempre racchiude verità differenti.

mercoledì 7 novembre 2018

Una piccola gemma disegnata

IN CUCINA CON KAFKA
di Tom Gauld


Non in cucina (la cucina qui è davvero secondaria e occupa giusto lo spazio di una battuta)... più in biblioteca, dire, anzi, di più ancora in libreria. 
E non solo con Kafka, ma con tutti gli amanti dei libri. Più quelli che, per lavoro, ci hanno a che fare.
Un volumetto spassoso, ameno, giocherellone, fatto di vignette a tutta pagina, più o meno stilizzate. Che non sempre fanno sganasciare, ma che sicuramente portano a sorridere, ad ammiccare, a dire... ma guarda! Perché a volte ci sono cose che un semplice lettore non sospetta (a questo proposito, consiglio anche la lettura dell'introduzione...), anche se, sotto sotto, le sapeva già.
Più ironico che comico, è comunque una piccola gemma, disegnata in modo essenziale, ma colorata, efficace e d'effetto, specie se si leggono tutte le pagine di seguito, entrando nell'ottica che vogliono rappresentare, multivalente e polisemica, citazionistica, ma non troppo.
Un volume fatto per i lettori, ma forse ancora di più per gli addetti ai lavori, che sbeffeggia il mondo che ama, quello dell'editoria, e che al contempo lo esalta e lo canta, prendendosi gioco altresì del suo tramontare, del suo essere svilito e vilipeso a causa dello sviluppo della tecnologia.
Un'opera versatile, dunque, che solo casualmente appartiene al circuito fumettistico, essendo altresì adatta a chi diffida della letteratura disegnata, ma che comunque ama leggere...

martedì 6 novembre 2018

Una risata a fior di labbra

ZUCKERMAN SCATENATO
di Philip Roth


Roth sa essere perspicace, e rappresentare realtà, nevrosi e sentimenti in modo capillare e dicotomico, cogliendoli nella loro feroce interezza. Qui, però, come già nell'eccezionale “Il Lamento di Portnoy”, sceglie di essere soprattutto ironico – e autoironico – ed attraverso il suo alter ego letterario Nathan Zuckerman, ricorrente in diverse sue opere, tra cui “Pastorale Americana”, dileggia prevalentemente se stesso, scrittore finalmente giunto all'apice del successo, ma, non per questo, alla serenità. Anzi, la gestione dell'improvvisa celebrità risulta alquanto difficoltosa (tanto da ingenerare, oltre che i commenti e le conclusioni più assurdi, da parte di conoscenti come di perfetti sconosciuti che confondo Carnovsky, il protagonista del suo libro, con Zuckerman stesso, altresì reazioni bislacche, paranoie, e, addirittura, una “ragionevole” richiesta di riscatto).
E così Roth ci fa sorridere sin dalla prima riga, arrivando a farci sbellicare ogni volta in cui compare il logorroico Alvin Pepler (il nome è diverso, ma riguardatevi il film “Quiz Show”, diretto da Robert Redford nel 1994, per quanto successivo: è ispirato ad una storia realmente accaduta che, evidentemente, l'allievo più geniale di Saul Bellow ben conosceva), uno dei personaggi di Roth più riusciti in assoluto, tanto da sembrare vivo e pulsante persino attraverso la pagina scritta, il quale, tuttavia, ha altresì il potere di irritarci coi suoi monologhi interminabili e di suscitarci qualche legittimo sospetto.
Un romanzo imprevedibile, acuto, lucido e incisivo, ma anche breve e succinto, che procede rapidissimo, tra un'autoanalisi e una riflessione, ma sempre con una risata a fior di labbra. 
Un romanzo che intrattiene, che fa compagnia, ma che aiuta anche a crescere, che arricchisce, e mette la coscienza di Zuckerman sotto un microscopio, permettendoci di intravedere pure la nostra, senza retorica e senza lo scudo delle consuete difese.

lunedì 5 novembre 2018

Gli irrequieti adolescenti spagnoli

ELITE


Serie Tv in otto episodi che ha molto in comune con “La Casa di Carta” - l'ambientazione iberica e tre degli attori principali – ma ancora di più con “Big Little Lies – Piccole Grandi Bugie” (si vedano post 7 aprile 2017 e 28 aprile 2017) riguardo a impostazione narrativa (stralci di interrogatorio affiancati al susseguirsi dei fatti avvenuti in precedenza) e tema centrale: ossia: chi è morto (qua si scopre molto prima) e soprattutto chi lo ha ucciso e perché? Come nella serie tv con Nicole Kidman, inoltre, ad essere messa sotto il microscopio, con la scusa del giallo/thriller, è l'ipocrisia delle classi abbienti, specie quando le loro dinamiche e gerarchie vengono turbate a causa dell'inserimento di elementi estranei. La differenza è che, invece di mamme isteriche e bambini delle elementari, in “Elite” siamo alle prese con irrequieti – e spesso infelici – adolescenti spagnoli.
La serie non è perfetta e presenta molte sbavature e piccole illogicità (chi pesterebbe mai a sangue un malato di AIDS?), ma ha un ottimo ritmo, personaggi interessanti, specie quelli femminili – Nadia e Carla su tutti – che, sovente, hanno il pregio di cambiare o di non essere proprio come ci sono apparsi all'inizio – ovviamente alludo a Guzmàn e Lucrecia, ma pure a Christian e a Polo –  e ha il pregio di affrontare tematiche attuali e stimolanti, incluse alcune che, ultimamente, non sono più tanto modaiole (sieropositività). 
Precisazione: se Jaime Lorente/Nano è pressoché identico a Denver ne “La Casa di Carta” e così Marìa Pedraza/Marina ricalca il personaggio di Alison Parker, Miguel Herràn, nel passare da Rio a Chrstian, sembra invece un'altra persona. Anche fisicamente. Complimenti, ragazzo!

venerdì 2 novembre 2018

Il trasporto della mente

PROGETTO GIOVE
di Fredric Brown


Di Brown avevo letto e amato “Assurdo Universo”, ma non credo che sarei arrivata “su Giove” senza il consiglio di Luca, che quindi ringrazio, perché, oltre che di un classico della fantascienza, trattasi di un romanzo bellissimo e poco prevedibile in molti dei suoi sviluppi, che, in effetti, aderiscono al genere, ma, al contempo, se ne allontanano volutamente, dando luogo a qualcos'altro... Qualcosa che, più che ad un'avventura, assomiglia alla sua preparazione, all'elaborazione di un sogno stupendo, trascendentale, per il singolo e per l'umanità, ma faticoso e ricco di inciampi, e che, quindi, come tale, corrisponde ad un'avventura, ma disperatamente romantica, nell'accezione migliore del termine, e lirica e struggente, più che “avventurosa”.
Invero, i punti in comune col più famoso romanzo di Brown (che pure ad un certo punto viene inequivocabilmente citato con tante strizzate d'occhio) non sono tantissimi, nemmeno in ordine a stile e sottotesto (per quel che ricordo). Qui, al posto di assurdità, ironia e divertimento, ci sono i meccanismi della politica, la disillusione, l'amore, il lutto, e... Ed evito spoiler, ma è la fine, soprattutto, a rendere questo volume stupendo ed indimenticabile. Perché ne cambia il significato e ne altera l'umore, rendendolo più profondo e più alto di come pareva dovesse essere, permettendogli di superare i suoi stessi confini. 
La realtà distopica che viene presentata, dunque, per quanto “passata” (siamo quarant'anni nel futuro rispetto a quando l'autore ha stilato la prima versione del romanzo... ossia rispetto al 1953, in altri termini cominciamo la nostra vicenda nel 1997) è futuristica e alimentata dagli afflati progressisti e poetici dei protagonisti, che, però, affrontano la questione in modo concreto e realistico, nell'arco di più anni, in cui le questioni, pur appassionanti, non concernono viaggi spaziali, ma, appunto, la loro progettazione. 
L'opera è molto cerebrale, piena di riflessioni (meravigliose quelle misticheggianti sul trasporto della mente), ma ancora di più è prevalente l'umanità dei suoi protagonisti, e di Max Andrews, in particolare. Che non è il solito eroe tutto muscoli e animo immacolato, ma un tecnico di mezz'età, depresso e con la coscienza non sempre linda... che non potremo non amare. 
Ristampato nel 2017 da Urania.

giovedì 1 novembre 2018

Libri in attesa

AGGIORNAMENTO LETTURE


Faccio il verso al mio post del 24 luglio scorso, in cui mi lamentavo di essere in dietro rispetto alla mia tabella di marcia mentale. 
La verità è che sarò sempre in dietro rispetto alla mia tabella di marcia mentale: innumerevoli sono i libri che voglio leggere, tuttavia, da allora qualche progresso l'ho fatto, benché altri volumi si siano aggiunti alla mia lista e quindi, sostanzialmente, la mia situazione non sia davvero migliorata. Sotto altri profili, però, questa è una fortuna, perché mi permette di avvalermi sempre di uno dei diritti irrinunciabili del lettore: la scelta.

Ebbene, delle 18 letture che avevo in corso circa tre mesi orsono (scrivo la notte del 24 ottobre), ne sopravvivono 5, ossia: Fiabe di Andersen; La Divina Commedia – Inferno – Quasi Mille Anni Dopo (che ho quasi finito); Il Declino della Violenza di Steven Pinker; L'Altra Grace di Margaret Atwood e Il Labirinto degli Spiriti di Zafòn, a cui devono aggiungersi: 

  • Herzog di Saul Bellow;
  • Metro 2033 di D. Glukhovsky; 
  • Teatro Grottesco di Thomas Ligotti;
  • The Outsider di Stephen King;
  • Cent'anni di Solitudine di Marquez (quasi finito);
  • Guida al Cinema di Fantascienza;

In sostanza, ne ho portate a termine 13 su 18 e ne ho in corso 11 (di cui 5 attinte agli elenchi che nel vecchio post figuravano come successivi, ossia DA LEGGERE, IN ATTESA SUL BRACCIUOLO DEL DIVANO – che erano 26 – e DA LEGGERE, IN ATTESA SUL COMODINO – che erano 13 –.
Più precisamente, dei suddetti 26 ne ho terminati 12, mentre, appunto, 3 sono passati in lettura. Restano, dunque, del secondo elenco, questi 11 libri: 

  • I Racconti di Malà Strana di Jan Neruda;
  • Qualcuno con cui Correre di David Grossman;
  • Altrove, forse di Amos Oz;
  • Guida al Fumetto Italiano Odoya;
  • Dieci Autori Raccontano Feltrinelli;
  • Augustus di John Williams;
  • Amatissima di Tony Morrison;
  • Intervista con la Storia di Oriana Fallaci;
  • Bestiario di Cortàzar;
  • Rumore Bianco di Delillo;
  • L'Abisso di Huysmans;

Cui, nel frattempo si sono aggiunti questi ulteriori 17 (per un totale di 28):

  • Quello che rimane di Paula Fox;
  • Favole a colori di La Fontaine;
  • Tony & Susan di A. Wright;
  • La Quinta Onda – L'Ultima Stella di Rick Yancey;
  • Underground di Murakami;
  • Abbiamo sempre vissuto nel castello di S. Jackson;
  • The 100 di Kass Morgan;
  • Arte di Yasmina Reza;
  • I figli dell'invasione di J. Wyndham;
  • Lui è tornato di T. Vermes;
  • Suspiria De Profundis di Thomas De Quincey;
  • Cerimonia di Sangue di T.E.D. Klein;
  • La famiglia Aubrey  di Rebecca West;
  • Piccole Donne di L. M. Alcott;
  • Anna dai Capelli Rossi – La Grande Casa di L. M.. Montgomery;
  • Rinascimento Italiano di Rose-Marie e Rainer Hagen;
  • Nuova Enciclopedia degli Animali a cura del Touring Club Italiano.

Quelli in attesa sul comodino, invece, sono più o meno gli stessi 13 menzionati in luglio, meno i due passati in lettura.
Tra tre mesi circa farò un'altra verifica, sperando che ci sia anche qualche progresso in ordine ai poveri tomi abbandonati sul comodino... Se non saranno stati letti, poverelli, che almeno siano passati tra quelli di scelta più probabile sul bracciuolo del divano! 

P.S.
Perché dovrebbe interessarvi che cosa sto leggendo o sto per leggere? Perché devo affliggervi con questi cavolo di elenchi?
Beh, se non vi interessa che siete arrivati a fare sino a qui? 
Ad ogni modo, la risposta è che a me interessa sempre sapere che cosa leggono gli altri, quindi... perché no? 

Baci e omini col turbante.

mercoledì 31 ottobre 2018

Sulla carta nessuno può sentirti urlare

ALIEN
di Alan Dean Foster


La storia la conosciamo tutti, il film anche... Il romanzo (che poi è una novelization, vale a dire l'adattamento della sceneggiatura) magari, no.
Ma non è una novità, è stato scritto nel 1979.
La trama è la medesima della pellicola – sebbene non assolutamente fedele, atteso che ci sono delle differenza, neanche sempre marginali – ma, visto il diverso mezzo di comunicazione, permette di comprendere meglio tanto la psicologia dei personaggi, quanto le questioni umane (e non) sottese alla vicenda,  incluse le necessità di sopravvivenza del nostro alienaccio prediletto, con il quale riusciamo persino ad immedesimarci un po'. 
Certo, inevitabilmente, la parola scritta ci riporta alle scene più famose del film e ai suoi interpreti (si può immaginare Ripley diversa da Sigourney Weaver?), ma, allo stesso tempo, le ricostruisce per noi con sfumature nuove e leggermente diverse, a volte persino più piene.
Meno tensione, quindi, e più introspezione, meno ansia, ma più amarezza, solitudine, desolazione. E persino più simpatia verso il gatto Jones.
Sganciandosi, dal film, comunque (che, mi dispiace, a me ha sempre dato una certa sonnolenza... tanto più che – lo affermo a costo di rischiare il linciaggio – al capostipite di Ridley Scott preferisco di gran lunga il secondo capitolo, Aliens – scontro finale, di James Cameron), dopo l'asetticità iniziale, si rimarrà ben invischiati nella vicenda, tanto che il volume, già di per sé non troppo lungo, si finirà in un attimo. Lo stile, infatti, nonostante qualche tecnicismo, è scorrevole e rapido, e privilegia l'azione, pur contornandola di quel po' di riflessione/empatia necessaria per farcela vivere completamente.
Per i fan, e per chi, comunque, ha sempre voglia di una seconda metabolizzazione.

martedì 30 ottobre 2018

Senza sentimento e senza emozione

SOLO – A STAR WARS STORY
di Ron Howard
(2018)


Ahimé, il solito filmetto della Disney per famiglie, che, al di là dei suoi pesanti limiti intrinseci, potrebbe anche essere carino e simpatico, o quanto meno un discreto intrattenimento usa e getta, se non suscitasse il disgusto dei poveri fans storici abbeverandosi vampiricamente alla fonte di George Lucas.
Di sicuro, peraltro, non riesce ad essere peggio degli imbarazzanti episodi VII e VIII.
I difetti sono sostanzialmente tre: nessun protagonista carismatico (i comprimari rubano di continuo loro la scena), molte sbavature, e un ritmo poco mordace, con qualche momentuccio di stanca.
Il problema maggiore, però, consiste proprio nell'interprete di Han (Alden Ehrenreich): un bamboccino insipido e troppo giovane (Lando e Qi'ra sembrano i suoi genitori!), lontano dal fascino canagliesco di Harrison Ford. Per tacere di quanto è patetica l'origine del suo cognome. Purtroppo nemmeno Emilia “Daenerys” Clarke brilla nei panni di Qi'ra, risultando del tutto dimenticabile.
Per giunta, tante trovate sono pateticamente riciclate (dal detonatore termico in avanti, per quanto con esito diverso), mentre l'incontro con Chewbecca sa terribilmente di buco narrativo (La bestia? Ma non lo sanno che gli Wookies sono un popolo evoluto? E perché Han conosce la loro lingua e gli Imperiali, no? Che sono, raccomandati?). 
La verità è che, complessivamente, 'sto film sembra un compitino svolto senza amore:  in cui tutto più o meno si incastra, ma in modo meccanico, senza sentimento e senza emozione. 
Inutile.

lunedì 29 ottobre 2018

Semplice e divulgativo

GUIDA ALLA LETTERATURA DEGLI STATI UNITI


Più precisamente relativa agli anni 1945 – 2014, e, come tale, indispensabile, nel senso che è facile reperire una letteratura USA per gli anni precedenti, e per i classici in particolare, ma i tempi attuali sono di solito trascurati.
E quindi qui troviamo, in ordine alfabetico, Stephen King e Philip Roth, Alice Walker e Truman Capote, Raymond Carver e Kurt Vonnegut. Solo per fare qualche esempio...  
Di ciascuno ci vengono proposti (mediamente in sei pagine circa) poetica, chiave interpretativa, biografia, curiosità, tematiche ricorrenti e percorsi narrativi, in modo, come al solito (in riferimento alle guide Odoya), semplice e divulgativo, accattivante sotto il profilo grafico, ma critico e non superficiale, anzi, magari sarà persino possibile scoprire qualcosa di nuovo di autori di cui abbiamo letto tutto (benché non sempre è detto che condividiamo i relativi consigli di lettura), oltre, naturalmente, trovare nuovi spunti di lettura o di approfondimento. 
Inoltre, potrete, senza fatica e in modo quasi naturale, mettere un po' di sistematicità alle vostre pregresse conoscenze. 
In coda, approfondimenti storico-critici su Musica, Poesia e Teatro, in cui, più che ai singoli autori, si cerca di dare spazio alle correnti letterarie.
Della stessa serie ho comprato “Guida alla letteratura tedesca”, ma, per quel che ne so, non esiste un volume simile per la letteratura francese, inglese, spagnola o italiana... Per esempio. E, insomma, il mio auspicio è questo: che si rimedi! Perché il problema è lo stesso: tutti scrivono sui classici. Ma gli altri?
Grazie a chi vorrà provvedere.

venerdì 26 ottobre 2018

Sei romanzi in uno

IL PESO DEI SEGRETI
di Aki Shimazaki


Sei romanzi in uno, seppur la storia sia la stessa vissuta da punti di vista diversi, per cui ci sono elementi che si ripetono, ma anche sfumature che si aggiungono, fatti diversi che si incastrano e danno nuove risonanze a questioni che si credevano già conosciute... Alla lunga lo stratagemma potrebbe stancare, anche perché i singoli personaggi non sono fortemente caratterizzati, ma ciò non avviene perché si rimane comunque avvinti dalla trama e dalle sue screziature, dai suoi abissi. 
Un volume molto lieve, per quanto concerne fluidità, essenzialità e schiettezza, pacato nei toni, e quasi freddo, in certi passaggi, che possono parere superficiali, ma che, probabilmente, chiedono solo di essere ripercorsi con dignità e compostezza, come tipicamente preteso dalla mentalità giapponese, ma impegnativo e doloroso sotto il profilo storico ed emotivo. 
Non sono facili, infatti, le vicende narrate: né su piccola scala (saltano fuori abusi, tradimenti, amori frustrati, incesto, abbandono, lutto...), né su scala più ampia (parliamo della bomba di Nagasaki, ma anche del terremoto del 1923 in Giappone, nonché dei conflitti con la Corea) e forse solo grazie allo stile apparentemente asettico, ma elegante e delicato, riusciamo ad andare avanti. Perché se cedessimo al dramma, saremmo perduti.
Il testimone passa di generazione in generazione, e spesso ci lascia basiti, senza fiato, mentre ci addentriamo in un vortice di accadimenti che non ci vengono presentati in modo lineare, ma vanno arricchendosi man mano, come completando caselle che prima parevano invisibili, sino a formare un quadro avvincente, ma desolante e triste, sebbene non privo di riscatto.
Da leggere, ma non se si è in un momento di particolare fragilità.

giovedì 25 ottobre 2018

Dissacrante e cattivo come pochi

RICK & MORTY


Tre stagioni di puro, spaziale, frenetico divertimento per un totale di 31 strepitosi episodi!
Cartone Animato vietato ai minori, dissacrante e cattivo come pochi, a metà fra “Ritorno al Futuro” e “Doctor Who”, con in mezzo una bella iniezione di demenzialità e due cucchiaioni di unpolitically correct e un pizzico di goduto splatter trucidello. In altre parole... un capolavoro!!!
A MPM non piace, lo trova sciocco, senza senso, ma, a mio avviso, è perché non lo sa guardare: intanto ci sono alcune trovatine a livello immaginifico che sono esplosive, citazioni fantascientifiche e non, pensate geniali, ammiccamenti dotti, e tocchi di classe magnifici. 
In secondo luogo... non ho mai visto qualcosa che fosse più coraggioso, graffiante e non disgustoso (sì, va be', qualche momento scatologico c'è, e Rick rutta di continuo, cosa abbastanza ributtante, ma rispetto a South Park, per dire, siamo tra signori), per giunta, sovente ingentilito da recrudescenze drammatiche o desolanti, che fanno cambiare registro e tono, sia pure per pochi istanti cruciali.
Rick, poi, è un personaggio incredibile, pieno di verve, di risorse, ma anche interessante sotto il profilo umano, perché proprio quando si rivela all'apice della sua grettezza, ecco che salta fuori un altro lato della sua personalità, quasi buono e generoso... In quanto a Morty, invece... Be', lui è uno stupido ragazzino imbranato, a volte dolce e sensibile, a volte decisamente no, ma come spalla del nonno genio è fantastico e i due insieme generano un'alchimia meravigliosa. E anche il resto della famiglia (padre, madre, sorella), con le sue debolezze e contraddizioni, è piuttosto riuscito. Per tacere, poi, delle trame: nonostante la mania citazionistica sono imprevedibili, originali e articolate, con continui squisiti ribaltamenti. E così la mitologia, che nel corso della serie va elaborandosi, alla base del Cartone Animato: fatto di multiversi, cambi di realtà e personaggi pittoreschi. 
Imperdibile.