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venerdì 30 ottobre 2015

Una fiaba scritta come una poesia

IL PESO DELLA FARFALLA
di Erri De Luca


...La farfalla sul corno del camoscio, la farfalla bianca, che si è posata lì e ha deciso di rimanerci.
E che, nella mia interpretazione, rappresenta la bellezza e l'eternità, la cristallizzazione di un momento, che è uno solo eppure, in qualche modo, contiene tutti gli altri.
Perché comunque erano diretti lì.
Una farfalla che è un paradigma, dunque. E che per certi versi ancora mi lascia perplessa, e di cui non sono sicura.
Che mi porta a vacillare e mi induce a guardarla da un altro lato.
Ma che mi è piaciuta, e che è la cosa più bella del libro.
Più che un libro un racconto, sessanta pagine scritte larghe.
Un racconto particolare, però, che si legge come una fiaba e che è scritto come una poesia, seppure in prosa. Che è rapido e lento e descrive un momento cruciale, soprattutto, visto che ogni frase tende ad arrivare in quell'attimo, e lì si ferma, pur andando avanti, ma che al contempo contiene due vite, quella di un camoscio – non uno qualunque, ma il più forte di tutti, il più grosso, il maschio dominante, che da vent'anni troneggia sui suoi simili sulla montagna, e che ormai è anziano e prossimo ad essere scalzato dal suo ruolo – e quella di un cacciatore, anche lui vecchio, anche lui speciale, perché, paradossalmente, è proprio soprannominato il Camoscio, dato che ne uccide più di tutti gli altri (ma non gli stambecchi. Gli stambecchi non più).
E all'inizio odiamo il cacciatore, ma poi ci rendiamo conto che lui e il camoscio sono uno, e che entrambi sono soli, e più simili tra loro di quanto ci siano parsi all'inizio.
Speculari, quasi.
Ma c'è altro, nascosto fra le immagini e le parole.
E i piani di lettura si sovrappongono e divengono simbolo e allegoria e vanno scoperti pian piano.
Ed è bello addentrarvisi, anche se la paura è sempre di aver lasciato indietro qualcosa.
In appendice, un breve brano, “Visita ad un albero”, per non rendere troppo traumatizzante voltare l'ultima pagina.

Per restare ancora un istante in sospensione, prima di chiudere il libro.

giovedì 29 ottobre 2015

Morgan Lost e i canoni Chiaverottiani

MORGAN LOST
di Claudio Chiaverotti


Ho letto il primo numero... ed è la solita “chiaverottata”, nel bene e nel male, con in più la bellezza della tricromia.
Nel bene: perché il personaggio, e soprattutto l'atmosfera, sono fiabeschi, evocativi e dark, forse giusto lievemente più crudi del solito, con qualche intuizione felice alla base. La storia è scorrevole e non sgradevole.
Nel male: perché sa tutto di inflazionato, di già sentito (“Morgan Lost” pare un mix tra “Brendon” (75%) e “Demian” (15%), più un pizzico de “L'implacabile”, di “Sin City” e di “Brazil”) e spesso gli spunti suggestivi evaporano nell'inconsistenza, o sono troppo insistiti. Insomma, un'opera artigianale che merita la sufficienza, ma non molto di più.
Del resto, trattasi di un fumetto targato Bonelli, quindi, se c'è una cosa che sappiamo, è che non possiamo aspettarci dell'originalità (salvo che per le supereccezioni, quali “Napoleone”, “Gea” e “Jan Dix”, nonché per il “Dylan Dog” prima maniera, nonostante i diffusi omaggi e citazioni).
Altro difetto: “Morgan Lost” è un personaggio apparentemente ambiguo e misterioso, ma in realtà privo di sottintesi, per cui alla fine risulta piatto e scontato.
Però...
rispetto ai soliti canoni Chiaverottiani la struttura del fumetto è più solida, più meditata: sembra che l'autore, questa volta, voglia davvero condurci da qualche parte, anziché prenderci per i fondelli con sogni, ricordi, sogni di ricordi, ricordi di sogni, ed esasperanti versioni alternative destinate a crollare su se stesse.
E, alla fine, a parte qualche inciampo, seguirlo non ci dispiace.
Anche se, certo, questo continuo struggersi e “rincorrere” il dolore a tutti i costi, tipico di Chiaverotti, dopo un po' stanca, specie considerando che la minestrina sarebbe più efficace se alternata a riflessioni autoironiche, ad esempio, che invece è del tutto assente.
Emozioni?
Poche. Non riesco a provare grande empatia per i personaggi unidimensionali: restano sulla carta, appunto, non mi arrivano al cuore. E sono così inverosimili, a livello generale, che... beh, qualunque cosa accada loro, pazienza. Tanto appena finisco di leggere, li ho scordati.
In conclusione, tante innovazioni, ma sono solo a livello grafico.
Splendide e d'effetto, ma puramente formali.

Ad ogni modo, c'è di peggio...

mercoledì 28 ottobre 2015

Il ribaltamento della fiaba classica

LA REGINA NEL BOSCO
di Neil Gaiman


Illustrata da Chris Riddell in bianco, nero e oro, si presenta come una fiaba classica, per poi stravolgerne i canoni. E rimescolarli pure un po', già che ci siamo.
In parte, d'accordo, in modi già sentiti, ma non senza qualche inaspettata sorpresa e qualche bel ribaltamento che, personalmente, sono felice di non aver saputo prevedere...
Ribaltamento, si badi, non solo rispetto al classico ruolo di principesse e regine (che ormai, è evidente, dei maschi non sanno più che farsene), ma anche in ordine alla “coscienza civica”, al Bene e al Male e al concetto stesso di lieto fine...
In più, ci sono i tocchi alla Gaiman: ad esempio, è un piacere scoprire chi è la Regina... Anche perché la conosciamo!
Oh, sì.
Anche tu, lettore occasionale, che ti sei avventurato qui per caso e pensi di no, perché magari Gaiman non l'hai mai letto o non ami le fiabe...
Ed è un bel colpo di scena, davvero, ma non sleale. Non uno di quelli campati in aria o tirati per i capelli, perché gli indizi c'erano, e noi avremmo dovuto arrivarci...
In ultimo, io ho adorato il finale, ma anche ciò che avviene subito prima, al di là del bacio lesbico, che ormai sta diventando quasi d'obbligo...
Oltre a ciò, a rendere questa un'opera preziosa, a prescindere dall'età, ci sono l'atmosfera, evocativa e divinamente “fiabesca”, dal sapore antico, le parole scelte con cura e “polvere di fata” sparsa un po' ovunque.
Ma anche delicata ironia e strizzate d'occhio.
E, in fondo, addirittura una nuova incidentale variazione sul tema zombesco (assai godibile).

Non un capolavoro immancabile, magari, ma sicuramente una bella storia.

martedì 27 ottobre 2015

Mero intrattenimento


THE AVENGERS – AVENGERS 2
di Joss Whedon

(2012 - 2015)
 
 
Si sa, se i film della DC sono caratterizzati dai toni tragici, quelli della Marvel sono invece delle allegre commedie per famiglie, magari con una patinuccia di dramma nei punti giusti... Neanche a dirlo, ho sempre prediletto gli stilemi DC, dotati di maggior spessore e intensità, tuttavia “Avengers” è stato una sorpresa!

Le mie aspettative erano bassine, ma è una pellicola divertente, non priva di magagne, magari (alcuni personaggi, ad esempio, non “spaccano” quanto dovrebbero, mentre Robert Downey Jr. – che in effetti è burbanzoso, arguto, e simpatico, e l'unico, forse, tra i protagonisti, ad essere davvero dotato di carisma – ruba la scena a tutti, pure quando sarebbe meglio di no), però le battute sono al fulmicotone, le scene di massa eccezionali, il ritmo incalzante, le emozioni forti, e sempre più man mano cresce il “senso della squadra” (che, davvero, ti prende al cuore), i riferimenti nerd sono pregevoli, e c'è un'ottima miscela di azione e dialoghi, con parecchie perle distribuite ad arte...

Insomma, mero intrattenimento, ma di quello doc, che ti rinfranca lo spirito e non ti lascia il dubbio di aver speso male il tuo tempo.

Non solo, per la prima volta in vita mia ho persino amato Hulk, il più tenero e problematico, nonché il più figo degli Avengers (almeno in versione verde)! In particolare alla fine dell'epico combattimento contro i Chitauri, quando, dopo che finalmente i legami tra i membri della squadra si sono rinsaldati, il pathos è alle stelle, e ci sembra di amarci tutti gli uni con gli altri, lui... lui tira un pugnazzo a Thor! Perché, al di là del momento slapstick, Hulk rimane sempre, fortemente se stesso! E Hulk... sì che spacca!

Più tiepido, invece, il mio parere riguardo al sequel, Age of Ultron.

Per carità, è carino, ma... in certi punti (specie nelle scene iniziali) sembra un videogioco (se capita per un minuto non c'è problema, ci sta, ma qui i minuti mi sono parsi un po' troppi), Hulk è diventato una palla di noia, Quicksilver non mi piace (quanto ho rimpianto quell'adorabile mascalzone apparso nel notevole “X-men – Giorni di un futuro passato”), per tacere di sua sorella sciroccata e del fatto che insieme sembrino più incestuosi dei gemelli Lannister. Per giunta, talvolta il ritmo stagna un po' (non tanto, giusto un poquito), e la battaglia finale, sotto molti profili, pare un remake di “The Avengers”, con Ultron al posto di Loki, piuttosto che una nuova avventura...

Di positivo, comunque: idee nuove, un maggior tentativo di introspezione/approfondimento nei confronti dei protagonisti, la capacità con una sola, sintetica pennellata, magari semi-comica, di rappresentare la qualità pregnante di ogni personaggio (ad esempio, la sequenza in cui Visione passa al martello a Thor) e la figura di Occhio di Falco, assai più affascinante e complessa rispetto al primo film. Inoltre ho trovato spassosissima la discussioncella tra Iron-Man e Thor, su chi avesse la fidanzata più in gamba... e – benché in fondo sia poca cosa – la citazione della canzoncina del Pinocchio disneyano.

Ad ogni modo, lo ammetto, criticucce a parte, mi è spiaciuto parecchio apprendere che nel prossimo seguito la squadra degli Avengers non comprenderà più alcuni dei suoi pilastri portanti... Anche se ci sono già state preannunciate new entry e nuove emozioni!

lunedì 26 ottobre 2015

Il dolore sotteso


IL PIATTO PIANGE
di Piero Chiara
 
 
Romanzo vivido, vivace e vitale, che offre uno spaccato della cittadina di Luino, sul Lago Maggiore, dei suoi abitanti – osservati in superficie e in profondità – con molti momenti ironici, sovente quasi umoristici, parecchie trovate divertenti, ma anche fattacci di sangue, malattie veneree, aborti, drammi, e risvolti tragici…

Sì, perché in quel di Luino (in cui Chiara è nato), dove tutto appare calmo e in ordine, persino addormentato, le cose non stanno proprio così, e la variopinta fauna umana che popola il paesino appena può si divide tra segreti e partite di carte clandestine, facendo, quando riesce, una puntata alla casa di piacere di Mamarosa, la tenutaria, che ormai è divenuta un’istituzione fra le più care.

Il registro è principalmente ironico, ma non ci impedisce di ascoltare soprattutto sventure – dal sapore squisitamente realistico – e nemmeno di percepire ombre o di lanciare sguardi sul futuro, che di solito si presenta fosco.

Piero Chiara ritratto dal nostro vignettista

Al momento siamo negli anni 30, il Fascismo è diffuso, ma è più occasione di burla e di equivoco, che vero e proprio spettro… La faccenda cambierà nel 1943, in molti casi, quando la Storia presenterà il suo conto...

L’andamento della trama, tuttavia, non è lineare e nemmeno organico: si parte dalla bisca clandestina, e, a poco a poco, si seguono i personaggi di spicco del paese, e i loro guai, saltando dall’uno all’altro: il Càmola, con la sua passione per le donne (ma chi non ce l’ha?); il Tetàn, con le sue vicissitudini mediche; lo Sberzi, il Dottor Guerlasca…

C’è anche Piero Chiara, che spunta, occhieggia, raccoglie confidenze, mentre ci offre un assaggio neorealista di questa umanità in fermento, e soprattutto commenta, con il sorriso sulle labbra, tra un sottinteso e una strizzata d’occhio, perseguendo la sottile arte del non dire, del lasciare intendere, specie al cospetto delle questioncelle più scabrose…

E anche noi ci divertiamo, sebbene, come di consueto nei romanzi di quest’autore, non possiamo ignorare l’amarezza che permea quasi tutte le situazioni, il dolore sotteso, la tragicità di tante vicende…

Che, infatti, a volte finiscono male.

Se non oggi, domani.

Se vogliamo, ogni molto, c’è pure una spruzzatina truce (ad esempio, si veda lo svizzero divoratore di cani o il terribile scenario relativo all’operazione della Giustina).

In principio, dico la verità, il libro non mi aveva presa molto, pur apprezzandone l’arguzia, ma superate le prime tre decine di pagine è decollato, e mi sono appassionata… Peraltro, è piuttosto breve e non ruba troppo tempo, rivelandosi presto godibile, curioso e amenamente vintage.

La domanda finale, tuttavia, è: dove inizia la fantasia e dove finisce la realtà? Chiara spergiura che sia tutta finzione, ma ne siamo davvero convinti?

Eppure la risposta non è importante: un fatto, per essere vero, mica deve per forza essere accaduto…

venerdì 23 ottobre 2015

Ipotesi socio/antropologiche in condizioni catastrofiche

IL GIORNO DEI TRIFIDI
di John Wyndham


…In cui i trifidi sono piante intelligenti e carnivore, sottovalutate dagli umani ed inizialmente coltivate e sfruttate per produrre le sostanze più varie, che un bel giorno si danno alla conquista della Terra provocando (si presume, ma non si sa esattamente come), attraverso un magnifico “spettacolo pirotecnico” attribuito a ragioni astronomiche, la cecità di quasi tutti noi. In questo modo si procurano un grosso vantaggio sulla nostra specie, tanto più che le amene piantine, oltre ad essere capaci di deambulare, sono pure dotate di aculeo velenoso assassino…
In realtà, come osserva uno dei personaggi sul finire del romanzo, forse i trifidi sono da ringraziare, perché molti degli umani (non tutti, infatti, hanno perso la vista), ossessionati dal potere, potrebbero essere assai più pericolosi dei vegetali…
In effetti, per quanto l’idea dei “mostri verdi” sia carina e originale, sono proprio le varie comunità che osserviamo, attraverso l’esperienza del protagonista – il trentenne Bill Masen, uno dei rari vedenti – l’elemento più interessante del romanzo, così come la necessità – insistita – di dover cambiare i costumi morali in nome della sopravvivenza, un po’, se vogliamo, come avviene adesso con il fumetto di “The Walking Dead”, in cui, tutto sommato, gli zombie sono mera occasione e ciò che avvince è soprattutto una sorta di riflessione/applicazione pratica di ipotesi socio/antropologiche in condizioni catastrofiche…
Qui scopriamo che, spinti dall’imperativo della sopravvivenza, persino i gruppi di ben intenzionati sono disposti alle nefandezze, e che in certe situazioni perdere la patina di civiltà di cui ci fregiamo è estremamente semplice, ciò nondimeno incappiamo pure in soluzioni buoniste, destinate a rivelarsi fallimentari.

John Wyndham nella vignetta del nostro disegnatore

Il romanzo, peraltro, suggerisce, più che mostrare, ed ha un incedere piuttosto soft, senza indulgere in scene truculente, senza scatenare grandi tensioni. Piuttosto stimola la curiosità e la meditazione. La stessa faccenda dell’invasione è presa abbastanza alla lontana e – per quanto potrebbe essere facilmente narrata con toni truci – lascia sempre uno spiraglio alla speranza e ai buoni sentimenti.
Inoltre, contrariamente a tanti classici di fantascienza che presentano tratti di misoginia e solo piagnucolose pulzelle in pericolo, “Il giorno dei trifidi” vanta altresì un’interessante protagonista femminile, molto ben caratterizzata e piacevolmente anticonvenzionale, che, quando ancora conduceva una vita normale, era stata autrice di un romanzo dalla fama pruriginosa... E, se vogliamo, c’è anche la religiosa Signora Durrent che, almeno per un certo periodo, assume il comando...
In generale, la trama si dipana abbastanza linearmente, mentre lo stile dell’autore è scorrevole e garbato, introspettivo quanto basta per permetterci di solidarizzare con il protagonista, ma sfrondato di descrizioni eccessive.

Un’opera gradevole, il cui unico vero inconveniente è rappresentato dalla quarta di copertina: inopinatamente sviante!

giovedì 22 ottobre 2015

Il ritorno di Corto Maltese

CORTO MALTESE SOTTO IL SOLE DI MEZZANOTTE
di Juan Dìaz Canales e Rubén Pellejero


Per il ritorno di Corto Maltese, dopo non so quanti anni (lo so, ma non voglio pensarci) dalla morte di Hugo Pratt, troviamo due autori eccezionali.
E, riconosciamolo, l'opera che danno alla luce è valida e scintillante, tanto che se l'avessi letta immediatamente di seguito a quelle del Maestro non avrei probabilmente colto discrasie o “salti di stile”...
C'è Rasputin, c'è l'avventura, c'è Corto in tutta la sua meravigliosa ambiguità morale (che alla fine ambigua non è, ma solo diversamente elastica), ci sono cambi di rotta, riferimenti storico-letterari, accenni al passato – e quindi in continuity – e passioni e ribaltamenti...
Insomma, riesce nel difficile compito di inserirsi nella tradizione prattiana, rivelandosi in armonia con gli antefatti e con il personaggio, che riesce a non snaturare, a non tradire, dimostrandosi onesta e genuina.
In più si legge volentieri, intrattiene, ma al contempo fa riflettere e istruisce, donandoci alla fine qualcosa di più, soprattutto sotto il profilo umano, esattamente come capitava ai bei tempi con il Maestro.
A mancare (ma forse sono solo io ad essere prevenuta o a voler trovare a tutti i costi il pelo nell'uovo) sono soltanto le strizzatine d'occhio che Hugo Pratt si divertiva a rivolgere al lettore, i sorrisi sotto i baffi, i cenni d'intesa. Sottili, ma continui.
Del resto, potremmo davvero accettarli da qualcuno che non sia lui?
Probabilmente no.
Per una forma di purismo, magari, o di rispetto.
Che abbiamo noi, in quanto lettori, ma che penso il Nostro alla fine avrebbe approvato.
Hugo Pratt.
E penso che comunque si sarebbe dichiarato soddisfatto di questa graphic novel.
La sono anche io, nonostante l'ansia iniziale. Nonostante abbia divorato la trama in modo famelico e forse troppo rapido, a causa della lunga astinenza, ma anche per capire se sul serio mi potevo “fidare”.
Posso.
Però...
C'è un però.
Che più che un però è una virgola, ma che devo esplicitare.
Quest'estate, se non erro pubblicate da “Fumettologica”, ho letto le prime due pagine di un'altra storia inedita di Corto extra Pratt.
Non un'opera amatoriale, ma quella di due grandi artisti: Joann Sfar e Cristophe Blain.
Non sto a rievocare la vicenda editoriale andata storta (per cui il titolo dell'articolo era qualcosa tipo “Il Corto Maltese che non leggeremo mai”).
Dico solo che quelle due pagine sono una bomba.
Personali, vibranti. Intense.
Ti prendono subito portandoti alle stelle, e non si limitano a restituirti qualcosa che temevi perduto, ma ti regalano un nonsoché di nuovo, di potente, di innovativo.
Che non puoi confondere con Pratt, perché è diverso.
Ma che ti fa venire voglia di far risuonare il tuo barbarico YAWP sopra i tetti del mondo.
Non sto dicendo che sia meglio di “Sotto il sole di Mezzanotte”.
Anche perché non lo so.
Ma lo vorrei. Vorrei saperlo.
Perché non dovrebbe esserci un “o”, in questa vicenda di storie inedite, ma un “e”.
Dovremmo poter leggere e l'una e l'altra.
Quindi prego.
La Rizzoli Lizard, la Casterman o chi per esse: fateci leggere anche l'altro non Pratt, l'inedito, quello di Sfarr e Blain.
E, possibilmente, vi prego, permettete alle avventure di Corto di continuare su entrambi i binari. Quello nuovo e quello tradizionale.
Quello di Canales e Pellejero e quello di Sfarr e Blain.
Vi prego, vi prego, vi prego.
Per amore di Pratt, e per amore nostro.
Dei vostri fedeli lettori.
Vi prego, vi prego, vi prego.
Perché Corto non ci basta mai, e, lo giuro, compreremo e divoreremo tutto.
Vi prego.

Mai è una parola così marrone.

mercoledì 21 ottobre 2015

Sopraffatta dalle Serie Tv

THE WHISPERS, PENNY DREADFUL, ORPHAN BLACK, CONSTANTINE...


Mi sento sopraffatta dal quantitativo industriale di Serie Tv che io e mon amour stiamo consumando ultimamente (allo stato, siamo a 14... teoriche, almeno: con alcune siamo vergognosamente indietro, altre verranno inevitabilmente abbandonate...).
Ad ogni modo, ecco le quattro più interessanti (in ordine sparso) – su “Zoo” non mi azzardo ancora perché abbiamo visto solo le prime due puntate - :


The Whispers
Thriller fantascientifico con sfumature horror per una trama avvincente, stimolante ed ottimamente costruita, in continuo movimento.
Forse, per i miei gusti, un po' troppo patinata (come sempre quando la produzione è americana), ma senz'altro gli sviluppi (per ora) sono all'altezza delle premesse, ed anzi, più andiamo avanti più la curiosità e il ritmo aumentano.
Mi piace anche la strumentalizzazione dei bambini (inquietante e intelligente, seppur già sentita) da parte dell'entità, ma... possibile che sti piccoli siano tutti così facilmente circonvenibili? Minx, poi, una delle piccole protagoniste, sembra una nana travestita, oltre ad essere odiosa (per tacere di sua madre Lena: ogni volta mi sento in dovere di urlarle insulti!).
Tra gli interpreti Lily Rabe, già vista in “American Horror Story”; Kristen Connolly (“House of Cards”, “Zoo” e... “Quella casa nel bosco”), che, appunto, è Lena.
P.S.
Da un racconto di Ray Bradbury.


Orphan Black
Dove si parla di cloni, una decina, tutti della stessa ragazza... E c'è qualcuno che li studia, e cerca di imbrogliarli, e qualcuno che, invece, vuole ucciderli...
Tra tutte, “Orphan Black” è la Serie che preferisco!
Fantascienza urbana con qualche parentesi amena, se non divertente, e vaghi tocchi di poliziesco. Non il mio genere, quindi, ma i personaggi sono stimolanti ed empatici (persino la bambina, Kira, è speciale e non la solita lobotomizzata idiota), ricchi di spessore, di contraddizioni, ma caratterialmente plausibili; il montaggio è perfetto e la storia pregna di spunti interessanti, di misteri, di coloriture, adrenalinica ed ironica.
E naturalmente adoro Felix e Cosima (che mon amour chiama Cosmica)!
Doverosa una menzione per Tatiana Maslany, l'attrice che interpreta tutti i cloni: è incredibile come riesca ad essere versatile cambiando personaggio (e mutando, per ciascuno, atteggiamenti, postura, modo di parlare...) e a poter essere straordinaria e bellissima quando è Cosima, o bruttina, nevrotica e antipatica – anche se alla fine fa tenerezza – nei panni di Alison; o spaventosa e fragile come Helena; elegante e triste se è Beth; o in stile sgualdrina da strada dark quando è Sarah... etc, etc...
P.S.
Siamo già alla seconda stagione!


Penny Dreadful
Qui arranchiamo un po', io e MPM.
Ma la serie è seducente, con un'atmosfera strepitosa, interpreti notevoli (un Timothy Dalton che buca lo schermo e la bella Eva Green su tutti), e diversi motivi di attrazione e suggestione. Solo che... è leeeentaaaaa. E tremendamente scopiazzata, almeno nella sua impostazione di base, da “La Lega degli straordinari Gentlemen” di Alan Moore... Tra i protagonisti, infatti, Victor Frankenstein, il padre di Mina Murrey, e Dorian Gray...


Constantine
Se sei fan di “Hellblazer” devi vederla.
E ne sarai deluso.
Non è brutta, no. Ed è piacevolmente truculenta, con buoni effetti speciali, una fotografia di pregio. Matt Ryan è perfetto, identico a John Constantine (specialmente dopo Keanu Reeves, nel film del 2005, che proprio non c'entrava nulla) e ci sono tanti elementi indovinati, innovativi o ripresi dal fumetto, ma... Che diamine, perché siamo in America? Lo so che Johnny bello ha avuto anche avventura americane, però... kekkaiser!!! E non c'è abbastanza continuity: le puntate sono schematiche, ripetitive, quasi. E manca la contestualizzazione: fin dal primo episodio si ha l'impressione che tutto sia... come già iniziato da qualche altra parte, o in sospensione. E non per via dei riferimenti ad Astra. E non mi piacciono nemmeno i biglietti da visita...
Serie carina, sì. Ma niente di che.

In ultimo, e per completezza, segnalo che abbiamo quasi finito la seconda stagione di “Les Revenants”. Stupenda, soprattutto per trama e personaggi. Non l'ho inclusa qui solo perché avevo già dedicato un post alla prima stagione.

martedì 20 ottobre 2015

Gli esemplari di mediocrità


L’ACQUARIO DI GENOVA, IL LATO OSCURO
Lo so, ieri ho postato una “recensione” entusiastica, quindi che è sto titolo?
Solo una sfumatura.
Non ritratto nulla di quanto affermato, però ho deciso di mettere in luce anche gli aspetti negativi, che, nella maggior parte dei casi, non concernono l’acquario in sé per sé, quanto piuttosto l’umanità.

Ebbene, intanto odio i bambini.
Non tutti.
Due.
Francesco e Giorgia – nomi di fantasia.
La maggior parte, devo ammettere, era straordinariamente educata e silenziosa, ed era incantevole vedere quei piccoli così attenti, gioiosi ed affascinati dalle creature marine…

Però ce n’erano alcuni (due, appunto) che non potevano essere più maleducati. Non solo perché urlavano di continuo, ma anche perché si spintonavano, finivano addosso agli altri (in particolare, a me), disturbavano, battevano roba (non pesante, okay: brochure arrotolate e simili) contro le vasche, e non dimostravano il benché minimo rispetto per niente, specie per gli animali. Ma come si fa ad allevare mostri simili? Probabilmente erano orfani, visto che gli adulti che li accompagnavano (a parte uno strillo ogni tanto), tendevano ad abbandonarli a loro stessi, ignorando il loro comportamento da selvaggi.
Per il resto, il peggio era invece la massa di persone che se ne infischiava allegramente di qualunque divieto: nessuno che togliesse il flash dalla macchina fotografica, nonostante i ripetuti richiami, gente che sgomitava, che batteva sui vetri… per tacere dei commenti cretini (e tutti uguali) che sono stata costretta ad ascoltare (più dei bambini molesti, odio l’uomo medio). In presenza dei pesci pagliaccio, ad esempio, ho sentito tipo quattro tizi diversi (nel giro di due minuti) ribadire con insistenza: “Neeemooo!, Neeemooo!, Ciao Nemo!, Guaaardaaa, c'è Nemo!”. Gesù.

E, cosa peggiore, avevo alle costole la Psicopolizia (il MPM), che guai a sbeffeggiare/deridere/umiliare meritatamente qualche esemplare di mediocrità!
Questo mi ha resa un po’ nervosilla, ed infatti ad un certo punto… ops, ho maledetto un bambino. Proprio così, gli ho sibilato contro: “Maledetto!”.
Sorry.
Certo, il cucciolo mi è salito con il suo dolce peso (e soprattutto le sue scarpine acuminate) sulle dita nude del piede (scarpe aperte, sigh!), però, devo riconoscere che è stato tenero, mi ha guardato con gli occhioni imploranti e si si è scusato. E io l’ho adorato, non tanto per le scuse (anche se, dopo Francesco e Giorgia, hanno costituito una novità quasi commovente), quanto piuttosto perché mi ha dato del tu.
Poi, in “Un battito d’ali” ho apostrofato un altro bambino (davanti ai genitori) con un bel “deficiente”! Mi dispiace, più che altro perché avrei dovuto insultare direttamente i suoi, che invece – anche se poi l’hanno blandamente redarguito – lì per lì sono rimasti impassibili, quasi che l'infante fosse stato di qualcun altro. Il fatto è che il marmocchio toccava le ali alle farfalle, e si sa che dopo le poverette rischiano di non poter più volare. Ai suoi piedi, tanto per gradire, ne aveva una morta (c’è chi si è affrettato a fotografare pure quella, bah...). Non credo l’avesse uccisa lui, non ne avrebbe avuto il tempo, però, insomma… pareva calpestata.
Mon amour si è indignato, ha minacciato di disconoscermi.
Io, con la maturità e con l'aplomb che mi contraddistinguono, gli ho fatto bleah!
Altra nota caratteristica: la Biosfera.
Sul sito dell’Acquario c’è scritto: tempo di percorrenza 45 minuti.
Noi ci abbiamo impiegato circa 120 secondi.
Abbiamo chiesto se potevamo rifare il giro, ci è stato risposto di sì.
Così siamo arrivati a quattro minuti.
Wow.
Il prezzo dell’ingresso è 5,00 Euro a testa.
Camminare più piano? Soffermarsi di più? Non puoi perché hai gente dietro e questa, giustamente, vuole andare avanti.
Fare un terzo giro?
Abbiamo preferito evitare: la fanciulla davanti a noi è stata imbrattata di sterco di uccello. Meglio non sfidare di nuovo la sorte...

Anche se, devo ammetterlo, è stato comunque interessante.
Anzi, al MPM la Biosfera è quel che è piaciuto di più (io ho preferito “Un battito d’ali”, che ti permette di stabilire i tuoi tempi e tra l’altro ha un prezzo proporzionato).
In conclusione?
L'acquario di Genova è bellissimo.
L'umanità, no.

lunedì 19 ottobre 2015

Un’esperienza meravigliosa


L’ACQUARIO DI GENOVA

Ci sono andata a fine settembre, con il Mio Perfido Marito.
Ci ero già stata nel 1992, in occasione delle Colombiadi, ma avevo pressoché resettato tutto, ed erano anni che volevo tornarci, tanto più mentre leggevo la bellissima “Grande enciclopedia illustrata dei pesci” di Paolo Manzoni...
Ebbene, è stato stupendo!

Intanto per la varietà dei pesci e delle creature marine (ci vogliono più o meno due ore e mezza per visitarlo tutto e a volte è persino possibile confrontare le versioni “adulte” con quelle “cucciole” degli animali, o addirittura tre fasi di crescita, oltre che più specie simili)!

Mon amour ha prediletto i pinguini, che effettivamente erano frenetici: non facevano che tuffarsi e nuotare, mentre quando uscivano dall’acqua si immobilizzavano in posizioni buffissime… Io, invece, sono rimasta incantata dai pesci sega, perché sono maestosi e strani, specialmente osservati da sotto (una ragazza si è spaventata, quando ne è sopraggiunto uno alle sue spalle).

Pure le murene sono fantastiche, ci sono sia enormi (verso l’entrata) sia piccole (più avanti), e non facevano che chiudere e aprire la bocca, come se non trovassero le parole. I piranha, invece, inducevano alla tenerezza: quando siamo arrivati sono state buttate delle cozze sgusciate nella loro vasca, ma i poveretti non sembravano troppo svegli (o troppo affamati) e se alcuni riuscivano a prenderle “al volo”, altri apparivano alquanto impeditelli…
Bellissime e dolci le foche e le razze. Queste ultime (chi l’avrebbe mai detto?) erano anche straordinariamente coccolose e venivano a farsi accarezzare (l’unico caso in cui era permesso toccare le bestiole).

Lì per lì ho resistito, temevo non gradissero davvero, ma poi mi sono accorta che era proprio il contrario! So che può sembrare assurdo, ma mi hanno persino ricordato Paco, il nostro coniglietto… In realtà c’erano un sacco di pescetti che me lo ricordavano: le bavose, per come stavano sull’attenti, ad esempio…

Molto belli pure gli squali, i delfini (anche se ho l’impressione che uno si sia divertito a prenderci per l’omega), i pesci tropicali (tra i quali si aggiravano una tartarugona gigante e degli incredibili pesci scorpione) e così i pochi rettili che abbiamo scorto (bisogna fare attenzione, perché hanno l’abitudine di nascondersi), in particolare le ranocchie e i gechi.

Alcuni ambienti sono così pullulanti di vita che non si può che rimanere a fissarli incantati, perché succedono continuamente cose diverse!

Deliziosi i cavallucci marini, in particolare i primi, quelli panciuti; le meduse, quasi ipnotiche e dai riverberi fluorescenti; il polpo, piccolo, arrabbiato (così sembrava) e scontrosamente infrattato.
Vale la pena, poi, di entrare nello spazio chiamato “Battito d’ali”, in cui si possono trovare un sacco di uccellini variopinti e canterecci in libertà, nonché enormi farfalle che, se opportunamente infastidite (io ho evitato), ti salgono in mano. Lo spazio non è amplissimo, ma risulta estremamente denso, ed è consigliabile soffermarcisi perché ogni istante può riservare una sorpresa.

Da segnalare, inoltre, nella Biosfera (in cui, di nuovo, gli animali circolano liberi), i graziosi ibis e gli insetti stecco.

Insomma, è stata un’esperienza meravigliosa, tanto che, appena conclusa, nonostante avvertissi la stanchezza, avevo già voglia di ricominciare!

venerdì 16 ottobre 2015

Il lieto fine è una bugia

LA CAMPANA DI VETRO
di Sylvia Plath


Si inizia con leggerezza, con uno stage in una rivista di moda nella New York degli anni 50... La protagonista è Esther, giovane e talentuosa. Una sorta di alter ego dell'autrice.
In principio la lettura ha toni glamour, frizzanti e scanzonati.
Ma è solo un'impressione, perché presto Esther si affaccia sull'abisso. Quello della sua anima, della sua sensibilità.
Si sente soffocare dalle convenzioni, dalla società, dalle aspettative degli altri e dalle sue. Le deplora, le respinge. Ma avverte il peso della sua presunta inadeguatezza e non riesce più a leggere o a scrivere, lei, da sempre studiosa e dotata.
E allora si comincia a precipitare, e lei coltiva l'idea del suicidio. E arriva a tentarlo, più volte.

Sylvia Plath ritratta dal nostro vignettista

Il contesto è drammatico, intenso, claustrofobico.
Ancora di più se pensiamo che il romanzo è autobiografico.
Ma, ugualmente, è pure autoironico e sopra le righe, e spesso può strappare un sorriso, sebbene sanguinante.
E c'è così tanto dolore, in queste pagine, e così tanta profondità.
E pure freschezza, però, paradossalmente.
E dunque noi ci innamoriamo, ammaliati. Non possiamo evitarlo, perché sentiamo la persona. Non Esther, ma Sylvia. Ed è così pura, e fragile, e forte.
Ci incanta e ci fa sentire prepotentemente vicini a lei.
La fine è lieta, ma non del tutto.
Perché, se vogliamo, anche Esther ha un alter ego nel romanzo: un'amica che odia e che accusa i suoi stessi sintomi. Una sorta di personificazione di un altro lato del suo carattere, quello più oscuro, più nascosto.
Per il quale l'esito sarà diverso...
E profetico.
Perché il lieto fine, lo sappiamo, tutto sommato è una bugia.
Un mese dopo la pubblicazione de “La campana di vetro” Sylvia Plath si suicida.

P.S.
In appendice al romanzo ci sono alcune delle sue poesie.
Il consiglio è di leggerle prima del libro.

E poi di nuovo dopo.

giovedì 15 ottobre 2015

L'armonia familiare di Casa Ingalls

LA CASA NELLA PRATERIA
di Laura Ingalls Wilder


Ho deciso di leggerlo soprattutto per motivi nostalgici visto che da piccola guardavo il cartone animato e (più o meno) il telefilm, ma devo dire che, per quanto sia dichiaratamente per bimbi, non è affatto male, ed anzi, è interessante osservare come si viveva in un’epoca in cui, quando si decideva di trasferirsi, si caricava tutto su un carro, si sceglieva un punto d’arrivo e si costruiva dal nulla una casa nuova, fabbricando da sé (o magari con l’aiuto di un “vicino” che sta tre chilometri più in là) tutto il mobilio…
Questi, infatti, gli intenti dell’autrice, che è anche la protagonista principale del romanzo (per quanto narrato in terza persona): immortalare le vicende dei pionieri americani sul finire del 1800. Un racconto autobiografico, dunque, seppur molto romanzato, di cui questo è solo il primo episodio… Vedremo mai i seguiti (che non sono pochissimi)? Lo spero, anche perché, per il momento, non c’è ancora traccia della mia adorata (e perfida) Nelly Oleson…
Nel primo capitolo, infatti, seguiamo solo le avventure della famiglia Ingalls: Papà Charles, con gli occhi blu; la dolce mamma Caroline e le bambine: Mary, la sorella maggiore, buona e giudiziosa; Laura, la nostra autrice, appunto, la più peperina, e la piccola Carrie, oltre al fido cane Jack, che, attirati dai più ampi spazi, partono dal Wisconsin per trasferirsi in Kansas.
Sullo sfondo la natura selvaggia e incontaminata (ci sono un sacco di animali e piante che da noi sono semisconosciute, e anche lupi e una pantera, potenzialmente pericolosi) e poi gli indiani, in generale di indole pacifica, ma capita che entrino in casa di sorpresa e si portino via tutta la farina di mais, spaventando a morte la povera Caroline (fino a che...)!
Godiamo, quindi, dell’armonia familiare di Casa Ingalls, della compagnia di queste bimbe sempre gentili e generose (anche se Laura, ogni tanto, auspicherebbe standard più bassi), della solidarietà umana e commovente dimostrata da tutti, e ci stupiamo per come fosse semplice la vita ai tempi (lo zucchero bianco è un lusso, così i vetri alle finestre, due dolcetti ed una tazza di stagno sono considerati un bel regalo di Natale per le bambine e il migliore intrattenimento la sera è papà che canta e suona il violino), e come si riuscisse lo stesso ad essere sempre ottimisti e felici, senza neanche percepire la propria condizione di miseria. Perché comunque si sta tutti bene e in fondo miseria non è!

Nel complesso, dunque, una lettura molto dolce e rilassante, confortante, addirittura, che procede in modo piano, ma che riserva sempre delle sorprese, delle incertezze. Sicuramente un romanzo adatto a dei bimbi in età scolare, ma capace di dar qualcosa anche ad un adulto: tenerezza, innanzitutto, e tanta umanità. Ma non è una favola, ed ogni tanto, pur filtrato con gli occhi di Laura e l'incanto dell'infanzia, questo aspetto emerge. La vita dei coloni è faticosa e densa di pericoli, ed è solo grazie all'accortezza di Charles che ogni cosa fila liscia. Anche se verso il finale la dura realtà fa capolino e noi possiamo scontrarci con essa sotto almeno due profili contrapposti, entrambi ingiusti.

mercoledì 14 ottobre 2015

Allegorie fondate sul nulla

LA FEBBRE
di Francesca Genti


Romanzo evocativo, a tratti volutamente disturbante, da leggere come una poesia.
L’incipit è geniale quanto suggestivo, i personaggi variopinti, molti i tocchi traumatizzanti, gli spunti riusciti, ma a poco a poco la narrazione si perde, sfuma, fino a frantumarsi: troppo, intenta, forse, a compiacersi di se stessa per arrivare da qualche parte...
Peccato.
Ma il traguardo è davvero fondamentale? Sempre?
L’ho detto, secondo me questo romanzo è da leggere come una poesia, senza pretendere nulla di più.
Onirica, grottesca, allegorica (anche se forse si tratta di allegorie fondate sul nulla e prive di spessore… bolle di sapone, riflessi di specchio… ma luccicanti, fragili, preziosi).
In questo senso non si può negare che l’opera sia interessante e originale, e pazienza se alla fin fine si rivela un po’ inconsistente, un po’ rarefatta, fumosa.
Il problema è che la trama è debole, superficiale.
Il pregio è che ci sono istanti di formidabile potenza, che da soli riscattano quello che manca (benché, complessivamente, anche la visionarietà dell’autrice presenti dei limiti e sappia un po’ di studiato, “preconfezionato”).
Pure sui personaggi ci sarebbe stato da lavorare: sembrano nati per stupire, ma poi si fermano lì. Allo stupore.
Non danno emozioni, non forniscono sufficienti impulsi cerebrali. Sono sterili, statici.
E quindi?
E quindi niente, per quanto i difetti siano tanti, il romanzo è da consigliare.
In quanto osa.
A livello verbale, soprattutto, ma anche visivo.
In quanto lisergico.
In quanto peculiare. Apocalittico.
Ed è piacevole, comunque, e si legge in fretta.

Senza chiedere granché, e comunque avendo il merito di incuriosire fino in fondo.

martedì 13 ottobre 2015

L'Urban Fantasy di Murakami


L’UCCELLO CHE GIRAVA LE VITI DEL MONDO
di Haruki Murakami
 
 
Un romanzo lungo, che inizia lento, introspettivo, con più parentesi, ripetizioni e digressioni del solito, e che ha indotto mio fratello – che pure è un discreto lettore – ad abbandonare attorno a pagina 200.

Se si supera questo traguardo, però, si sarà premiati: perché presto tante cose acquisiranno un senso, il ritmo inizierà ad aumentare, diverrà seduttivo, e si comincerà ad intuire il mistero attorno a cui ruota la trama, a comprendere per quali meandri vuole condurci l’autore, e quali sono i presupposti da accettare nella realtà, rarefatta ed evanescente, del romanzo, che, sotto numerosi profili (pur non avendo, invero, nessun punto in comune con esso), mi ha ricordato l’universo di Twin Peaks, con i riferimenti alla Loggia Nera… Ed in effetti, sembra sempre di essere lì, dietro la tenda rossa…

Haruki Murakami visto dal nostro illustratore.

Ci troviamo, dunque, nel filone di Murakami dedicato all’Urban Fantasy: come spesso accade il protagonista si chiama Toru, e questa volta il suo gatto sparisce. Poi sua moglie. Compaiono, però, strani personaggi, alcuni per aiutare, altri per infittire il caos. Avvengono fatti curiosi, e altri sono avvenuti anni fa, apparentemente slegati, ma che ovviamente non lo sono, e a poco a poco si potrà dar loro un senso, tracciare una “mappa”, mentre sopra tutto aleggia un uomo, un uomo oscuro, il cognato del protagonista, che non è quello che sembra, ma qualcosa di tremendo, che va accumulando potere (e qui, un po’, mi è sovvenuta “La zona morta” di Stephen King) e che ha a che fare, in qualche modo, con la funerea Casa degli impiccati…

Personalmente, c’è stato un punto in cui anche io ho esitato, ed un altro, più avanti, in cui sono stata tentata di disertare: non per noia o mancanza di movimento, ma per fastidio… Non entro nei dettagli, ma c’è una situazione – che si protrae per giorni – che coinvolge Toru, May (una ragazza di sedici anni molto particolare) e un pozzo, che mi ha innervosita parecchio. Non si immaginino sconcezze o altro, è piuttosto un fatto mentale, legato ai rapporti fra i due personaggi, e in particolare alla logorante reazione di lei, dinnanzi alle peculiarità del (come lei chiama Toru) Signor Uccello Giraviti… Dopo arrivano blande giustificazioni (anche piuttosto fascinose), ma la questione non mi è comunque parsa meno intollerabile, e ho fatto davvero fatica a mandarla giù (e ciò rivela la bravura dell’autore).

Per il resto devo ammettere che ci sono molte scene forti, decisamente di più rispetto ai soliti parametri di Murakami (lo zoo, Boris lo scorticatore…), e che una delle scene finali (quella in cui il protagonista scende nel pozzo per l’ultima volta), è davvero sublime: ci sono tantissimi dettagli che sanno di sogno, dei paralleli stupendi, simbolici, che sarebbero da indagare a fondo (e che, ancora una volta, mi hanno fatto pensare all’Uomo Pecora), che danno i brividi lungo la schiena e deliziano allo stesso tempo (quei tizi nella sala d’attesa, ad esempio).

Fiabesco, onirico, metafisico.

Con un nonsoché di irrisolto, che però costituisce non una pecca, ma un valore aggiunto.