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lunedì 29 febbraio 2016

FONDO MALTRATTAMENTI

FONDO MALTRATTAMENTI


Ecco che cosa mi ha detto il Mio Perfido Marito qualche giorno fa:
Hai lasciato due penne aperte sul divano... Sai che mi provocano stress. Lo stress provoca infarti: vuoi che muoia?”
Ed ecco un sms che ha inviato recentemente ad un nostro amico:
Carlotta me la mena che dobbiamo metterci d'accordo per uscire, perché non sa che data dire a C. A me basta che non siano x, x, e x, che gioca la Juve. Se c'è Sanremo pazienza, tanto lo registro, che Carlotta mi dà del plebeo se mi scopre a guardarlo! Faccina con goccia”
(Per la cronaca, il destinatario ha risposto: “Ahahah... stasera picchio C.”
Per inciso: Io disprezzo anche il calcio e la Tv in generale, non solo il Festival...)
Comunque...
Tutto questo per significare che il MPM si sente vittima di abusi fisici e morali da parte mia, e quindi ha proposto un fondo maltrattamenti coniugale.
In pratica quando (a suo dire) io lo maltratto, dovrei avere la compiacenza di versare un obolo per risarcirlo.

La verità è che io non maltratto il MPM.

La verità è che il MPM non è vittima di niente, semplicemente ha la vocazione drammatica e si diverte a tentare di instillarmi immaginari sensi di colpa.

La verità è che il mio dolce consorte percepisce come maltrattamenti le mie opinioni,
solo perché non concordano con le sue e sono espresse con enfasi (una delle sue frasi preferite è: “Se dico sole, tu dici bleah! Se dico cielo, tu dici bleah! E solo perché lo dico io!!!” Per inciso: io adoro fare bleah!).

Del resto, mon amour è pure uno che quando guardiamo un film si immedesima sempre nella parte debole – anche se è donna – specie se viene vittimizzata. E segretamente gode, facendo suoi tutti i patimenti!
Se, invece, capita una scena drammatica e io sbuffo, anziché frignare consumata dalla commozione (come fa lui), mi sento rimproverare che ho il cuore di pietra... Maddai! Solo perché certe minestrine sentimentali mi annoiano (e snervano)!
Insomma, la verità è che la vittima sono io.

Purtroppo, grazie alle notevoli abilità manipolatorie del MPM, l'umanità che frequentiamo è generalmente convinta che lui sia un santo... e io un'aguzzina (solo perché mi piace concedergli il privilegio di servirmi – un'altra delle frasi preferite di mon amour è: “Spero che quando sarò su una sedia a rotelle troverò comunque il modo di servirti!”... e ci rimane male se io, comprensiva, gli rispondo: “Sono sicura di sì, caro!”, anziché consolarlo). Insomma, quando racconto del Fondo Maltrattamenti gli umani spalleggiano MPM, sostenendo che ha avuto proprio una buona idea, e alcune mie amiche hanno deciso di adottarlo anche per casa loro, per tutelarsi dalle malvagità coniugali!!!
A questo punto, esasperata, ho convinto le mie colleghe ad istituzionalizzarlo pure sul luogo di lavoro e la mozione è passata!
Al momento nel fondo maltrattamenti lavorativo ci sono 5,00 Euro... E non li ho versati io!
Bleah!!!


Per la cronaca: in quello coniugale ci sono...

venerdì 26 febbraio 2016

La crociata dei bambini

MATTATOIO n. 5
di Kurt Vonnegut


Noto anche come “La crociata dei bambini”... E già questo ci suggerisce come sia, in realtà, un romanzo antimilitarista, memore, per diretta esperienza dell'autore, del bombardamento avvenuto a Dresda nel corso della Seconda Guerra Mondiale e di ciò che ne è scaturito… Solo che l’elemento storico-autobiografico viene mescolato a viaggi nel tempo e rapimenti alieni, ad un pianeta extragalattico chiamato Tralfamadore e, ad un certo punto, compare persino una pornostar!
Il romanzo è davvero peculiare, interessante a livello concettuale, narrativo e pure stilistico.
Procede a flash, a cristallizzazioni di attimi, è frammentario e non sempre facile da seguire, specie all’inizio, se non si conosce la chiave di lettura… Ma per questo suggestivo e stimolante, efficacemente antitetico (l’alternanza dei momenti belli a quelli tremendi), e comunque geniale se si considera il messaggio sotteso, ossia: se tu hai assistito al bombardamento di Dresda (ad esempio, ma, più in generale, alla brutalità umana), il prima e dopo non esistono più. Il trauma è così intenso che sei condannato a restare lì, imprigionato in un eterno presente, perdendo ad un tempo passato e futuro.
Il tema, tuttavia, per quanto forte, è trattato senza piagnistei, moralismi o melodrammi, con sensibilità, acume, ma altresì ironia (e qualche risatina), attraverso le vie oblique, ma incisive, della fantascienza.
Il registro è tutto sommato semi-allegro, nel complesso quasi leggero, ma non superficiale. Quale altro linguaggio, peraltro, potrebbe essere utilizzato per accostarsi ad un fatto così enorme come la guerra (con i suoi corollari), specie se la ferita è stata riportata davvero sulla propria pelle e nei propri occhi?
La verità è che l’opera è principalmente un percorso di rielaborazione da parte dell’autore, che è stato reso necessario dal suo bisogno di superare – o affrontare – il proprio vissuto.

Un irrinunciabile classico della fantascienza (e della letteratura tutta), che per essere davvero compreso, andrebbe letto almeno due volte: una per la sorpresa, una per la consapevolezza.

giovedì 25 febbraio 2016

Moschine rivoltanti ma espressive

VITA DA MOSCHE
di Magnus Muhr


Letto anni fa, mai dimenticato.
Del resto, non si può dimenticare, è impossibile.
Geniale, ironico e fascinoso.
E pieno di mosche morte.
Per cause naturali, non sono state maltrattate...
Tornando al librino (96 pagine di passione)... Potrei vivere senza?
No.
E' imprescindibile.
Perché se un autore si premura di raccogliere cadaveri di mosca, di metterli in posizione strategica per creare delle gag, fotografarli e completare con disegni a matita... ecco, allora io quell'autore lo amo, e il suo librino deve essere mio.
Un poquito è disgustoso, a tratti fa persino senso, ma compensa grandemente con originalità e inventiva.
E simpatia.
Perché... ste moschine rivoltanti sono espressive e tenerissime, immerse nella loro (la nostra) malata quotidianità e intente nei più comuni passatempi.
Non fanno sganasciare, magari.
Ma sorridere sì.
Ed è già tanto.
Inoltre, ammettiamolo, il più lo faranno pure le sporche creature di Belzebù, ma il ragazzo, Magnus Muhr, è bravo a renderle “umane”, vive e naturali... insomma, sa disegnare.
P.S.
Si è persino premurato di staccare loro le zampine (credo... magari è solo photoshop) per dotarle di gambette e manine stilizzate... Non è adorabile?

Cuore, cuore, cuore.

mercoledì 24 febbraio 2016

La potenza dell'amore

LA SUORA GIOVANE
di Giovanni Arpino


Vicenda curiosa, questa, in cui, nella cinerea Torino sul finire del 1950, Antonio, grigio ragioniere senza gioia (e già impegnato), si innamora di una suora, giovane, appunto, diciannovenne (lui è sui quaranta), che non ha (quasi) preso il velo per vocazione, ma per volere della madre... E, tu guarda, la fanciulla lo ricambia...
Che accadrà?
Intanto che Antonio comincia a vivere...
La trama è interessante, non solo per lo spunto peculiare, ma perché non è facile prevederne la prosecuzione. E non per via di stramberie o bislacchi colpi di scena, semplicemente perché le variabili sono potenzialmente infinite e la trama costruita in modo talmente autentico da poterle reggere tutte... E già io non mi sarei aspettata che Serena, la suorina, avrebbe corrisposto i sentimenti di Antonio...
Un romanzo (racconto, vista la concisione?) delicato, permeato di stupore, con tante cose dette e altrettante taciute, che si presenta in forma di diario e che quindi non ci regala una visione onnisciente della realtà, ma procede a suon di ipotesi e sottili tentennamenti, favorendo la suspense, l'attesa e l'immedesimazione, e permettendo all'autore di approfondire al meglio il carattere del protagonista.
Anche se... la vera protagonista è lei, la suorina, che conosciamo, in fondo, di riflesso, ma che è splendidamente delineata... E che, per giunta, non è, in ultimo, preda, ma cacciatrice. E, più che una vereconda giovane ingenua, una manipolatrice astuta, con uno scopo preciso da conseguire...
Ma non la giudichiamo male: ci piace, la fanciulla. Ha bei modi, per quanto contorti, e non è priva di purezza o di disarmanti fragilità.
Libro piacevole e significativo.

Da segnalare: la potenza dell'amore che rivoluziona tutto, e in particolare la coscienza di sé e le proprie prospettive, e, in secondo luogo, lo stile di Arpino, corposo, personale, ma snello e sintetico.

martedì 23 febbraio 2016

Non c’è un attimo di tregua

MAZE RUNNER 2
di James Dashner


All’altezza del precedente (benché non egualmente originale).
Per i protagonisti non c’è un attimo di tregua, i test continuano, e sono sempre più disumanizzanti e spietati, ma finalmente cominciamo a carpire informazioni sul mondo esterno, su che cosa lo ha condotto al disfacimento, e, soprattutto, conosciamo (e ci mescoliamo) al gruppo B, perfetto ribaltamento del nostro.
L’azione è sempre più concitata, i caratteri di alcuni personaggi (in primis, Thomas e Teresa) vengono tratteggiati meglio, anche se, ad un certo punto, andiamo un po’ in confusione… Anzi, in più di un punto (ma sempre per via dei test): l’autore, infatti, si diverte ad invertire i ruoli e a incasinare la mente pure a noi!
Nessuno dei protagonisti, tuttavia, mi ha davvero sedotta… Simpatici, carini, ma non entusiasmanti. L’elemento più accattivante, semmai, è la trama, per come è costruita (benché forse mescoli un po’ troppo le carte) e per che cosa racconta, mantenendo il ritmo a discreti livelli, spezzettando le speculazioni con i dialoghi e infarcendo la narrazione di shock.
E’ lineare, comunque, immediata, senza grandi divagazioni. E benché ai miei occhi di norma ciò non corrisponda ad un pregio, devo ammettere che così funziona, puntando sull’avventura, sull’azione, sulle paure e sulle “rivelazioni”, facendoci, in qualche modo, diventare parte del gruppo dei ragazzi e del suo destino.
Di solito non sono impaziente di capire come si concluderà una saga: mi limito a godermi il viaggio. Questa volta ho bisogno di sapere, di concludere: Qual è il senso ultimo di questi test? Che vuol dire individuare gli schemi? Quali sono gli altri ricordi perduti di Thomas? E Teresa? E’ sincera?
Inoltre c’è il mondo, ad affascinarmi. La rappresentazione di questo futuro distopico, devastato dalla malattia e dal calore, con gli Spaccati e l’Eruzione, con sta organizzazione misteriosa, la C.A.T.T.I.V.O., che forse è buona, ma forse no...

Ho già il terzo capitolo fra le mani, presto potrò pronunciarmi!

lunedì 22 febbraio 2016

Una pellicola immortale

LADYHAWKE
di Richard Donner
(1985)


Chi della mia generazione non ha amato questo film? E' dolce, romantico, e pieno di passione, poesia, bellezza.
Okay, la cosa che ho preferito io è la colonna sonora (trascinante ed evocativa); la seconda è Rutger Hauer (Etienne Navarre), nella sua immensa, seriosa e sfuggente figaggine; la terza è Michelle Pfeiffer (Isabeau) – non mi interessa se è fimmina, è stupenda. Rare sono le donne di tale beltade e sempre un diletto per gli occhi–; e poi c'è qualche battuta carina...
Però il film è davvero un cult.
Uno di quelli che piace a tutti, che esalta, emoziona, e si guarda con la famiglia al completo, fino alla nausea, ogni volta come fosse la prima. Non è al livello di Indy o de “I Goonies”... (oppure sì, solo che quelli sono più vicini al mio modo di essere), però è una pellicola immortale!
La trama... Oh, beh, è una fiaba.
Semplice, lineare.
Non classica, magari... ma ormai sì.
Di per sé può non apparire granché.
1200 circa, Francia (Italia, nell'originale). I due piccioncini, Etienne Navarre e Isabeau, magnificamente assortiti, si amano, ma, a causa di una maledizione, lei di giorno si trasforma in falco, lui di notte diventa un lupo: eternamente insieme, eternamente divisi... Almeno finché il maleficio non viene spezzato... E guarda un po', complice un'eclisse, noi ci adopereremo per farlo.


Una sturiella d'amore, dunque, e io di norma sono allergica... Questa volta no.
Perché non stiamo parlando del solito, inconsistente, simil-amorazzo occasionale, ma di true love... chi se li sobbarcherebbe, infatti, tanti patimenti se non due anime gemelle?
Però non ci sono solo sofferenza e io-ti-bramo-ma-non-posso: Matthew Broderick (il Topo, neo amico e futuro aiutante dei due amanti, oltre che ladruncolo evaso) ci fa ridacchiare, ci sono discrete scene di lotta, molta epicità, la denuncia dell'ingiustizia, la religiosità distorta e fanatica, l'elaborazione del senso di colpa (si veda il personaggio di Imperius), e ancora di più l'amicizia che si instaura tra lo stesso Philippe il Topo e il prode, ma rigido Navarre...

E quindi non fatichiamo a perdonare qualche piccola pecca dovuta al tempo che passa, specie a livello di effetti speciali, ma ci lasciamo rapire, felici di sognare... E pronti a rifarlo daccapo, alla prima occasione...

venerdì 19 febbraio 2016

Avventure a non finire

LE AVVENTURE DI TOM SAWYER
di Mark Twain


Uno dei romanzi più amati nella mia infanzia, anche perché, lungi dall’indulgere al melodramma o al patetismo, è davvero scanzonato e divertente, con punte di riso autentico e qualche ameno momento brividoso… o persino commovente! E poi per la simpatia del protagonista, Tom Sawyer, un monello astuto e manipolatore, ma fondamentalmente buono, che ne combina di tutti i colori, con irresistibile, sofisticata bricconeria… Come dimenticare, ad esempio, la vicenda dello steccato da dipingere o la partecipazione al suo stesso funerale? E poi c’è la faccenda semi-paurosa del temibile Joe L’indiano, o quella “amorosa” della dolce Becky… per tacere di quando lei e Tom si sono persi nelle caverne…
Insomma, avventure a non finire, ma raccontate non come se ci si rivolgesse a dei mocciosi minorati, ma a chiunque: semplici, ironiche, genuine, incantevoli e magiche, con vari tocchi autobiografici, adatte a tutti i palati e sempre attuali, per quanto legate al tardo 1800…
In realtà ci sarebbe altresì da aprire una lunga parentesi su Huck, l’amico di Tom, un orfano totalmente libero e selvaggio, laddove il nostro eroe, invece, è più “addomesticato”, grazie, anche alla zia Polly, che lo ha adottato e si occupa di lui. Solo che per me Tom era già il massimo, mentre trovavo Huck, da sempre il prediletto di Twain, eccessivamente abbandonato a se stesso (con tutto che, precisiamo, anche lui è un bravo giovincello), tanto che con il seguito ideale del romanzo, “Le avventure di Huckelberry Finn”, mi ero presto arenata. Del resto ero piccula e delicatina, e, forse, se non faticavo ad immedesimarmi con Tom, spesso alle prese con familiari, amici e disavventure scolastiche, la vita di Huck mi appariva troppo distante dalla mia e, a tratti, persino dolorosa, nonostante i toni fossero leggeri. Come si faceva, pensavo allora, a non andare a scuola e a non avere nessun adulto di riferimento? C’era la vedova Douglas, okay, ma… Non mi bastava e non riuscivo a sintonizzarmi con lo spirito del romanzo, finendo con il crucciarmi troppo, anziché sorridere divertita.

Tornando a Tom, invece, mi ero appassionata da subito, complice lo stile “arzillo” di Twain, diretto e sornione, capace di rendere i pensieri di un ragazzino con ariosa freschezza e di sedurre con la sua immediatezza priva di banalità.

giovedì 18 febbraio 2016

Per chi vorrebbe ma non osa

ON WRITING: AUTOBIOGRAFIA DI UN MESTIERE
di Stephen King


Ossia una sorta di manuale di scrittura creativa… Che però non è solo questo, ma anche una fucina di aneddoti, ricordi, consigli e preziose considerazioni personali.
Intanto, quindi, è da leggere per chi ama King, a prescindere dalle sue inclinazioni per la scrittura. Infatti il libro ripercorre la vita e la carriera dell’autore da un punto di vista inedito, permettendoci di capire meglio sia l’uomo sia lo scrittore, in un percorso affascinante, ma altresì divertente, se non addirittura spassoso, e comunque appassionante, fatto di tenacia, dedizione e di coraggio… Che ha una sua potenza narrativa e che riesce a coinvolgerci come se fosse un romanzo (e un po’ lo è).
In quanto al manuale in sé per sé… O beh, non serve a niente, perché, di fatto, non dice niente di nuovo ad uno che già scribacchia.
E al contempo serve a tutto, in quanto ti stimola e ti incoraggia!
In effetti è lo stesso King a dircelo (e, ricordiamo, King non è solo uno scrittore, ma anche uno che di corsi di scrittura creativa ne ha tenuti come docente e frequentati come studente): o sai scrivere e impari da solo a migliorarti, oppure no. Non è con un corso che diventi scrittore. Il corso, di per sé, non ti serve ad una cippa.
Ed, al contempo, ti serve eccome, per un motivo semplice, ma importante: puoi anche essere un cane, ma comunque vieni preso sul serio e incentivato.
E, anche se i miracoli non li fa nessuno, non è cosa da poco.
A parte ciò, il vero segreto, secondo il Maestro è trovare qualcuno che creda in te (che può anche essere la tua mamma): ti sosterrà sempre e tu sarai sempre motivato, così troverai la forza di andare avanti, qualunque cosa succeda, qualunque critica ti venga rivolta.
Io su questo non sono molto d’accordo. Sei tu (come sostiene invece Henry Miller) che devi credere in te, non un terzo, per quanto fondamentale per la tua vita… O la forza la trovi in te stesso o non ce l’hai.
Al di là di ciò, King ci mette a parte della sua esperienza, insegnandoci qualche “trucco”, anche in fase di correzione, ma, soprattutto, facendoci capire che non bastano le idee e la stoffa, ma ci vuole una buona dose di lavoro duro, oltre che di divertimento, di dedizione, di disciplina, arrivando a compiere dei sacrifici, se necessario.
Ed, anche, una solida base di valide letture (interessanti, a questo proposito, i consigli annessi), cui ci si deve dedicare con costanza.
Così come costanza richiede la scrittura.
Questo è un concetto che mi piace molto, specie considerando che, come King, trovo ridicoli quelli che affermano “ho sempre voluto scrivere”. Se lo vuoi fare, fallo, kekkaiser. Non stare lì a dirlo, no, imbecille?! Fallo!
Se devo essere sincera ho letto questo libro parecchi anni fa, alla sua prima edizione (ancora Sperling & Kupfer), e non l’ho rispolverato per la redazione del post, indi è possibile che trascuri qualcosa… Ma non ho alcun dubbio circa l’opportunità di consigliarlo, specie adesso che è di nuovo disponibile, recentemente ristampato da Frassinelli.
Più che la parte manualistica, l’ho apprezzato come saggio, per le verità che contiene e in cui – in parte – mi sono rispecchiata…
Come manuale, tuttavia, può essere utile per uno che “vorrebbe” ma è timoroso e non osa, perché infonde forza, e tanti spunti di riflessione.
Personalmente non sono d’accordo su tutto (il luogo appartato non è determinante, ad esempio, tanto meno la serenità d’animo, anzi, io produco meglio e di più se sono angosciata… queste sono questioni soggettive e non possono assurgere a regola, piuttosto ognuno deve trovare la sua), ma il confronto mi piace e mi piace esplorare il metodo di un autore che amo e ammiro.

In effetti, adesso mi sta venendo voglia di rispolverarlo, “On writing”…

mercoledì 17 febbraio 2016

Il linguaggio aulico di Yoda

LE TRADUZIONI DI GUALTIERO CANNARSI


Alludo a quelle dei film dello Studio Ghibli, ed in particolare dei lungometraggi di Miyazaki... Ebbene, per quanto mi riguarda, sono atroci!
No, davvero, apprezzo l'impegno, la passione, ma sono foriere di umorismo involontario, assurdità e persino affette da una certa mancanza di sinonimi...
Io capisco il tentativo di rendere più aulico il linguaggio, ma a volte sembra di sentir parlare Yoda! E tutti sti “sai” ripetuti e reiterati, e soprattutto buttati lì, in mezzo ad ogni frase! Sono insopportabili! E mi distraggono, misericordia: comincio a tenerne il conto, impedendomi di gustarmi la pellicola! E pure gli altri vocaboli sono sempre gli stessi, o le locuzioni... Sto “infatti” che non si capisce da che grammatica sia uscito, sparato a salve ad ogni piè sospinto!
Di recente ho riguardato il bellissimo “La città incantata” in Blu-Ray. La prima volta l'avevo visto al cinema e l'avevo trovato stupendo, le successive dodici-tredici volte l'ho assaporato in DVD e la magia è sempre rimasta invariata. Ma con il nuovo doppiaggio del Blu-Ray... Dio, volevo morire!
Sarà anche più fedele all'originale (io non ne ho idea, non conosco il giapponese), ma a questo punto avrei preferito che lo fosse di meno! A mio giudizio, tradurre non significa riproporre pari pari le medesime frasi, ma interpretare, adattare; cogliere le suggestioni più che altro... Ma se si sfiora il ridicolo, allora evitiamo.
E quale ragazzina direbbe “finanche”? Certe espressioni, poi, risultano stridenti persino a livello sintattico...
La prima volta che il MPM mi ha spiegato che questo è lo stile di Cannarsi ho pensato che il suo fosse slang che alludeva al tempo verbale “cannarsi”, nel senso di farsi una canna... Intendendo che il traduttore fosse un po' alterato chimicamente mentre lavorava e indulgeva negli svarioni... Invece, no! Invece Cannarsi è un cognome! E si riferisce dunque ad uno specifico essere umano!
Mi dispiace, so di essere irrispettosa e scortese... So che è grazie al Signor Gualtiero Cannarsi che abbiamo potuto vedere tanti film che diversamente in Italia non sarebbero mai giunti... Ma, diamine, ho visto quasi di seguito “La principessa splendente”, “Pioggia di ricordi” e – di nuovo – “La città incantata”... e non ne posso più! Voglio tornare ai parametri infedeli e incolore del doppiaggio vecchio!!!

Auxilium!!!

martedì 16 febbraio 2016

Non è colpa degli uomini se...

IL CAPPOTTO DI ASTRAKAN
di Piero Chiara


Tra i romanzi di Chiara letti fino ad ora, questo è quello che ho preferito.
Non perché sia più bello degli altri, ma per la trama e per come è costruita (iniziando in un modo e continuando in un altro), perché denota immaginazione e una certa pruderie sconvolta e malatina, che ho apprezzato.
Certo il protagonista è sempre il solito maschio apparentemente perbene di Chiara e in realtà un po’ bestia (almeno nei rapporti con l’altro sesso), che sul momento fatico digerire e che, tuttavia, è così “medio” che si deve accettare… Tanto più che, in fondo, non è colpa degli uomini se la maggior parte di loro è dotata di un solo neurone…
Ad ogni modo, ecco la trama: anni 50, il nostro io narrante, sulla trentina abbondante, si trasferisce in quel di Parigi per “migliorare il suo francese”… Nell’ottica di risparmiare va a pensione da una vedova in età, la signora Lenormand, che di fatto quasi lo adotta, ospitandolo nella stanza del figlio… Il quale, reo di essere fuggito all’estero con una donnina, a sua volta, somiglia tantissimo al nostro fisicamente e per inclinazioni. Ancora di più quando la donna comincia a prestare al protagonista i vestiti di Maurice, il figlio, appunto, tra cui il fatidico cappotto di astrakan.
Nel frattempo il nostro frequenta Valentine, una graziosa (ma imperfetta) vicina… che prima era fidanzata proprio con Maurice...
Solo che Maurice non è esattamente fuggito all’estero con una donnina…
La trama procede in maniera liquida, con placidità, tra riflessioni intimistiche e speculazioni di natura filosofica o letteraria (stimolanti e per nulla noiose, e che, anzi, hanno il pregio di coinvolgerci subito), permeata dalla routine quotidiana, da una certa confidenzialità che si instaura con il lettore, fino a che… non si insinuano i primi sospetti e il romanzo prende il volo.
A rendere l’opera interessante, oltre alla prosa garbata e colloquiale di Chiara, il viluppo simil-giallo (no, non giallo, semmai quasi da thriller), che ci sorprende verso la metà, sconvolgendo le nostre aspettative (in termini positivi).
E poi, verso la conclusione, l’aria di lago (Maggiore) e di paese, che ci riporta, pur brevemente, ai fasti de “Il piatto piange”. La fine, forse un po’ irrisolta, tuttavia non ci dispiace, e anche se ci lascia in bocca un sapore un po’ amaro, ci induce ad un sogghigno per l’avventura appena conclusa.

Che è fantastica da raccontare…

lunedì 15 febbraio 2016

Spaventoso il giusto

NECROPOLIS – LA CITTA' DEI MORTI
di John Erick Dowdle
(2014)


Carino.
Non ci credete? Non ci avrei creduto neanche io.
Intanto pensavo fosse un film sugli zombie, laddove gli zombie mi hanno un poquito stufacchiato. Ma no, è un horror di tipo “alchemico”, e non è che ce ne siano molti in giro! Certo, qui si fa un gran minestrone banalizzando tutto: la pietra filosofale si accompagna alla mitologia egizia e ad anacronistiche suggestioni dantesche, e quel che viene fuori a livello intellettuale è un superficialissimo mix senza capo né coda... Ma amen. Proprio per questo, infatti, risulta facile da seguire nei suoi sproloqui e riferimenti, anche se non si è proprio esoteristi esperti, ma ci si è limitati alla lettura di qualche manuale/dizionario...
A parte ciò, la storia è sicuramente godibile: a tratti sfora un po' nel delirio, ma complessivamente è ben calibrata, claustrofobica, spaventosa il giusto (ma non disturbante) e capace di incuriosire.... In effetti vien voglia di scoprire dove si andrà a parare... Lì per lì si pensa alla conclusione più semplice e classica, quella in cui i malcapitati crepano tutti malamente, o peggio, invece... Il finale è una sorpresa, coerente, per giunta, e giustificato da quanto è avvenuto (e ci è stato ricordato) prima.
Anche i personaggi, per essere in un orroraccio, sono ben abbozzati, complice l'introspettività che fa eco alla ricerca alchemica, mentre le catacombe parigine sono un'ambientazione ottima, inquietante già di suo...


La tecnica è quella ormai inflazionata del finto documentario, ma qui non appare pretestuosa e gratuita, anzi viene sfruttata ad arte ed amplifica le potenzialità narrative, senza risultare noiosa... Di norma il problema più grande dei mockumentary è proprio questo: la lunga premessa. Qui, invece, si parte abbastanza in fretta e le parentesi con le spiegazioni e la contestualizzazione, anziché appesantire, sono interessanti (per quanto campate in aria).
Insomma, niente di che... Ma un niente di che perfetto per una seratina piacevole e tenebrosa, originale e diversa dalle altre!
P.S.

Assai più azzeccato il titolo originale: As Above, So Below.

venerdì 12 febbraio 2016

Lascialo/a stare

Per festeggiare S. Valentino

SEGRETI SIMIL-LETTERARI PER SUPERARE LA FINE DI UNA STORIA...


PARTE II

Proseguo da ieri:

  • consiglio dal Manga “Eden” di Hiroki Endo Se qualcosa ti rende triste, odialo
detto così è aberrante e vigliacco. In realtà il senso può essere: reagisci.
Non farti schiacciare dal dolore, non assumere tutto su di te (se la storia finisce spesso la colpa è di entrambi, anche tua. Ma anche dell'altro/a), piangi, sfogati, ma evita l'autolesionismo, evita di crogiolarti nell'autocommiserazione, e poi volta pagina. Il che implica non struggerti all'infinito per il tuo/la tua ex e soprattutto taglia i rapporti in modo netto, senza strascichi. Che non significa scrivere cretinate sui Social, ma ignorarlo/a. Nell'immediato può sembrare più doloroso, ma sul lungo periodo non lo è.

  • Commento di Shakespeare: La gelosia è un mostro con gli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre
è un sentimento indegno, indi lascia perdere. Si è messo/a con un'altra/un altro? Buon per loro! Tanto se uno/a non ti vuole, non ti vuole. E, come dice Mater, “Chi non mi apprezza non mi merita”. Perciò, come dico io, che muoia.

  • Consiglio mutuato dalla “Medea” di Euripide: l'orgoglio prima di tutto.
Non umiliarti, non corrergli/le dietro. Lascialo/a stare. Però, attenzione, Medea è una bella peperina, quindi evitiamo di seguire il suo esempio in toto, tanto più che è controproducente (irrilevante è la circostanza che sia il mio personaggio mitologico preferito...)! La storia è più o meno questa: Medea è la strafica principessa della Colchide e per giunta dotata di grandi poteri magici. Quando arriva quel babbeo di Giasone in cerca del vello d'oro, lei lo aiuta (in pratica fa tutto) a scapito della propria famiglia (evito di descrivere il trattamento riservato al povero fratellino)... Medea, dunque, fugge con il suo eroe, procacciandogli pure, una volta nella nuova patria, il trono cui lo stesso aspirava... Quando invecchia, però, dopo aver dato a Giasone tutta la sua vita, il suo retaggio, il regno e due figli, il caro maritino la scarica per un'inutile giovane sgualdrinella (principessa, ovviamente)... Allora Medea che fa? Piange e si dispera? No: gli ammazza la nuova fiamma, il suocero, e soprattutto, soffrendo tremendamente e dannandosi per l'eternità, i due figli, ancora bambini, che sono anche i suoi – e che entrambi adoravano, a modo loro – e poi, simpaticamente, fugge, per convolare a nuove nozze con il Re Egeo (anche qui finirà male, ma è un'altra storia)...
Quindi, memento: gli obiettivi sono la propria autostima e la felicità (Epicuro docet), non la vendetta... (a meno che vi siate trovate un Giasone – o il suo corrispondente femminile – che se la merita tutta)!

  • Consiglio mio (che in parte riassume questioni già considerate):
appoggiati alle persone care, confidati, parla... Piangi, vivi il dolore, ma non crogiolartici... Taglia e stacca (viaggetto, hobby, nuove frequentazioni). Se comunque continui a trovarti l'ex davanti, gestisci la cosa in modo adulto e decoroso. Gli inferiori non si trattano male, ma con distaccata gentilezza. I propri pari con cui non si vuole più essere in confidenza – e che magari sono pure innocenti e nostre vittime – idem. Fai sport, almeno ti scarichi, anche a livello ormonale. E poi, un domani, forse con lui/lei potrete essere amici... Alla fine, prima che diventasse un demone gli volevi bene, indi, perché no? Certo, prima devi superare DEL TUTTO la cosa...

E se invece proprio non ce la fai? Se stai troppo male?

  • Consiglio mutuato da Charlie Brown: Psychiatric help!
Si può sempre ricorrere ad un aiuto professionale (non uno psichiatra, quello è eccessivo, uno psicologo, magari...). Conosco persone che lo hanno fatto e ne hanno tratto giovamento, seppur non nell'immediato. Peraltro, la migliore amica di Chiccachu, che è una psicologa, mi ha detto: se riesci a confidarti con qualcuno (il gatto, come lo sconosciuto o gli amici) lo psicologo non ti serve. Diversamente sì, a prescindere.

  • Proverbio popolare: il mare è pieno di pesci
Sempre parlando di proverbi, però: okay, chiodo scaccia chiodo, ma la cosa più abbietta è mettersi con un/a nuovo/a tizio/a solo per dimenticare il primo/la prima. Non è solo poco dignitoso e sleale (anche verso se stessi), ma persino una gran rottura, a seconda di come si evolve la faccenda e a chi ti devi succhiare dopo... Indi ribatto con un: meglio soli che male accompagnati! E ciò vale anche per il fidanzato/la fidanzata n. 1.


Baci!

giovedì 11 febbraio 2016

Devi patire

Per festeggiare S. Valentino:

SEGRETI SIMIL-LETTERARI PER SUPERARE LA FINE DI UNA STORIA...


PARTE I


Questi segreti non esistono!
La fine di una storia fa male, può essere umiliante e avvilente, e di fatto è una botta di sofferenza totale, spesso inaspettata e sempre difficile da gestire, specie se ti ritrovi l'infame di turno continuamente tra le scatole.
Soluzioni? Nessuna.
Devi patire e goderti tutto il dolore.
Proust ti consolerebbe dicendo: “Vedrai, ti arricchirà”, e probabilmente è pure vero... Ma capisco che mentre ti contorci per il cuore che ti si spacca Proustino-bello non sia di grande conforto e al massimo ti venga voglia di cartellarlo...
Quindi, ecco qualche ameno escamotage (fatto per due parti di allegra caXXoneria, per tre di saggezza – che però va oculatamente interpretata) che, se non risolve, potrebbe perlomeno aiutare:

  • Consiglio mutuato da John Fante: scrivi!
nella prefazione di “Chiedi alla polvere” J. F. spiega che qualunque disgrazia capiti allo scrittore è per lui segreta fonte di gioia perché implica nuovo materiale narrativo.
Un ottimo modo per affrontare la perdita, quindi... è scrivere!
Non sei una scrittrice/scrittore? Che c'entra? Tutti possono scrivere! L'importante è essere sinceri con se stessi, e non si deve per forza confezionare un romanzo: basta buttare i propri sentimenti sulla carta, e poi si vedrà... Possono anche rivelarsi utili in un secondo momento...
Piuttosto, come ci illustrerebbe Pat Conroy, scrivere fa male: il dolore si fa più travolgente, più incontenibile, le parole si mescolano alle lacrime... Ma così lo si affronta, lo si rielabora, e... si supera prima, accelerando i tempi della guarigione, magari riuscendo persino ad esaminarne le cause! Piangere fa bene, è catartico, e se capisci che cosa è andato storto è più facile che tu te ne faccia una ragione, o che comprenda i tuoi sbagli, o quelli dell'altro/a... Oppure, chissà, magari ti rendi conto che hai fatto addirittura un affare, a sbarazzarti del/la tuo/a vecchio/a lui/lei... Oppure... alla fine ti importerà solo di scrivere, perché magari sta venendo fuori davvero qualcosa di buono e il tuo scopo, presto, non sarà più dimenticare/affrontare la perdita, ma realizzare un'opera dell'ingegno!

  • Consiglio dall'eptalogia de “La Torre Nera”: Ricorda il volto di tuo padre
ovvero, ricordati chi sei (una persona valida, piena di doti, risorse e di autostima, che ha il dovere di amarsi e di essere felice, a prescindere da tutto) e come sei usa/o comportarti (bene: senza commettere bassezze e continuando ad avere il rispetto di te stessa/o, in tutti i sensi possibili...)

  • Corollario di Snoopy: Sono troppo io per morire!
Magari adesso, senza di lui/lei, non ti senti completa/o, ma... sbagliato: la/o sei! Ti credi forse un kaiser di ermafrodito (in senso mitologico) che deve trovare la sua metà maschile/femminile? No! Sei unica/o e irripetibile, indi amati e basta a te stessa/o! Anzi, memento: da soli si sta da Dio! Approfittane e divertiti finché resti libera/o! Ho visto delle mie amiche risorgere subito dopo essersi separate dal marito! (Precisazione. Divertiti non vuol dire vai a caccia di pipini/farfalline freschi/e... Divertiti vuol dire: esci con gli amici, trastullati, fai tardi, progetta, crea...)

Domani la seconda e ultima parte

mercoledì 10 febbraio 2016

La biografia di un'universitaria confusa?

MIELE
di Ian McEwan


McEwan mi piace, ma non avevo letto molto di lui (giusto “Espiazione” e “La ballata di Adam Henry”), quindi quando “Miele” mi è capitato tra le mani mi sono detta: perché no?
Solo che in principio, al di là delle promesse della quarta di copertina, non capivo che cosa avessi comprato... La biografia di un'universitaria confusa? Una vicenda di spionaggio? Si parlava di una travolgente storia d'amore... ma quale? Tra chi? Non quella con il vecchio prof, né tanto meno quella tra Serena e Max... Dunque?
Alla fine si chiarifica tutto, e questo è uno di quei casi in cui il “the end”, stupendamente metaletterario (come in “Espiazione”, peraltro, che però, ex post, risulta più incisivo), ti porta a rivalutare ogni cosa, con occhi diversi. E pure un po' a commuoverti, in questo caso. A sentire la forza della situazione e la sua superba contraddittorietà.
E... sì, è bello. E la storia d'amore è stupenda (e io non sono una di quelle che di solito le apprezza, anzi).
Notevole anche lo stile di McEwan, un po' lento, va bene, ma sostenuto da un'eccellente capacità descrittiva e di approfondimento psicologico, con qualche spruzzata (sporadica) di simpatia e di fragilità, che ci induce a perdonargli la circostanza che la trama non parta proprio da subito. In principio, infatti, si affrontano tante pagine di contestualizzazione e di conoscenza della protagonista, che hanno il loro fascino, ma che ci sembrano un po' inconcludenti, un po' fini a se stesse, come se ci si cimentasse un mero esercizio di virtuosismo... fino a che tutto acquista un senso e comprendiamo.
Che queste pagine erano necessarie e che il romanzo è strutturato esattamente come doveva essere.
P.S.

Carine le parentesi letterarie e le discussioni critiche.

martedì 9 febbraio 2016

C'è da godere

DAREDEVIL


Nutro sentimenti contraddittori verso questa Serie Tv.
Da un lato provo un senso di affaticamento ogni volta che il MPM mi propone di vederne una puntata: so già che sarà lenta, claustrofobica, cupa e violenta. E non ho mai visto un Supereroe prendere così tante botte e i suoi amici incorrere in tanta sfortuna (e che diamine, Devil è della Marvel, mica della DC!)... E io soffro, patisco... Sembra che ci venga ricordato di continuo che il mondo è male, ed Hell's Kitchen in particolar modo (peggio di Gotham, misericordia)! Gesù, vien voglia di arrendersi, o suicidarsi!
D'altro canto... D'altro canto, però, guardare Daredevil è come scoprire, dopo tanti fumetti commerciali, una graphic novel d'autore. Già, dannazione, la Serie è realizzata maledettamente bene: le atmosfere introspettive, l'ambientazione malata, i personaggi in continua evoluzione, interiormente ed esteticamente (lo stesso Devil, che pure ho sempre considerato la versione vecchia e disabile dell'Uomo Ragno, è un figo ultraspaziale in crescita, e si noti che non giudico l'attore, il bravo Charlie Cox, particolarmente attraente), le trame (dure, sporche e cattive)... Persino i casi giudiziari che Matt Murdock deve affrontare in veste avvocatesca (Dio, Matt è fantastico come avvocato: quasi lo amo, ed è così riuscito questo sdoppiamento antitetico tra luce e tenebra, tra tutore della legge e vigilante, tra moralità ed elusione della normativa)!
E i combattimenti, poi! Sono tanti e splendidamente realistici (infatti, come dicevo, il nostro eroe viene sovente pestacchiato a sangue), a tratti quasi commoventi...
Pure i comprimari sono convincenti e approfonditi, dalla bella Claire (Rosario Dawson) a Foggy (Elden Henson), per tacere di Kingpin (Vincent D'Onofrio), spietato, ma carismatico e ammaliante, e tutti dotati di spessore!
Chapeau! La Serie è intelligente e adulta, pregna di riflessioni e problematiche di natura etica, stimolante e matura, incisiva, senza i toni brillanti, gli effettoni speciali e le tutine sgargianti delle “marvelate” che l'hanno preceduta... Ed è persino in continuity con i film degli Avengers etc., nonostante, specie a livello emozionale, siamo lontani anni luce (ma chi riuscirà più a vederli, adesso, sti robi per bambini? Chi potrà più digerire “Agents of S.H.I.E.L.D.”, che pure non è male?)!
...E ho letto che ad un certo punto arriveranno Frank Castle ed Elektra (ma io non li ho ancora incontrati)... Insomma c'è da godere se si è nerd, ma anche se si ha il palato fine (o entrambi, magari)...

Quindi... quindi, anche se mi dà affaticamento, ansia ed è percorsa dallo Spleen baudelairiano, “Daredevil” è decisamente da non perdere! Anzi, è da non perdere soprattutto grazie all'ansia che ti infonde e allo Spleen baudelairiano (che però patisco)!

lunedì 8 febbraio 2016

Un sonno strano e inspiegabile

AFTER DARK
di Haruki Murakami


Non sappiamo perché, ma una fanciulla bellissima nella sua stanza (o al di là dello schermo di un televisore?) dorme un sonno strano e inspiegabile, che pare senza tempo, e intanto, durante la notte, le vite di altre persone si intrecciano, creando un affresco peculiare, fatto di coincidenze e normalità, di umanità e disumanità, riflessioni e sogni...
Romanzo brevissimo, specie per i canoni di Murakami, ma dall'incedere misurato e inesorabile, quieto, placido, ma stuzzicante, delicato, che si segue con piacere, anche se non lascia tantissimo (ma qualcosa sì)...
Indubbiamente ho letto libri più belli di quest'autore: più originali, più affascinanti, meglio costruiti... Qui i toni e i pregi sembrano attutiti, smorzati, alcuni personaggi lasciati in secondo piano, ma il romanzo è comunque coinvolgente e piacevolissimo da leggere. Più intrattenimento che viaggio mentale, cela ugualmente in sé dei sottintesi onirici, ponendo quesiti interessanti, che non vengono risolti, ma per cui riceviamo certamente input stimolanti e significativi. Lo stile, poi, è sempre il suo: fondato sui dettagli, sulle sfumature, ma allo stesso tempo semplice, fluido, da cui ci si lascia trasportare volentieri...
Anche se, alla fine, si ha quasi l'impressione che non sia successo niente, per quanto la notte sia stata densa di eventi. Ma è così importante, poi, che qualcosa accada? Che le parentesi aperte si chiudano? A me non dispiace questo senso di sospensione e di “non terminato” che permea l'opera... e che, tutto considerato, pur con nuance diverse, è una caratteristica tipica dei romanzi di quest'autore.

Tutto sommato potrebbe essere un buon libro per accostarsi per la prima volta a Murakami, perché ne contiene il paradigma, ma in misura minore, senza sopraffare il lettore, piuttosto prendendolo per mano e accompagnandolo con dolcezza, come se, appunto, fosse “la prima volta”.

venerdì 5 febbraio 2016

Pagine che trasudano sofferenza

LA CHIAVE DELL'ASCENSORE. L'ORA GRIGIA
di Agota Kristof


Due pièce taglienti e amare, due situazioni così dolorose, claustrofobiche ed esasperate da apparire senza uscita... Solo che l'uscita c'è, ed è spettacolare quanto tragica, con un nonsoché di contraddittorio e destabilizzante, che risulta quasi umoristico!
Ne “La chiave dell'ascensore” conosciamo una donna tenuta prigioniera dal marito, e alla quale, gradualmente, viene sottratto ogni scampolo di autonomia. Come tutte le vittime, però, la signora è complice silenziosa del suo carnefice, che giustifica e di cui sposa le motivazioni, illudendosi che il suo lui abbia il solo scopo di proteggerla... Fino a che la protagonista non cessa di mentire a se stessa, non realizza, e... Tutto sembra imporci come soluzione il suicidio... E invece no! Invece...
“L'ora grigia”, o “L'ultimo cliente”, riferisce il dialogo di una prostituta ormai anziana e del suo cliente più affezionato, un ladro, anziano anche lui e da sempre innamorato di lei, mentre un violinista suona nella stanza vicino...
Anche qui le pagine trasudano sofferenza e dell'idea di una vita sprecata e di occasioni buttate al vento, ormai troppo radicate per poter avere uno sviluppo lieto... E infatti non ce l'hanno, oppure sì, se si è sufficientemente cinici.
Due drammi brevissimi, vagamente malsani, vagamente morbosi e perversi, dallo stile asciutto, secco, ma rilucente di bellezza, specie nelle ariose descrizioni nell'apertura fiabesca – e superbamente allusiva – de “La chiave dell'ascensore”, specie nel ritmo dialogico della prostituta e del cliente, scevro di tenerezza, ma pieno di pathos... e staffilate.

Alla fine, forse, non ti lasciano molto, se non un boccheggiamento dell'anima, una ferita sanguinante, ma invisibile, eppure vale la pena leggerli, anche solo per il piacere di esserne tramortiti.

giovedì 4 febbraio 2016

Strampalati al massimo

PITCH PERFECT (VOICES)
di Jason Moore
(2012)
e
PITCH PERFECT 2
di Elizabeth Banks
(2015)


Due film deliziosi, che possono sembrare la classica vaccatina per teen-ager in stile “Glee”, ma che si elevano di molto al di sopra del livello medio dei teen movie, emozionano, divertono e vantano esibizioni spettacolari (per voci, coreografie, e persino costumi).
Okay, la trama è banale, infarcita della solita parentesina amorosa (almeno per quanto riguarda il primo. Nel secondo la parentesi, ancora più “ina”, è quasi divertente) e c'è qualche gag infelice, qualche momentuccio esasperato, ma nel complesso direi che il risultato è buono!
Ovviamente ad essere interessanti sono soprattutto le canzoni e i gruppi di canto a cappella che si scontrano fra loro: davvero notevoli, e decisamente più in gamba dei ragazzi della già menzionata – e orrida – Serie Tv trasmessa da Sky (in “Pitch Perfect 2”, in particolare, ho apprezzato tantissimo la performance finale dei rivali di turno, i Das Sound Machine, che mi sono rivista in tutte le varianti nei contenuti speciali del Blu-ray)!
Però, i film non sono solo questo! Ci sono alcune battutine al vetriolo davvero gustose, alcune scene adorabili, che hanno anche il pregio di prendersi in giro, e una sorta di dissacrante cattiveria di fondo, un po' da commedia nera, assolutamente niente male e talvolta persino spiazzante!

E poi, i personaggi! Strampalati al massimo, bizzarri, ma molto riusciti e spesso sorprendenti, cui ti affezioni, persino... E chi se ne cale se il finale è scontato (in compenso l'inizio del secondo capitolo non lo è per nulla): è proprio quello rassicurante che vogliamo tutti! Perché a differenza delle rumentine alla “Step Up” in cui contano solo i passi di danza, qui viviamo emozioni vere... preconfezionate, magari, ma da cui ci facciamo rapire volentieri, facendoci coinvolgere, parteggiando apertamente per le nostre eroine, e ammirandole tutte, dalle ciccione alle vomitelle emotive!

mercoledì 3 febbraio 2016

Il sapore del mitico 1958 texano

LA SOTTILE LINEA SCURA
di Joe R. Lansdale


Il primo romanzo di Lansdale che ho letto, e anche quello che, in assoluto, mi è piaciuto di più.
Di genere noir, divertente, ma senza eccessi, con qualche tocco di poesia e una mirabile atmosfera – in bilico tra l'incanto dell'adolescenza e la paura, tra la magia degli anni 50-60 e la violenza bruta – è sostanzialmente un romanzo di formazione, che trae il suo nutrimento da una storia di mistero e orrore, ricca di colpi di scena, e da un passato non del tutto sepolto, con condimento di omicidi e follia.
Ad esaminarlo ex post, dopo aver fatto un po' meglio la conoscenza dell'autore, posso ravvisarvi molte delle sue tematiche predilette – razzismo, violenza domestica, denuncia sociale – mentre all'epoca mi ero sentita piacevolmente sopraffatta, per via di tutte queste cose – peraltro ben amalgamate – che bollivano in pentola...

Joe R. Lansdale ritratto dal nostro vignettista

Ad avvincermi era stato soprattutto lo stile di Lansdale: coinvolgente fin dalla prima parola, brillante, diretto, scoppiettante, ma con una sorta di vena lirica e passionale, dolcemente nostalgica, ma senza autocommiserazione, a conferirgli una marcia in più, a renderlo unico (e che, successivamente, nei suoi altri romanzi che ho letto, ho ritrovato con declinazioni assai diverse)...
Pure la storia mi era piaciuta, non originalissima, di per sé, va bene, ma sempre più ingarbugliata, sempre più veloce, ben calibrata – il finale, soprattutto, mi aveva stupita – ... E ancora di più mi ero entusiasmata per i personaggi, specie Stanley, il tredicenne protagonista, che progressivamente perderà la sua innocenza, e la sua sorellina Callie, dalle molte risorse.
Ultimo elemento indimenticabile: il sapore del mitico 1958 texano, come descritto da Lansdale, che con poche pennellate risce a ricostruire un'epoca, un modo di vivere e di sentire, evidenziandone le storture, con durezza, ma senza essere troppo crudo...

Davvero carino!

martedì 2 febbraio 2016

Qualsivoglia sfumatura

LA MACCHIA UMANA
di Philip Roth


Un romanzo potente e disperato, dalla trama complessa, architettonicamente ineccepibile, che si fonda sulle contraddizioni e sulle menzogne dell'esistenza – quelle che ci inventiamo noi (un po' per necessità, un po' per scappatoia) e che decidiamo pervicacemente di perseguire – e sul potere devastante dei pettegolezzi, della meschinità, ma altresì del dolore e della rabbia, di cui si narra l'incapacità di un superamento...
Un romanzo, però, non privo, di ironia e sempre rilucente di acuta lucidità, di analisi sferzanti e riflessioni adamantine, del quale ho apprezzato la trama, ma ancor più lo stile, capace di cogliere qualsivoglia sfumatura, moto dell'animo, o pensiero incidentale...
E poi, naturalmente, ho adorato i personaggi: multidimensionali, carichi di pathos e di fardelli... Personaggi che spaccano e che la carta riesce appena a contenere:
- Coleman Silk, con il suo carattere intenso e carismatico e le sue scelte estreme, il cui prezzo è disposto a continuare a pagare, anche quando ormai non serve più, pure a scapito degli altri (i suoi figli, in particolare), nemmeno fosse una dannazione divina (oppure la è? Non divina, ma dannazione autoinflitta?)...
- Faunia Farley, che non mi sento di definire, perché il bello sta proprio nello scoprirla a poco a poco, mentre vince ogni stereotipo...
- Zuckerman, il narratore, l'alter ego di Roth... E' la prima volta che lo incontro, ma so che ricorre spesso nelle sue opere. E ovviamente lo amo: per la sua sensibilità e i suoi scrupoli morali, la sua delicatezza come persona... Perché, sì, è una persona, prima di tutto, prima di essere un comprimario o un narratore...
E, infine, Delphine Roux, il un personaggio più orribile (assai più del trucido Les, l'ex marito di Faunia) quanto riuscito: una chiara applicazione di come, talvolta, le persone più colte e istruite possano essere le più infime e stupide e isteriche. Donnetta miseranda!
Quindi, in definitiva?
Leggete “La macchia umana”.

Leggete Philip Roth.

lunedì 1 febbraio 2016

Un'esperienza da vivere

GLI EQUINOZI
di Cyril Pedrosa


Dove ci viene mostrato, attraverso le storie dei protagonisti, quattro stagioni, e qualche divagazione – importantissima e densa di sottintesi –, come si compone l'esistenza, in senso particolaristico e universale, con i suoi alti, bassi e sfumature in mezzo... Perché, in un certo senso, le trame che ci vengono narrate sono quelle di tutti, anche le nostre, ad un tempo meramente rappresentative, eppure peculiari e individualistiche, solo che a vederle da queste angolazioni ci sembra di coglierne la cifra totale, frazionata sulla pagina, grazie al percorso stilistico e narrativo, e ricreata nella nostra mente, così, leggendo, senza sforzo, come se noi fossimo Dio...
E la trama, dunque, non è data dalla somma delle vicende dei personaggi, ma da qualcosa di più – di più ampio, profondo, complesso, multidimensionale – che accade fuori dalla pagina, avvolgendoci piano, inondandoci con una pluralità di emozioni/stati d'animo contrastanti, che si completano a vicenda, ponendosi in antitesi.
Ed è una sensazione notevole quella che si prova, da universo quantistico, panteistica, inebriante... Come se stringessimo in mano l'Aleph di Borges, un punto da cui possiamo vedere tutto contemporaneamente, con la differenza che qui ci vengono altresì offerti gli strumenti per comprenderlo (sì, anche a me viene in mente “Qui” di Richard McGuire).
Un'esperienza da vivere, più che una graphic novel, e sulla quale, poi, rimuginare... Anche a livello pittorico, tra l'altro, perché le tecniche cambiano, adattandosi alle circostanze (alle stagioni della vita), mutuandosi su di esse, e a volte le parole spariscono, altre divengono prosa, in un ciclo che si ripete, ma senza mai essere uguale...

La verità è che mi sono innamorata di quest'opera già osservandola a catalogo. Dopo averla avuta tra le mani, quindi, confermate le mie aspettative, ho dovuto immediatamente procacciarmi ciò che c'era a disposizione di Pedrosa – per ora “Cuori Solitari”, decisamente interessante, soprattutto a livello di “montaggio” – e ordinare quello che, a quanto pare, è il suo lavoro più importante, “Portugal”... Vi saprò dire, ma so già che non resterò delusa...