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lunedì 16 luglio 2018

Un analitico coacervo di solitudini e dolori

NON AVEVO CAPITO NIENTE
di Diego Da Silva


Primo romanzo di Da Silva che leggo, primo della trilogia dell'Avvocato Vincenzo Malinconico, cui non mi sarei, credo, mai avvicinata se non me lo avesse proposto la persona giusta, che, già che c'era, me lo ha pure regalato. Be', carissima, se stai leggendo queste righe, grazie.
Grazie anche se, mi rendo conto, a me questo libro ha fatto male.
Piacere mi è piaciuto, è scritto in modo delizioso, è intelligente, fresco, leggero, molto brioso, ma mi ha quasi uccisa. Perché, per quanto il protagonista sia simpatico e autoironico (nonostante alcune sue caratteristiche un po' mi snervino e spesso mi facciano saltare la mosca al naso), è un tale analitico coacervo di solitudini e dolori e filosofeggiamenti che per leggerlo avrei bisogno di essere molto, molto più serena e felice. Invece così, nonostante il contesto faceto, mi sento tirare a fondo.
Sarà strano, ma il brano che ho preferito è quello (altra botta di vita) su Gilbert O'Sullivan e il suo pessimismo occulto – che nemmeno sapevo chi fosse, ma che mi sono precipitata ad ascoltare e che, volente o nolente, per quanto mi riguarda con Malinconico ha un sacco di punti in comune –.  
Per il resto, benché come avvocato Malinconico mi sembri posticcio per tantissimi piccoli dettagli (che sento come veri e propri errori e che, quindi, inficiano un po' il gusto della lettura), la storia è ben costruita, infarcita di momenti gustosi e scene smaccatamente divertenti, che, talvolta, rasentano piacevolmente l'assurdo e aggiungono un po' di pepe e un po' di sale. Quello che avrei tolto, però, è lo zucchero, ossia la vicenda di Alessandra Persiano (che flebo!), ma si sa, io alle storie d'amore sono allergica.
Se leggerò gli altri due romanzi dedicati a Malinconico? 
Prima devo prepararmi emotivamente.

mercoledì 3 maggio 2017

Un detective sfortunato

IL RAGNO
di Michael Connelly


Thriller investigativo ambientato a Los Angeles il cui protagonista, il Commissario Harry Bosch, è destinato a vivere molte altre avventure, di cui questa non è la prima né sarà l'ultima.
Non un libro che mi sarei comprata, dunque, ma senza dubbio un romanzo che, nonostante non ami i thriller e non conosca Bosch se non per la pubblicità relativa alla Serie Tv (che non ho visto, ma solo sentito), mi ha tutto sommato divertita e che, comunque, si può leggere indipendentemente dal resto dell'opera.
Lo stile dell'autore è funzionale, fluido, e convenzionale, privo di impennate gastriche come di afflati poetici, la trama, però, è congegnata molto bene, connotata da un ottimo ritmo, che, tutto considerato, mi ha presa abbastanza in fretta.
Lo stesso incipit è interessante, con questo avvocato avvoltoio e approfittatore, apparente paladino degli oppressi, ammazzato a tradimento per ragioni ignote, ma che reca in sé molte tematiche affascinanti, sul piano sociale come su quello etico, in ordine alla legittimità dei sistemi utilizzati dalla Polizia...      
Ma la vicenda si complica in fretta, comprendendo pedofilia, stupro, giochi di potere, corruzione e chi più ne ha più ne metta. Tuttavia si segue bene e volentieri, con colpi di scena dosati ad arte, e la capacità di incuriosire il lettore, e, a poco a poco, e persino di coinvolgerlo.
Pure sul piano umano ci sono passaggi stimolanti (nonostante l'inutilità della parentesi matrimoniale, almeno dal punto di vista di una neofita), che se all'inizio mi sembravano inflazionati e banali, alla fine ci inducono a stimare 'sto povero Detective, proprio perché è solo, sfortunato e non gliene va bene una. Anche se, ammettiamolo, è in gamba e integerrimo, ma non tanto da risultarci antipatico.
Il suo problema, semmai, è il marciume del mondo, che gli si rovescia addosso di continuo e a cui lui, pur conscio di essere sconfitto in partenza, non riesce ad arrendersi.

P.S.
Il suo nome completo è Hyeronimus Bosch, come il pittore. Quando l'ho scoperto ho riso di gusto!

giovedì 22 settembre 2016

Non il solito bestseller

LA RAGAZZA DEL PARCO
di Alafair Burke


Nel complesso il romanzo mi è piaciuto, e devo ammettere che è scritto con straordinaria fluidità. L’incipit è ottimo, i personaggi resi bene, a tutto tondo, e la trama viaggia alla velocità della luce, facendosi vieppiù interessante, confondendo opportunamente le carte e cambiando spesso prospettiva… Il problema è che la fine con il presunto colpo di scena è prevedibile già a metà volume e questo anche per chi, come me, non è un gran consumatore di gialli/thriller… Naturalmente si può obiettare che è una conseguenza legata all’ineccepibile precisione con cui sono stati descritti i personaggi, ed senz’altro è vero, ma allora io ritengo sarebbe stato più dignitoso glissare ed evitare, semplicemente, il colpo ad effetto: o è eccezionale (e qui non lo è: non solo perché è prevedibile in sé, ma anche perché inflazionatissimo e ormai praticamente scontato) o inevitabilmente banalizza la vicenda… Peccato.
Ad ogni modo nella prima parte il romanzo procede alla grande sia per quanto concerne l’intreccio giallo, con tutti i suoi fili aperti, sia per quanto riguarda i risvolti sentimentali che vi sono in vario modo collegati… Questo forse il vero motivo di interesse dell’opera: il presente sovrapposto al passato, con tutte le sue implicazioni emotive e i numerosi echi: sotto questo profilo, in effetti, la trama è davvero costruita ad arte.
Si badi, non alludo a una vecchia fiamma che ritorna ad avvampare, quanto piuttosto ad un gravoso carico di sensi di colpa, tenerezza e umani errori e alle loro ripercussioni. Non c’è spazio per triti amorazzi rosa, semmai si indulge su strascichi dal sapore amaro, ma autentico.
Sotto il profilo psicologico, per quanto il romanzo rimanga sempre ad un livello leggero e assolutamente digeribile e non opprimente, i sentimenti dei protagonisti vengono infatti indagati con compiutezza e acume, riuscendo a rappresentare sia innocenza e bellezza perdute come la triste disillusione.

E’ a questo livello, a mio avviso, che il romanzo funziona e addirittura si eleva al di sopra del solito best seller da spiaggia. Ed è sempre a questo livello, che, invece, i colpi di scena, per quanto non sorprendenti, danno luogo ad un affresco avvincente, che affascina e stordisce.

lunedì 27 giugno 2016

Una protagonista eccezionale

JESSICA JONES


Genere supereroistico in salsa noir, con un'eroina dalla forza straordinaria, disillusa e alcolizzata, che combatte il crimine – e il suo disturbo post traumatico da stress – facendo la detective, e che ha la sua nemesi in un tizio che controlla le menti...
Se l'avessi vista prima di “Daredevil” sarei stata più entusiasta, adesso mi limito ad un modesto plauso.
La serie è ben sviluppata, dibattuta tra rimpianto, senso di colpa, disagio e volontà di rimediare – ed è paradossale in ciò: si comincia con il rimorso per un omicidio commesso, ma di cui non si è responsabili, e si finisce con uno che si premediterà di commettere, sia pure per ragioni morali – ma soprattutto vanta una protagonista eccezionale, con un'interprete magnetica: Krysten Ritter (Jessica Jones), con gli occhioni da cerbiatta, ma lo sguardo perduto... Il problema è che tutto si regge sulle sue spalle. I comprimari sono piatti e poco interessanti, ed è qui la maggiore differenza con Devil, in cui invece i personaggi di contorno rubano la scena al supereroe, del quale, nella seconda stagione, si sarebbe tentati quasi di fare a meno.
Persino a livello di trama ci sarebbe qualcosina da osservare: se la Serie di Devil mi è piaciuta assai di più rispetto ai fumetti dell'Uomo senza paura, ritengo “Alias”, invece, la graphic novel originale, complessivamente assai più valido di “Jessica Jones”: non Kilgrave-centrico, ma variegato, dinamico, più ironico e meno opprimente.
Certo David Tennant/Kilgrave è bravissimo, persino simpatico-tenero, ogni tanto, a dispetto dell'odiosità di fondo, ma i problemi concernono la sceneggiatura: sta solfa dell'Uomo Porpora (che pure qui non si chiama così), alla lunga stufa, il ritmo stagna e si fanno troppe parole inutili, con condimento di psicodrammi che esasperano o fanno sbadigliare, secondo sensibilità...
I peggiori, comunque, sono Trish (Rachael Taylor) e Simpson (Wil Traval): sterili, e nooooooiosi. Un po' meglio Luke Cage (Mike Colter), ma non mi convince del tutto nemmeno lui: monodimensionale.
Apprezzabile piuttosto l'idea di base, qualche citazione/collegamento, specie nell'ultima puntata, e la circostanza che finalmente abbiamo un'eroina che ha dismesso la calzamaglia in favore dei jeans e della – in teoria – banale quotidianità...
Ma se non fosse per il fatto che evidentemente le tracce narrative di “Jessica Jones” e “Daredevil” sono in futuro destinate a congiungersi non credo che mi sentirei di affrontare una eventuale seconda stagione: la Ritter, ribadisco, è strepitosa, ma... da sola non mi basta.

Comunque, sono solo 13 episodi (anche se una cinquantina di minuti ciascuno sono troppi... sarebbe meglio non eccedere la mezz'ora).

giovedì 26 maggio 2016

Arrivano The Punisher ed Elektra

DAREDEVIL 2


Finita la prima stagione, finita la seconda, mi sento in dovere di integrare il post di mesi fa, stilato mentre ero appena al sesto-settimo episodio!
In primis devo rilevare che la serie continua a crescere, divenendo progressivamente più incalzante: Devil (Charlie Cox) diventa se stesso, la dicotomia tra supereroe e vigilante si accentua sempre di più, le sue prospettive umane e lavorative peggiorano, ma soprattutto crescono i comprimari, Foggy e Karen, acquisendo maggior spessore e dimostrandosi decisamente più in gamba di come ci apparivano in principio. I rapporti fra loro tuttavia si complicano, rifuggendo qualsivoglia schema narrativo, così come anche i cattivi divengono più affascinanti, senza seguire un percorso lineare, a partire da Wilson Fisk (Vincent D’Onofrio), di cui scorgiamo la fragile umanità, ma altresì la cieca brutalità, e che presto, in carcere, diverrà il feroce Kingpin.
Ma soprattutto, nella seconda stagione, arrivano The Punisher ed Elektra.
Il punto è che ho letto qualche fumetto di Daredevil e non mi ha mai detto granché. Invece, per motivi lontanissimi fra loro, ho amato da matti sia il Frank Castle di Ennis, sia l’Elektra di Miller... per cui già li aspettavo con animo diverso.
E se Frank (Jon Bernthal, alias Shane in “The Walking Dead”) si conferma lui, sia pure più cupo e tormentato (e il contrasto con Devil è quasi imbarazzante per quanto quest’ultimo risulti idealista fin quasi all’idiozia e sempre pronto a farsi caricare di botte, laddove il primo, pur in fin di vita e senza superpoteri, non si faccia mettere i piedi in testa da nessuno), il personaggio di Elektra viene in parte riscritto, ma da più mani, che ne sottolineano, di volta in volta, sfumature diverse ma non incompatibili.
La verità è che, come direbbe il MPM, alla fine il personaggio meno interessante è ahimè proprio il protagonista, per quanto di per sé non sia male. Il punto è che i comprimari sono talmente bravi che potrebbero reggere la serie anche senza di lui, magari rendendola persino più avvincente!
Per il resto, i pregi del telefilm restano gli stessi: superbi e realistici i combattimenti, passaggi processuali intensi ed emozionanti (il processo a Frank arriva a ricordarci il film “Codice d’Onore”), atmosfere sporche e claustrofobiche che rendono magnificamente il disagio della città… E “La Mano”, a proporsi come nuovo, terribile nemico. Il ritmo, però, aumenta, e se inizialmente lamentavo la lentezza delle puntate, ora filano via spedite!
Da segnalare il ritorno di Stick e qualche simpatico ammiccamento… ad esempio guardate un po’ chi proporrà a Foggy una nuova assunzione!

Da non perdere!

mercoledì 25 maggio 2016

Un modo unico di concepire la giustizia

L'AVVOCATO CANAGLIA
di John Grisham


L’unico altro romanzo di Grisham che ho letto, per giunta in gioventù, è “Il rapporto Pelican”. Ricordo che la storia mi era piaciuta, ma mi era parso che il libro non aggiungesse o togliesse molto – specie a livello emozionale – al film con Julia Roberts, e avevo concluso che lo scrittore non facesse per me. Troppo funzionale, troppo piatto. E poi non sono un’amante dei legal thriller.
Quando mi hanno regalato questo romanzo, tuttavia, sono stata contenta: erano passati un mucchio di anni, offrire un’altra possibilità all’autore mi sembrava doveroso, e poi, chissà perché, il titolo mi faceva sorridere…
Ebbene, l’ho apprezzato.
Intanto questa volta non si riesce a rimanere indifferenti al protagonista, l’avv. Sebastian Rudd, che suscita necessariamente empatia. Non tanto con le sue vicende personali (il rapporto con la ex moglie, il figlio, il pugile…) di cui non mi importa nulla e che di nulla mi sanno, quanto piuttosto con il suo modo di concepire la giustizia (critico, sostanziale, con qualche necessaria elasticità) e di essere avvocato (coraggioso, sui generis, ma efficace. Canaglia perché, pur di ottenere un risultato “giusto” è disposto a perpetrare azioni dubbie)… La verità è che le scene legate ai processi sono molto più coinvolgenti ed esaltanti di quelle d’azione o di vita familiare. L’interesse, quindi, per quanto si tratti certamente di intrattenimento, è soprattutto a livello sociale: l’impostazione, per quanto molto legata, per forza di cose, alle peculiarità americane, è caratterizzata da una volontà di denuncia verso lo stato di polizia venutosi a creare dopo l’11 settembre, i pregiudizi del popolino – che si ripercuoto sulla composizione della Giuria –, sugli obiettivi e la superficialità di tanti Giudici e Procuratori, i quali, spesso, sono influenzati da interessi politici, più che agire per la ricerca della verità… Non che ci vengano sottoposti continui pistolotti, piuttosto si assiste a fatti che le dimostrano.
L’opera, strutturata come un romanzo a racconti, è immediata, senza cali di tensione, e procede con un ritmo sempre più serrato, raggiungendo il suo apice, per quanto mi riguarda, nel racconto dei due coniugi anziani (mi pare il terzo)…
La prosa è così veloce ed esatta da apparire quasi liquida, perché, letteralmente, ti scorre fra le dita senza che tu riesca afferrarla, ma non è priva di corposità.

La speranza, a questo punto, è che Sebastian Rudd torni in un eventuale seguito!

martedì 9 febbraio 2016

C'è da godere

DAREDEVIL


Nutro sentimenti contraddittori verso questa Serie Tv.
Da un lato provo un senso di affaticamento ogni volta che il MPM mi propone di vederne una puntata: so già che sarà lenta, claustrofobica, cupa e violenta. E non ho mai visto un Supereroe prendere così tante botte e i suoi amici incorrere in tanta sfortuna (e che diamine, Devil è della Marvel, mica della DC!)... E io soffro, patisco... Sembra che ci venga ricordato di continuo che il mondo è male, ed Hell's Kitchen in particolar modo (peggio di Gotham, misericordia)! Gesù, vien voglia di arrendersi, o suicidarsi!
D'altro canto... D'altro canto, però, guardare Daredevil è come scoprire, dopo tanti fumetti commerciali, una graphic novel d'autore. Già, dannazione, la Serie è realizzata maledettamente bene: le atmosfere introspettive, l'ambientazione malata, i personaggi in continua evoluzione, interiormente ed esteticamente (lo stesso Devil, che pure ho sempre considerato la versione vecchia e disabile dell'Uomo Ragno, è un figo ultraspaziale in crescita, e si noti che non giudico l'attore, il bravo Charlie Cox, particolarmente attraente), le trame (dure, sporche e cattive)... Persino i casi giudiziari che Matt Murdock deve affrontare in veste avvocatesca (Dio, Matt è fantastico come avvocato: quasi lo amo, ed è così riuscito questo sdoppiamento antitetico tra luce e tenebra, tra tutore della legge e vigilante, tra moralità ed elusione della normativa)!
E i combattimenti, poi! Sono tanti e splendidamente realistici (infatti, come dicevo, il nostro eroe viene sovente pestacchiato a sangue), a tratti quasi commoventi...
Pure i comprimari sono convincenti e approfonditi, dalla bella Claire (Rosario Dawson) a Foggy (Elden Henson), per tacere di Kingpin (Vincent D'Onofrio), spietato, ma carismatico e ammaliante, e tutti dotati di spessore!
Chapeau! La Serie è intelligente e adulta, pregna di riflessioni e problematiche di natura etica, stimolante e matura, incisiva, senza i toni brillanti, gli effettoni speciali e le tutine sgargianti delle “marvelate” che l'hanno preceduta... Ed è persino in continuity con i film degli Avengers etc., nonostante, specie a livello emozionale, siamo lontani anni luce (ma chi riuscirà più a vederli, adesso, sti robi per bambini? Chi potrà più digerire “Agents of S.H.I.E.L.D.”, che pure non è male?)!
...E ho letto che ad un certo punto arriveranno Frank Castle ed Elektra (ma io non li ho ancora incontrati)... Insomma c'è da godere se si è nerd, ma anche se si ha il palato fine (o entrambi, magari)...

Quindi... quindi, anche se mi dà affaticamento, ansia ed è percorsa dallo Spleen baudelairiano, “Daredevil” è decisamente da non perdere! Anzi, è da non perdere soprattutto grazie all'ansia che ti infonde e allo Spleen baudelairiano (che però patisco)!

martedì 20 gennaio 2015

In una parola: letteratura


I RAGAZZI BURGESS
di Elizabeth Strout
 

 
Dove lo stupido scherzo di un ragazzino triste (perché di quello si tratta) diventa un crimine d'odio, e come tale viene affrontato dalla giustizia e dai Media, fino a che il tessuto della quotidianità si sfalda, e tu (chiunque sia tu, dei tre protagonisti principali) ti accorgi, seppur per motivi diversi, di aver sempre vissuto in una quieta disperazione... E sullo sfondo, a complicare ulteriormente le cose (che sono la somma dell'oggi, ma anche dei molti ieri) un trauma del passato... Non poi così misterioso, ma diverso da come ci si ricorda.

E allora, a guardarti dentro, ti scopri differente dall'idea che avevi di te, oppure ti senti un bluff (e magari lo sei davvero), dinnanzi alle aspettative o al giudizio degli altri, che, plausibilmente, sino ad ora ti hanno mitizzato, accecati dall'ammirazione e dall'affetto...

Il romanzo indaga su quel che si cela tra i rapporti fra fratelli (e sorella), sul peso del silenzio, del non detto (classico tema della Strout), e su quel che si trova grattando sotto la patina della superficie... Ma non ogni prova finisce male: gli equilibri si ricompongono e le dinamiche familiari trovano un nuovo ordine; ciò che si è diviso si unisce in una forma più genuina, più autentica; e ciò che si è unito si divide, seppur, come abbiamo appreso, nulla sia per sempre.

Nel complesso, l'opera risulta più lineare rispetto alle precedenti della Strout, più immediata, e sì, più semplice, più piacevole, ma non meno profonda, acuta e perspicace. La storia ti avvolge nelle sue volute, come fumo, ma anziché allungarsi, e biforcarsi (come è accaduto, ad esempio, in “Olive Kitteridge” o in “Resta con me”), va sempre più in fondo, scoprendo che cosa c'è dopo ogni strato... Come a dimostrarci – anche con il confronto somali/americani – quanto molteplici siano le spigolature di ogni verità, che non è mai una, nemmeno per le questioni del passato, sempre date per assodate e certe.

In una parola: letteratura.

giovedì 18 dicembre 2014

Rassegnato, dolente, malinconico


LA REGOLA DELL'EQUILIBRIO
di Gianrico Carofiglio
 
 
Ossia il quinto romanzo dedicato all'avv. Guerrieri (e prima o poi recensirò anche gli altri), sempre più bravo, sempre più riflessivo e sempre più morale... Forse persino troppo, tanto che sono divisa tra l'ammirazione, la voglia di conoscerlo, e (quasi) l'antipatia...

Il titolo trae ispirazione da una frase de “I fratelli Karamazov”, ma allude all'equilibrio... di chi? Di Guerrieri o del suo cliente? Di entrambi, direi, perché tutto ha due facce...

La trama evita la pedissequa serialità e si conquista un ruolo indipendente, rispetto ai precedenti, rinnovandosi sia in ordine al filone “amoroso” che, soprattutto, in ordine a quello “giudiziale”. Invero, un po' di stanchezza si avverte, qualche caduta di tensione, un paio di elucubrazioni in eccedenza ogni tot, pesantezza sparsa, ma leggere Carofiglio resta sempre un piacere... Anche se... la problematica di fondo è molto interessante, lo sviluppo iniziale ne è all'altezza, ma il finale è scontato e deludente. Peccato!

Il tono, invece, è rassegnato, dolente, malinconico, e ci sta pure bene, in linea con la storia, condita, per giunta, da riflessioni personali di rara sensibilità (non tutte... come dicevo, ce ne sono anche di superflue...).

E poi Guerrieri, nel complesso, è un bel personaggio, ma sempre più distante dai bei chiaroscuri di “Testimone inconsapevole” e sempre più avviato sulla via della perfezione, non tanto per i riferimenti culturali, che alla fine non sono niente di che, quanto piuttosto per l'aria di condiscendenza mascherata da modestia con cui l'avvocato osserva tutto e tutti e che ha un nonsoché di artefatto, di fuorviante, che non mi convince del tutto e che, come già sottolineato, ormai tende a suscitarmi una vaga antipatia. Forse dipende solo dalla circostanza che i suoi giudizi sono troppo netti (e non mi riferisco al caso giudiziario) a dispetto del proliferare di precisazioni e incisi... Come se Guerrieri pensasse cose che non ha davvero la forza di affermare, o come se portasse una maschera, ecco... Come se si sforzasse di apparire modesto, benché sia certo di essere superiore a chiunque...

Il romanzo, ad ogni modo, mi è piaciuto, in particolare per i riferimenti giuridici, dai tecnicismi alle spiegazioni, dalla parte narrativa alle strategie difensive... Magistrale, tra l'altro, e appassionante l'istruttoria in apertura! Ma anche i commenti incidentali, ad esempio la definizione del linguaggio forense come “sacerdotale e straccione” (in quanto traboccante di latinismi ed espressioni desuete per fare “scena”, che segnalano l'appartenenza ad una “casta”, ma sostanzialmente che più sgrammaticato e aberrante non si può): arguta, calzantissima, condivisibile e persino divertente.

Tanti, in effetti, sono i sorrisi che strappano i commenti propriamente “da addetto ai lavori”...

Peraltro, è ugualmente evidente che l'autore del romanzo è un magistrato e non un avvocato, perché quest'ultimo avrebbe una prospettiva diversa rispetto a molte cose, e spesso più esacerbata, meno pacata...

E forse, il problema del Guerrieri de “La regola dell'equilibrio”, alla fine sta anche in questo.

domenica 30 novembre 2014

Un inizio che sfugge


THE COUNSELOR – IL PROCURATORE
di Ridley Scott

(2013)
 
 
Inutile, non riesco a togliermelo dalla testa.

E non perché mi sia piaciuto in modo così stratosferico (anche se: sì, la mia recensione sarà positiva). E' che proprio mi si è conficcato nel cervello e non riesce più ad andarsene. E continuo a figurarmi il contenuto di quel dvd che non ci è stato mostrato... God!

La verità è che all'inizio ero davvero smarrita: vedevo delle scene che non riuscivo a collegare fra loro, e che mi davano l'idea di espandersi in modi bizzarri, disperdendosi in mezzo a dialoghi interessanti, ma dai confini evanescenti... Insomma, annaspavo, ed è stato solo il mio amore incondizionato per Cormac McCarthy ad indurmi a resistere senza scivolare nel sonno.

Intendiamoci, le scene di per sé sono belle, per giunta sostenute da un cast stellare, ma era il quadro d'insieme a sfuggirmi... Poi, la trama diviene comprensibile anche per i comuni mortali, e allora... allora tremi. Perché non sai bene che cosa aspettarti, sai solo che sarà terribile...

Ed infatti lo è, e ogni volta è diverso.

Tutto parte da questo avvocato (Michael Fassbender), chiamato sempre solo con il suo titolo, innamoratissimo della fidanzata Laura (una dolcissima Penelope Cruz) e del denaro, il quale per ottenerne di più si infila nel giro della droga e dei cartelli messicani, senza rendersi conto di quali sono i rischi, benché i suoi complici Westray e Reiner (Brad Pitt e Javier Bardem – conciato in modo assurdo –), cerchino di metterlo in guardia... Naturalmente, qualcosa va storto.

Il film può non piacere, ma (se si regge la parte iniziale) non può non colpire: alcuni dialoghi sono insuperabili, gli interpreti strabilianti (Cameron Diaz, in particolare, nel ruolo di Malkina, la ricca, viziata e trasgressiva donna di Javier Bardem, è divina, e non è che io sia una sua grande fan!), e poi ci sono quelle scene, dicevo, che ti si fermano nelle pupille e non se ne vanno più. Quelle girate (ad esempio la “ginecologica” sequenza di sesso con la Ferrari gialla, che lo stesso Bardem vorrebbe solo dimenticare, o la morte con il laccio, per come arriva inaspettata e pur attesa – alludo alla seconda, non alla prima – ), e ancor di più quelle non girate, soprattutto il contenuto del già citato dvd.

Che ti resta lì, indigeribile.

Alla fin fine pure la trama mi è piaciuta, e anche se, forse, qualche aggiustatina servirebbe... la lascerei esattamente così.

mercoledì 25 settembre 2013

Uno dei miei romanzi preferiti


IL BUIO OLTRE LA SIEPE
di Harper Lee

 
Dapprima si rimane incantati dalla prosa semplice e immediata della scrittrice, capace di coinvolgere sin dall'incipit, con simpatia e con leggerezza, anche se la storia che ci verrà narrata, per quanto vissuta attraverso gli occhi di due bambini, per quanto ci farà ridere e spesso sorridere, già lo sappiamo, ci toccherà nel profondo, scuotendoci la coscienza, commuovendoci, ed arrivando dritta al nostro cuore.

Poi sono i personaggi a rapirci: Scout, piccola e pestifera (sei-otto anni), irresistibilmente pragmatica, con una logica ferrea e implacabile capace di spiegare qualunque cosa, ma anche di porre le domande giuste, quelle che davvero ti mettono a nudo; Jem, suo fratello maggiore, più riflessivo, più sensibile, dolcissimo; e poi lui, Atticus Finch, il papà, l'avvocato che tutti vorrebbero avere, un uomo che, parafrasando le parole della vicina, “in casa si comporta come fuori”. Idealista, coraggioso, integerrimo. Eppure a vederlo è solo uno stanco gentiluomo di mezz'età, colto, gentile, placido, con un discreto senso dell'umorismo e la passione per la lettura serale. Chi lo direbbe che in gioventù con il fucile era il migliore della contea? Odia le armi e non ne possiede...

Conosciamo il paesino di Maycomb, nell'Alabama degli anni '30, le sue ipocrisie – che spesso ci suonano divertenti, fino a che non ci fanno indignare – la sua multiforme umanità (che sovente è qualcosa di più di quel che sembra, ma a volte anche qualcosa di meno), le vicine, l'assurdo metodo di insegnamento di Miss Caroline, e personaggi bellissimi, magari tratteggiati con poche righe, come la signora Maudie, o il signor Cunningham, o boo Radley...

La parte più intensa, però, quella più bella di tutte, è quella del processo, in cui sogghignamo con il Giudice, ci commuoviamo con Dill, speriamo con Jem... E poi ci arrendiamo di fronte alla realtà, trovandoci a fare i conti con essa.

E forse dei motivi per consolarci ci sono lo stesso, ma così piccoli, così minuscoli, che non è semplice coglierli.

Il tema affrontato è quello del razzismo, della discriminazione, che viene studiato da più punti di vista (“mettendoci nei panni degli altri”), svolto in modo quasi corale, grazie a più verità sovrapposte, di contorno alla vicenda principale, con un'acutezza dolorosa ed esatta, che Atticus, Scout e Jem ci permettono di interpretare nel modo più tollerante, ma anche più impietoso, accompagnandoci mentre traiamo le nostre conclusioni, dopo lo SBAM! che abbiamo preso in faccia.

Il finale, poi, ci sorprende con una morale implicita, suscettibile di ermeneutiche difformi, che potrebbe far discutere molto, ma che io trovo realistica, brillante e perfetta.

Sinceramente, questo è uno dei miei romanzi preferiti.

E Atticus è uno dei personaggi più belli della letteratura (anche se, non posso farci niente, io preferisco Scout).

giovedì 12 settembre 2013

Suspence e colpi di scena


DAMAGES
 

Un telefilm perfetto per trama, cast e montaggio. Ma soprattutto per il montaggio, magistrale, che più ti rivela, più ti nasconde, consumandoti nel desiderio di procedere con l'intreccio, fino allo spasmo. La trama infatti non è presentata linearmente, ma con continui salti temporali, in cui spesso viene riproposta la stessa scena, ma arricchita di uno o più elementi fondamentali, che non mancano, ogni santa volta, di folgorarti.

Non è il mio genere, siamo al cospetto di una sorta di legal thriller, e tuttavia è una capolavoro a base di suspence e colpi di scena, in cui nulla è come sembra e basta che si aggiunga un particolare perché i valori si ribaltino e le prospettive si invertano.

Inizia con una fanciulla coperta di sangue (Rose Byrne), che sia aggira per le strade di New York mezza nuda e mezza sconvolta, la quale viene fermata dalla polizia. A questo punto facciamo marcia in dietro e scopriamo chi è: Ellen Parsons, brillante neolaureata in giurisprudenza che si affaccia al mondo del lavoro e che è disposta a rinunciare all'occasione di entrare nel prestigioso studio legale dell'avvocato Patty Hewes pur di presenziare al matrimonio della sorella. E tuttavia, nello studio di Patty, ci entrerà lo stesso...

I due personaggi femminili sono molto forti, e tutto il telefilm, sin dalla prima puntata, è incentrato su un teso contrasto fra le protagoniste, che oscillano fra l'ammirazione reciproca e il conflitto, implicito o dichiarato. All'inizio Ellen apparirà assai svantaggiata rispetto alla collega più navigata e più cinica, ma presto imparerà a farsi valere, perdendo la sua patina di ingenuità e dolcezza, e anche il loro rapporto ne uscirà arricchito, complicandosi e acquistando spessore.

Ogni stagione corrisponde ad un caso civile (la classica class action americana, spesso frammista a risvolti penali), e coinvolgerà le due donne anche a livello personale, ma senza indulgere troppo su aspetti romantici, piuttosto su buoni sentimenti quali l'odio, il desiderio di rivalsa, sfide di intelligenza, complotti...

Tra i molti pregi della serie si è menzionato il cast, che, a parte le splendide protagoniste (peccato per il tremendo posteriore della pur graziosa Byrne, evidentemente affetta da callipigia: ma dalla seconda stagione il regista evita saggiamente di inquadrarlo), bravissime, intense, e capaci con uno sguardo di passare dall'amabilità all'incenerimento dell'interlocutore, (e va bhe, Glenn Close spopola, ma anche la piccola Rose se la cava benone), vanta attori del calibro di Ted Danson, William Hurt, Marcia Gay Harden, solo per citarne alcuni.

Per ora le stagioni ammontano a cinque (io al momento ho visto solo le prime tre, perché le ultime due sono state trasmesse nel nostro idioma solo nella Svizzera Italiana) e constano di una decina di episodi ciascuna (tra 13 e 10), ma la più bella, la più efficace e fulminante è sicuramente la prima (nel prosieguo, in effetti, le trame si fanno meno avvincenti e il sistema narrativo stanca un po', cominciando a ristagnare, ma restano pur sempre un prodotto valido e comunque superiore alla media dei telefilm in circolazione). Da non perdere.