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lunedì 23 dicembre 2019

Il più figo di tutti i multiversi!

RICK E MORTY – IV STAGIONE


Sì, sono in preda all’esaltazione cosmica!
Finalmente, dopo mille anni di attesa, è approdata su Netflix la IV stagione (primi cinque episodi) di quello che è non solo il mio Cartone Animato preferito di sempre, ma persino la cosa più spettacolare mai vista al cinema e in Tv!
Rick, in particolare, è il più figo dell’universo, anche più di Jason Momoa, che si piazza al quarto posto, dopo Roland di Gilead e Sogno degli Eterni, versione Morfeo, ed anzi è il più figo di tutti i multiversi! Anche se, il suo mondo di riferimento è C-137, segno che siamo connessi. Infatti significa (l’ho deciso io) Carlotta 13 luglio. Che è la mia data di nascita! 
Deliri a parte, mi sono sparaflashata tutte le puntate di seguito, appena sono diventate disponibili, ossia la notte del 22 dicembre! Non avevo atteso per GOT (grazie al cielo) né per Stranger Things, ma per Rick e Morty… dovevo!!!
MPM, dal canto suo, è stato un tesoro e mi ha fatto compagnia, nonostante (ma come fa????) non ami questo capolavoro ed, anzi, mi prenda sempre in giro perché io invece lo adoro. Ha russicchiato un po’ e l’indomani, inspiegabilmente, non ha voluto rivedere tutto da capo, però, ehi, è stato comunque un ottimo compagno di felicità!
In quanto alle puntate, invece, sono state totalmente all’altezza delle (mie alte) aspettative, specie la prima con il Rick vespa, che da ora in poi sarà uno dei miei prediletti!
Tra l’altro, a riprova che siamo connessi, il primo episodio è iniziato con dei riferimenti a Instagram, che ho eletto a mia nuova vera casa. Per il resto, le puntate sono state variegate, con riferimenti molteplici, non solo alla fantascienza, imprevedibilità al cubo, sfondi più maestosi, e dettagliati del solito, e Rick in tutta la sua magnifica Ricckosità (come al solito, benché sembri quello cinico, è pieno di fragilità, solitudini e poesia, laddove Morty, che si propone come tanto tenero, imbranato e perbenino, è fondamentalmente un viscidello sleale).   
Insomma, siete ancora qui? Come potete resistere?
Guardate Rick e Morty!

lunedì 16 dicembre 2019

2019 IN PELLICOLE 4/5

EXCURSUS ULTIMI FILM VISTI (4 di 5)
CARTONI ANIMATI
    


In rigoroso ordine sparso: 


Ralph spacca internet (2018) di P. Johnston e R. Mootr. Carino. Non tanto per la trama, le cui tematiche condivido, ma che si fondono con eccessi di retorica e tempi troppo dilatati, quanto per i siparietti e, ancora di più, per le splendide e variegate citazioni. Le Principesse Disney da sole – in una veste inedita, per quanto fedele ai loro personaggi – valgono la visione del film!

Asterix e il segreto della pozione magica (2018) di A. Astier e L. Clichy. Non è male, ma mi ha delusa lo stesso, visti i fasti del capitolo precedente. Insomma, mi aspettavo di più. Qui ogni tanto, specie nella seconda parte, la storia ristagna e il campanilismo francese, lungi dalla consueta soavità di Goscinny e Uderzo, ha il potere di irritarmi un po'. A tratti persino Asterix mi è risultato antipatico! Adorabile, però, la sequenza iniziale.

Rex un cucciolo a palazzo (2019) di B. Stassen e V. Kesteloot. Per gli appassionati di Corgie e della Regina Elisabetta. Però me lo sono goduta anche io, è abbastanza tenero e non stucchevole, con un ritmo discreto. Strappa persino qualche risata.


Pets 2 – Vita da Animali (2019) di Chris Renaud. Puccioso, pucciosissimo. E migliore del primo. La storia è costruita meglio, è più armoniosa, più divertente, inoltre i singoli personaggi, nuovi e vecchi, hanno una resa favolosa, tra tic e manie, conquistandoci con facilità, ma rivelandosi, poi, non necessariamente privi di tridimensionalità. Una piccola delizia!

Toy Story 4 (2019) di Josh Cooley L'ho adorato. Mi preparavo a soffrire, specie per Bo Beep, invece.... Wow!!! Non so se un non-giocattolo sarebbe stato saggio e lungimirante quanto Woody, ma faccio i miei totali complimenti a chiunque abbia la saggezza e il coraggio di sovvertire così tanto la sua vita. Oltre a ciò, è notevole l'evoluzione della trama e dei protagonisti, che riescono sempre a trovare qualcosa da comunicare agli spettatori senza scaderere nella banale ripetizione. Magnifiche le scene d'azione e diverse le battute riuscite. P.S. C'è una piccola sequenza semi-pseudo-horror che mi ha fatta sganasciare. Unico neo: le canzoni. Blé. Ah, e Forky. Non lo sopporto.

venerdì 3 maggio 2019

Il dio denaro colpisce ancora

IL RITORNO DI MARY POPPINS
di Rob Marshall
(2018)


Avevo ragione a non volerlo vedere: è l'ennesimo sfruttamento di uno dei miti della mia infanzia, che, per l'occasione, viene insozzato e massacrato in nome del dio denaro.
Ma dopo Star Wars non dovrei più stupirmi di nulla.
Ad ogni modo, anche in questo caso, il seguito rasenta pericolosamente il remake: mutatis mutandis (la sindacalista al posto della suffragetta, la gita nella porcellana anziché nel disegno, il lampionaio al posto dello spazzacamino...), i moduli narrativi sono gli stessi, così i conflitti (che qui appaiono pretestuosi, se non ridicoli) e identiche risultano persino le battute. Un omaggio? No, quando le ripetizioni sono così tante, pedisseque e sistematiche la tesi dell'omaggio proprio non regge. 
Le idee nuove, infatti, si riducono alle ovvietà sull'età adulta di Jane e Michael e a qualche concessione nostalgica, ma tutt'altro che rivoluzionaria, per ingraziarsi i fan, frammista a cliché di repertorio stantii. Persino le canzoni sono lagnose e prive di verve.
La squallida ricerca del patetismo è stemperata dai suoi presupposti caracollanti, i colpi di scena sono telefonati, le figure genitoriali, se vogliamo, e Michael in particolare, sono il triste specchio dei tempi. Emily Blunt è brava e si impegna, ma è troppo leccata, pomposa, e priva della grazia leggera e della naturale simpatia di Julie Andrews. Il lampionaio in sostituzione di Berth è vivace, ma non abbastanza. 
C'è qualcosa che ho davvero apprezzato?
Sì, gli effetti speciali.
E il fatto che, Julie Andrews, piuttosto che interpretare il cameo finale – ceduto ad Angela Lansbury –, abbia preferito doppiare il Karathen in Aquaman.

martedì 29 gennaio 2019

OTTA AWARDS 2018 - IV

FILM


Anno magro, il 2018: 141 film, contro i 191 dell'anno precedente... oltretutto ne ho recensiti pochissimi – che segnalo, come sempre, fra parentesi – perché... be', perché ai film preferisco i libri (che ci devo fare?). 
Cominciamo con quelli che, per un verso o per l'altro, mi hanno colpita di più, ovvero:
“The Ones Below – I Nuovi Vicini” (2015) di David Farr – che mi ha agghiacciata ben bene, dall'inizio alla fine, pur non essendo un horror;
“Madre!” (2017) di Darren Aronofsky, su cui mi sono già pronunciata (post 16 marzo 2018), ma che resta pazzesco;
“The Congress” (2013) di Ari Folman, molto originale, seppur non eccelso;
“The Belco Experiment” (2016) di Greg McLean, vagamente disumano e profondissimamente umano al contempo, con uno stimolante incipit;
“Ogni cosa è segreta” (2014) di Amy Berg, infido e scioccante,
“The Party” (2017) di Sally Potter, pare una pièce, ma è sorretta da un cast strepitoso e da una sceneggiatura al vetriolo entusiasmante;
“Terminal” (2018) di Vaughn Stein, lentino, eccessivamente stroboscopico, ma piacevolmente cervellotico.
Si badi, ho detto che questi film mi hanno colpita, non che mi sono piaciuti. Alcuni di essi, in realtà, mi sono anche piaciuti, ma di sicuro in ognuno il piacere strettamente intellettuale (???) prevale sul coinvolgimento emozionale.
Tra le pellicole che invece ho amato a tutto tondo e che mi hanno lasciato pure un bel sentimento, invece: il biografico “Professor Marston & the Wonder Women” (2017) di Angela Robinson; lo spumeggiante ma impegnato “Il diritto di contare” (2016) di Theodore Melfi, di cui non vedo l'ora di leggere il romanzo; il grandioso “The Greatest Showman” (2017) di Michael Gracey (post 7 maggio 2018); e “Tonya” (2017) di Craig Gillespie (post 25 luglio 2018), perché adoro Margot Robbie e adoro Tonya persino di più... anche se il più bello in assoluto è l'eccellente e durissimo “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” (2017) di Martin McDonagh, autentico capolavoro.
Una menzione d'onore a “Blade Runner 2049” (2017) di Denis Villeneuve, che è riuscito ad arricchire la mitologia di Blade Runner senza insudiciarne il ricordo (post 27 febbraio 2018).
Tra le commedie nere, la palma delle migliori (oltre a “The Party”) va a: “Suburbicon” di George Clooney (2017) e “In ordine di sparizione” di Hans Petter Moland (2014), tutt'e due di ottimo livello.
Mentre tra i Cartoni animati scelgo senza esitare “Loving Vincent” (2016) di Dorota Kobiela e Hugh Welchman (post 7 marzo 2018) e “Gatta Cenerentola” di Alessandro Rak (tra gli altri). Avrei voluto menzionare altresì “Mary e il fiore della strega” (2017), che sulla carta era il mio favorito, ma... c'era qualcosa che non andava nella pellicola. Anche “Gatta Cenerentola” è altamente imperfetto, ma in modo perturbante ed ipnotico e l'ho trovato complessivamente superiore.
In ultimo, tra i più spassosi ricordo : “Fido” (2006) di Andrew Currie (post 22 maggio 2018) e “Game Night – Indovina chi muore stasera?” (2018), che mi ha fatto sbellicare, mentre per la categoria horror (che non può mancare) trionfa lo sfumato “Hereditary – Le Radici del Male” (2018) di Ari Aster, che presto recensirò.
Domani si conclude con le Serie Tv.

mercoledì 12 dicembre 2018

Andromeda cambia sesso

I nuovi Cavalieri dello Zodiaco


Questo è un post che mi ha chiesto MPM, io non avevo la minima voglia di parlarne: non mi pareva un argomento degno di attenzione. Ma dal momento che mon amour mi affligge con la stupida partita, scelgo di autointrattenermi.
Ebbene, da infanta avevo visto l'anime dei Cavalieri dello Zodiaco in modo saltuario, attratta dai disegni superbi e dai combattimenti epici (oltre che da Sirio, il più figo di tutti). Successivamente ho scoperto il manga ed è stata una delusione: tavole approssimative, sporche, sgraziate; trame schematiche, ripetitive. Noia abissale. E soprassediamo sul macello mitologico. 
In sostanza non mi importa granché dei Cavalieri dello Zodiaco, e nemmeno del remake, che tra l'altro già mi disturba a livello grafico, dato che pare un videogioco di vent'anni fa. Però ha ragione MPM: 'sta cosa del cambio di sesso di Andromeda (uno dei personaggi principali, quello coi capelli verdi, per capirsi) è quasi una bestemmia. Oltre che una scelta scontata quanto miseranda. Pare, infatti, che oggi non si possa riproporre (o trasporre) un prodotto di successo senza far cambiare sesso o razza ad almeno uno dei protagonisti (si vedano Tulip in Preacher, Roland nel film con Idris Elba, le Pussycats in Riverdale o Watson in Elementary). Presumo in nome del politically correct (o per mascherare la mancanza di idee).
E ciò è penoso, irrispettoso e triste. Specie se si è donna o si appartiene ad una minoranza. Perché non è che non ci siano eroine valide o eroi interessanti appartenenti ad essa. Ma queste ridicole forzature sembrano intendere di sì. Non solo, a volte tali cambiamenti pretestuosi vanno ad inficiare le caratteristiche pregnanti del personaggio originale alterandone - di norma impoverendone - la spiritualità per rispondere ad un presunto bisogno di rinnovamento che in realtà non c'è, o che, ad ogni modo, non dovrebbe essere soddisfatto con simili mezzucci. E così è anche questa volta, se consideriamo che tipo era Andromeda nella serie originale: sensibile, gentile, più debole degli altri e restio a impugnare le armi. Trasformarlo in femmina significa renderlo uno stereotipo, mentre prima era dotato di un carattere indipendente, moderno e controcorrente. E allora non sarebbe stato meglio creare qualcosa di nuovo, per una volta? Che ne so, un novello gruppo di eroi, tipo i Cavalieri dei Tarocchi, o, alla meno peggio, introdurre un personaggio in più, che desse luogo a diverse alchimie e ad altri equilibri? Che poi non è che non ci siano donne ne "I Cavalieri dello Zodiaco"... Dove la mettiamo Athena? Non è mica una di passaggio. È una Dea e tutto ruota attorno a lei. Va bene, non  combatte... "E ora tutti possono combattere, non solo gli uomini", si è detto.
Sono d'accordo. Ma perché devono proprio farlo a tutti i costi? Non è più importante preservare la varietà e il diritto di essere se stessi? Perché la vera parità implica che se c'è un gruppo di combattenti maschi li si rispetti e li si lasci vivere, senza obbligarli ad aggiungere inutili quote rosa.
Qualcuno sente forse la necessità di far diventare maschio una delle guerriere Sailor? E allora perché non femminilizzare uno dei Sette Nani? Ovviamente dovrebbe toccare a Cucciolo...

giovedì 25 ottobre 2018

Dissacrante e cattivo come pochi

RICK & MORTY


Tre stagioni di puro, spaziale, frenetico divertimento per un totale di 31 strepitosi episodi!
Cartone Animato vietato ai minori, dissacrante e cattivo come pochi, a metà fra “Ritorno al Futuro” e “Doctor Who”, con in mezzo una bella iniezione di demenzialità e due cucchiaioni di unpolitically correct e un pizzico di goduto splatter trucidello. In altre parole... un capolavoro!!!
A MPM non piace, lo trova sciocco, senza senso, ma, a mio avviso, è perché non lo sa guardare: intanto ci sono alcune trovatine a livello immaginifico che sono esplosive, citazioni fantascientifiche e non, pensate geniali, ammiccamenti dotti, e tocchi di classe magnifici. 
In secondo luogo... non ho mai visto qualcosa che fosse più coraggioso, graffiante e non disgustoso (sì, va be', qualche momento scatologico c'è, e Rick rutta di continuo, cosa abbastanza ributtante, ma rispetto a South Park, per dire, siamo tra signori), per giunta, sovente ingentilito da recrudescenze drammatiche o desolanti, che fanno cambiare registro e tono, sia pure per pochi istanti cruciali.
Rick, poi, è un personaggio incredibile, pieno di verve, di risorse, ma anche interessante sotto il profilo umano, perché proprio quando si rivela all'apice della sua grettezza, ecco che salta fuori un altro lato della sua personalità, quasi buono e generoso... In quanto a Morty, invece... Be', lui è uno stupido ragazzino imbranato, a volte dolce e sensibile, a volte decisamente no, ma come spalla del nonno genio è fantastico e i due insieme generano un'alchimia meravigliosa. E anche il resto della famiglia (padre, madre, sorella), con le sue debolezze e contraddizioni, è piuttosto riuscito. Per tacere, poi, delle trame: nonostante la mania citazionistica sono imprevedibili, originali e articolate, con continui squisiti ribaltamenti. E così la mitologia, che nel corso della serie va elaborandosi, alla base del Cartone Animato: fatto di multiversi, cambi di realtà e personaggi pittoreschi. 
Imperdibile.

giovedì 4 ottobre 2018

Poco amore per il genere

DISINCANTO


La nuova serie a Cartoni Animati di Matt Groening. In teoria, sulla scia di Futurama, ma in versione fantasy venata di horror. In pratica no.
Perché, anche se a me, tutto sommato, non è parsa malaccio, siamo comunque ben lontani dai fasti e dall'imprevedibilità di Futurama. Le ragioni principali sono due: i personaggi che non spaccano (giusto il demone gatto si salvicchia, ma a stento) e il poco amore per il genere: Futurama dileggiava la fantascienza nella stessa misura in cui la amava, qui pare che non ci sia un'equivalente conoscenza/passione per il fantasy.  
Altra novità della serie avrebbe dovuto essere la trama orizzontale: non episodi autoconclusivi, dunque, ma un po' di continuity... Che però, nella fattispecie, è piuttosto fiacca: c'è la stessa idiotissima scena ripetuta quasi ogni puntata. Punto. Che, nella prima stagione, non va a parare da nessuna parte, non si sviluppa...
Al di là di ciò, tra i lamenti scoraggiati di MPM, per quanto gli riconosca che pure la parte comedy sia un po' carente, a me Disincanto non è dispiaciuto.
I disegni sono quelli alla Groening, impreziositi da vertiginose panoramiche, la colonna sonora è incalzante e simpatica (ed in effetti questa a mon amour è piaciuta), e, benché non facciano sbellicare, le scenette e le trovate spesso sono carine, anche se raramente hanno il coraggio di osare fino in fondo. Nel senso che sono dissacranti, sì, ma solo un pochino, e con educazione. 
Ad ogni modo, nonostante qualche momento stagnante, mi sono goduta le dieci puntate... ma, se fossero state di più, forse sarei stata meno benevola.

P.S.
E' pur vero che se avessi redatto questa recensione in agosto, prima di vedere Rick e Morty, probabilmente sarei stata assai più generosa.

lunedì 14 maggio 2018

L'arte di scopiazzare

IL RE LEONE
di Roger Allers e Rob Minkoff
(1994)


Ho adorato questo cartone animato e ai tempi, quando è uscito, ero andata cinque volte di fila a vederlo al cinema, imparando a memoria le stupende canzoni in italiano e in inglese (avevo i cd), perfino quelle dei cattivi, orgogliosa e piena di entusiasmo.
Del resto, i personaggi sono eccelsi, ben caratterizzati, mai del tutto bidimensionali (Scar è malvagio, ma anche fascinoso e simpatico), e l'epica si mescola al romanzo di formazione, l'azione alla commozione: c'è magniloquenza nella pellicola, si avverte la grandezza della vita, del mondo, della giustizia, eppure ci sono anche siparietti comici, si sorride, ci si meraviglia, ci si emoziona ed esalta. 
E' un film per famiglie, che intrattiene e alleggerisce la giornata, ma da cui è  possibile altresì apprendere qualche buona regola di condotta (non “hakuna matata”, ma il suo superamento) e che non lesina sui momenti drammatici, alcuni di grande impatto emotivo.
Sotto il profilo tecnico è impressionante e tutt'ora il branco di gnu in corsa porta lo spettatore a tremare, così come ci sono alcune scene (si veda la fine di Scar) che sono quasi da horror, arrivando a segnare, per qualche istante, un cambio netto di registro. 
E il tutto si mantiene in perfetto equilibrio, grazie anche ad un montaggio circolare d'eccezione. 
Insomma, il giudizio non può che essere più che buono. 
Più che buono, sì, ma non ottimo. Ottimo non se lo merita.
Il problema è la trama. Non che non sia bella, la è. Ma non posso scordare che sia atrocemente copiata. “Il Re Leone”, infatti, ha un enorme debito con la prima parte di “Kimba il Leone Bianco” di Osamu Tezuka (manga del 1950 circa, ma pure anime arrivato in italia nel 1977, uno di quelli con cui i ragazzi della mia generazione sono cresciuti), ed, anzi, ne è quasi la copia americana, meno drammatica, meno complessa, e depauperata della tematica ecologica (e non solo). 
Si può obiettare che Tezuka, dal canto suo, abbia scopiazzato Bambi. 
E' vero, e infatti il sostrato narrativo è pressoché identico.
Ma Tezuka ha saputo scopiazzare in modo originale, arricchendo la trama di base a dismisura, rendendola più profonda e impegnativa, e operando diversi cambiamenti sostanziali che sono riusciti a dar luce a qualcosa di nuovo e personale, che non ci fa più pensare a Bambi, ma che è diventato Kimba, appunto, e non può essere altro.
Per chi conosce Tezuka, invece, è impossibile dimenticare il debito de “Il Re Leone”, persino mentre lo si sta guardando e si è avvinti dalla trama. E nel confronto, nonostante l'impeccabilità tecnica e il budget, la Disney perde. Perché non ha aggiunto, ma ha sottratto. Benché poi abbia rivestito tutto di magistrali musiche e colori.    
In realtà, la faccenda non sarebbe poi così grave se la Disney fosse stata onesta e lo avesse ammesso, ma ricordo benissimo che quando il film era stato lanciato si insisteva a martello sul fatto che per la prima volta la storia fosse completamente originale. 
Completamente una cippa.
E infatti in Giappone “Il Re Leone” non se lo è filato nessuno.

martedì 17 aprile 2018

Non arrendersi mai

IN QUESTO ANGOLO DI MONDO
di Sunao Katabuchi
(2016)


Un cartone animato ambientato nel Giappone della Seconda Guerra Mondiale e, in particolare, relativo al fungo atomico di Hiroshima. 
Resta impresso, descrive il male, e tuttavia resta pervicacemente proteso verso la positività.
Purtroppo, però, è irto di “ma”, tanto che MPM ha commentato: “Sovente confonde la prolissità con la poesia”.
Confermo, e in più c'è dell'altro.
Il montaggio è discontinuo e non facilita la comprensione, anzi, spesso la compromette, risultando fastidioso. I sottotitoli sono scritti troppo in piccolo e sono troppo veloci, si fatica a decifrarli. Il disegno presenta pochi dettagli e l'incipit, con la melodia di Adeste Fideles in sottofondo (sic!), è fuori dalla grazia di Dio.
L'azione è lenta, a tratti lumachesca, incentrata sulla grigia quotidianità, e pure la storia procede a strattoni, in modo slegato e poco omogeneo. 
Ma... 
Non ti addormenti, partecipi, stai attento; la pellicola ha dei bei colori, specie le tinte pastello, e soprattutto trasmette forza, quieto coraggio, e, nel complesso, l'opera è più leggera di quanto si potrebbe pensare.  
Capita di tutto (ma ogni volta potrebbe andare peggio) eppure si trova rifugio nell'immaginazione, conforto nel proprio talento, e anche quando quest'ultimo le viene tragicamente strappato via, la protagonista non si dà per vinta.
Insomma, anche se lì per lì ti viene in mente “Una Tomba per le Lucciole”, qui non ti tagli le vene, non ti arrendi, combatti, e continui a trovare qualcosa di buono in tutto, persino quando ti brucia la casa, giacché ti rallegri che, nello sfacelo, le patate si siano lessate a puntino. 
Nel frattempo tu spettatore ti concentri sulla bomba di Hiroshima, patisci lo scandire del tempo, paventando l'inevitabile e avvertendo l'incedere ballerino del fato. Ma la tragedia è sempre dietro l'angolo e può deflagrare in ogni momento, facendo più danni di quelli cui ormai credevi di essere scampato. 
E infine, da tutto il male, il dolore, la perdita, riesci sempre a trarre qualcosa di buono.    
Complimenti.
All'autore, ma anche allo spirito dei Giapponesi, che, in effetti, non si sono arresi.

mercoledì 7 marzo 2018

I dipinti animati

LOVING VINCENT
di Dorota Kobiela e Hugh Welchman
(2016)


Non disegni, ma dipinti animati. 
Quelli di Van Gogh, riprodotti alla perfezione, e resi dinamici, brulicanti, vivi, con  suoi colori violenti e dolorosi che si aggrovigliano in vortici di meraviglia. Basterebbe questo per restare incantati, vedere il sig. Roulin muoversi e parlare, scoprire la notte stellata, assistere ai vari autoritratti fattisi carne avvicendarsi e dar corpo ad una storia. Si rimane abbagliati, avvinti, e si diviene tutt'occhi, per cercare di non perdere nulla, cercando di cogliere i riferimenti biografici e artistici, storici e pittorici, nella convinzione che comunque di Van Gogh si è già letto molto e si sa quasi tutto.  
Ma anche la trama è originale e presto ci si dimentica di essere in un lungometraggio e si diviene tutt'uno con l'intreccio, e con Vincent stesso. Ci si scorda di quello che si era convinti di sapere, e si diviene disponibili a rimettere tutto in discussione, aspettandoci dei risvolti nuovi, una nuova scoperta. 
In principio, infatti, pensiamo di essere in una sorta di documentario animato. Che inizia alla rovescia, magari, dalla morte del pittore, ma che, di fatto, raccoglie testimonianze e fornisce informazioni. Presto ci rendiamo conto che la struttura è invece quella del thriller e come tutti i thriller ruota attorno ad un delitto, ad un mistero. E se Van Gogh non si fosse suicidato? E se fosse stato ucciso? Era sereno negli ultimi giorni di vita e si è sparato allo stomaco. Chi si sparerebbe mai allo stomaco? La logica vorrebbe che l'arma si puntasse alla tempia o si mettesse in bocca...
Ascoltiamo, rapiti. Elucubriamo. Elaboriamo congetture, sposiamo quelle di altri.
E veniamo colpiti dal terzo punto di forza del film: il protagonista. Sentiamo il suo dolore, la sua sofferenza, ma anche il suo genio. Sentiamo lui, pur consci di non poter davvero raggiungere le profondità immense della sua anima. E alla fine comprendiamo. Comprendiamo il mistero e la morte, i motivi che l'hanno determinata.
Loving, Vincent.
Persino il titolo è perfetto.

giovedì 5 ottobre 2017

Un vero carnaio

SAUSAGE PARTY – VITA SEGRETA DI UNA SALSICCIA
di Greg Tiernan e Conrad Vernon
(2016)


Bisogna essere preparati per vedere questo film o si rischia il tracollo. Qualche sospetto potrebbe già venire per via del fatto che il protagonista è una salsiccia (così dicono, a me pare un wurstel) e ancora di più nel constatare quanto è pornografica la protagonista femminile, “una panina” che pare parlare attraverso un orifizio di fondo schiena… ma i disegni sono pucciosi, modello Pixar, se non Disney, e traggono in inganno, fioccano occhioni, sorrisoni e si canta pure… Così all’inizio uno si sente spregevolmente malizioso e si aspetta ugualmente il solito cartone animato pseudoalternativo, ma sostanzialmente pregno di buoni propositi e di buoni sentimenti, pensato soprattutto per i bambini. Per cui, anche quando si comincia ad intuire qualcosina, ci si può illudere di aver sentito male, di aver frainteso, ma…
Presto arrivano le parolacce. Poi le allusioni sessuali – pesantine – indi… L’orrore! L’orrore! Un vero carnaio, un genocidio da film horror di guerra! Che potrebbe essere visto solo come uno scontro fra carrelli, ma il registro è quello di un omicidio di massa… E questo, nonostante l’irriverenza e il sarcasmo, è il tono del film.
Gli alimenti protagonisti, infatti, sognano di essere acquistati dagli Dei (noi) e di andare “nel Grande Oltre” per poi scoprire che, invece, per loro le nostre cucine sono più simili ad un campo di concentramento che al paradiso. La chiave di lettura è ovviamente ironica, ma di quell’ironia salace che sguazza nel politicamente scorretto, con la marmellata che sembra sangue e qualche simil stupro, o omicidio a sfondo cannibalico… o quello che è. A cui poi si aggiungono altre tragiche morti, con tanto di occhio umano che schizza fuori dall’orbita e giù dal cielo…
Il cattivo, a proposito, è una lavanda vaginale. Ops.
Le trovate geniali (ad esempio il dramma del preservativo usato o della carta igienica, o la gomma da masticare masticata in versione Stephen Hawkings) si sprecano e inducono a perdonare la volgarità eccessiva di molte scene (che troppo spesso varcano il confine tra ciò che è divertente per scadere nel cattivo gusto), così i parallelismi con il nostro mondo (si vedano i nativi Americani, i crauti nazisti o i conflitti arabo-israeliani) o le strizzate d’occhio (una scatola di meat loaf motociclettara che canta Meat Loaf), con sequenze sadiche degne del miglior slasher.
La fine è una svergognata orgia alimentare… E on è un modo di dire. MPM era in forte imbarazzo e mi guardava esterrefatto. Ma c’è ancora un passaggio, dopo… Ed è pazzesco, tanto che eleva il livello del film di parecchi punti.
A parte ciò, l’aspetto tecnico è pregevole, anche in ordine a dettagli e animazioni, mentre il racconto contenitore, per quanto non brilli quanto le singole chicche di cui è costellato, è sufficiente a non smorzare l’attenzione degli spettatori.

P.S.
Tra gli autori/interpreti svetta la banda di Seth Rogen, Jonah Hill, James Franco e amici vari, utile a spiegare tante cose…

venerdì 22 settembre 2017

Il profumo e la nostalgia di un’epoca

STAR WARS – L’EPOCA LUCAS
di Giorgio E. S. Ghisolfi


Sottotitolato “I segreti della più grande Saga Postmoderna”, è un saggio molto tecnico e accurato, con un linguaggio che spesso necessita di spiegazioni e che, infatti, è infarcito di note, e non solo per esigenze bibliografiche, ma che, comunque, si legge con piacere, senza fatica, apprendendo, semmai, più di quanto si era sperato.
La parte sullo sviluppo tecnologico infatti, imprescindibile dalla saga di Lucas, viene analizzata sotto ogni profilo immaginabile, tracciando altresì la storia di tre decenni e oltre di animazione, permettendoci così di comprendere aspetti che effettivamente non sono di fruizione immediata.
Tuttavia il saggio si fa ancora più prezioso e accattivante quando offre interpretazioni filosofiche non solo stilistiche e illustra la sofisticata ed eclettica simbologia di George Lucas, indagandone le fonti e i riferimenti.
Ad esempio, per quanto mi consideri una fan sfegatata dello Star Wars ante l’osceno episodio VII (che non è di Lucas), non sapevo che Darth Vader fosse una crasi di Dark Father e Death Water… 
Il saggio, ad ogni modo, ripercorre l’evoluzione storico-tecnologica di Star Wars, anche sul piano iconografico, dando spazio alle tecniche di lavoro come alle illustrazioni, operando, per giunta,  un’ottima contestualizzazione, che non si limita ad offrirci dei paletti sotto il profilo cinematografico, ma ci fa sentire spesso il profumo e la nostalgia di un’epoca, permettendoci di entrare completamente nell’argomento. Si sofferma sui sei film come sulle serie animate (comprese quelle dedicate agli Ewoks e ai due Droidi, risalenti alla mia infanzia) e ai cosiddetti prodotti derivati (incluse le amenità Lego), tracciando anche i progressi della Industrial Light and Magic di Lucas, senza dimenticare, qua e là, riflessioni e riferimenti al Lucas uomo, tra stralci di interviste, osservazioni, citazioni e chiose.
In appendice, la cronologia generale comparata e il glossario.

martedì 11 aprile 2017

Frizzante e spassoso

RAPUNZEL – L'INTRECCIO DELLA TORRE
di Nathan Greno e Byron Howard
(2010)


50mo classico Disney, uno dei più allegri e divertenti di sempre, fin dai disegni, che anziché privilegiare la bellezza della Principessa di turno ne esaltano simpatia e freschezza.
Rapunzel, infatti, benché prigioniera in una torre da tutta la vita e mentalmente plagiata dalla perfida rapitrice, Madre Gothel (curiosamente il personaggio preferito dalla mia nipotina di cinque anni), vanta un carattere solare e stravagante, dolce, esuberante e femminile, sempre incline al sorriso e all'empatia. 
Decisamente, come consuetudine consolidata della Disney, i toni rispetto alla fiaba dei fratelli Grimm sono smorzati e virano sulla commedia musicale (con canzoni carine, ma non trascendentali), assumendo altresì una veste più popolare, sostituendo il bel principe ad un furfante di buon cuore (anche se... viene parallelamente meno l'aspetto dell'arrampicata sociale, nel senso che, viceversa, qui è la protagonista ad essere di nobili natali).
Sia come sia, le emozioni sono assicurate, condite con gag e comprimari adorabili (bestiole incluse), tanta azione (più del solito) tra inseguimenti e combattimenti, e una cattiva che ispira pure un po' di compassione... Naturalmente, a completare la trama, non può mancare l'amore, qui graziosamente frammisto a opportunismo e gustose schermaglie, dai connotati straordinariamente moderni e ad un tempo, per quanto  aggiornati e ribaltati, in linea con i canoni disneyani e favolistici.    
Invero, interessante dal punto di vista psicologico, oltreché molto complesso, è altresì il rapporto figliastra-matrigna – vera novità della pellicola – che per una volta non è scevro di pseudo-affetto, e in cui il male è insito, ma in modo subdolo e occulto, malato e insinuante, non clamoroso come vuole la tradizione.
Doppio piano di lettura, dunque, per un film che, comunque, è e resta frizzante e spassoso, con momenti drammatici e sentimentali alleggeriti dai tanti siparietti e dagli imperativi morali che vi sono sottesi.

giovedì 30 marzo 2017

Adorabilmente sgradevole

SON OF ZORN


Che succederebbe se He-Man dei Masters fosse scritto per adulti con una predilezione per il politicamente scorretto e facesse un figlio con la tipica biondona americana e quando il pupo fosse adolescente decidesse di recuperare un rapporto con lui, trasferendosi in casa dell'ex-moglie e del suo nuovo compagno (che presto lo sbatterebbero fuori)?
Questa bizzarra sitcom, un po' cartone animato, un po' live action, ce lo racconta, tra problemi in ufficio, commistioni fantasy e dinamiche familiari, ed è spettacolare, delirante, piena di umorismo nero e visionario, sangue, esaltazione eroica e immaginazione dissacrante!
Fa il verso ai Dominatori dell'Universo, ma anche a noi e alle nostre idiosincrasie, e ha un protagonista sociopatico, adorabilmente sgradevole e fuori dal suo mondo, ma pieno di buone intenzioni. Che se va al mare crea una vera e propria fortezza abitabile di sabbia e poi dichiara guerra ai proprietari dei micro (in proporzione) feudi vicini: degli inermi mocciosi.      
Sul serio, Zorn di Zephyria è fantastico e fa morire dal ridere! Ha il cervello di Homer Simpson ma la possanza di Conan il Barbaro, nessun limite, nessun buon senso, ed è incline, per quanto di fatto un buon diavolo, a invidie, gelosie... ma anche ingenuità.
Al contempo fa tenerezza per impegno e candore, ma, anziché irritare, risulta genuino e simpatico... a patto di non avere sul serio a che fare con lui! Suo figlio Alangulon, infatti, classico adolescente sfigato (dalla vita in giù cartone animato) lo sopporta a stento, a causa dei troppi anni di assenza... E alle figure imbarazzanti che gli fa fare ogni due per tre.
Una serie eccezionale, stra-spassosa, piena di eccessi (che tuttavia non degenerano in cattivo gusto) e genialate.
Per il momento sono al sesto episodio su tredici... Ma non vedo l'ora di spararmi i successivi!

lunedì 30 gennaio 2017

Critica televisiva ragionata

GUIDA AI SUPER ROBOT
di Jacopo Nacci
Dal 1972 al 1980


Superbo ed appassionante esempio di critica televisiva ragionata: non si limita ad identificare il genere e a sciorinare dati, piuttosto scandaglia con acribia i tratti comuni dei vari cartoni animati (funghi atomici, revanscismo, il gruppo a tre o a cinque membri…) indagandone le sottese motivazioni storico-culturali, se non addirittura profondendosi in stimolanti analisi psicologiche, studiando la poetica dell’anime come l’evoluzione dei singoli elementi che lo compongono. 
La trattazione è precisa: comprende riassunto dettagliato, caratteristiche tecniche, ma soprattutto, per ogni cartone, opera confronti e sottolinea corrispondenze, ragionandoci su, individuando, talvolta, più livelli narrativi, sottotesti, implicazioni.
L’argomento è dunque sviscerato con serietà e impegno, tuttavia ricorrendo ad un linguaggio colloquiale, ma non approssimativo, ed anzi, non ho ravvisato quello che di norma è il maggior difetto di tante guide e saggi: la ripetizione ossessiva delle stesse quattro parole. Qui invece la terminologia è ricca, variegata, e il discorso scorre fluente e naturale.
La lettura, quindi, risulta essere un vero piacere, sia per quanto concerne la disamina di serie che si ricordano bene, sia in relazione a quelle che magari sono rimaste impresse, ma nei cui confronti si ha l’occasione di colmare lacune sensibili, sia in merito a quelle saghe che si tende a confondere e per cui era necessario fare il punto (ora so con esattezza che differenza c’è tra Mazinga Z e il Grande Mazinga, e quali sono i rapporti fra Jeeg e Goldrake… Mi si dirà: eresiaaaa!!! Ma, ehi, io all’epoca non avevo nemmeno iniziato le Elementari, per cui non mi rompete!)…
Vengono inoltre prese in considerazione, induttivamente quanto deduttivamente, seguendo la prospettiva cronologica, diverse tematiche assai affascinanti, quali, ad esempio: la cosmogonia dell’orfano alieno (monistica e dualistica), l’evoluzione della figura femminile, le commistioni politiche, mitologiche e fantascientifiche, la psicologia della squadra, simbolismi e allegorie, il progressivo superamento del nippocentrismo…  ma altresì questioni quali l’arroganza morale di Haran Banjo (eroe mosso dall’odio e non dall’amore – e chi ci aveva mai riflettuto? –) o l’umanesimo di Daltanious, o un raffronto ragionato tra Zambot 3 e Daitarn 3!!!
In ultimo, la guida è corredata da foto in bianco e nero e da un bell’inserto a colori…
In una parola? 
Spaziale!!! 

giovedì 24 novembre 2016

Uno spasso totale

SHREK
di Andrew Adamson e Vicky Jenson
(2001)


Il cartone animato più bello di sempre… se non avessi preferito il secondo capitolo (più corale e citazionistico).
In primis perché è uno spasso totale, giocato sul ribaltamento, l’azione e senza tante smancerie, eppure pieno di sentimento, epicità e valori, con una colonna sonora fantastica e un mare di simpatia e strizzate d’occhio, in particolare in ordine alla concezione della fiaba e ai suoi stilemi.
Ma poi, ad un livello più profondo, per i suoi concetti di base: per la disamina della problematica del diverso e dell’amicizia, per l’esigenza di andare oltre le apparenze e per la rivoluzione in campo amoroso, favolistica e non: finalmente, infatti, l’eroe è il mostro (per giunta sporco e con un brutto carattere), e la bella principessa, per amore, vi sia adegua, invece di costringere lui a cambiare.
E, si badi, non la solita bella principessa-gatta morta in pericolo, ma una che sa il fatto suo, è piena di risorse, di personalità, e combatte meglio che in Matrix!
In effetti, i personaggi sono eccezionali: giocano con gli stereotipi, si prendono in giro, ironizzano, ma sono ricchi di sorprese, e di amene contraddizioni…
In quanto alla trama, poi, originalissima, fioccano i colpi di scena, ma pure le risate (quando Fiona canta con l’uccellino… che poi scoppia, la prima volta, al Cinema, pensavo di impazzire) come le scene emozionanti e adrenaliniche.
Pure i disegni sono ineccepibili: densi di dettagli e di ammiccamenti, con scenografie curate e tanti personaggi noti rivisitati in una prospettiva critica, moderna o semplicemente parodistica. I volti, tra l’altro, sono straordinariamente espressivi, tanto da non lasciare dubbi circa il loro sentire più intimo, risultando quasi veri.

Un gioiellino, di cui prima o poi recensirò anche il secondo capitolo… 

lunedì 24 ottobre 2016

99 scimmie saltavano sul letto...

LE FOLLIE DELL'IMPERATORE
di Mark Dindal
(2000)


Quarantesimo classico Disney, che meno classico non si può! Si fregia, infatti, di uno storytelling ironico e brillante, molto rapido e ritmato, ricco di battute incalzanti, azione e gag alla Warner Bros (mappe con i percorsi, diavoletti e angioletti consiglieri sulle spalle, digressioni sull'arte di precipitare dai burroni, congiunzioni decisive e fulmini a ciel sereno), con unghiate di sardonica crudeltà (in particolare la mosca che viene divorata dal ragno) e spirito di contraddizione, completato da un disegno spigoloso e stilizzato e da una serie di artifici narrativi spiritosi, divertenti equivoci e puntualizzazioni.
La trama è semplice: siamo in Perù, Yzma, la tremenda vice dell'Imperatore, un irritante ragazzino viziato ed egoista, viene licenziata in tronco e quindi cerca di sbarazzarsi di lui... L'idea è quella di avvelenarlo, ma, per un errore, il giovane viene invece tramutato in Lama parlante...
Kuzco, alias il giovane imperatore, è simpatico – appena si civilizza un po' – ma la vera forza del film sono i cattivi: Yzma (vecchia scheletrica sussiegosa, perfida, fascinosa, con tanto di laboratorio segreto, in Italia doppiata dalla bravissima Anna Marchesini), di cui avvertiamo “il nero potere” e che, come commenta Kuzco, è un capolavoro, e Kronk (il suo muscoloso braccio destro, che non è davvero malvagio, quanto piuttosto ingenuo e servizievole, oltreché creativo), che in coppia, perfettamente complementari, fanno scintille, regalandoci molti momenti topici (Kronk chef, i dialoghi con lo scoiattolo, Yzma con le fattezze di un gatto...).
Naturalmente (sempre un cartoon Disney è), la morale buonista è in agguato, cantando il valore dell'amicizia e dell'altruismo, ma non è fastidiosa e tutto sommato non guasta...
Deliziosa la famiglia di Pacha, il villico che aiuterà Kuzco a rimanere vivo e a recuperare le sue sembianze originarie, e ancor più la filastrocca che scandisce i giochi dei bambini (99 scimmie saltavano sul letto/ una cadde a terra e si ruppe il cervelletto...).

Da schiantarsi dal ridere!!!

sabato 10 settembre 2016

All'apice dell'estetica miyazakiana

LA CITTA' INCANTATA
di Hayao Miyazaki
(2001)


Lungometraggio animato eccezionale, almeno se lo si vede nell'era ante Cannarsi. Diversamente le traduzioni irritanti e pregne di umorismo involontario dell'estimatore del mondo nipponico, vuoi pure più fedeli all'originale, ci porteranno, purtroppo, fuori strada, sacrificando parte dell'indiscussa bellezza della pellicola.
Dal punto di vista estetico, peraltro, siamo all'apice, sia per cromatismo, che per ricchezza di immagini, disegni e immaginazione. Le scene pullulano di eventi, in primo piano come sullo sfondo, e, in generale, si resta paralizzati dall'incanto, non sapendo dove guardare ed avendo la tentazione di fermare il film di continuo per non rischiare di perdere nulla, inclusi i riverberi dell'erba, poiché ogni filo splende singolarmente.
Nemmeno a livello di trama restiamo delusi: addentrandoci in un romanzo di formazione in bilico tra fantasy e sentimento, assistiamo alla maturazione di Chihiro, una ragazzina di dieci anni che, a causa del comportamento sconsiderato dei genitori, si ritrova a dover lavorare in un complesso termale per spiriti, rischiando di smarrire la propria identità...
Se in principio tutto appare difficile e ostile (eccetto che per Haku, un personaggio ambiguo e fascinoso che riconoscendo la bambina decide di esporsi per lei) presto le cose miglioreranno: la piccola imparerà il mestiere e saprà destreggiarsi e conquistare amici, laddove gli stessi nemici dimostreranno di avere anche un'altra faccia...
Mentre noi ci troveremo sempre più avvinti da questo mondo fantastico, dai suoi personaggi incredibili e dalla sue regole, che per certi versi potranno apparirci sottilmente inquietanti, ma che per altri ci indurranno semplicemente a desiderare di essere lì.
Infine, non mancano il tema ecologico, tanto caro al regista, le critiche al capitalismo e l'abbozzo sentimentale, ancora implume, e per questo ancora più tenero e romantico, con i protagonisti innamorati, ma troppo giovani per sapere di essere qualcosa di più che amici.

La fine, quella sì, potrebbe apparire un po' amara, un po' incompiuta, laddove sarebbero bastati solo altri cinque minuti per infonderle un significare diverso, ma personalmente ritengo vada bene così, mantenendo l'incanto dell'infanzia, lasciando allo spettatore, se vuole, l'onere di immaginare una conclusione più soddisfacente in senso classico della vicenda “amorosa”.

giovedì 19 maggio 2016

La migliore di tutte

MULAN
di Barry Cook e Tony Bancroft
(1998)


Ispirato ad una leggenda cinese, è uno dei Cartoni Disney che preferisco in assoluto, poco importa che la protagonista sia bruttarella: Mulan è la migliore di tutte!!! Una delle prime eroine Disney, infatti, che si arrangia da sola, ma non a mezzo di magia e fortuna, né tanto meno con l'effimera bellezza, piuttosto con la sua intelligenza. Mushu, infatti, il draghetto che le viene affiancato per sottrarla a morte e disonore, è più che altro un pasticcione!
In realtà, però, non sono tanto le tematiche sociali ad interessarmi (per quanto, in effetti, a livello di “pari opportunità” ci sarebbe ampiamente da discutere), ma proprio la trama e i personaggi!
Intanto, adoro che la storia sia costellata di momenti epici, in cui veramente ci si esalta, e che le problematiche vengano risolte usando il cervello, e che, al contempo, ci sia tanta attenzione per i momenti padre/figlia/o: con pochi tratti (per lo più si gioca sugli sguardi) si riesce a rendere un'universale profondità di sentimenti! Molto struggente, infatti, la figura del papà di Mulan, che, sotto alcuni profili, trova la sua specularità in quella del Generale, padre di Li Shang (il più figaccione degli eroi Disney). Mi piace anche il rapporto che si delinea fra Mulan e i suoi amici, sia per quanto riguarda la sua piccola posse (lei, il grillo, Mushu e il cavallo) sia nei confronti dei compagni d'arme, Xiao, Chien-Po e Ling, e poi in ordine alla sua comprensiva famiglia (altro personaggino notevole, nonostante le propensioni macchiettistiche, è la nonna).
Stupenda la canzone “farò di te un uomo”, sia per la musica che per abbinamento alle immagini, divertente e grandiosa ad un tempo (le altre canzoni, invece, le avrei tagliate volentieri).
Ci sono poi, come sempre, momenti divertenti, in questo caso davvero riusciti (la prova con la mezzana è esilarante), alternati a sequenze drammatiche... Efficace risulta la resa dei cattivi: 'sti Unni fanno davvero paura, inoltre possiamo contare su molte scene d'azione, e persino su qualche virtuosismo con le arti marziali.
Più di tutto, però, il film vanta un ottimo ritmo, tantissime emozioni e una storia semplice, ma colma di coraggio e passione!

Curiosità per i fumettofili: tra i disegnatori spicca Régis Loisel (il cui tratto è peraltro riconoscibile)...

martedì 10 maggio 2016

Un pezzettino dell'infanzia

THE ART OF HE-MAN AND THE MASTERS OF THE UNIVERSE


Era mio fratello Androide che li collezionava, non io, ma li amavo lo stesso, perché ci sono un mucchio di mostri bellissimi e fantasiosi, e, adesso, perché rappresentano un pezzettino della mia infanzia...
I miei prediletti erano Mantenna, Megator (il gigantaccio che pareva Hulk ingrugnito e con i capelli lunghi) e gli Uomini Serpente: tutti cattivi! Ma ce n'erano molti altri con cui simpatizzavo e di cui, ahimè, non conoscevo il nome! L'Art Book in questione, quindi, mi ha attirata da subito, specie considerando che si presenta in una veste lussuosa, cartonata, di grande formato, che a sfogliarla rivela tavole enormi e dettagliate, spesso magistrali esempi di grazia pittorica!
E poi, oltre che un acquisto necessario, mi pareva un ottimo modo per colmare le mie lacune!


E in effetti, benché sia piacevole da esaminare per qualunque amante della heroic fantasy, questo godurioso librone per nerd ha superato le mie aspettative! Prende in considerazione qualsivoglia aspetto relativo ai Masters: dai giocattoli progettati e mai realizzati (per fortuna, in qualche caso!), alla linea delle action figure della Mattel, ai film, ai cartoni animati, ai fumetti (con tanto di scontro con Superman), ai reeboot più recenti! Ci vengono spiegati retroscena, obiettivi, “esperimenti” e dietro le quinte, riportate interviste, reazioni, materiale inedito, varianti, nonché la versione originale di alcuni personaggi (o altri cui poi si è rinunciato), ma si privilegiano le immagini e ci sono tante pagine doppie, disegni a profusione, schizzi, mappe, bozzetti, e qualche allegro extra, ad esempio un po' di scenari su cui piazzare un rodovetro con He-Man e Skeletor, per aiutarci a comprendere i trucchi e le economie richiesti dalla produzione televisiva.
La cosa più commovente però (per motivi nostalgici) è lo spazio dedicato agli albetti allegati ai primi giocattoli o la riproduzione degli adesivi del Castello di Greyskull o il playset di Eternia (troppo bello quando lo montavamo sul tappeto in sala, vicino alla Villa Paradiso d'Estate dei Mio Mini Pony!)... Ogni tanto vengono a galla un po' di incongruenze e qualche pasticetto (ad esempio, un disegnatore era convinto che il Castello di Greyskull appartenesse a Skeletor), e talvolta sono quasi epifanie! Naturalmente si parla anche di Hordak, e di She-ra, la sorella di He-man (senza esagerare, per fortuna). Le pagine che preferisco sono però quelle in cui vengono schierati tutti i personaggi con tanto di nome: esaltantissime e supercomplete!!!

Un'opera fondamentale per ogni appassionato!