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giovedì 5 aprile 2018

I contorni fiabeschi della Guerra

RESTA DOVE SEI E POI VAI
di John Boyne


Speravo bissasse la sconcertante meraviglia de “Il Bambino con il Pigiama a Righe”, ma non ci riesce.
Utilizza la medesima formula e la ribalta in tutte le sue possibili accezioni: conserva la soggettiva in terza persona di un ragazzino, Alfie, nove anni, ma questa volta lo trasferisce dalla Seconda alla Prima Guerra Mondiale, dalla Germania all'Inghilterra, utilizzando di nuovo un linguaggio semplice, dai contorni fiabeschi, per narrare questioni gravi, irte di sofferenza, di ingiustizia, oltre che cariche di Storia.
Tuttavia, non riesce a replicare la magia della trama di Bruno (e, tutto sommato, gli ho preferito pure “Il Palazzo degli Incontri”).
Nell'insieme è un romanzo piacevole, garbato, discreto, adatto soprattutto ai lettori più giovani, ma è privo di quel quid pluris che contraddistingue il capolavoro. 
A tratti risulta stucchevole, a tratti pedante. I colpi di scena, inoltre, non sono così potenti e tragici come nel libro più noto di Boyne e il lettore riesce sempre ad anticiparli di parecchio. Per giunta, la vicenda non è molto incalzante, benché non arrivi ad annoiare, e in certi passaggi pare mancare un po' di sostanza.
Eppure non si può dire che ci sia poca carne al fuoco: tra la guerra, la questione dell'isola di Man, i richiami storici e medici...
Questi ultimi, senza fare spoiler, sono il connotato più originale e interessante del volume, insieme al tema degli obiettori di coscienza, tanto che Joe, per quanto mi riguarda, è il personaggio che di gran lunga prediligo.
Anche il titolo, che di primo acchito può sembrare bruttino, ha il suo perché, e deriva da una canzone popolare tra i soldati britannici, come ci viene spiegato in coda al romanzo.
Ad ogni modo, auspico di avere maggior fortuna con “Il Bambino in Cima alla Montagna”. 
Sia come sia, l'intenzione è quella di leggere tutte le opere di Boyne.

sabato 22 novembre 2014

Un romanzo perfetto


IO NON HO PAURA
di Niccolò Ammaniti
 
 
Già l'idea di partenza è geniale, per il ribaltamento che offre e per il realistico e terribile orrore che racchiude.

Il punto di vista è quello di un bambino, Michele Amitrano, nove anni. Un ragazzino come tanti, ma vitale, allegro, e in fondo buono, povero, ma onesto. Che fa amicizia con un altro bambino, un bambino ricco, privilegiato, Filippo, che è stato rapito. Dal padre di Michele, tra gli altri.

Padre che quindi è un mostro, uno spietato e cattivo, uno di quelli di cui avere paura... Ma come fa ad esserlo, un mostro, se è il tuo papà e tu gli vuoi bene e con te è sempre stato bravo?

Un romanzo dolcissimo, ma altrettanto crudele.

Un romanzo perfetto.

Con una trama semplice e lineare, ma basata sul paradosso e la dicotomia, che sconvolge e ribalta la prospettiva, più volte, tramortendoci con la forza di un maglio.

Con uno spaccato del Sud Italia del 1978 così vivido e genuinamente popolaresco che pare una fotografia vivente, convertita in parole.

Con uno stile essenziale, limpido, cinematografico, che ti ipnotizza, facendoti precipitare nella storia già dalle prime righe.

E poi la potenza dei bambini, con la loro innocenza/saggezza, ingenuità, ma anche crudeltà e tradimenti, resa con l'autenticità più smagliante, più vera, che ci incanta e ci ferisce.

Una storia toccante, senza retorica, che costringe il piccolo Michele a crescere tutto d'un colpo, dando una scossa alle sue certezze e frantumandone la maggior parte. E che fa crescere anche noi, come solo i grandi libri sanno fare.
 
Ammaniti visto dal nostro vignettista.

Ed è buffo, perché durante la lettura, né dell'una né dell'altra opera, non lo avevo colto, me ne sono accorta adesso, facendo mente locale: per certi elementi, specie a livello di trama, ci sono moltissime somiglianze – con le dovute modifiche di tempo e di luogo – tra “Io non ho paura” (precedente) e “Il bambino con il pigiama a righe” di John Boyne... Ad esempio, l'amicizia tra due bambini che si trovano in condizioni sociali opposte, per giunta uno prigioniero e l'altro libero; il ruolo del genitore del ragazzino libero; il punto di vista narrativo; alcuni aspetti del finale...

Entrambe, comunque, sono opere eccellenti, e poco importano le somiglianze di base, senza contare che sotto altri profili i due libri sono molto distanti, avendo una carica poetica di matrice diversa, meno fiabesca per il romanzo di Ammaniti, e con un protagonista più scaltro, meno infantile...

lunedì 15 aprile 2013

E poi ti strappa il cuore e se lo mangia...

IL BAMBINO CON IL PIGIAMA A RIGHE
di John Boyne

 
Di solito in un romanzo ciò che mi motiva e seduce sono i personaggi, questa però è una di quelle opere che viene sostenuta innanzitutto dalla perfezione della trama: non solo dall'efficacissimo colpo di scena finale – che la rimarca e la assolutizza, pur senza ridursi a mera trovata – ma dalla narrazione tutta, sin dalle prime righe, perché affronta un argomento brutale e spinoso come il nazismo con l'innocenza di un bambino di nove anni, Bruno, che coltiva i suoi sogni e ama il suo papà, anche se è un ufficiale SS, e che non comprende tante delle cose che lo circondano, ma ne registra ogni dettaglio in modo che lo capiamo noi, pur filtrato, e ne restiamo atterriti.

Il romanzo è delicatissimo, candido, e colmo di poesia, a cominciare dal titolo perché il bambino con il pigiama a righe non è che Shmuel, il ragazzino ebreo che si trova al di là della rete metallica del campo di sterminio che Bruno non può varcare, ma con cui stringe una profonda amicizia. Shmuel è l'unico, infatti, da quando Bruno si è trasferito con la famiglia, che lo aiuta a vincere la solitudine e la noia.

Colpisce quindi la differenza di prospettive dei due bimbi, ma al contempo si evidenziano le similitudini tra loro che, nonostante l'abisso rappresentato dal contesto in cui si trovano, percepiscono solo parzialmente la violenza che li circonda, azzannando il lettore con più ferocia proprio in virtù del contrasto con l'ingenuità dei protagonisti, che spesso vengono lambiti dal buio, ma che continuano ad avere gli occhi pieni di luce.

Il romanzo è molto breve e sembra quasi una fiaba: benché il tema sia doloroso, viene percorso da una dolcezza totale e disarmante, incluso il moralissimo epilogo.

Ne è stato tratto un film che non è male, ma che non decolla, laddove invece il libro ti fa volare... E poi ti strappa il cuore e se lo mangia.

Ma lasciandoti più ricco.

Più consapevole.


Dai dodici anni in su.