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lunedì 30 aprile 2018

Si può essere razzisti verso il proprio stesso popolo?

EUROFLORA: COSE BRUTTE

La prima semidisavventura si è verificata mentre prendevamo il treno per Nervi da Brignole... Il bus ci deposita e noi, consultato il monitor con arrivi e partenze, corriamo sul binario 9. Abbiamo 5 minuti. Non abbiamo ancora posato le membra sulla scala mobile che un annuncio, sentito distintamente da tutti, avvisa che, contrariamente a quanto riportato sul monitor, il treno per Nervi è sul binario 3. In massa ci catapultiamo sul 3. Qui il cartello indica il treno per Voltri. Voltri è nella direzione opposta rispetto a Nervi. Nel mentre il treno sul binario 9 ci fa ciao ciao. Viaggia in direzione di Nervi. 
Allora chiediamo. 
Ci dicono che il cartello è sbagliato, ma il binario 3 è giusto. Solo che quando arriva il treno, giunge dalla parte opposta. Proprio come farebbe il treno per Voltri. E, guarda caso, pare proprio diretto a Voltri. Il senso di marcia è quello. Siamo increduli, ma mica poi tanto. Conosciamo Trenitalia. 
Diverse persone (stranieri e turisti extra Liguria col biglietto dell'Euroflora in mano) però evidentemente no, e fanno per salire, fiduciose. Per fortuna spunta il controllore: ci conferma che quello è il regionale per Voltri e noi torniamo al binario 9 per aspettare il treno per Nervi successivo. Perché diavolo quell'annuncio fuorviante? Ci viene risposto che probabilmente c'era troppa gente e dovevano deflazionare un po'... Ah, ecco.  W il rispetto per i passeggeri.
Altra cosa brutta, le file all'italiana: per entrare all'Euroflora, per mangiare, per visitare la Casa del Bonsai... Ci si incolonna per benino, ma i furbi entrano di lato, saltando tre quarti di coda, col risultato che noi ce la facciamo doppia. Gli stranieri guardavano esterrefatti, mentre gli italiani portavano avanti questo sistema senza ritegno, spingendo in avanti, modello ariete, vecchiette e passeggini. In fondo chi direbbe mai qualcosa ad una nonnina? O ad una mamma col bambino? Io, se ne avessi avuta l'occasione. Ma in certi casi basta lo sguardo.
Piuttosto, si può essere razzisti verso il proprio stesso popolo?
A seguire, nella mia carrellata di lamentele, le rovinafoto (sempre donne): non c'è forse un bellissimo gazebo da esposizione? Bene, questa tizia ci si piazza in mezzo e non se ne va più. Non per farsi fotografare lei. Per riposarsi. A un certo punto distende pure le gambe e si mette a leggere il giornale. Una panchina non andava bene? O il prato? Insomma che chi voleva la foto del gazebo doveva beccarsi l'estranea in centro. Idem per l'agrumeto, con due nonnette che ci si sono mezze accampate. Pazienza. Alla fine ho intitolato la mia foto “agrumeto con didietro di signora”. Che sembra star raccattando la sua roba per andarsene. Ma stava solo cambiando posizione...
Seconda disavventura, il pranzo. Io e I. ci mettiamo in coda per comprare da mangiare, mentre i mariti vanno a procacciare tavolo e sedie. Io e I., in attesa di fare lo scontrino, siamo incerte su che cosa prendere: l'opzione piatto assortito ligure ci stuzzica, ma a me pare enorme. Costa 10,00 euro, ma è gigantesco. C'è una lasagna al pesto, una fettona di polpettone e una superporzione di torta di verdura. Io tentenno... Ci vuol tutta che riesca a farne fuori metà. Quasi quasi prendo un piatto solo e lo divido con MPM. Per fortuna I. mi suggerisce di prenderne due, che al massimo ci danno una mano lei e A. Okay, la ascolto. Facciamo lo scontrino. Quaranta minuti dopo, quando finalmente ci ritroviamo i nostri piatti in mano, notiamo che nel frattempo le porzioni sono state dimezzate. La lasagna è piccola, il polpettone minuscolo, la torta di verdura una strisciolina solitaria. Divoro tutto e quando finisco ho ancora fame, allora mando MPM a comprarmi un frullato. Torna dopo un quarto d'ora e mi porge il mio frullato rosa, che è la metà del suo viola. Lo accuso di averlo assaggiato. Lui mi fa notare che la cannuccia è pulita, così il bicchiere trasparente. E' che lo fanno sul momento, mi spiega, e non ne avevano più di quello che volevi tu con la fragola, così me ne hanno dato metà. Sai, era per smaltire la coda... A beh, dico io, allora avrai pagato metà prezzo... No. Il prezzo è intero, la dose no. Scema io a chiedere.    
In ultimo: c'era gente che, con molta fantasia, calpestava le aiuole. Non i prati (che non mancavano). Le aiuole con i fiori. Per chiarire: quando siamo entrati c'era una voce che diceva dall'altoparlante: “E' cortesemente vietato calpestare le aiuole”, che nel pomeriggio era diventata: “E' severamente vietato calpestare le aiuole. Anche quelle con i peperoncini. Non calpestate le aiuole.” 
Ultima avventura, il ritorno. 
Solo che non ho parole per la bolgia che abbiamo trovato quando dovevamo prendere il treno da Nervi a Brignole. Però ho fatto una foto. Tanto per avere un'idea.

P.S.
Neanche a dirlo, fila all'italiana.

P.P.S.
In conclusione: l'Euroflora è stata bellissima, il Parco di Nervi è stato bellissimo, mi sono rilassata, divertita e stancata da morire. Ma i miei week-end di lettura matta e disperatissima sono mille volte meglio!!!

venerdì 27 aprile 2018

Una vera e propria festa per gli occhi

VISITA ALL'EUROFLORA: IL LATO BELLO



Già l'idea di realizzarla al parco di Nervi è strepitosa: anche se c'è tanta gente non ne accusi la presenza più di tanto, cammini libero e sereno, senza sentirti opprimere, anzi, sei così di buon umore che il rischio, semmai, è di socializzare e condividere la bellezza con degli sconosciuti. Inoltre, altro vantaggio, non ci si sente nauseare dal contrasto di troppi profumi che collidono, ci si godono il sole e la stupenda vista mare.
A livello visivo si tratta di una vera e propria festa per gli occhi: un tripudio di colori, di forme, di composizioni e idee, di inventiva e disciplina, di armonia e incanto, in cui ogni svolta rivela una sorpresa. 
In ordine sparso, ecco le cose che mi sono piaciute di più:










IL ROSETO: okay, me lo aspettavo un po' più fiorito, ma è comunque splendido e immersivo;










LA CASETTA MIGNONNE: pare abitata dalle fatine, tanto è adorabile e rosa, munita persino di tende; 










IL PRESEPE DI AVEGLIO: senza la Sacra famiglia, ma con le caprette sul cucuzzolo e una miriade di particolari da osservare con calma;










LA CASA DEL BONSAI: tutti eccezionali, anche se io avrei premiato il faggio in fondo, al posto del melo fiorito, mentre il ficus è un vero spettacolo;

ATTRAVERSO LO SPECCHIO: una manciata di pareti riflettenti, che però moltiplicano la realtà e creano favolose illusioni ottiche;
    









FLORA, LA TALPA AMANTE DEI GIARDINI: secondo MPM, la vincitrice indiscussa del Concorso Meraviglie nei Parchi;

L'AGRUMETO: per riposare lo sguardo e il cuore... 

Deludente, invece, IL LABIRINTO, molto basico e pervaso da odori angoscianti.

A lunedì con le disavventure connesse!

giovedì 26 aprile 2018

Vademecum per il visitatore

EUROFLORA: CONSIGLI DI SOPRAVVIVENZA


Prima ancora di illustrare la mia deliziosa gita, mi preme che chi è interessato a visitare l'Euroflora e debba ancora andarci possa far tesoro della mia esperienza. Ecco dunque qualche consiglio di sopravvivenza, di cui alcuni scontati, altri meno:
Intanto, l'abbigliamento: scarpe da ginnastica e cappellino obbligatori (pare ovvio, ma c'erano un sacco di fanciulle coi tacchi alti. Defunte a metà mattinata). C'è da camminare, non necessariamente in piano, e se, come me, avete la fortuna di beccare una magnifica giornata di sole, la vostra testolina gradirà il conforto di un po' di stoffa. Ci sono gli alberi, ma riparano poco e parzialmente. Anche col sole, comunque, in camicia non morivo di caldo se stavo all'ombra, indi la solita regola del vestirsi a strati trova il suo perché anche qui (ringrazio I. che mi ha impedito di lasciare la giacca in auto).
Il treno: a Nervi trovare parcheggio è come vincere al Lotto, indi, chi viene dal lato Savona, si posteggia a Brignole in Piazzale Kennedy (dal Libraccio) e trova la navetta (compresa nel biglietto di ingresso) per raggiungere la Stazione. Anche il treno è incluso nel biglietto di ingresso (indi non buttatelo dopo l'esposizione), il viaggio è breve e consta di quattro fermate. Prima di Nervi: Sturla, Quarto e Quinto. Però, attenzione: diffidate degli annunci di Trenitalia (lunedì illustrerò che è capitato a noi) e ragionate con la vostra testa, stando attenti alla direzione in cui viaggia il treno. Per il ritorno, mettete in conto che per guadagnare l'accesso ai binari vi troverete in una situazione stile epidemia di Zombie e dovrete sgomitare e cercare di non venir soffocati dalla calca. Se venite in treno, sappiate che il biglietto Euroflora vi copre da Nervi a Voltri. 
Mangiare: Portatevi il pranzo al sacco. I punti di ristoro sono molti, ma il prezzo è quello da fiera (della serie: 4 ghiaccioli – rectius: sorbetti di frutta che sembrano in tutto e per tutto ghiaccioli – € 14,00. Esatto € 3,50 ciascuno). Privilegiate orari insoliti: se avete fame tra mezzogiorno e le due, la coda media è di 45 minuti. Inoltre le vostre porzioni, tra quando fate lo scontrino e quando vi verrà consegnato il vostro piatto, potranno essere soggette a dimezzamenti (di nuovo rimando al post di lunedì per i dettagli). Ciò vale altresì per i frullati. Diffidate delle focaccine gourmet: sembrano quelle del supermercato, ma costano € 7,00 e contengono giusto una fettina di prosciutto o di salame. La striscina di focaccia, invece, è buona e ve la cavate con € 1,50. A sorpresa, l'acqua è in vendita a prezzi normali (bottiglietta piccola, € 1,00). Nelle ore cruciali, però, è difficile anche procurarsi sedie e tavolo (c'è addirittura qualche sfacciato che, quando ha finito di mangiare, se le porta dietro!!!). A merenda (a pranzo no, la ressa potrebbe uccidervi) non fatevi sfuggire il Consorzio della Focaccia di Recco al formaggio: la fanno sul momento, è squisita, e ha un prezzo ragionevole. Tre fettine, calde e sottilissime, proprio come devono essere, per € 6,00. Interessanti anche le proposte da bere, tra cui la Mandarinata... (Credo sia il punto 13 sulla mappa). 
Il Mercato: è carinissimo. Ci sono piante carnivore, fiori dai colori incredibili, canapa domestica legale (senza thc), talee, piantine grasse piccine picciò vendute in una comoda borsina, orchidee... Ma non esagerate: il ritorno sarà lungo e periglioso e i vostri acquisti potrebbero patire.
Controllate la Cartina: non rischiate di perdervi, ma ci sono un sacco di bellezze e se non state attenti potreste mancarne qualcuna. In particolare, attenzione alla Casa del Bonsai: richiede un po' di coda extra, ma vale davvero la pena. E' strepitosa!!! 
Mu, spero di aver detto tutto!
A domani racconto la mia visita (lato bello).

mercoledì 25 aprile 2018

Le regole non scritte dell'essere neri

IO SO PERCHE' CANTA L'UCCELLO IN GABBIA
di Maya Angelou


La biografia dei primi sedici anni di vita dell'autrice. 
Una vita drammatica, costellata di sofferenza e di ingenuità, di spirito pratico e di poesia, che è un piacere leggere, anche perché lo stile, pieno di forza e di delicatezza, è strepitoso, scevro di retorica e di condiscendenza.
Maya, infatti, bimba di colore, molto sensibile, che vive con la nonna – detta Momma –, lo zio e il fratellino Bailey, da lei adorato, nel Sud razzista del primo Novecento (anni 30), conosce ben presto il disprezzo dei bianchi e le regole non scritte dell'essere neri. Tuttavia, gli occhi con cui ci racconta le sue vicissitudini sono quelli di una bambina, che non conosce tante cose, ma che è piena di saggezza, e che, nonostante la tenera età, sarà costretta a lottare per guadagnarsi più o meno qualsiasi cosa.
Pur così piccola, infatti, le capita di tutto (abusi compresi), anche se, per quel che ci riguarda, ciò che preferiamo, è semplicemente godere della sua compagnia e starle vicino mentre, con sincerità e candore, ricorda i vari passaggi della sua infanzia e i colori vivaci con cui vedeva il mondo. 
Si tratta di una narrazione molto toccante, ma non smielata, che, nella sua semplicità e freschezza, ci precipita nella vita di questa ragazzina, fatta di timori, di paure, di fantasiose quanto assurde ricostruzioni, di privazioni e di orgoglio vilipeso, ma anche di coraggio e di determinazione. Maya non dà giudizi, ma ci mostra come ha vissuto, che cosa ha sentito, e lo fa con una prosa che, lungi dall'essere quella di una fanciulla implume, riesce ad essere profonda e minuziosa quanto genuina. 
Se gli occhi, infatti, sono e restano quelli di una bimba, la sua voce è quella di una donna adulta dalle grandi capacità introspettive. 
Un volume splendido, un classico del Novecento, che per temi e incanto porrei accanto al mio romanzo preferito: “Il Buio oltre la Siepe” di Harper Lee.

martedì 24 aprile 2018

Floricoltura e tecnologia

LE VICISSITUDINI DI MPM
PER PRENDERE I BIGLIETTI DELL'EUROFLORA


Il mese scorso la mia deliziosa collega Silvia mi ha chiesto se volessi andare all'Euroflora di Genova.
Con la consueta simpatia che mi contraddistingue, io le ho risposto: “Ma figurati! Sacrificare una giornata di lettura per delle stupide piante? Non esiste.”
Tuttavia, quando un paio di settimane fa MPM ha espresso il desiderio di andarci insieme non ho avuto cuore di rifiutare. Ma poi non si è deciso nulla. 
Mercoledì, coincidenza e congiunzioni astrali, anche un'altra collega mi ha proposto se andiamo con i mariti... Ma, confrontate le agende, l'unico giorno possibile per tutti era domenica 22 (per voi sarebbe l'altro ieri, ma oggi, mentre scrivo, è ancora sabato), quindi dovevamo organizzarci in fretta e furia. E procaccarci i biglietti. 
Dato che MPM è il mio informatico ufficiale, abbiamo incaricato lui.
Erano circa le 9.30 di mercoledì 18 aprile.
Orbene, è stato un incubo:
MPM si è immediatamente collegato al sito ufficiale dell'Euroflora e si è messo in coda. Risultava il 16.679mo (all'incirca)... “Dovrai aspettare per almeno un'ora”, lo ha informato il sito. Okay. 
Aspettiamo. 
Aspettiamo. 
Aspettiamo. 
Dopo oltre due ore e mezza, finalmente, è arrivato il turno di MPM, così lui ha fatto per perfezionare l'acquisto, ma, sul più bello, il sito si è ribellato e lo ha sbeffeggiato con un bel: “i biglietti non sono in vendita qui”. 
Ma come? 
MPM, aduso ai malfunzionamenti delle biglietterie online, non si è scoraggiato e si è rimesso in coda, flemmatico. 
Questa volta era il circa 24.795mo (ultimi tre numeri sparati a caso).
Siamo andati a far la spesa. Abbiamo preparato il pranzo. Mangiato. Guardato “Lost in Space”. Fatto una pennichella. Siamo tornati ai rispettivi lavori.
Arrivato il suo turno attorno alle 16.00 (tre ore e mezzo dopo). MPM ha pregato che questa volta il sito non si impallasse. 
Non si è impallato.
MPM ha compilato tutto l'ambaradam. Ha fatto per pagare. Ha scoperto di non poterlo fare con Paypal (dirlo prima no?) e che se non avesse concluso l'operazione entro 48 minuti avrebbe dovuto ricominciare da capo. Dio!!!
Che fare, considerato che nessuno di noi ha la carta di credito (sia io che MPM siamo assai diffidenti al riguardo)?
No problem, dico io. Vado di corsa all'ufficio postale, carico la Postepay e procediamo. 
Volo. Entro. Prendo il numerino. Arriva il mio turno. Carico. Raggiungo MPM (i nostri rispettivi luoghi di lavoro sono vicini e per giunta prossimi alle Poste) e scopro che restano 34 minuti per completare l'operazione. Ce la possiamo fare. Compiliamo. Diamo l'input. Transazione non riuscita. 
Perchè? Perchè, maledizione? 
Forse abbiamo digitato male. Riproviamo. Nix. 
Ma checcavolo!!! Allora? 
Restano tre tentativi. 
Boh... C'è un numero sulla mia Postepay che non si legge bene... Può sembrare sia un sei che uno zero. Riproviamo digitando lo zero. Transazione non riuscita. 
Perchè? 
Mancano due tentativi. 
Facciamo il quarto. 
Proviamo a digitare il sei al posto dello zero. Ricontrolliamo bene tutto. Via. Transazione non riuscita. 
Sto per urlare. 
Ricontrolliamo ogni codice, ogni indicazione. Insulto MPM perché maltrattarlo mi rilassa e provo a sostituirlo alla tastiera. MPM si rammarica, si proclama innocente. Io non gli credo. Gli faccio gli occhi piccoli. Poi, proprio quando stiamo per sprecare l'ultimo tentativo... un'epifania: non è che dobbiamo aspettare qualche minuto perché la Postepay risulti effettivamente carica? 
Controlliamo. E' così. Dunque? 
Ci restano 31 minuti. 
Preghiamo.
Quanto diamine ci vuole?
Restano 28 minuti.
Ancora niente.
Sono afflitta.
I., sopraggiunta per condividere i nostri patemi, protesta, solidale: “Certo che ti fan proprio passare la voglia...”
Eh no, dannazione. A me così la voglia sta venendo: oramai è una questione di principio. Dobbiamo andare a 'sta cavolo di Euroflora.
Restano 25 minuti.
Io e I. sospiriamo e lasciamo tutto in mano a MPM, sperando che a breve ci rassicuri con una telefonata.
Passa mezz'ora. 
I 15 minuti sono ampiamente decorsi, la telefonata non è arrivata. Chiamo io.
Mi aspetto che MPM mi dica che si è rimesso in coda e che è il centododicimillesimo.
Invece mi risponde che mi ha mandato via mail i biglietti da stampare. Tutti e quattro. W!!!! Mio eroe!
Li stampiamo.
Il giorno è giusto, ma sono tutti a nome di MPM e non sono cedibili a terzi. Quindi? 
Quindi niente, replica MPM: non c'era la possibilità di inserire altri nomi e di certo io non ho bisogno di entrare quattro volte in un giorno. C'è scritto pure che non abbiamo pagato niente di prevendita e invece abbiamo speso circa 4,00 euro. Il sito è mal fatto, capiranno. 
Lo spero. 
Spero che domenica io, I. e A. non ci troviamo ad aspettare fuori mentre MPM entra da solo... Ma non si sa mai. Nei prossimi giorni vi saprò dire.

P.S.
Nel frattempo Silvia, dopo essere andata inutilmente in agenzia di viaggi, si è messa in coda pure lei ed è la 38.954ma... Desiste. 
Ma riprova la sera. E fa tutto in cinque minuti. 
A quanto pare hanno sistemato il sito... 
A MPM non l'ho ancora detto.

lunedì 23 aprile 2018

Cibo sacro per la Bestia

SPLIT
di M. Night Shyamalan
(2016)


Un uomo, 23 personalità. 
Tre ragazze rapite e chiamate “cibo sacro” in attesa che arrivi la 24ma, la Bestia.
Adoro Shyamalan, ma io questo film non lo volevo vedere. 
Mi è bastato il trailer per trasmettermi disagio, mentre la visione mi ha angosciata sin dai credits iniziali. Il taglio delle inquadrature, i primi piani insistiti e la recitazione impeccabile di James McAvoy hanno peggiorato di gran lunga le cose. Lui, in particolare, nel multiruolo delle 23 identità + 1, che manco Tatiana Maslany in Orphan Black, è pazzesco ai massimi gradi. Gli basterebbero gli occhi per incantarci, invece, da vero trasformista, usa tutto, il corpo, il respiro, come le espressioni facciali. 
Il montaggio è dinamico, alterna flashback e sedute psicanalitiche alle scene con i protagonisti principali. All'inizio ci sembra che sedute e ricordi ci concedano una pausa dal nervosismo perenne che ci consuma, invece nascondono altre inquietudini, oltre a meccanismi narrativi che presto si fanno evidenti. 
Basta un fiore fra i capelli per preoccuparci.  
Ma non ci si annoia un attimo, la tensione non cala mai del tutto. 
Già dalle prime scene è lapalissiano chi si salverà e chi no, ma non possiamo rinunciare a sperare e patiamo ogni istante, in più la sorpresa finale dal gusto citazionistico ci delizia, perché proprio non ce la aspettavamo. 
Peraltro, se ci si riesce a svincolare da questo stato di perenne ansia, si avvertono gli abissi dell'anima e si viene colti da un malessere diverso, atavico, primordiale. 
Che ci fa pensare che l'orrore sia sempre in agguato, non dietro, ma dentro di noi. 
L'origine delle personalità, il loro emergere, il rapporto fra loro e le Regole della Mente, esposte durante le sedute, ci sconcertano, specie quando ci appaiono criptiche e ci lasciano intravedere altro. L'Orda. Che quasi ci suggerisce una possessione demoniaca. E ogni volta che McAvoy compie un gesto ci fa presagire qualcosa di più atroce che sta per arrivare. 
La verità è che, dato il contesto, le identità sono tutte terrorizzanti, persino quelle  non cattive, ma ciascuna con un grado di perversità differente. 
Davvero, questo film non lo volevo vedere.
Ma adoro Shyamalan. 
Con tutte le mie personalità.

venerdì 20 aprile 2018

Un identikit erotico sconsolante

PORCI CON LE ALI
di Lidia Ravera e Marco Lombardo Radice


Romanzo cult, pseudo storia d'amore dal linguaggio triviale, ambientato nei contestatari anni 70.
Andrò controcorrente, ma non mi è piaciuto.
Lo ammetto, lo stile è ragguardevole, crudo, con qualche felice azzardo verbale, ma esatto, tanto che si perdona volentieri la ricercata oscenità. Però la trama è inconsistente, pallosa, sterile, e i protagonisti fatui, odiosi e stereotipati.
Il problema forse è che (grazie a Dio) non mi ci riconosco.
Eppure ricordo con precisione immersiva com'ero e come ragionavo da adolescente. Altamente imperfetta, certo, ma non così priva di valori, principi, elementare creanza. Il romanzo è volutamente provocatorio e trasgressivo, parla di sesso senza peli sulla lingua e di ragazzini senza inibizioni, ma lo trasforma in qualcosa di triste e disgustoso, tracciando un identikit erotico sconsolante anche per una coppia di ottantenni bigotti che si odiano. Non arriva né al cuore né al cervello, ma solo allo stomaco (e alle viscere).
Io non sono mai stata così e – per fortuna – nemmeno le persone che frequentavo ai tempi.
Antonia e Rocco sono innamorati come potrebbero esserlo due conigli, preoccupati giusto di sfogare gli ormoni. I loro riferimenti politici sono banali, utopici e senza sostanza, senza capacità critica. I riferimenti culturali sono poco più che strumentali, non li aiutano né ad essere né a crescere.
Forse è vero che i protagonisti rappresentano gli adolescenti medi, forse è vero che in questo gli autori sono stati bravi. Ma io provo troppo fastidio. E, anche a volerlo a tutti i costi superare, la trama non decolla mai, né regge sul lungo periodo. Non c'è abbastanza contenuto e non si va oltre la contingenza del momento. Che, per giunta, neppure mi garba. E dopo un po', anziché spontaneo e brutale, mi suona manieristico. E anche il linguaggio ricercato, a ben pensarci, finisce alternativamente per venirmi a noia ed irritarmi.
Insomma, della serie: tanto rumore per nulla.

giovedì 19 aprile 2018

Madri fanatiche e iperprotettive

THE SLAP


Si sa, le madri fanatiche e iperprotettive di sinistra vanno di moda e questa serie tv ne cavalca l'onda, facendoci voglia, in più di un'occasione, di inveire contro lo schermo per mettere a tacere gli sproloqui deliranti della pazza di turno, alias Rosie/Melissa George. 
In altri termini, otto episodi per un ceffone dato ad un barbecue in giardino, con tutto quel che ne scaturisce (e che comunque era già nell'aria). 
Invero, mai schiaffo fu più meritato, tanto che, ben prima che il rognoso bambino che se lo becca in piena faccia se lo aggiudichi, avremmo voluto darglielo noi almeno un paio di volte. Possibilmente con più forza. 
Solo che, ovviamente, i genitori, mezzi ubriachi e incapaci di educare il figlio minore pestifero, pensano bene di far scattare la denuncia verso “l'amico”  reo di aver perso la pazienza (Harry/Zachary Quinto), che, dal canto suo, proprio un santarellino non è, tanto che picchia la moglie.
La cosa drammatica è che la trama è verosimile in tutti i suoi sviluppi, e arriva a coinvolgere, oltre ai diretti interessati, ogni persona presente al barbecue sopra i quindici anni. Non che ci dispiaccia per loro. Con l'eccezione del povero Richie – a cui comunque spetta l'ultima parola – e del vecchio Manolis (Brian Cox) sono uno più squallido e miserevole dell'altro, inclusa la malefica suocera (Maria Tucci).
Al di là di ciò, la storia prende, è incisiva e opportunamente sfaccettata – grazie anche alla narrazione per soggettive, che però si mantiene dinamica e poco schematica – e  non priva di intenti critico – educativi, come risulta evidente dalla sentenza a chiusura del processo. Inoltre, è supportata da un ottimo cast, in cui, tra gli altri, figurano Uma Thurman e Thandie Newton.
Particolarmente consigliato ai genitori con figli minori. 
Specie se piccoli.

mercoledì 18 aprile 2018

Definire il Grottesco

GUIDA AL GROTTESCO
di C. Bordoni e A. Scarsella


Un'altra delle strepitose guide della Odoya. 
Questa volta, però, non segue lo schema consueto, fatto di singole voci, ma è imperniata su saggi di autori diversi, differenti anche per stile, che affrontano le tematiche principali legate all'argomento del volume. 
Il grottesco.
Che è più sfuggente e dai contorni più labili dei soliti horror e fantasy, e che, infatti,  prima di tutto, va definito, e in tutte le sue accezioni, che possono assumere sfumature e caratteristiche variabili, a seconda dell'epoca o del periodo, e magari cambiare, accentuando un aspetto in luogo di un altro.
Partiamo dalla “Storia della Bruttezza” di Umberto Eco, teorizziamo funzioni e scopi,  ci soffermiamo sul Barocco, ma anche sul Carnevale, sul Diavolo, sui Mostri, passando per Arte, Cinema e Letteratura.
Il viaggio è senza dubbio appassionante, benché a tratti, è inevitabile, possa disturbare, infastidire o far storcere il naso, incrociando il macabro, lo scabroso e persino il pornografico. 
Più accademico e impegnativo nella prima parte, più divertente, disinvolto e ricco di curiosità a partire dal quinto capitolo, il libro ha il merito di far chiarezza su un genere che spesso rimane latente e non viene considerato per sé stesso, assorbito, di volta in volta, dall'horror, dal demenziale, dal fantastico o dal satirico. Proprio per questo il volume finisce per toccare ambiti distanti fra loro (si salta da Burroughs a Perrault, da Swift a Tod Browning), riuscendo però a offrire al lettore dei paletti entro cui muoversi e collocarli. 
Spesso vengono riportati interi brani, proposti spunti di lettura, narrati aneddoti.   
Il fine è principalmente divulgativo, ma certamente se ne ricaverà anche qualche utilità di matrice più profonda.

P.S.
Il capitolo che ho preferito è quello dedicato alla Fiaba, che, tra tutti, è forse quello che ci regala una delle analisi più spietate e sugose.

martedì 17 aprile 2018

Non arrendersi mai

IN QUESTO ANGOLO DI MONDO
di Sunao Katabuchi
(2016)


Un cartone animato ambientato nel Giappone della Seconda Guerra Mondiale e, in particolare, relativo al fungo atomico di Hiroshima. 
Resta impresso, descrive il male, e tuttavia resta pervicacemente proteso verso la positività.
Purtroppo, però, è irto di “ma”, tanto che MPM ha commentato: “Sovente confonde la prolissità con la poesia”.
Confermo, e in più c'è dell'altro.
Il montaggio è discontinuo e non facilita la comprensione, anzi, spesso la compromette, risultando fastidioso. I sottotitoli sono scritti troppo in piccolo e sono troppo veloci, si fatica a decifrarli. Il disegno presenta pochi dettagli e l'incipit, con la melodia di Adeste Fideles in sottofondo (sic!), è fuori dalla grazia di Dio.
L'azione è lenta, a tratti lumachesca, incentrata sulla grigia quotidianità, e pure la storia procede a strattoni, in modo slegato e poco omogeneo. 
Ma... 
Non ti addormenti, partecipi, stai attento; la pellicola ha dei bei colori, specie le tinte pastello, e soprattutto trasmette forza, quieto coraggio, e, nel complesso, l'opera è più leggera di quanto si potrebbe pensare.  
Capita di tutto (ma ogni volta potrebbe andare peggio) eppure si trova rifugio nell'immaginazione, conforto nel proprio talento, e anche quando quest'ultimo le viene tragicamente strappato via, la protagonista non si dà per vinta.
Insomma, anche se lì per lì ti viene in mente “Una Tomba per le Lucciole”, qui non ti tagli le vene, non ti arrendi, combatti, e continui a trovare qualcosa di buono in tutto, persino quando ti brucia la casa, giacché ti rallegri che, nello sfacelo, le patate si siano lessate a puntino. 
Nel frattempo tu spettatore ti concentri sulla bomba di Hiroshima, patisci lo scandire del tempo, paventando l'inevitabile e avvertendo l'incedere ballerino del fato. Ma la tragedia è sempre dietro l'angolo e può deflagrare in ogni momento, facendo più danni di quelli cui ormai credevi di essere scampato. 
E infine, da tutto il male, il dolore, la perdita, riesci sempre a trarre qualcosa di buono.    
Complimenti.
All'autore, ma anche allo spirito dei Giapponesi, che, in effetti, non si sono arresi.

lunedì 16 aprile 2018

Una favolosa tricromia cangiante

GLI ORCHI DEI - PICCOLO
di Hubert e Gatignol


Fumetto notevole, tanto sotto il profilo grafico, con disegni morbidi e fluidi come in un cartone animato, dal tratto ben delineato, ricco di riflessi e sfumature, e una favolosa tricromia cangiante, tanto in ordine alla trama, che per certi versi sembra far eco alle antiche fiabe, mentre per altri appare sagace e anticonvenzionale, sottintendendo numerose tematiche affascinanti (amore, riproduzione problematica, legami parentali...).
Lo stampo è fantasy, ma con accenti splatter e cannibalici e splendide sequenze d'azione, con commisture peculiari e un sostrato mitologico assai strutturato, accoppiati ad una saga familiare delle più mostruose.
I protagonisti, infatti, sono orchi. Ma non in stile Tolkeniano... Questi, infatti, sono frutto di applicazioni darwiniste e trovano la loro origine negli esseri umani che, nel corso dei secoli, a furia di sposalizi mirati, si sono distinti dagli altri divenendo giganteschi.
Più che orchi, in effetti, si tratta di giganti.
Alcuni dalla natura gentile, come la povera zia Desmé, altri, come l'orrendo Re o i suoi tre figli gemelli, degli orribili bruti, non troppo intelligenti.     
Piccolo, chiamato così in base agli standard locali, ma più grande rispetto a un semplice umano, viene salvato dalla madre alla nascita (diversamente verrebbe immediatamente sbranato dalla corte, proprio per via delle sue dimensioni ridotte), e affidato alla buona zia Desmé, che cerca di inculcargli sani principi.
L'opera è interessante e piena di spunti. E non si limita a raccontarci della crescita di Piccolo, ma ci spiega l'intera saga familiare. Si alternano, dunque, il fumetto vero e proprio con la storia del protagonista a belle pagine di narrativa più tradizionali, che si incentrano sui diversi avi, magnificamente amalgamate al resto.
A parte ciò, fa un po' senso assistere al trattamento riservato agli umani. Non solo per via della loro condizione di schiavi, ma per come basti un gesto sbagliato per essere divorati. O peggio. Anche da personaggi da cui, volendo, potremmo aspettarci un comportamento diverso. Il riferimento, in particolare, è alla madre di Piccolo, che sa essere accudente e protettiva, ma, quando non si rapporta alla prole, rimane un vero e proprio mostro.
Primo di cinque volumi, ma con un inizio e una fine.
Che, tuttavia, promette molto altro.

venerdì 13 aprile 2018

Fregnacce in luogo della verità

GENTE CHE NON TROVA IL TEMPO PER LEGGERE...


E' gente che mente.
E a cui, semplicemente, leggere non interessa.
Intendiamoci, se uno preferisce fare dell'altro ne ha tutto il diritto, ma io sono stufa di sentirmi propinare delle fregnacce in luogo della verità. E' come se io andassi in giro a dire che non ho il tempo per dedicarmi alla missilistica: certo che non ce l'ho, della missilistica non mi importa un tuberello fritto!
Il punto è proprio questo: le priorità.
Se la mia priorità è leggere, per quanto faccia degli orari di lavoro che non auguro a nessuno, il tempo lo trovo: nel week-end mi chiudo in casa e non esco manco a morire, mi sveglio un'ora prima al mattino, quando mi si profila la scelta tra automobile e treno, prediligo il treno (nonostante Trenitalia)...
E sfrutto tutti i minuti che ho, poco importa che siano al massimo dieci e che nel mentre io sia in piedi, in coda, con la gente che mi spintona, parla e mi soffia sul collo.
E il bello è che la maggior parte della gente-che-non-ha-il-tempo-per-leggere passa ore davanti alla Tv, va in palestra due o tre volte alla settimana, ascolta un sacco di musica, e magari riesce anche ad ammorbarmi per minuti e minuti senza dire niente.
Ma ci vuole tanto ad ammettere che si preferisce fare altro? Bisogna proprio mentire a se stessi e inventarsi scuse sceme?
Anche se per me leggere è vitale, non farlo non è mica una malattia.
Ognuno è bello in quanto se stesso, unico e irripetibile, e deve avere il coraggio di riconoscersi per quello che è.
Io, praticamente, non ascolto musica.
E allora?

giovedì 12 aprile 2018

Un divertimento mortale

AUGURI PER LA TUA MORTE
di Cristopher Landon
(2017)


Il mitico Giorno della Marmotta applicato ad uno slasher in stile Scream, con tanto di killer (ridicolmente) mascherato. 
Il risultato è apprezzabile e regala un mucchio di divertimento. 
Non è un horror, però. 
Piuttosto un popcorn movie a metà tra uno slapstick e un film per adolescenti, con qualche tocco demenziale che può sfumare nel grottesco, ambientato tra quelle patetiche sorellanze e confraternite americane in cui se un/a ragazzo/a non è complessato/a allora stai certo che è odioso/a, egoista e cattivo/a. 
La protagonista, Tree (Jessica Rothe),  non fa eccezione, ed incarna perciò un novello Bill Murray in versione giovanile, dotato di top scintillante e costretto a "ricominciare da capo" lo stesso giorno, all'infinito. Quello del suo compleanno. 
Solo che la festa si conclude immancabilmente con lei trucidata in malo modo. Da chi? Dovremo scoprirlo. E intanto la nostra eroina apprenderà qualcosa su se stessa, si toglierà gli sfizi che vorremmo levarci anche noi, e cercherà di mettere a posto diverse cose. 
La pellicola non fa paura, salvo un paio di salti sul divano, ma intrattiene, incuriosisce, e fa sorridere, con tanto di moralina non troppo sottintesa. 
In più – chi l'avrebbe detto – c'è un bel simpaticissimo finale a sorpresa. 
Con recrudescenza gradita. 
È vero, l'idea di base è spudoratamente copiata. E viene ammesso in modo esplicito attraverso l'unico personaggio che, nonostante l'età, dimostra di avere una memoria storica già con il poster di “Essi vivono” appeso nella sua stanza. 
Ma poco importa:  lo sceneggiatore, è abbastanza evidente, fa pieno affidamento sull'ignoranza senza ritegno delle nuove generazioni.

mercoledì 11 aprile 2018

Un guazzabuglio di relazioni e sentimenti

CAZALET 4 - ALLONTANARSI
di Elizabeth Jane Howard


Sarà per via della pausa che mi sono autoimposta dopo il terzo tomo, ma questo mi è parso il romanzo più esaltante della saga (per ora). Come se i precedenti, nelle loro oltre mille pagine, abbiano spianato la strada e innescato i meccanismi per arrivare qui.
Le vicende si muovono con maggior speditezza, le coppie si fanno e si disfano (coppie nuove, o la cui fine era già segnata da tempo) in un guazzabuglio di relazioni e sentimenti.
Siamo nel 1945, la Seconda Guerra Mondiale è terminata, Rupert è tornato, le ragazze sono ormai adulte, e... viene in mente quel verso di Battiato “i figli crescono e le mamme imbiancano”, solo che sono coinvolti anche padri e zii.
Al di là di ciò, tanti eventi sono logici e prevedibili, ma non per questo ce li si gode di meno, mentre altri giungono inattesi e sconvolgenti.
Ad esser sinceri, l'inizio non è fulgidissimo, ma presto la lettura si fa incalzante e le ultime due-trecento pagine sono le più avvincenti. Molto introspettive, ricche di sensibilità, ma anche di fatti, di azioni e reazioni.
Soprattutto sono contenta per Polly, la mia prediletta, e, nonostante tutto anche per Clary: da tempo aspettavamo questa conclusione per lei.
Si va avanti per soggettive, dedicando a ciascuna il suo spazio, e, a turno, soffermandoci sulle coppie di adulti, più Archie. Solo i più piccoli e i più anziani ci sembrano un po' trascurati, ma non ci dispiace: le loro storie, in effetti, ci affascinano solo nella misura in cui si riflettono su quelle degli altri. E' vero, in generale si dà più importanza alle donne che agli uomini, ma, di nuovo, non ce ne rammarichiamo, condividendo appieno la scelta. 
Che altro dire?
Che non farò nessuna pausa prima di iniziare il quinto volume... ossia quello finale.

martedì 10 aprile 2018

Un giorno di ordinaria follia?

THE SINNER


Serie Tv in otto episodi, a cavallo tra il giallo, il thriller e il drammatico, che merita di essere vista velocemente, ma che poi velocemente evapora, senza lasciare granché. 
Eppure l'inizio è buono e l'andamento stimolante: c'è questa donna, Cora (Jessica Biel), classica normalissima moglie e madre americana, che un giorno inspiegabilmente esce di testa e ammazza a coltellate un ragazzo in spiaggia, un medico, giovane, carino e promettente, a detta di tutti un bravo tipo, perché teneva la musica della radio troppo alta. Un giorno di ordinaria follia? Secondo il detective Abrose (Bill Pullman) no, un motivo ci deve essere e lui è deciso a scoprirlo.
Nonostante l'incedere lento – a tratti soporifero – la trama prende. Perché qualcosa è successo nel passato di Cora, e infatti l'immagine di quella strana carta da parati la tormenta, e in più c'è il suo passato di abusi religiosi, con la sua sorellina perversa... Jessica Biel è perfettamente in parte, benché sembri sempre mezza addormentata e non brilli per espressività, mentre Bill Pullman è eccezionale, tanto da conferire al suo personaggio spessore, malessere, rettitudine e tenerezza in un colpo solo. In effetti, lui è l'unico a cui ci affezioniamo davvero e per cui proviamo empatia, l'unico per il quale temiamo o sospiriamo.
Anche l'intreccio, di per sé, non è malvagio: sovverte i canoni del giallo classico (sappiamo chi, ma ci manca il perchè) e seguita ad aggiungere particolari che generano nuovi interrogativi. Alla fine quadra ogni cosa, e la storia si rivela complessa, ma non caotica, però... ecco, ho trovato comunque la fine un po' deludente. Non c'è un vero è proprio coup de theatre, la vicenda viene sviluppata con onestà, e non ci si può lamentare che abbia poche cose da dire, tuttavia non scava dentro di noi, nelle nostre paure, emozioni. Ci incuriosisce, ma appena ci svela ogni retroscena, il nostro interesse scema e passiamo oltre senza rimpianti.
Insomma, avrebbe potuto essere un capolavoro, nell'insieme il giudizio è positivo, ma la serie non convince del tutto e sicuramente manca di introspezione.

lunedì 9 aprile 2018

Un guru estremamente normale

L'ARTE DI CORRERE
di Haruki Murakami


Una sorta di saggio autobiografico, in cui lo scrittore racconta se stesso e la sua passione per le maratone. Passione che è intrecciata con la scrittura, ma pure con il suo io più profondo, e che ha finito per rivelargli qualcosa di sè come uomo, come persona.
Non bisogna essere dei runner per apprezzarlo, basta essere fan di Murakami. 
Anzi, io sospetto che questo libro piacerà di più a noi semplici lettori, che ai veri e propri atleti. Murakami non è un professionista, è uno scrittore che vuole restare in forma e al contempo sfidare e superare i suoi limiti. Che non ha bisogno di battere gli altri, ma se stesso. 
Il volume è bello, più di quanto mi sarei aspettata. 
Procede in modo frammentario, ma non segmentato, nel senso che, anche così, la prosa conquista una sua armonia.  Poetico e personale, a tratti tecnico, ma soprattutto intuitivo, riflessivo, filosofico. 
C'è un passaggio che ho adorato, che parla della corsa, ma ancor più della scrittura e della vita. E' tra pagina 83 e pagina 84. Non lo riporto, invito tutti ad andarselo a leggere.
Per il resto, non ci si aspettino scioccanti verità o epifanie divine.
Murakami, lungi dall'apparirci come un guru, si presenta come un tipo estremamente normale (ma non banale, questo mai, e anzi, risulta straordinario proprio in virtù della sua normalità), eppure, proprio per questo, ci sembra crei un legame con noi che è più forte e più intimo di quello che normalmente imbastisce con le sue opere immaginifiche. 
E' simpatico, saggio, pacato. 
E, se anche noi non siamo soggetti da corsa, ci fa venire voglia di andare a correre con lui.

venerdì 6 aprile 2018

Un canto potente

JONAS FINK – Una Vita Sospesa
di Vittorio Giardino


Vita Sospesa? Anche la mia... Era da vent'anni che aspettavo la conclusione di questo meraviglioso fumetto (vedi anche post 6 settembre 2013)! Capolavoro, davvero, anche se, ammettiamolo, non è che Jonas sia proprio un simpaticone. E se da bambino e da adolescente ci fa comunque una gran tenerezza, oltre che suscitarci compassione e comprensione, da grande, be', facciamo più fatica a giustificarlo. Anche perché, ha ragione Alena, Jonas è un egoista. 
Ciò nonostante, come la sua amica Alena, gli vogliamo bene. 
L'opera, peraltro, è strabiliante e senza compromessi. 
Già basterebbero la pulizia, la purezza e la perfezione cocente del tratto di Vittorio Giardino a gratificarci, ma in più troviamo una trama che ci brucia l'anima. Dunque, ci gustiamo (pur percossi dalla rabbia e dall'ingiustizia), la storia di Jonas, che poi è anche un pezzetto di Storia della magnifica e vituperata Praga (le tappe sono 1950, 1956 e 1968), degli orrori e delle storture del Comunismo-Socialismo, ma pure un canto d'amore per la libertà e la cultura. Un canto potente, che ci fa fremere e vibrare, ma che, date le circostanze, va sussurrato furtivamente onde evitare tragiche ripercussioni. E poi ci sono l'amicizia e l'amore (ma è davvero amore quello che prova Jonas?), e, semplicemente, la vita. Scandita in modo impietoso attraverso i cambiamenti del corpo e dello spirito (quanto ci doliamo, ad esempio, per Edith), ma spesso rischiarata da momenti luminosi, che sempre, in un qualche modo, sono riconducibili a delle persone. Persone speciali, che ci accompagnano per un tratto di strada, e che magari poi ritroveremo, oppure no, ma ricorderemo per l'eternità.
In effetti, Jonas o non Jonas, alla fine ci affezioniamo di più ai comprimari, meno avvenenti e spesso meno fortunati, dagli amici dell'adolescenza agli adulti coraggiosi, che, nell'arco di poche vignette, ci riempiono il cuore, ma senza le spine e i crucci, che, a fine lettura, il protagonista ci provoca nella pancia e nella testa, ingenerandoci mille dubbi circa la sua statura umana. 
Se non si fosse capito, quindi, il capitolo finale, quello per cui ho atteso vent'anni, è stupendo e assolutamente all'altezza dei precedenti due. Ma se nel primo Jonas era un bambino e nel secondo un adolescente, nel terzo, in cui è un uomo, avvertiamo il peso della perdita dell'innocenza e dell'incapacità di andare oltre se stessi. 
La domanda, infine, è: riuscirò nel 2018 a leggere un altro fumetto di pari bellezza? No, non credo.
Però ho un'altra cosa da dire, una cosa che è brutta. Una lamentela. 
A livello editoriale, infatti, sono abbastanza delusa: l'edizione integrale è eccelsa, con un ottimo rapporto qualità-prezzo, ma non tiene minimamente conto di quanti avevano già acquistato i precedenti due volumi. Perché costringermi a ricomprarli? E, soprattutto, perché costringermi a tenere quelli vecchi spaiati e desolati?
Una tirata d'orecchie alla Rizzoli -Lizard.
E poi altre due.

giovedì 5 aprile 2018

I contorni fiabeschi della Guerra

RESTA DOVE SEI E POI VAI
di John Boyne


Speravo bissasse la sconcertante meraviglia de “Il Bambino con il Pigiama a Righe”, ma non ci riesce.
Utilizza la medesima formula e la ribalta in tutte le sue possibili accezioni: conserva la soggettiva in terza persona di un ragazzino, Alfie, nove anni, ma questa volta lo trasferisce dalla Seconda alla Prima Guerra Mondiale, dalla Germania all'Inghilterra, utilizzando di nuovo un linguaggio semplice, dai contorni fiabeschi, per narrare questioni gravi, irte di sofferenza, di ingiustizia, oltre che cariche di Storia.
Tuttavia, non riesce a replicare la magia della trama di Bruno (e, tutto sommato, gli ho preferito pure “Il Palazzo degli Incontri”).
Nell'insieme è un romanzo piacevole, garbato, discreto, adatto soprattutto ai lettori più giovani, ma è privo di quel quid pluris che contraddistingue il capolavoro. 
A tratti risulta stucchevole, a tratti pedante. I colpi di scena, inoltre, non sono così potenti e tragici come nel libro più noto di Boyne e il lettore riesce sempre ad anticiparli di parecchio. Per giunta, la vicenda non è molto incalzante, benché non arrivi ad annoiare, e in certi passaggi pare mancare un po' di sostanza.
Eppure non si può dire che ci sia poca carne al fuoco: tra la guerra, la questione dell'isola di Man, i richiami storici e medici...
Questi ultimi, senza fare spoiler, sono il connotato più originale e interessante del volume, insieme al tema degli obiettori di coscienza, tanto che Joe, per quanto mi riguarda, è il personaggio che di gran lunga prediligo.
Anche il titolo, che di primo acchito può sembrare bruttino, ha il suo perché, e deriva da una canzone popolare tra i soldati britannici, come ci viene spiegato in coda al romanzo.
Ad ogni modo, auspico di avere maggior fortuna con “Il Bambino in Cima alla Montagna”. 
Sia come sia, l'intenzione è quella di leggere tutte le opere di Boyne.