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sabato 30 agosto 2014

Una padrona fantastica


SCHIAVI
 

L'umanità spesso si sorprende per il mio bisogno di schiavizzare il prossimo, ma non tiene conto del fatto che io lo faccio per amore e che essere scelti da me è un'incommensurabile fortuna! Perché? Perché sono io (e io sono il tipo di persona che quando si arrabbia con qualcuno non cessa di fargli favori, ma smette di chiederli)!

Comunque sono una padrona fantastica, e quando impartisco un ordine lo faccio sempre con grazia! Non ci credete? Candidatevi e forse non vi scarterò, vi chiamerò “mio diletto” e vi concederò il privilegio di servirmi! Sarà magnifico, soprattutto per voi! Non pretendo nemmeno che cambiate nome.

Volete la prova?

A sei anni avevo fatto sottoscrivere un contratto di schiavitù perpetua ad Androide e Chiccachu, i miei fratelli (all'epoca ignoravo fosse nullo, essendo contra legem), e quando mia madre ha affrancato Chicca esercitando il malefico supremo potere genitoriale, lei (tre anni) si è messa a piangere finché Mater non ha acconsentito che fosse ripristinata la sua condizione. Visto? E' una meraviglia appartenermi!

Al liceo l'onore è toccato ai miei due migliori amici, che poi, dopo anni, ho affrancato per noia (uno, poveretto, dopo è morto. Non in senso fisico)... All'Università, mentre avevo ancora loro, ho ricevuto diverse richieste, ma mica accetto tutti: questi volontari non avevano i requisiti minimi! Per essere miei, bisogna anzitutto dimostrarsi persone interessanti! Brillanti, argute, spiritose! Se si è inutili e respirando si spreca l'ossigeno, addio! E anche se si è troppo servili (non posso farci niente se sono piena di contraddizioni) e ci si sottomette troppo in fretta...

Ogni tanto qualche mio collega si propone, ma ho già selezionato i modelli attuali, e per il momento li trovo soddisfacenti... Ma non voglio si adagino troppo sugli allori, ecco perché posso accettare un soggetto che li affianchi (non tra i miei colleghi, però... In generale, sono una categoria un po' noiosa e con scarsa immaginazione)... I suoi compiti saranno principalmente ossequiarmi, idolatrarmi, e reggermi la mano in pubblico, specie se indosso degli stupidi tacchi, sottolineando le mie entreé da creatura eccentrica. Naturalmente potrà anche inginocchiarsi davanti a me, se vorrà. Capisco che per uno schiavo sia stupendo e credo sia giusto fare qualche concessione a chi mi serve fedelmente.

Se ci fosse qualche anima interessata mi faccia avere il curriculum!

P.S.

Sì, oggi sono in vena particolarmente delirante...

giovedì 28 agosto 2014

Deliziati e a bocca aperta


ROSALIE BLUM
 di Camille Jourdy

Graphic novel francese in tre volumi, originale e delicata, gialla, sebbene priva di delitto (e un po' rosa, ma non in senso romantico), fatta di introspezione ed intimismo, di umanità e di grazia, ma anche di misteri, di dubbi, di colpi di scena.
C'è questo barbiere dall'aria simpatica e un poco goffa, Vincent, un tipo solitario, un uomo qualunque, che, chissà perché, comincia a seguire Rosalie Blum, una donna sulla cinquantina, che non conosce e che sembra tutto fuorché interessante.
La pedina proprio e si ostina imperterrito a seguirla, contro ogni ragionevolezza, pur non sapendo nemmeno lui per quale motivo (ma il motivo c'è, non è solo un pretesto narrativo, ed emergerà alla fine) solo perché ha l'impressione di averla già vista da qualche parte, ignorando dove.
Entriamo nella quotidianità e nella vita dei protagonisti, in punta di piedi, con discrezione, in un clima di dolce leggerezza. Ma ci sono anche questioni gravi, conflitti e tristezze... Se le guardassimo con occhio critico ci accorgeremmo di come sono spoglie, in apparenza, le loro vite, ordinarie, prive di fascino... Eppure ne siamo ugualmente attratti, persino ipnotizzati, proprio grazie al modo in cui ci vengono presentate: con un sorriso e un'alzata di spalle, illuminati da un raggio di sole.
E poi questo mistero, che a tratti dimentichiamo, ma che comunque ci incuriosisce. Quando lo risolviamo palpitiamo di entusiasmo: non ci aspettavamo qualcosa di così ben costruito e geniale. Non è solo per questo che siamo andati avanti, perché ci siamo goduti ogni pagina, perdendoci con piacere in ciascuna di esse, ma ora che sappiamo dove siamo andati a parare, ora che cogliamo il progetto narrativo nel suo insieme... be' siamo deliziati e a bocca aperta.
Nel corso della storia il punto di vista cambia, e questo è un motivo di fascino in più. La trama è bellissima e così i personaggi (la madre di Vincent ci rimarrà impressa in modo indelebile), la sua costruzione, l'atmosfera stuzzicante e briosa che si respira, così piena di verità sotto la superficie di zucchero, così grigia, sotto i colori pastello, ma vitale.
Peraltro, uno degli elementi di maggior suggestione e bellezza del fumetto, sono i disegni: particolarissimi, espressivi, incredibilmente ricchi di dettagli e di cose. Ci si smarrisce anche solo ammirando quel che c'è in un ambiente o appoggiato su un tavolo, si potrebbe restare ore a contemplarlo, scorgendo sempre qualcosa di nuovo. E quei colori delicatissimi, soffusi di tenerezza, ma capaci di incisività!
Uno di quei fumetti che vanno letti e straletti, e che ogni volta ci sembrano migliori.

martedì 26 agosto 2014

Piacevolmente adrenalinico e variegato


BENVENUTI A ZOMBIELAND
di Ruben Fleischer

(2009)
 

 
Perché qui, oltre ad ammazzare i morti viventi (e in merito a ciò ci vengono fornite un po' di utili regole per la sopravvivenza, che nei momenti cruciali, a mo' di manuale, risaltano sullo schermo) ci facciamo quattro risate!

Il film è ironico e parodistico, con un protagonista imbranatello, ma simpatico e peculiare (Jesse Eisemberg), affiancato da un red-neck (Woody Harrelson) coraggioso e battagliero e che alla fine si rivela pure tenero e generoso, e da due ragazzette furbette (Emma Stone e Abigail Breslin), alle quali inizialmente vorremmo torcere il collo, ma a cui tutto sommato poi ci affezioniamo. Stellare come cast per un horror, e davvero ben amalgamato, ma la vera perla deve ancora arrivare: Bill Murray, che qui interpreta se stesso (e forse è il suo ruolo migliore di sempre), sconvolgendoci e deliziandoci!

Se devo essere sincera, però, mi aspettavo di più da questo film: le premesse erano ottime, lo stile è brillante, il linguaggio creativo, i personaggi carini... Ci sono alcune trovate adorabili (ad esempio le bambine zombie dell'inizio) e delle sequenze persino migliori (la scena con la vicina di casa, la “battaglia finale”, quel che accade a casa di Bill Murray...), tuttavia, per quanto non si possa parlare di veri e propri cali di tensione, nel complesso la pellicola risulta un po' lenta, e a tratti eccessivamente sentimentaloide.

In parte questo può quasi essere considerato un pregio perché la morale di fondo, sebbene possa apparire scontata, nel contesto non la è così tanto, ci sta, ed è gradevole e accolta con gratitudine, però... Ecco, di per sé non basta e si poteva fare di più, specie a livello di risate, di spasso.

Il giudizio complessivo, peraltro, è più che discreto, e tra i pregi bisogna aggiungere la propensione a disarmare lo spettatore (le situazioni vengono spesso ribaltate), e il modo con cui è costruita la narrazione, con un montaggio un po' fuori dagli schemi.

Ci sono poi una buona dose di splatter (gli zombie, qui, sono di quelli veloci, rabbiosi, e pure ben allenati) e di tensione, e benché siamo più sulla commedia in salsa horror che su un catartico film di paura, io qualche spavento sono riuscita a prendermelo lo stesso.

Solo avrei voluto ridere di più, e magari anche un surplus di scene action. Quelle che ci sono, specie verso il finale, sono piacevolmente adrenaliniche e variegate, quindi abbondare un po' di più avrebbe potuto rivelarsi una scelta vincente.

Indubbiamente non siamo al livello de “L'alba dei morti dementi”, però non mancano tocchi di originalità e qualche momento spettacolare, e devo dire che alla seconda visione, a distanza di qualche annetto, la pellicola mi è persino piaciuta di più.

domenica 24 agosto 2014

La saga più bella di sempre


LA TORRE NERA
di Stephen King
 
 
L'uomo in nero fuggì nel deserto, il Pistolero lo seguì. Così inizia l'eptalogia di Roland, con il più bell'incipit della storia degli incipit! E continua ancora meglio, attraverso sette libri (e un romanzo, ma da collocarsi a metà, più un racconto-digressione), con una scrittura magistrale, personaggi sublimi, e la conclusione più splendida ed efficace di tutta la produzione kinghiana, che non solo non delude (a dispetto dei dubbi del Re), ma riempie il lettore di entusiasmo ed esaltazione!

Del resto, così deve essere, perché la Torre Nera non è solo l'asse attorno a cui ruotano tutti i mondi possibili, ma anche la saga attorno alla quale si pongono tutti i romanzi di zio Steve, che, di riffa o di raffa, ad essa sono collegati. Ne “La Torre Nera”, ritroviamo, a titolo di esempio: “It”, “Le notti di Salem”, “L'ombra dello Scorpione”, e poi quei volumi il cui legame è ancora più forte con il Medio-Mondo, evidente da subito, come “Insomnia”, “Cuori in Atlantide” o “La casa del buio”...

I libri sono sette più uno, più un racconto, dicevamo: nel primo, “L'ultimo cavaliere”, uno dei più belli, a cavallo tra Horror, Western e Fantasy, brevissimo e conciso (per i canoni di King), facciamo la conoscenza del nostro eroe, Roland di Gilead, dal passato doloroso, che ancora lo tormenta, e che è all'inseguimento di Walter, l'uomo in nero, appunto. Un cattivo tra i peggiori (ma non il più temibile di tutti), dall'aria pericolosa e ambigua, che in realtà già conosciamo, se siamo dei fan doc.

A colpirci sono soprattutto il mondo di Roland, tra il Far West e il Medioevo, in via di decadenza, l'atmosfera polverosa e i riferimenti velati a cose che in parte ci restano oscure. Come la Torre, appunto. O Roland stesso, così enigmatico e serio (mutuato sul Clint Eastwood dei primi film), straziante e romantico, un duro, ma pieno di contraddizioni.

Il secondo volume, invece, “La chiamata dei tre” è un po' noioso e lento, ma ha il pregio di presentare altri personaggi interessanti, che aiuteranno Roland a ritrovare un po' della sua umanità, a restituirgli parte di ciò che ha perduto. Qui ci muoviamo tra vari mondi, tra quello di Roland e il nostro, in diverse epoche.

Il successivo, “Terre desolate”, è forse il mio preferito, in cui cominciamo davvero a comprendere la missione di Roland, ad appassionarci alla sua missione, ad amarlo illimitatamente e a respirare il Medio Mondo nella sua pienezza. Del resto anche King sembra avere le idee più chiare, e ci fornisce coordinate più precise, più definite, mentre si alternano dialoghi splendidi a sequenze mitiche, che ci fanno godere fin nel midollo.

Per anni attendiamo il seguito, torturandoci e inseguendo le briciole che ci vengono gettate in pasto nelle altre opere di Zio Steve. E un po' lo odiamo, per quanto ci fa sospirare.

Poi, grazie al cielo, esce il quarto volume, “La Sfera del buio”, ed è meraviglioso, con un'incursione nel passato del nostro eroe, nella sua adolescenza (resa con delicatezza e magia) al fianco di Cutberth (che mi piace da pazzi) ed Alain, i suoi migliori amici, tra avventura e magia, crudeltà e terrori, innocenza, e l'amore per Susan Delgado, la fanciulla alla finestra, il cui nome rincorriamo sin dal primo volume... Una storia forte e dolorosa, che renderà Roland quello che è, e che innescherà i meccanismi che sono all'origine della Saga. In cui il Re Rosso, il padrone cui risponde l'uomo in nero, ci fa sempre più paura.

A seguire, tutti di fila, gli ultimi tre tomi: “I lupi del Calla”, “La canzone di Susannah” e “La Torre Nera”. Si leggono d'un fiato, a dispetto della mole, e le cose vanno velocissime (forse persino troppo). Quando finiamo siamo esausti, commossi, e ne vogliamo ancora, nonostante siamo al termine, sapendo che comunque non saremo mai sazi. A proposito, curiosità, tra i personaggi compare lo stesso King, e non in un cameo buttato lì...

Restiamo all'asciutto per qualche anno (consolandoci nel frattempo con gli adattamenti Marvel a fumetti, splendidamente illustrati, che, oltre a riproporre storie già vissute, colmano alcuni buchi narrativi, come la battaglia di Jericho Hill), poi, Zio Steve ci grazia, e ci regala “La leggenda del vento”, che, appunto, si colloca circa a metà saga. Non è niente di eccezionale, ma noi siamo contenti lo stesso, ci basta rivedere Roland e il suo Ka-tet (Eddie, Jake, Susannah, e il bimbolo Oy).

Nel complesso, dicevo, questa è la saga più bella di sempre: per la mitologia che ne è alla base, per le trovate, per l'impianto narrativo, percorsa da echi alla Tolkien e da riferimenti arturiani...

E poi ci sono alcuni fra i personaggi più belli mai conosciuti (Roland sopra tutti), che vediamo evolvere e instaurare tra loro legami sempre più forti... E ancora: descrizioni meravigliose, terrore totale, immaginazione, simbologia potentissima, epicità senza precedenti, momenti evocativi, ma anche ironia e divertimento, godimento puro, esaltazione eroica, colpi di scena Shakespeariani, la scrittura di King al suo meglio, profonda umanità, visioni da ucciderti, e un linguaggio creato per esprimere concetti peculiari che non trovano un corrispondente nella vita comune e che rendono la realtà narrativa più suggestiva (Ka-tet, Ka, Khef...) e... tante, tante, tante incommensurabili emozioni.

Dio, a pensarci mi viene da piangere di gioia e da masturbarmi insieme (no, arrangiatevi, non mi auto-censuro. Di norma evito espressioni volgari, ma in questo caso mi sembra il modo migliore per rendere il mio stato di venerazione).

A far parte della saga, comunque, c'è pure: “Le piccole sorelle di Eluria”, pubblicato per la prima volta nella collana “Legends”, in cui compare il solo Roland e che è un piccolo racconto horror a tema vampirico.

Tra le assonanze che si percepiscono nella saga, a parte i già citati Tolkien (e quindi “Il Signore degli Anelli” – si veda ad esempio l'occhio del Re Rosso) non posso non citare Thomas S. Eliot e la bellissima poesia di Robert Browning: “Childe Roland to the Dark Tower came”...

Misericordia, non ho detto neanche metà delle cose che dovevo dire, e ho già sforato di brutto come lunghezza... Concludo, allora, ricordando solo che i volumi sono meravigliosamente illustrati, e che la copertina de “La sfera del buio” e niente meno che di Dave McKean!

Lunghi giorni e piacevoli notti.

venerdì 22 agosto 2014

Un maleficio ufficiale standard


MALEFIZIO DA STAMPARE
 
 
No, è che questo è un periodaccio: non si trovano parcheggi e un po' sarà pure per il turismo, ma un po' è perché circolano un sacco di idioti. E di maleducati. E di maleducati idioti.

Gente che, per dire, occupa con una vettura lo spazio di tre, magari perché ha la fantasia, di mettersi in orizzontale, anziché di seguire le linee tracciate a terra con la vernice. Perché? Vallo a capire.

E, insomma, c'è chi mi ha chiesto se in questo caso è scriminato il comportamento di chi risponde con atti vandalici, minacce, danneggiamento od ingiurie. Eh, mi è toccato rispondere, moralmente può darsi di sì, giuridicamente no.

Quindi?

Quindi il consiglio è lasciare un malefizio.

Uno educato e proporzionato all'offesa, stampato su carta semplice o scritto a mano, divertente, ma deliziosamente evocativo, che permetta di recepire il messaggio, ma non distrugga psichicamente il destinatario.

Ed ecco che, dedita come sono al benessere sociale dei miei lettori, preparo qualche esempio già collaudato da stampare, ed eventualmente collocare sotto il tergicristallo del vostro persecutore.

Se voleste usare caratteri gotici probabilmente farebbero più effetto.



1

Questo è un maleficio ufficiale standard di tipo 1. Te lo sei guadagnato tenendo una condotta scriteriata ed irrispettosa dei bisogni altrui. E' peggio di una multa e si azionerà tre ore dopo che l'auto verrà messa in moto. Tanti auguri sadici e buone vacanze, a te e alle persone che viaggiano con te!

Si avvisa il destinatario che il maleficio di tipo 1 non può nuocere troppo gravemente alla salute. Si consiglia, peraltro, maggior urbanità per il futuro onde evitare di incappare in malefici di portata maggiore.



2

Invoco la potenza vermiforme della tenebra affinché punisca la tua condotta immonda e si abbatta su di te come il mare mugghiante sulla spiaggia catramosa. Pentiti! Redimiti! O il male si avvinghierà a te così profondamente che presto confonderai il tuo sembiante con quello di una putrida blatta, mentre la flatulenza rivelerà al prossimo la tua nerezza interiore.



3

A chi non rispetta il parcheggio,

potrebbe capitare di peggio,

ma per stavolta sei stato graziato,

perché solo un malefizio in rima hai guadagnato.

Abracadabra, un, due, tre,

che quel che fai agli altri spetti pure a te!


Baci e a dopodomani!

mercoledì 20 agosto 2014

Un meraviglioso spaccato della vita contadina


OTEL BRUNI
di Valerio Massimo Manfredi
 
 
Manfredi non mi piace. I suoi romanzi storici (quelli ambientati nell'Antichità Classica, di cui ho letto giusto “Lo scudo di Talos”, “Alexandros” o poco più) mi sono sempre parsi noiosetti, tipo compiti in classe mal strutturati, sterili, e pure pedanti e paternalistici. Insomma, non ero molto convinta di questo “Otel Bruni”, benché ne sentissi parlare con entusiasmo, anche da parte di gente del cui giudizio normalmente mi fido.

Eppure è stata una sorpresa.

Una bella.

Questo romanzo, diverso, per quanto ne so, dalla precedente produzione di Manfredi, offre un meraviglioso spaccato della vita contadina, dura e semplice, ma solida e concreta, e della famiglia Bruni, di cui ci narra le traversie, l'anima dolente, ma forte, e tanti personaggi dal sapore genuino (papà Callisto, mamma Clerice e la loro abbondante prole: due femmine e sette maschi, pur non riservando a tutti la stessa importanza). Un romanzo corale, dunque, che copre entrambe le Guerre Mondiali (con le loro tremende e sfaccettate implicazioni), affrontandole sotto profili inediti, straordinariamente umani e pieni di vigore, con brevità e profondità.

Lo stile dell'autore non mi fa impazzire, apparendomi a tratti un po' troppo manierato, un po' rigido, ma ci sono anche bei passaggi vibranti, molta intensità, e comunque ci si affeziona a questa famiglia, i Bruni, e a questo Otel senza l'acca, che in realtà è una stalla in cui si raccontano storie e ci si fa coraggio e compagnia.

Nel romanzo si scava nella memoria, antica e atavica, che ci pare manifestarsi sotto i nostri occhi, si lotta contro la povertà, si affronta la vita, si è solidali gli uni con gli altri, e, per quanto si può, si resta uniti, senza arrendersi e continuando a stringere i denti.

Non posso dire sia un capolavoro, non mi ha rapito il cuore o la mente, però sì, l'ho letto volentieri e l'ho apprezzato, anche nella sua ricostruzione storica che procede a pennellate veloci alternate a parentesi umane, dando spazio ai valori di un tempo, efficacemente resi, agli afflati superstiziosi e agli echi magici.

E comunque ci sono tanti dettagli rapidi e peculiari che mi hanno colpita e che conferiscono vividezza al quadro d'insieme, e che, quindi, si inducono a perdonare i piccoli nei. Senza contare che si legge in un attimo.

lunedì 18 agosto 2014

La trama regge ancora


V - VISITORS
(1983-1985)

Alludo alla serie Tv degli anni '80 (in realtà un TV movie, una mini serie e una serie televisiva) trasmessa su Canale 5, non al recente remake in due stagioni proditoriamente tagliato sul più bello.
Che diamine, cominciavo a tremare (in egual misura di piacere e di paura) sin dalla sigla, con quella musica in stile cuore che batte e la V rossa su sfondo nero, mentre mi faceva impressione (mandandomi in solluchero) assistere agli spuntini alieni a base di topini bianchi ingoiati vivi o alla pelle verde che rivelavano i Visitors in conseguenza di un graffietto!
Ho apprezzato l'aggiornamento del 2009, ma sono i vecchi personaggi e la vecchia trama, gustati quando ero piccula ed innocente, la mia vera passione!
Perché se la serie nuova è stata genialmente attualizzata con la paura del terrorismo a fare da sfondo, sostituendo così gli efficacissimi echi nazistoidi dei Visitors anni 80, restano comunque quelli a suggestionarmi davvero, a crearmi ansia e disagio, ed è solo lì che riesco ad interessarmi sul serio al destino dei malcapitati personaggi.
Poco importa che, a vederli ora, gli effetti speciali siano risibili (all'epoca, però – ero alle Elementari – mi provocavano autentiche urla, benché fossi assai meno fifona di adesso – una per tutte la lingua biforcuta della neonata Elizabeth, che per giorni mi era rimasta scolpita nelle pupille, e a seguire il parto – ora abbastanza ridicolo – del suo gemello verde e bitorzoluto, precocemente morto).
La trama, peraltro, regge ancora: ho rivisto le prime puntate (le migliori, più feroci e meno dispersive) una decina di anni fa, e le ho trovate ancora bellissime! La paura viene centellinata ad arte, secondo i ritmi televisivi, dosando al contempo la mole di brutalità e di orrore che lo spettatore medio può tollerare facendosi coinvolgere senza impazzire. Dandoci il tempo di affezionarci ai personaggi, prima di ammazzarli, ma tenendo in vita i più carismatici, offrendoci tante angolazioni e tante prospettive diverse, senza mostrare necessariamente tutto, ma lasciandoci immaginare molto.
Le puntate più belle sono proprio le prime (il TV movie, credo), in cui l'orrore arriva in sordina, la propaganda induce in inganno, il sospetto si fa strada in un crescendo di rivelazioni shockanti e gli scienziati vengono perseguitati (sono potenzialmente pericolosi, perché potrebbero scoprire che gli alieni pacifici appena atterrati, i visitatori, appunto, identici agli umani e portatori di tecnologia superiore e di un messaggio di pace, sono in realtà dei lucertoloni travestiti e assetati di carne... la nostra!). Il bello è che spesso i più crudeli sono proprio gli uomini, che colgono l'occasione per arruolarsi tra visitatori e schiacciare e sopraffare i propri simili. Per poi finir traditi. E magari mangiati o surgelati (sic!).
E' proprio in questa prima fase che si celano gli echi nazisti, perché i Visitors li evocano in tutto: dagli schieramenti armati ai metodi di rastrellamento, dalla seduzione che operano inizialmente sulle masse alle lusinghe. Del resto, ai tempi, si trattava del periodo più fresco tra quelli bui dell'umanità, e il parallelo risultava abbastanza fosco e immediato.
A poco a poco, però, gli umani capiscono l'antifona, cominciano a combattere e si organizzano nella Resistenza. Non senza perdite dolorose, tensioni, adrenalina, e stratagemmi.
Tuttavia, purtroppo, nel prosieguo, i toni si fanno più blandi e ci si perde un po' nel melodramma, nelle parentesi rosa, negli intrighi di palazzo (leggi astronave), anche se arrivano alcuni personaggi interessanti, come la Elizabeth adulta (Jennifer Cooke), figlia di un'umana (la stupida bamboccia Robin – Blair Tefkin) e di un Visitor, e dotata di poteri psichici e crescita accelerata.
Oltre a lei, ricordo soprattutto Mike Donovan (Marc Singer) e Juliet Parrish (Faye Grant), i principali protagonisti buoni, mentre a fare la parte del leone, tra i cattivi, svettava la perfida e fascinosa Diana (Jane Badler), che odiavo con tutta me stessa. E poi c'era Willie (niente meno che Robert Englud, ancora privo di artiglioni e faccia ustionata), timido e dolce, il Visitor buono, sebbene uno dei miei preferiti fosse l'umano Ham (Michael Ironside), ex delinquente che sapeva il fatto suo.
Però erano parecchi i personaggi ben caratterizzati che ti conquistavano pur durando pochi episodi, e per cui ti dispiacevi e soffrivi (la vecchia Ruby...).
In conclusione, per me questa serie, pur con tutti i suoi limiti e cali di tensione, resta immortale, e sinceramente non mi dispiacerebbe rivederla ancora una volta, da capo, per quanto rammenti molte scene a memoria...

sabato 16 agosto 2014

Troppi echi commerciali


IL CACCIATORE DI AQUILONI
di Khaled Hosseini
 

Non dico che non sia una bella storia.

E' bella, e mi è piaciuta.

Però è stata anche tremendamente sopravvalutata, forse perché si tratta del tipico romanzo ben confezionato, scorrevole e semplice, ma con velleità di un certo livello e la capacità di assecondarle in termini di emozioni, che leggono anche le persone da due romanzi l'anno e che poi, non conoscendo altro, credono di aver trovato la luna.

Niente di male in questo, in sé per sé. Ma, per quanto gradevole, di forte impatto e ben scritto, “Il cacciatore di aquiloni” ha troppi echi commerciali per poter assurgere al capolavoro. Troppe scelte facili, scontate, prevedibili, immediate, e persino un po' parac.... ehm, fa rima con mule... nel senso che sembrano architettate apposta per suscitare certe reazioni, certi sentimenti (e quindi per vendere), che non necessitano di filtri o di spiegazioni e che hanno qualcosa di artificiale e poco autentico, proprio per questo motivo.

Se si evita di inneggiare al capolavoro, però (perché, mi dispiace, ma proprio non lo è) l'opera è complessivamente buona, ben costruita, avvincente, e ha il pregio di portare alla nostra attenzione punti di vista e periodi storici non troppo inflazionati.

Adoro la narrazione dell'infanzia dei due bambini, Hassan e Amir, l'amore incondizionato del primo, la loro amicizia, la crudeltà che implica, tipica dei bambini, e mi ha sicuramente colpita la ragione atroce per cui è finita. Il modo in cui tutto ciò si ripercuote sul futuro, e in cui viene dispiegato a poco a poco, centellinando le domande e le risposte. Il rapporto tra passato e presente, il rapporto tra padre e figlio, tra il ricordo della patria e il confronto con la nuova realtà dell'America.

Ho apprezzato la bellezza commossa di Kabul e dell'Afghanistan e ancora di più i riferimenti storici (anche perché da me misconosciuti) dall'invasione comunista all'orrore dei Talebani, che mi hanno indotta a documentarmi e fare ricerche (e già questo, in generale, costituisce un grosso merito).

Come dicevo, tuttavia, alcune scelte narrative sono troppo semplici, specie nella terza parte, puntano troppo all'emozione facile e immediata, caricando eccessivamente sia il dramma che la speranza...

La prima impressione è di meraviglia abbacinante e di luce, e di bellezza, ma poi tutto evapora in fretta, lasciando solo strascichi di memoria e qualche sospiro.

La verità è che, semplicemente, seppur in una confezione esotica, il romanzo ci dà quello che vogliamo, non ciò di cui abbiamo bisogno.

E, infatti, il segreto del suo successo sta essenzialmente in questo.

Però, ammettiamolo, a volte è bello anche leggere di storie così...

giovedì 14 agosto 2014

Solo per un mesetto


TRAGICO PIANO DI DIMEZZAMENTO
 

Nel senso che dal 15 agosto (in cui non pubblicherò niente) al 15 settembre, dimezzerò i post. Non più uno al giorno, dunque, ma uno ogni due.

Mi dispiace, è solo per un mesetto: l'anno scorso ero riuscita ad organizzarmi, ma quest'anno sono a rischio di un esaurimento nervoso.

In teoria sono in ferie da lunedì, in pratica, a parte che ci sono arrivata stanca morta, modello straccio masticato dai castori, e non sono ancora riuscita né a riprendermi né a staccare davvero, continuano a piombarmi sul capino cose urgenti (che si potevano fare due mesi fa, ma per cui, com'è ovvio, la gente preferisce ridursi all'ultimo, aspettando di essere a ridosso della scadenza per svegliarsi, per giunta sotto Ferragosto) e che mi tocca comunque gestire, manco fossi un'equilibrista, resistendo alla tentazione di ammazzare qualcuno.

A parte questo, la ragione principale per cui bramo un alleggerimento delle mie fatiche, è che le ferie estive sono l'unico periodo in cui riesco a scrivere. Scrivere davvero, intendo, con continuità e una certa struttura di base, e nello specifico il mio romanzillo annuale.

Di norma funziona così: butto giù la sinossi dettagliata tra gennaio e giugno (mentre correggo il romanzillo dell'anno precedente) quindi, tra agosto e settembre, scrivo quello nuovo, occupando i mesi successivi con la correzione. Dunque ho già la trama pronta, il prospetto dei personaggi, la cartina... Com'è logico tanti dettagli verranno definiti man mano, nel corso della stesura, però un terzo del lavoro è fatto.

Il punto è che è proprio la seconda parte, quella della stesura, ad essere la più impegnativa, specie all'inizio, e se sacrifico troppi giorni per i post, per il lavoro, etc., la conclusione è che non concluderò niente.

Insomma, pur se a malincuore, ho deciso di dimezzare la frequenza degli aggiornamenti sul blog. Passerò le giornate di oggi (che non è il 14, ma il 12) e di domani a lavorare alacremente sui post, cercando di sfornarne il più possibile (e di farli comunque al meglio delle mie possibilità), per poi (spero vivamente) potermi dedicare al romanzillo new. E a null'altro.

Mi scuso e incrocio le dita.

mercoledì 13 agosto 2014

Cavoluti con due ZZ


ESCAPE PLAN – FUGA DALL'INFERNO
di Mikael Halfstrom

(2013)
 
 
E va bene... A metà mi sono addormentata, ma non è stata colpa del film, è che ero stanca muerta. Inoltre mi aspettavo un picchia picchia/spacca spacca ultratamarro e mi sono ritrovata dinnanzi una pellicola che tutto sommato vanta pure una trama non disprezzabile (a parte qualche assurdità che non sta né in cielo né in terra) e un tentativo di approfondimento psicologico nei riguardi dei protagonisti.

Sempre di intrattenimento si tratta, però... ma in stile anni '80.

Invero, Schwarzy e Sly sono in gran forma, meno, rispettivamente, incartapecorito e siliconato che nei film precedenti, e vederli insieme a collaborare è un piacere per i nostalgici fans come me, specie considerato che come squadra funzionano niente male, nonostante ci abbiano fatto aspettare cento anni per darcene prova!

Dopo averci spiegato/mostrato che Stallone interpreta il grande Ray Breslin, esperto di sicurezza nelle carceri, che testa dal vivo le sue teorie spacciandosi per detenuto e le dimostra con un'evasione, il poveretto viene rinchiuso semi-coattivamente nel sistema di detenzione più yeah di tutti (una sorta di nave-prigione ultra tecnologica), senza regole, senza aiuti e senza diritti (sì, va bene, il copione stride un po' a livello di plausibilità).

Qui conosce Schwarzy, di cui diverrà amico e complice nella madre di tutte le fughe, dopo essere stato vessato e torturato oltre i limiti della sopportazione umana, come piace a Sly (nel senso che nella maggior parte dei suoi film si dedica con godimento spazio a questo tipo di scena), ed averci deliziato con il suo super ingegno, le sue super risorse e la sua super resistenza psicofisica. Nonché con i graziosi siparietti con Schwarzy, che sdrammatizza e ci fa ridacchiare.

Il direttore-aguzzino James Caviezel è cattivissimo e sadico, e devo dire che l'attore, con i capelli corti, vanta un certo qual carisma malato, provocando nello spettatore una montante brama di rivalsa, se non di odio puro (di nuovo, un classico dei film di Sly). C'è anche Sam Neill, in una parte piccola, ma determinante per la trama.

Insomma, l'adrenalina non manca, la tensione e i colpi di scena nemmeno, e si aggiungono qualche risata sorniona e una discreta dose di testosterone ben stagionato.

C'è quello finale, magari, di colpo di scena, che per certi versi è sconvolgente e simpatico, per altri senza capo né coda, davvero buttato lì, che conferisce al film un'inaspettata (viste le premesse semi-drammatiche) patina grottesca. Ciò nondimeno risulta godibile, se non abbiamo troppe pretese.

In conclusione, dunque, se pure io avrei preferito qualche corpo a corpo in più e qualche “corsetta” in meno, i nostri eroi degli anni '80 non hanno perso il vecchio smalto e si mantengono cavoluti con due zz e piacevolmente ironici, restando fedeli a se stessi. Senza però strafare o esagerare troppo.

martedì 12 agosto 2014

Un romanzo ammazza ideali


Il GRANDE GATSBY
di Francis Scott Fitzgerald
 
 
In cui il protagonista, Jay Gatsby, appunto, rinuncia a tutto per coronare il suo sogno, che può assomigliare ad ambizione, successo e ricchezza, ma che in realtà è l'amore (anche se...). Solo che poi, una volta che ogni obiettivo pare conseguito, ogni impedimento defalcato, e ci si sente prossimi alla realizzazione di ciò per cui si è lottato, il sogno ci sputa in faccia e per noi rimangono solo la tenebra, il nulla e l'oblio.

Un romanzo ammazza ideali (ma forse perché si fondavano su premesse fallaci e illusorie) che denuncia un bel po' di storture e l'animo più grigio delle persone, che gioca sugli equivoci e la banalità, ma che al contempo ci conquista con il suo stile perfetto (il punto di vista dell'ingenuo Nick Carraway, l'unico personaggio realmente positivo di tutta l'opera) offrendoci splendidi ritratti: quello nudo e dorato di un'epoca, gli anni '20; quello di un uomo fascinoso e perennemente insoddisfatto, favolosamente pieno di contraddizioni e di ombreggiature, per cui non possiamo che provare ammirazione e compassione ad un tempo; e infine quello di una società sfarzosa, vivace, mondana e scintillante, fatta di polvere e di superficialità, effimera e traditrice.
 
  (Francis Scott Fitzgerald, caricatura del nostro disegnatore)
 
La trama di per sé non è eccezionale, ha il pregio di avere un sapore spietatamente realistico, di stuzzicare il lettore, di incuriosire, ma non va molto oltre. Eppure il romanzo è eccezionale lo stesso: per le sue descrizioni, per lo stile placido e inesorabile, ricco di verità presentate con brutale noncuranza e feroce arguzia, analitico, elegante, capace di cogliere con poche pennellate sensazioni e significati e risonanze, e poi di collocarle sotto la lente del microscopio, restituendocele avvolte in una luccicante carta da regalo.

E per il senso generale, che, se non conosciamo in anticipo la trama (e io non la conoscevo) prima ci spiazza e poi ci uccide. E a quel punto ci dà ancora un calcio. Ed è allora che finalmente realizziamo. Che capiamo che non è mero intrattenimento quello che abbiamo appena consumato, ma qualcosa di più profondo, di sofferto, di intenso, che va al di là della tragedia in sé, che comprendiamo essere un grido silenzioso che ci ha accompagnato sin dalla prima riga, pur mascherato, incantandoci, solo che non lo abbiamo saputo scorgere subito, rapiti com'eravamo da altre illusioni, e che ancora strilla, oltre l'apparenza, oltre l'esteriorità, nel dramma della solitudine.

Un urlo che è quello di Gatsby, ma anche quello di Fitzgerald.

lunedì 11 agosto 2014

Un'estate che mieterà vittime


ESTATE DI FOLLIA
di Mark Childress
 
 
...La follia di zia Lucille, che taglia la testa al marito, reo di aver sempre soffocato i suoi sogni e le sue aspirazioni, e fugge ad Hollywood con essa (che talvolta le parla), dopo aver abbandonato i sei figli dalla nonna...

...E quella che si scatena a Industry, in Alabama, per motivi razziali (siamo nel 1965 e i morti sussurrano dalla cantina di Zio Dove, il Coroner) e di cui Peejoe e suo fratello Wiley sono testimoni...

Un'estate che mieterà vittime e creerà eroi, pur se riluttanti, ma che sarà ispirata in primis da un anelito di libertà: quello di una donna bramosa di realizzarsi, finalmente, dopo anni di non-vita e quello della gente di colore, stanca delle discriminazioni e dei soprusi dei bianchi.

Uno dei più bei romanzi letti negli ultimi tempi, uno di quelli che consiglio a tutti, perché a tutti piacerà: grottesco, dramma e tragedia si alternano di continuo con humor e thriller, ma senza che i frequenti cambi di registro risultino destabilizzanti, anzi, gli elementi si amalgamano l'uno all'altro con naturalezza, con una perfetta integrazione di generi, impreziosendosi ed esaltandosi a vicenda. Le emozioni sono intense e spesso ti inducono a interrompere la lettura per evitare di esserne travolto. L'atmosfera, pur dai contorni storici, ha un che di puro, di magico, di incontaminato, probabilmente perché il protagonista principale, Peejoe (al secolo Peter Joseph), è un ragazzino, uno di quelli in gamba, che sanno ragionare, ma che preferiscono agire con il cuore, d'impulso, senza badare alle conseguenze. I personaggi sono stupendi: lo zio Dove Bullis, Nehemiah, il patriarca nero, e naturalmente lei, zia Lucille, inarrestabile, incontenibilmente pazza e totalmente lucida, quanto irresistibilmente adorabile... benché il mio prediletto sia Peejoe, e le parti dedicate a lui quelle più dense di bellezza.

E per concludere, accanto all'analisi a due facce di follia e libertà, che procedono ritmicamente, in parallelo, un'interessante interpretazione (verso il finale) del concetto di legittima difesa...

Certo, procurarsi questo romanzo è stato un vero colpo di fortuna, perché, ahimè, è fuori catalogo da mesi, ma Amazon, ogni tanto, riserva delle sorprese grazie ai rivenditori privati... In effetti, bramavo da tempo di leggerlo, da quando sono rimasta folgorata dal meraviglioso film “Pazzi in Alabama” di Antonio Banderas (e bisogna ammettere che come regista se la cava piuttosto bene, mentre Melanie Griffith è azzeccatissima nel ruolo di zia Lucille), che ne è la trasposizione cinematografica, seppur con qualche differenza.

Nel complesso la pellicola risulta più ottimistica e più positiva, e un poco meno realistica, dato che qui tutto va esattamente come vorremmo che andasse, trascurando dettagli più spiacevoli, ma entrambe, l'una l'eco dell'altra, hanno costituito per me un'esperienza meravigliosa!

E a questo punto segnalo due curiosità: la prima è che “Pazzi in Alabama” è stato recensito (troppo severamente) dal Mio Perfido Marito su Delittando in data 4 febbraio 2014, la seconda è che il cast del film annovera anche... la scrittrice Fannie Flagg (!!!!!!) – che, ricordiamo, ambienta proprio in Alabama la maggioranza dei suoi romanzi – in un piccolo, ma delizioso cameo, facilmente rintracciabile su You Tube.

domenica 10 agosto 2014

Uno di noi...


FRANCESCO (“FRANK”) GALLO
 
 
E' bello quando uno di noi ce la fa... e Francesco “Frank” Gallo ce l'ha fatta!!!

Do la notizia con un po' di ritardo, ma ugualmente con gaudio ed emozione, perché questo talentuoso giovane alassino è stato pubblicato a livello nazionale! E noi siamo tutti ultra orgogliosi!

Frank è un disegnatore di fumetti e lo ritroviamo niente meno che sulle pagine di Dampyr, una delle migliori testate della Bonelli fra quelle attualmente in edicola!

Più esattamente, sue sono le tavole della seconda storia del Maxi Dampyr di quest'estate: “La palude” (soggetto e sceneggiatura di Luigi Mignacco), uscito il 30 luglio e tuttora reperibile... ovunque! Trovare il suo nome nel tamburino in seconda copertina è davvero esaltante, quindi complimentissimi!!!

Ma Frank non si è montato la testa ed ha concesso disegni (uno diverso per ciascuno), dediche ed autografi a tutti i vecchi compagni di fumetteria, quella mitica di Alassio, appunto, “INKiostro”, la ragione principale per cui anche io sono immigrata in questa amena città (benché la mia Pietra Ligure sia molto più bella, gné gné!), quella col negoziante migliore di tutti (il primo che mi sia mai capitato con tanto di Laurea in materia), ma di cui non parlo, per evitare che il Mio Perfido Marito si ingelosisca ;-)!

Ad ogni modo, nel pomeriggio di giovedì scorso, Frank è comparso con chine e pennelli per dedicarsi ai suoi fans nostrani, pieno di entusiasmo e disponibilità.

 
Nella speranza che continui così, come artista e come persona, gli facciamo tantissimi auguri, sperando (be', questa è una speranza mia) che presto approdi ai fumetti Vertigo (in Italia ora editi dalla “Lion”) perché il suo tratto nervoso e intenso sembrerebbe perfetto per questa linea... che è anche una delle mie preferite in assoluto (per intendersi, quella di Sandman...) ed ecco spiegata la mia egoistica speranza!!!

Forza Frank, tifiamo tutti per te!!!
 

sabato 9 agosto 2014

Il rapporto fra creatore e creatura


9
di Shane Acker

(2009)
 
 
Ci troviamo in un futuro post-apocalittico in stile Terminator 2, con le macchine che si sono ribellate e hanno sterminato il genere umano. Niente sopravvissuti, quindi, solo morte, ingranaggi e desolazione. Anche se... Delle creature senzienti ci sono. Nove, per l'esattezza, che conosciamo una per una a partire dall'ultima, contrassegnata, appunto, dal numero 9, appena risvegliatasi in un misterioso laboratorio, quello in cui ha preso vita.

Le creature sono piccole e hanno le sembianze di graziosi pupazzetti di iuta (ci ricordano vagamente le bambole voodoo), molto espressive, ognuna identificata con un numero e dotata di connotati specifici, immediatamente identificabili: 2, il vecchio saggio; 7, la bellona in gamba; 1, il prepotente esaltato retrogrado (mentre 9 è il più umano e imbranato)... Ma al contempo sfaccettati e pieni di sorprese.

Chi sono? Perché sono stati creati? E' bello scoprirlo e dipanare il mistero della loro nascita, comprendere che in un certo qual modo, per quanto diverse, ciascuna racchiude una parte delle altre, capire perché l'umanità si è estinta...

E si alternano azione e fascinazione, stupefazione e sentimento, con qualche pausa contemplativa in mezzo, che rallenta un po' il ritmo, ma senza inficiarlo, e comunque riscattata dalla magnifica visionarietà dell'insieme.

I pupazzetti, a differenza delle macchine, sono fortemente sententi e noi li amiamo (o li odiamo) in modo struggente, temendo per ognuno di loro: la loro esistenza è infatti contraddistinta dalla paura: le malvagie macchine superstiti vogliono distruggerli, ma...

Le premesse possono non sembrare originalissime, ma il film lo è, sebbene si perda un poco nel finale. L'atmosfera è stupenda, benché cupa e costellata di amarezza, tristezza e dolore, ma ci sono anche profondi momenti di dolcezza, di commozione, di emozioni forti, che a stento riusciamo a dominare.

Un cartone animato intenso, che non è solo per bambini (del resto, in mezzo, c'è lo zampino di Tim Burton), e che indaga con particolare sensibilità il rapporto fra creatore e creatura, centellinando con grazia ed efficacia la scoperta dei misteri, senza dimenticare buone dosi di avventura e dinamismo, e con una superba caratterizzazione grafica.

Da non perdere!

venerdì 8 agosto 2014

L'inno alla libertà dei bambini


IL GIARDINO SEGRETO
di Frances Hodgson Burnett
 
 
Mary Lennox ha undici anni quando rimane orfana di entrambi i genitori e deve trasferirsi dall'India, dove è scampata al colera, in un vecchio castello in Inghilterra, dallo zio Archibald, che apparentemente abita solo con la servitù. Mary è magra, bruttarella, non proprio simpaticissima (eppure se sei piccola e viziata non fai fatica ad immedesimarti in lei), con un sacco di infelicità sulle spalle. Per giunta pare destinata alla solitudine, in un mondo di adulti che hanno altro da fare.

Ma le cose cominciano a cambiare, cambia Mary (che alla fin fine diviene persino graziosa, oltre che allegra e disponibile: sarà una sciocchezza, ma quando ero una bambina consideravo il punto fondamentale per un'eroina) e cambiano le sue prospettive quando comincia a seguire i consigli di Martha, una giovane cameriera dal carattere dolce, e a scoprire i misteri del castello. Come quello del giardino chiuso da anni, il cui ingresso è stato occultato, e quei lamenti nella notte, quei pianti che non si capisce da dove provengano e che pare non udire nessuno. Fino a che Mary non decide di seguirli, individuandone l'origine...

Romanzo per l'infanzia tra i più belli e positivi, in cui la protagonista, pur conoscendo il dolore, non viene maltrattata o vessata e a poco a poco trova le risorse (e gli amici) per superare ogni difficoltà, costruendosi qualcosa di suo, oltre a portare ordine in un contesto decadente, che contribuisce a far rifiorire.

(l'autrice ritratta dal nostro illustratore)

Un libro che ci insegna che spesso la soluzione migliore è dentro di noi, che per quanto siamo infanticelli e derelitti possiamo sempre dimostrarci autonomi, e che è preferibile costruire, anziché disperarsi, rendendo proprio qualcosa che dovrà essere forgiato ed accudito, e che quindi diverrà parte di noi. Che sia un giardino, o una preziosa amicizia. O più di una, magari.

Quando ero piccola era il mio romanzo preferito: la protagonista viveva un'avventura romantica e avvincente che avrei sognato, se mi fosse venuta in mente, e che, astrattamente, poteva quasi essere possibile, visto che non tirava in ballo magie o creature fatate. Che pure ci sono lo stesso, in ogni pagina dall'atmosfera incantata, ma realistiche, come il pettirosso o Dickon, il contadinello dodicenne. E poi ci sono la tematica dell'amicizia e quella della natura, l'inno alla libertà dei bambini (rivoluzionaria, se si pensa che l'opera risale al 1910) e i giochi dell'infanzia, mentre Colin, il ragazzino che teme di diventare gobbo, è uno dei personaggi della letteratura per fanciulli che più mi ha colpito, così struggente, capriccioso e poetico.

giovedì 7 agosto 2014

Ci insegna a crescere


SANDMAN
di Neil Gaiman
 

Il mio fumetto preferito. Che sembra una fiaba: potente, evocativa, lirica, ricca di risonanze e permeata dal sincretismo (compaiono dei di tutte le mitologie e religioni, splendidamente reinterpretati, inclusi i personaggi biblici), ma che in realtà è un'opera adulta, a tratti spietata, crudele (ma con tenerezza), che ci insegna a crescere e a costruire.

Il protagonista è Sogno (alias Dream, Morfeo, Oneiros...) degli Eterni, l'incarnazione del sogno, dai molti nomi (come il diavolo) e dal fascino sovrumano. Qualcosa di più antico di un Dio, e più potente, che è anche un punto di vista (ma il senso di quest'affermazione si comprenderà solo alla fine).

I suoi fratelli sono sei e sono ciascuno la personificazione di un aspetto della vita umana. Nello specifico: Destino, il maggiore, responsabile ed arcigno; Death, la morte (la preferita di Sogno, ed anche la nostra, che si presenta come un'adolescente alternativa in stile gotico, dolcissima e saggia, protagonista di qualche storia sua); Distruzione, il fratellone che tutti vorrebbero avere (benché di Morfeo, il terzogenito, sia il fratellino), e che al momento è un po' in crisi per ragioni personali; i gemelli Desiderio (che è sia uomo che donna, oltre che odioso/a) e Disperazione (tenerissima); e infine la più piccola, l'adorabile Delirio, con un occhio diverso dall'altro, che un tempo era Delizia, ma che poi è cambiata, pur rimanendo “Del”.

Ognuno di loro è stupendamente caratterizzato, dotato di attributi, di un Dominio e scopi propri, legati in parte allo status, in parte alla personalità, sfaccettata e piene di contraddizioni. Quella di Sogno più di di tutti.

Quando lo conosciamo è un egoista, possessivo, freddo e vendicativo, ma presto (be', relativamente... in effetti, impiega svariati secoli) apprende dalla sofferenza, sua e altrui, ed evolve, fino a che noi cominciamo ad amarlo in modo totale e disperato (mentre i gemelli Desiderio e Disperazione, l'uno/a il contraltare dell'altra, ci strizzano l'occhio).

E con la crescita del protagonista cresce anche la trama, che diviene vieppiù complessa e stratificata, colma di significati nascosti, scoperte shockanti e trovate meravigliose, ammiccamenti a Shakespeare e collegamenti vari, anche concernenti altri fumetti, ad esempio l'intenso Swamp Thing di Alan Moore.

Come accennato, il mio fumetto preferito, contraddistinto dalla poesia e dalla potenza immaginativa, dalla concezione “filosofica” alla sua base (ad esempio in ordine all'aldilà o al divino), dai molti livelli di lettura, dalla trama costruita su più piani, dall'intensità dei personaggi (anche quelli minori hanno il loro fardello e sovente divengono protagonisti di serie proprie... da Lucifero a Caino e Abele), splendidamente analizzati dal punto di vista psicologico,

Magnifica la storia nei suoi tratti generali e di ampio respiro, e splendide le digressioni, le sottotrame, gli episodi singoli, in cui troviamo corvi, mostri, streghe, bibliotecari, diavoli, dei, e principesse delle fate (già solo il Paese del Sogno, Dominio di Morfeo, è pura meraviglia) nonché, per dire, Batman e John Constantine.

In quanto ai disegnatori, invece (sebbene questo sia un fumetto che si legge soprattutto per i pregi contenutistici), se ne avvicendano molti (a me non piacciono tutti: alcuni sono davvero troppo stilizzanti ed inclini alla spigolosità, benché pullulino i nomi illustri), svetta il nome di Dave McKean, copertinista e autore del tomo finale, “La veglia”.

Mckean è un genio e padroneggia pressoché qualunque tecnica di rappresentazione su carta, e così si diverte a mescolare collage, fotografia, pittura etc. dando luogo ad uno stile particolarissimo e originale, che sembra forgiato davvero nel sogno e nell'inconscio.

Dieci volumi (più qualche chicca sparsa, almeno se il riferimento all'edizione Magic Press, ormai soppiantata da lussuosi Omnibus) di tripudio, estasi e rapimento, tra horror e fantasy del miglior Neil Gaiman...

Sono anni che non ne rileggo uno, ma ricordo benissimo che mentre lo facevo qualunque problema, cruccio o ansia avessi scompariva, permettendomi di toccare i vertici dell'Assoluto. E di obliare il resto, qualunque fosse.