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venerdì 31 marzo 2017

Il fumetto italiano

FUMETTO! 150 ANNI DI STORIE ITALIANE
A cura di Gianni Bono e Matteo Stefanelli


Corposa e più che soddisfacente mappatura storica del fumetto italiano a partire dal 1848. Procede per blocchi (848-1898, 1899-1931, 1932-1943…) e prima inquadra il periodo storico-politico-social-culturale – la parte più colloquiale, profonda e interessante: acuta ed esaustiva – quindi dedica due facciate (a destra immagini, a sinistra il testo) ai singoli autori: disegnatori e sceneggiatori (ma, in coda, anche qualche intellettuale) seguendo l’ordine alfabetico. Attenzione, peraltro, viene prestata altresì  alle varie pubblicazioni del periodo: riviste, giornali, serie, album…
In appendice un po’ di approfondimenti, ad esempio in ordine ai fumetti italiani nel mondo.
Ebbene, nonostante abbia ravvisato qualche dolorosa mancanza (Cinzia Ghigliano, Laura Scarpa, che se non altro viene almeno nominata…) e sebbene avrei preferito un indagine secondo la prospettiva dei personaggi, più che degli autori, credo di poter affermare che, nell’ambito specialistico del fumetto italiano, questa sia in assoluto l’opera più completa a livello compilativo e didascalico.
Gli articoli sono ben fatti, sintetici, tecnici, ma incisivi, nonostante lo schematismo di base che prevede un’introduzione critica, una breve biografia, la menzione delle opere principali di ogni singolo artista e un box di una manciata di righe che si focalizza su un personaggio.
In realtà le prime pagine – e in particolare quelle relative al periodo ottocentesco – meno attinenti con la materia, atteso che, tradizionalmente, gli esordi del fumetto si collocano nel 1896, con la nascita di Yellow Kid, in America – mi hanno presa meno, benché abbiano l’indiscusso pregio di raccontare compiutamente un periodo che di norma viene trascurato nelle pubblicazioni del settore, o al più trattato riassuntivamente, ma che comunque pone senz’altro le basi per quanto avviene dopo.
A partire dagli anni 60, peraltro, l’opera decolla (certo la mia opinione è influenzata dal fatto che da qui in poi ricorre un maggior numero di autori che leggo abitualmente, oltre al fatto che il fumetto, finalmente, si afferma come prodotto per adulti) e il volume diviene una vera e propria droga.
In quanto all’estetica: l’opera è ricca di immagini a colori, con un bel formato (tipo A 4) e buona grafica.
Esprimo quindi un desiderio: che la Rizzoli dedichi un’analoga pubblicazione al fumetto francese, iberico, anglosassone, asiatico e via discorrendo… Ci sarebbe da leccarsi le dita!

giovedì 30 marzo 2017

Adorabilmente sgradevole

SON OF ZORN


Che succederebbe se He-Man dei Masters fosse scritto per adulti con una predilezione per il politicamente scorretto e facesse un figlio con la tipica biondona americana e quando il pupo fosse adolescente decidesse di recuperare un rapporto con lui, trasferendosi in casa dell'ex-moglie e del suo nuovo compagno (che presto lo sbatterebbero fuori)?
Questa bizzarra sitcom, un po' cartone animato, un po' live action, ce lo racconta, tra problemi in ufficio, commistioni fantasy e dinamiche familiari, ed è spettacolare, delirante, piena di umorismo nero e visionario, sangue, esaltazione eroica e immaginazione dissacrante!
Fa il verso ai Dominatori dell'Universo, ma anche a noi e alle nostre idiosincrasie, e ha un protagonista sociopatico, adorabilmente sgradevole e fuori dal suo mondo, ma pieno di buone intenzioni. Che se va al mare crea una vera e propria fortezza abitabile di sabbia e poi dichiara guerra ai proprietari dei micro (in proporzione) feudi vicini: degli inermi mocciosi.      
Sul serio, Zorn di Zephyria è fantastico e fa morire dal ridere! Ha il cervello di Homer Simpson ma la possanza di Conan il Barbaro, nessun limite, nessun buon senso, ed è incline, per quanto di fatto un buon diavolo, a invidie, gelosie... ma anche ingenuità.
Al contempo fa tenerezza per impegno e candore, ma, anziché irritare, risulta genuino e simpatico... a patto di non avere sul serio a che fare con lui! Suo figlio Alangulon, infatti, classico adolescente sfigato (dalla vita in giù cartone animato) lo sopporta a stento, a causa dei troppi anni di assenza... E alle figure imbarazzanti che gli fa fare ogni due per tre.
Una serie eccezionale, stra-spassosa, piena di eccessi (che tuttavia non degenerano in cattivo gusto) e genialate.
Per il momento sono al sesto episodio su tredici... Ma non vedo l'ora di spararmi i successivi!

mercoledì 29 marzo 2017

Una serata dolce e allegra

NOI E LA GIULIA
di Edoardo Leo
(2015)


Tratto da un romanzo di Fabio Bartolomei, che mi sono ripromessa di leggere al più presto, è la commedia italiana più bella che vedo da... non so quanti anni! 
I più, di questo regista/attore, preferiscono “Smetto Quando Voglio” (un film del 2014 diretto da Sydney Sibilia), che mi è piaciuto molto, ma non nello stesso incredibile modo. Qui ho amato tutto: persino il finale e la voce narrante. Mi sono divertita, ma anche un po' commossa, e ho trovato efficace lo spaccato umano e italiota, che, finalmente, riesce a non essere macchiettistico e improntato su luoghi troppo comuni (si vedano pellicole come “Se Dio Vuole” e “Tutta Colpa di Freud”).
La trama è semplice: un coatto (il regista in persona), un depresso (Stefano Fresi), un debole (Luca Argentero) e un comunista (Claudio Amendola), quarantenni alla frutta, decidono di aprire un agriturismo insieme, pur non conoscendosi quasi per nulla.
Si intromette la camorra e loro, invece di sottomettersi e pagare, richiudono i rappresentati dell'associazione a delinquere in cantina man mano che si presentano. La Giulia del titolo è la vettura del primo di loro, Vito (Carlo Buccirosso), sepolta in cortile per occultare il rapimento... tuttavia dimenticando il mangianastri acceso. Che ogni tanto riproduce musica ad alto volume... Che presto diviene l'attrazione turistica, ammantata di leggenda, che fa la fortuna del locale... 
Il film è bello perché la storia è avvincente ed interessante nei suoi sviluppi, capace di giocare con sensazioni diverse, ma entusiasma anche per via dei suoi personaggi, uno più simpatico dell'altro, compresi i comprimari (ma i miei prediletti sono Sergio il comunista e Vito il camorrista) ben caratterizzati, tridimensionali, ma genuini e in continua evoluzione (una parola va spesa anche per la giovane cuoca incinta Elisa/Anna Foglietta: adorabile!).
Insieme, magari, non legano tantissimo, ma funzionano a contrasto.
Se a ciò sommiamo scelte registiche personali (stupendo l'uso del rallenty), la colonna sonora perfetta, dialoghi spassosi ed un incedere fantasioso e imprevedibile... ehi, se non arriviamo al capolavoro, giungiamo comunque a concederci una serata dolce e allegra, con tocchi strepitosi!

martedì 28 marzo 2017

Un decoroso sei e mezzo

LA RAGAZZA DEL TRENO
di Paula Hawkings


Sono scettica verso i casi letterari: di norma, se una cosa piace a tutti, non piace a me.
In questo caso, però, le critiche dei miei conoscenti erano così discordanti che mi è venuta voglia di verificare di persona. Inoltre mi attirava da morire la faccenda del treno: da assidua passeggera quale solo, pur non sapendo nulla della trama, mi sentivo un po' io la “ragazza” del medesimo (per fortuna non la sono, povera Rachel), tanto che ho vinto anche le mie riserve verso il genere giallo/thriller e mi sono buttata.
Ebbene, il mio giudizio si colloca esattamente a metà tra entusiasmo e delusione, strappandomi, tanto per chiarire, un decoroso sei e mezzo.
Il romanzo, infatti, non è bello, ma nemmeno brutto, per quanto senza dubbio sia scorrevole, scorrevolissimo. Almeno per le prime cento pagine circa. Poi, sebbene lo stile si mantenga buono e fluido, la narrazione un po' si arena a livello di contenuto, stagnando un pochino. Ma non è comunque malaccio. Al contrario, grazie alla mancanza di fronzoli e alle soggettive, quasi ci si dimentica di star leggendo.
Però...
I personaggi sono cinque in croce e si capisce subito che cosa è successo e quali colpe ha chi, quali sono gli equivoci e via dicendo. I colpi di scena, insomma, sono sull'ovvio andante e non sorprendono.
Inoltre, nonostante l'incipit originale, interessante, garbatamente pruriginoso, e l'ottima impalcatura dei primi capitoli – con alternati i punti di vista di Rachel, Anna e Megan – la storia è nel complesso un po' trita.
In compenso, mi piace molto il personaggio di Rachel, la protagonista. Non so perché. Come donna è terribile: insicura, ossessiva, fragile, senza orgoglio. Eppure la adoro, magari perché è fondamentalmente una persona buona, con una sua inscalfibile forza interiore, che le impedisce, nonostante tutto, di diventare piccola e meschina come le altre due. Che diamine, la verità è che un po' a lei mi ci sono pure affezionata.
In conclusione, dunque, perché sei e mezzo?
Perché ad ogni modo, a livello di mero intrattenimento, l'opera funziona, è un ottimo passatempo, e si merita un sette abbondante.
Ma non c'è altro.
E io da un romanzo tendo a volere di più. Qualcosa di eterno e peculiare che brilli per sempre. Che non mi faccia passare il tempo, ma mi permetta di investirlo. Che mi aiuti a crescere, a riflettere, a migliorare. O mi emozioni e mi faccia sognare. Che per un verso o per un altro abbia un sapore suo, unico e inconfondibile. 
Non che sia solo una storiella leggera e piacevole, il cui massimo pregio è dato dalla snellezza formale. 

lunedì 27 marzo 2017

Quattro anni

QUARTO COMPLYBLOG


Festeggiato ieri... 
Quattro anni. 
Sono segretamente compiaciuta (ora non più tanto segretamente) e già fantastico... arriveremo a sette? A dieci? Ma poi mi sovviene il solito verso di Orazio, quam minimum credula postero, cui fa eco il Magnifico con il suo di doman non v'è certezza e mi prende l'ansia e decido di non pensarci. Anzi decido di voler essere lieta e di cogliere l'attimo: perciò... grazie a tutti! Agli utenti occasionali e ai fissi, ai sostenitori (Pater, Ella e Scimmia in testa) e a chi è di passaggio, a chi commenta e a chi condivide, e pure a chi mi riferisce a voce e mi segnala gli errori! E naturalmente al Mio Perfido Marito senza il quale tutto ciò non sarebbe possibile, giacché il mio rapporto con la tecnologia è improntato alla pigrizia e alla conflittualità. E no, non intendo cambiare. Per il resto, che dire?
A volte mantenere il ritmo è faticoso, altre ho degli scleri (specie quando passo cento anni su una pagina e poi ci riscrivo sopra, accorgendomene, magari, dopo una settimana) e comunque non tutti i post vengono col buco, però... sì, spero di festeggiare ancora diversi complyblog!

In ultimo, in quanto ai nostri soliti datucci (che riporto più che altro perché mi piace confrontarli con quelli degli anni precedenti):
Visualizzazioni: 233.500.
Net-Parade: Livello:  268.                    
Classifica dei blog migliori di sempre: 16.
Record: Primo nella classifica generale, in data 22 giugno 2016.
Premi conseguiti: tutti e dodici (ma MPM non ha ancora aggiornato la pagina)!!!
Post più popolari (le cui fortune sono spesso determinate da twitter): Cannibal Holocaust, da sempre in pole position (perchè????); Leonid; Deadpool; Children; Quello sulle Serie Tv che mi sopraffanno, il saggio Gremese su Tarantino; I Re del Mondo (che è un ripescaggio); Il Mio Primo Dizionario delle Serie Tv Cult; Buio in Sala e Sailor Nadia...

venerdì 24 marzo 2017

Un libro prezioso

MOSTRI – BESTIARIO DEL BIZZARRO
di Christopher Dell


Spettacolo! Reperito per caso girellando on line ed acquistato sulla fiducia si è rivelato uno dei volumi sui mostri più belli di sempre, e ciò soprattutto a livello estetico!
Intanto, sebbene sia un’opera per adulti, la copertina, oltreché rigida e di buono spessore, è simpaticamente finto-squamata, quasi a simulare la pelle di una creatura draghesca.
Le pagine, poi, sono di qualità pregiata, patinate e ricche di illustrazioni a colori. Anzi, ogni capitolo presenta paginate e paginate di grandi illustrazioni attinte al mondo dell’arte e spesso assai peculiari. Nel senso che ci sono raffigurazioni conosciute, quasi obbligatorie in volumi dedicati alla teratologia, quali ad esempio rappresentazioni di Goya o di Raffaello, ma affiancate ad incisioni, sculture, affreschi e manufatti meno noti, provenienti da tutte le parti del mondo che possono costituire una novità anche per chi bazzica da anni folklore, arte, miti e leggende.
Un libro, quindi, prezioso anche soltanto da sfogliare e che, a dirla tutta, pare proprio la realizzazione di un sogno: sembra, infatti. uno di quegli stupendi pseudobiblia che vengono consultati nei film horror, coperti di polvere, pregni di antichi poteri e introvabili in libreria, solo che questo è vero, intonso e… si trova!  
Pure l’approccio contenutistico è valido ed originale e va segnalato. Riesce a raggruppare tutto lo scibile relativo alla materia in dieci super capitoli, che magari non si addentrano nel dettaglio più cavilloso, ma risultano senz’altro complessivamente completi, talvolta evidenziando persino qualche piccola perla rara (ad esempio il Tarasque, il Krampus, Lidwurm e Criptidi).
I testi sono agili, stringati, ma più vicini ad un grimorio antichizzato, per streghe e studiosi professionisti, che ad un’opera di divulgazione o ad un dizionario (io, di solito, sull’argomento mi imbatto in dizionari): insistendo, proprio in virtù dei maxi-raggruppamenti che lo caratterizzano, su affinità e corrispondenze, creando sinallagmi e tracciando, quando capita, evoluzioni storico-culturali, frammiste, sovente, a commenti e considerazioni illuminanti.
Insomma, per tutti gli appassionati, ma anche per gente semplicemente curiosa o alternativa.

giovedì 23 marzo 2017

Gli oneri della Corona

THE CROWN


Da molti considerata la più bella Serie Tv del 2016, a me è parsa ben fatta, ma, per quanto opportunamente romanzata, un po' lentina e complessivamente sopravvalutata... 
Molto affascinante, peraltro, sul piano concettuale per la dicotomia di cui è intrisa: il nocciolo, infatti, sta nel dovere e nella difficoltà di sacrificare l'individualità all'istituzione. Elisabetta, insomma, che pure è moglie, madre, sorella, deve rinunciare a se stessa per essere Regina, facendo scelte che spesso non condivide e che portano a baruffe familiari.
La Corona, infatti, è quella dell'attuale Sovrana di Inghilterra (Claire Foy), che conosciamo prima dell'ascesa al Trono e poi durante il Regno, fermandoci, col finire della prima stagione, al 1956.
A dire il vero, la prima cosa che ho pensato è come sia possibile che questa serie si riferisca a personaggi ancora viventi o ai loro familiari giacché ne escono tutti malissimo, reali e non: Winston Churchill (l'ottimo John Lithgow), pronto a strumentalizzare qualsiasi evento a fini politici; la Famiglia Reale, impettita, rigida, superficiale, permalosa e vanesia, con la tendenza a covare livore... Ma poi ho capito.  Che i personaggi sono persone, con pregi e difetti, e come tali umani.
Che la Corona comporta oneri e sacrifici.
Che la liturgia non è solo esteriorità.
In quanto al resto, la Serie offre una buona ricostruzione storica che la drammatizzazione salva dalla sterilità del mero biografismo. Elisabetta, per quanto paia anonima e compassata, è invece dotata di una personalità stimolante, autonoma, e di una forte capacità di volizione. Si avverte la sacralità della Corona, si colgono le ragioni dell'etichetta, con il già menzionato carico di crisi familiari e scandali. 
Si comprende che talvolta è necessario scindere la Regina dalla donna, benché siano la stessa persona, e che, a seconda del ruolo che prevale, Elisabetta è costretta a fare richieste diverse, a reagire in modo differente o persino a mostrare un atteggiamento piuttosto che un altro. 
E alla fine si diventa più indulgenti e solidali, ringraziando di essere nati persone comuni.

mercoledì 22 marzo 2017

Che cosa è meglio?

 SKY/NETFLIX/INFINITY


Che cosa è meglio?
Rispondo da fruitrice che ha un mago del computer in casa e non si deve preoccupare degli aspetti tecnici, di cui nulla sa...
Ebbene, se non amate la Tv Spazzatura, ma, come me, siete dei divoratori seriali e onnivori di Film e Serie Tv, non credo farete fatica a rinunciare a Sky (noi non ci siamo ancora riusciti perché, ahimè, il MPM è uno di quelli che se perdono una stupida partita di calcio guai). Sky, infatti, è la più cara (rapporto di 5/1 circa, allucinante) e quella che offre meno (e noi abbiamo pure il pacchetto Cinema), oltre ad essere odiosamente vincolante (MySky o no) in quanto, ad esempio in relazione alle Serie Tv, è ancorata all'ormai vecchio modo di fare televisione e propone uno-due nuovi episodi la settimana: che morte! 
La scelta, seppur varia, è in calo rispetto a qualche anno fa, per giunta, nonostante paghi il canone, quando scarichi un film devi comunque sorbirti una pubblicità (più di una con le Serie Tv) – spesso la stessa per settimane –. Talvolta, mentre guardi qualcosa, l'immagine si pianta irrimediabilmente e va fuori sincrono (a noi, invero, è capitato solo con le Serie Tv).
Con Infinity e Netflix, invece, non sei costretto, neppure incidentalmente, a ciucciarti Tv spazzatura, nemmeno per un istante, non c'è pubblicità, e il costo è talmente basso, in proporzione, da non essere nemmeno un costo (Infinity, però, è leggermente più a buon prezzo).
Lo streaming è ottimo in entrambi i casi (ma quello di Infinity mi piace di più, perché il buffering non viene fatto all'inizio ma durante la visione), sempre in HD, la scelta vasta, ma soprattutto, in linea di massima, vedi quello che vuoi quando vuoi, senza doverti adeguare ad orari e palinsesti. C'è tutto e c'è subito. 
In quanto alla scelta, è in entrambi casi molto buona. Ma, nonostante Netflix abbia delle Serie Tv meravigliose, in ordine ai film stravince Infinity, che è quella che, per quanto mi riguarda, offre un maggior numero di pellicole belle e recenti ed è più incline a fare regali e sorprese agli utenti.

Perciò, ecco la mia classifica:
1)Infinity.
2)Netflix.
(Ma costano talmente poco che si possono avere tranquillamente entrambe.)
3)Sky. 
(Tuttavia con un bel distacco rispetto alle prime due. Tanto che più che terza è quinta. Su tre. Salvo, chiaro, che ci si nutra di robe tipo reality e affini.) 

Preciso: non è che odi Sky. Sky mi piace. Ma da tempo non è più concorrenziale. Ovviamente è ottima in rapporto alla Tv in chiaro, ma in confronto alle altre Tv a pagamento, per chi ha le mie esigenze, è davvero troppo esosa.

martedì 21 marzo 2017

Un piacere per il cuore

JOHN CARPENTER'S COMICS

Intendendo, con questa dicitura, quelli editi dall'Editoriale Cosmo, nella Serie Blu, relativi alle nuove avventure  di Jack Burton e Jena Pliskeen, ossia al seguito ufficiale di Grosso Guaio a Chinatown e 1997 Fuga da New York, due film che ho già recensito e che, in generale, mi aggradano parecchio... Tra i più belli e machi del regista compositore, qui in veste di sceneggiatore! 
Il prezzo è esiguo, le pagine quasi duecento, il formato quello Bonelli, purtroppo votato al bianco e nero per disegni talvolta approssimativi... ma i due albi usciti fino ad ora sono uno spasso, sinceramente irrinunciabili per i fan!
Grosso Guaio a Chinatown inizia esattamente dove finisce la pellicola anni 80, conservandone immaginazione e umorismo. Jack Burton è favoloso – forse un po' più scemino del solito – David Lo Pan torna alla carica, e ritroviamo anche Wang Chi, Egg Shen e Miao Yin (dispiace solo che Gracie Law faccia a mala pena una comparsatella), vengono colmate un po' di lacune, mentre il ritmo va alla grande, ed è adorabilmente tamarro... 
A piacermi, in realtà, non è tanto la trama quanto le gag, i combattimenti, le battutacce, la visionarietà e ovviamente i personaggi... che sono stata felicissima di ritrovare.

Fuga da New York, invece, è più cupo, come del resto era più cupa la pellicola, di cui il fumetto mantiene intatta e fragrante l'atmosfera. La trama, peraltro, drammatica e avventurosa, va avanti e ci racconta di che fine ha fatto il Presidente... Tanta azione, dunque, violenza e adrenalina, con uno spruzzo di fantascienza che sa un po' di Denuncia Sociale.  
Due comics che di per sé non faranno la storia del fumetto, ma che sono un piacere per il cuore! 

P.S.
Di prossima uscita un crossover tra Jack e Jena... Non vedo l'ora!

lunedì 20 marzo 2017

Una struggente fiaba nera

HIDDEN – SENZA VIA DI SCAMPO
di The Duffer Brothers
(2015)


I fratelli Duffer, Matt e Ross, sono quelli di Stranger Things. Motivo più che sufficiente per voler vedere a tutti i costi questo film, etichettato come horror, che della Serie Tv più fantastigliosa del 2016 replica atmosfere e magia.
Certo, questo è un prodotto più acerbo, meno riuscito, ma… è comunque bellissimo!
La storia non c’entra nulla con Stranger… Siamo in un bunker, una famiglia di tre persone, mamma Claire (Andrea Riseborough), papà Ray (Alexander Skarsgård), la piccola Zoe (Emily Alyn Lind). E Olive, la bambola. Un nucleo molto coeso, pieno di dolcezza e con la forza dell’immaginazione. Con il desiderio incessante di vivere e di essere felici.
Sappiamo che c’è un pericolo terribile fuori, i Respiranti, che siamo qui da 301 giorni e che se non avessimo trovato rifugio nel bunker saremmo già morti. Ci sono quattro regole da rispettare: non uscire fuori, mantenere il controllo, non aprire la botola, non nominare i Respiranti. E sono soggette ad aumentare. Quando con il periscopio sbirciamo all’esterno vediamo un mondo bruciato, logorato, sporco che ci fa pensare all’Apocalisse.
Il film è costruito benissimo, rivelandoci passato e presente a piccoli pezzi, tenendoci col fiato sospeso quasi con il niente, stregandoci con il mistero di allusioni e linguaggi segreti, facendoci intuire, ma non capire sul serio, la paura e al contempo mantenendo intatto un incanto familiare fatto di fantasia e di complicità… E cominciamo ad amare questo piccolo nucleo di tre persone più Olive, ci immedesimiamo, e temiamo sempre più per loro, patiamo l’isolamento, il terrore, il fatto che le risorse alimentari si assottiglino sempre di più… Fino a che la storia non comincia a dipanarsi.
La seconda parte purtroppo non è altrettanto originale: il colpo di scena è già stato usato troppe volte, non ci sorprende, non ci entusiasma, ma pazienza. La storia è realizzata bene, i personaggi sono tridimensionali e ci suscitano affetto, le atmosfere ineguagliabili, la trama, nonostante tutto, è coinvolgente.
Persino Alexander Skarsgaard è cento volte meglio che in Tarzan: più umano, più speciale.
Certo, come horror è sui generis. Lo splatter è scarso, spaventa, ma è più una tensione emotiva continua che non autentico terrore. Per quel che mi riguarda, assomiglia di più ad una struggente fiaba nera. Non che mi dispiaccia: direi, anzi, che questo è un di più.
L’ultima sequenza, tra parentesi, è inaspettata e mi ha fatto bene all’anima.
Consigliato. 
E non solo per ragioni “filologiche”.

venerdì 17 marzo 2017

Geniale nella sua desolazione

LA RAGAZZA DI BUBE
di Carlo Cassola


Alle Medie avevo letto “Il Taglio del Bosco” di Cassola, e mi era piaciuto. Tuttavia “La Ragazza di Bube”, scoperto all'Università, era stato una grossa sorpresa in senso positivo. Assai più strutturato e complesso, mi era parso geniale nella sua desolazione, figlia, in qualche modo, di un'ideologia implacabile, dogmatica quanto una religione, il Comunismo. I cui ideali si scontrano con la disillusione.
Non sto a riassumere la trama, si trova già ovunque, inclusa Wikipedia. Dico solo che è stupenda e profonda, ambientata nel Dopoguerra, e confina con molte cose: politica, etica, romanzo di formazione, amore, Storia...
Le questioni chiave, però, a mio avviso sono due, e vanno ricercate nei personaggi e nella loro accurata psicologia:

  • le implicazioni problematiche legate al ruolo che ricopriamo, incluso quello non istituzionale, che in parte ci siamo scelti e che in parte ci è stato ritagliato addosso (nel caso di Bube quello di Vendicatore), quando, in certe occasioni, comporta una linea di condotta diversa da quella che vorremmo tenere, causandoci un conflitto interiore, il cui risultato è che comunque ci sentiamo in colpa, e, per reazione, compiamo azioni avventate, che, quando le riconsideriamo sul piano etico, non sempre sappiamo dove collocare, perché sempre ci appariranno sbagliate, eppure, nel contesto, necessarie quanto scriteriate (Solo che, ahimè, alcune hanno conseguenze più definitive di altre).
  • la coerenza crudele di Mara, la vera protagonista del libro, meravigliosa figura femminile, che, per quanto, sotto sotto, non sia davvero innamorata di Bube, sente ugualmente il bisogno categorico e inesorabile di rovinarsi la vita per lui. Che del resto, se vogliamo, se l'è rovinata per ragioni semi-analoghe. 

Al di là delle descrizioni limpide, della forza dei personaggi, della efficace ricostruzione storica – anche dal punto di vista del pensiero dei tempi – è questa doppia, dolorosa dicotomia a fare del romanzo un capolavoro, un classico senza tempo, specie se applicata a due personaggi come Mara e Bube, così umani, coerenti e poliedrici.
Educativo, ma in modo inconsueto.

giovedì 16 marzo 2017

Un affresco vastissimo

ATLANTE DELLE CITTA’ PERDUTE
di Aude de Tocqueville


Avevo già letto l’Atlante dei Paesi Sognati, della stessa collana, che mi era piaciuto, ma questo, regalatomi da cari amici, è mille volte meglio, assai più partecipato emotivamente e molto meno battuto come argomento, indi più stimolante! 
Le “città perdute”, infatti, sono realmente esistite o esistono tuttora (talvolta iscritte al patrimonio mondiale dell’Unesco), solo che, per i motivi più vari (guerra nucleare, bombardamenti, terremoti, incendi inestinguibili, acqua salata…) sono state abbandonate… o magari riconvertite in Parco dei Divertimenti.
L’affresco che si delinea è vastissimo, appassionante, i toni elegiaci ed evocativi, straripanti vuoi di struggimento, vuoi di meraviglia, vuoi di sofferenza (a volte parliamo di tragedie non abbastanza remote per essere già rivestite di quella patina mitica che di solito risulta anestetizzante) vuoi di curiosità, la cui fisionomia è addolcita dall’assenza di fotografie, anche se, in compenso, abbondano mappe e prospettive architettoniche, opera di Karin Doering-Froger. 
Luoghi lunari o fantascientifici, ultramoderni o cristallizzati nel passato, catturate da descrizioni ispirate che ci pongono di fronte allo scorrere inesorabile del tempo e della Storia.
La varietà delle città passate in rassegna è enorme e comprende realtà di tutto il mondo e di qualsivoglia epoca, note – Cartagine, Hiroshima, Leptis Magna – , come no (parlo per me), quali Gagnon, Bannack, Sanzhi o Varosha. E così numerosi e vari sono i riferimenti culturali ad esse legate: da Skyfall (si veda James Bond - 007) a la Fortezza Bastiani (si veda “Il Deserto dei Tartari” di Buzzati), passando per “Silent Hill” (videogioco e film). Che diamine, si cita addirittura Enki Bilal!
Per quanto riguarda l’Italia figurano Pompei e… la nostra Balestrino!
Prossima tappa: “Atlante dei Luoghi Maledetti”.

mercoledì 15 marzo 2017

L'amena infanzia dell'Anticristo

IL PRESAGIO
di David Seltzer


Trasposizione letteraria del film omonimo (The Omen) del 1976, ne è quasi (quasi: qualche differenza, seppur marginale, in effetti c'è) la fotocopia. Ed anzi a leggerlo, complici lo stile asciutto e l'atmosfera claustrofobica, pare proprio di star assistendo alla proiezione della pellicola, la cui sceneggiatura, del resto, porta la firma dello stesso Seltzer.
La trama è nota: narra l'amena infanzia dell'Anticristo, alias Damien Thorn. Un horror con tutti i crismi, dunque: vuoi per l'argomento – da sempre uno dei miei prediletti – vuoi per i molti particolari inquietanti, vuoi per l'angoscia che l'opera ti trasmette da subito. In modo sottile, però, misurato. Senza esagerare.
Per quanto a noi lettori non sia concessa incertezza, infatti, è affascinante constatare come il dubbio si insinui a poco a poco nelle vite dei genitori putativi del piccolo Damien. Di come il dubbio diventi presto sospetto, fino a fagocitare tutto. Eccetto quella minuscola percentuale residua che ci toglie forza e coraggio nel finale...
L'azione è velocissima, alternata solo da solleticamenti calibrati al palato del lettore, mentre la bieca vicenda si consuma nell'arco di poche pagine... Circa duecento, se non erro. Personalmente, mi ha avvinta e ipnotizzata, e ciò benché avessi già visto il film almeno un paio di volte, seppur parecchi anni orsono.
Non mancano dettagli raccapriccianti, ma gioca più che altro sull'ansia, sulla psicologia e, naturalmente, sulla responsabilità insita nel conoscere la vera identità del bambino. Che è terrorizzante, ma mai quanto la sua orrida tata, la signora Baylock! 
Invero, quando ho scoperto che l'opera è una novelization ho storto un po' il naso, ma non c'è n'è motivo. Non è un mero esercizio commerciale, ma pulsa di vita propria.
La difficoltà maggiore, semmai, sta nel reperire il volume: fuori catalogo da una vita,  si può giusto ambire a versioni dalla carta brunita acquistabili online.

martedì 14 marzo 2017

La disillusione di un eroe

WOLVERINE – VECCHIO LOGAN
di Mark Millar e Steve McNiven


Sono entusiasta. 
Né fan di Wolverine, né, in generale, dei Supereroi (e in particolare, non dei Supereroi Marvel), questo volume corrisponde invece ad uno dei fumetti più interessanti, divertenti, appassionanti ed epici  che mi siano capitati sottomano negli ultimi mesi!
Wow, davvero.
Mi è piaciuto tutto: i dialoghi, la disillusione, i combattimenti, la rabbia, l’ambientazione, la capacità di rinnovarsi e di cantare qualcosa che ormai credi finito… e che lo è, ma allo stesso tempo che non lo è ancora, non in modo definitivo.
Mi ha fatto tenerezza assistere a Logan spezzato, come dice lui, accasato, vecchio e sconfitto. E mi ha fatto piacere accompagnarlo e vederlo tornare se stesso, se vogliamo.
Mi sono piaciuti il ritmo, l’inventiva, i rimandi, le citazioni…
E ho trovato pazzesco il modo in cui il mondo è cambiato.
La visione è apocalittica: i Supercriminali si sono coalizzati e hanno piegato o ucciso i Supereroi. Sono passati cinquant’anni. E noi cominciamo da lì. Ci chiediamo come sia potuto succedere, e a poco a poco colmiamo i vuoti: il presente, la geografia, la storia mondiale e quella personale di Wolverine.
Il destino di Tony Stark e Cap. Di Bruce Banner. Di Spiderman e di Devil.
Assaggiamo la disperazione, assaporiamo la vecchiaia, l’ingiustizia, il dolore.
E affrontiamo pagine di sofferenza e struggimento, di malinconia e di desiderio frustrato di rivalsa.
E siamo nei guai, naturalmente.
Ma forse un vecchio amico, il buon Occhio di Falco, anche lui decrepito e con la cataratta, ci porge una soluzione… 
E ci divertiamo con lui, e scopriamo un po’ di più di quanto è successo e sta succedendo e delle favolose potenzialità che offre sul piano immaginativo questo nuovo filone (i Talpoidi, Il Regno di Kingpin – già dominio di Magneto –, la verità sul Clan degli Hulk… una storia dalle basi solidissime che plasma in modo ineccepibile, logico e terribilmente creativo il materiale che già c’era), giochiamo sul detto e il non detto, colmiamo le lacune a minuscoli brani, e sentiamo i brividi scorrerci lungo la schiena, mentre lo facciamo, tra un momento di orrore e uno di desolazione, tra uno smacco e un moto di ribellione, che tuttavia siamo costretti a inghiottire.
Eppure ritorniamo all’avventura, all’ironia dissacrante, ai colpi di scena, e – nonostante la nostra veneranda età – ad una parvenza di giovinezza e ad emozioni adrenaliniche.
E pazienza se alcuni passaggi sono scontati. Ci emozionano comunque, fortissimamente, e li sentiamo come necessari.
E comunque li perdoniamo facilmente grazie ai numerosi colpi di genio su piccola e larga scala, ai ribaltamenti, alle epifanie, alle agnizioni.
Al realismo pessimistico alternato alla vena grottesca e dissacrante come al romanticismo in senso storico. 
Che altro dire?
Pare una storia completa; si chiude con la parola FINE.
Stratosferico...

lunedì 13 marzo 2017

La paura del contagio

CONTAINMENT


Serie Tv adrenalinica che sfrutta il filone dell'epidemia, ma se ne affranca insistendo, più che sui dettagli truci e sul terrore (che, ad ogni modo, sono presenti), sulle implicazioni sociali e sulla psicologia dei personaggi.
Un'opera incalzante, ben realizzata, con discrete soluzioni registiche, ma che non dimentica il lato umano... tanto più che, come sempre in questi casi, il vero pericolo sono le persone: quelle che cercano di aiutare come coloro che si approfittano della situazione.
E' facile, quindi, lasciarsi coinvolgere: la serie, di soli tredici episodi, conquista da subito, così la situazione – dall'approccio realistico e pseudoscientifico – e i personaggi, un po' per carisma, un po' per solidarietà... La paura del contagio, poi, si palpa anche standosene comodamente sul divano di casa propria, laddove la miopia strategica di certe scelte (dal giornalista che semina il panico in nome della verità alle carenze del capo delle operazioni) mi ha indotta, invece, a “litigare con la Tv”, in stile cinema d'altri tempi, nel senso che, tra le ghignate e i sorrisini del Mio Perfido Marito, io non riuscivo proprio a trattenermi dall'apostrofare, insultare, ammonire a gran voce i personaggi...
La storia è già sentita (come dicevo, il filone è quello dell'epidemia: nella fattispecie un virus creato in laboratorio dall'elevatissma mortalità porta, per arginare il contagio, a dividere ed isolare metà della città di Atlanta, decretando il destino di chi è fuori, ma soprattutto dentro, il cordone, con i suoi vari effetti collaterali – violenze, accaparramenti, brutalità) e se al posto della malattia ci fossero gli zombie cambierebbe poco, ma è così piena di potenzialità e sottotrame da garantire emozioni forti ed un intreccio appassionante.
Inoltre, un grandissimo pregio: si va al punto! Ossia non si cerca di annacquare un racconto con poca sostanza, allungando il brodo all'infinito (in stile, per intenderci, “The Walking Dead” serie Tv) al contrario: ogni puntata straripa di eventi ed è sfrondata di ridondanze. E ciò benché non si rinunci, come dicevo, a narrare in primis di individui, gruppi sociali e comunità... mescolando abilmente liete fini, drammi e tragedie (ma sempre con un bagliore di luce). Semplicemente la storia è costruita bene, senza eccessi e senza esitazioni, impattando il più possibile, sfruttando il colpo di scena, e avendo ben chiaro fin da subito, sia per quanto riguarda la trama, sia in ordine all'evoluzione dei rapporti fra i personaggi, dove andare a parare.
Puro intrattenimento!

P.S.
Dotato di conclusione...

venerdì 10 marzo 2017

...e King si diverte un sacco

DESPERATION e I VENDICATORI
di Stephen King e Richard Bachman


Che poi ormai lo sanno tutti che King e Bachman sono la stessa persona. 
Ma anche no, perché Bachman rappresenta un lato più oscuro del Re (e infatti un altro romanzo di King, “La metà oscura”, parla un po’ anche di questo) e il confronto fra queste due opere, se vogliamo due versioni della medesima storia (ma anche no), lo riflette. E già qualcosa intuiamo accostando le copertine: la continuazione l’una dell’altra, oppure una successione di eventi, a seconda di come decidiamo di interpretare (idem per quanto riguarda il plot).
Per capire, dunque, bisogna leggere sia “Desperation” che “I Vendicatori” (nell’ordine che si preferisce). Perché presi singolarmente sono: il primo piacevole, sebbene un po’ prolisso, con qualche digressione eccessiva, il secondo molto carino, più azzeccato. Ma insieme sono dinamite.
Non rivelo le trame, sospese tra thriller e horror, con sfumature Western più accentuate per quanto concerne “Desperation”. Di per sé non sono eccezionali, nessuna delle due, benché si respirino, pur non dichiarate, atmosfere à la “Torre Nera”, soprattutto a livello linguistico. Eccezionale, come dicevo, è però affiancare i due romanzi, che non per niente sono stati definiti gemelli, leggerli l’uno alla luce dell’altro. Ci sono corrispondenze, infatti, mescolamenti, ribaltamenti, e… gli stessi protagonisti, solo con ruoli, età e relazioni diversi (e tra essi spicca Cynthia Smith, direttamente dalle pagine di “Rose Madder”, sempre di King).
Ciò in realtà è piuttosto curioso, ci fa pensare ad una sorta di “American Horror Story” ante litteram, in realtà ancora più complesso, visto che non sono solo le facce a scambiarsi. 
Come giochino è divertente, innovativo (siamo nel 1996), goduriosamente sperimentale, e, ammettiamolo, dà soddisfazione, prima di tutto ai lettori. Inoltre è frammisto al citazionismo, nel senso che King si diverte un sacco e, fra le righe, non solo richiama il volume gemello, ma allude pure a questo e a quello (Misery, Le Creature del Buio…) tratto dalla sua personale mitologia.
Geniale.

giovedì 9 marzo 2017

Un’apocalittica ricetta di mia invenzione

LA S.B.I.C.


Ossia la Sublime Bomba Ipercalorica Cioccolatosa.
Ossia un’apocalittica ricetta di mia invenzione.
Perché apocalittica?
Perché mette alla prova la vostra sopravvivenza e soprattutto il tasso della vostra glicemia…
Personalmente, l’ho concepita ma non sperimentata. Non ho osato.
Ma ho capito che adoro ideare ricette.

Ingredienti per una persona:
Un pangocciolo Mulino Bianco; 
Nutella; 
2 Danette Danone; 
M&M’s a piacere;
Panna Spray; 
Zucchero a velo.

Tagliare il pangocciolo in orizzontale, come se fosse un panino peccaminoso. 
Prendere la Nutella e spalmarla con dovizia su entrambe le metà, senza lasciare inutili spazi privi di gioia.
Collocare su una delle due metà più M&M’s che si può (consiglio quelle alle arachidi) affogandole nella crema gianduia.
Congiungere le due metà dal lato cioccolatoso e disporre il pangocciolo così farcito su un piatto.
Rovesciarci sopra le due Danette (una sola non basta).
Spolverare con lo zucchero a velo.
Decorare con la panna spray secondo estro.
Spolverare con altro zucchero a velo.
Ingozzarsi.

Variante:
si potrebbe aggiungere, dentro o in cima, una banana tagliata a rondelle. Ma è frutta, quindi troppo sana per chi ha codeste inclinazioni ciacchiane. (Per chi non lo rammentasse, troviamo Ciacco nel Sesto canto della Divina Commedia. Nel girone dei golosi.)

mercoledì 8 marzo 2017

PR1 e PR2

UNA NOTTE CON LA REGINA
di  Julian Jarrold
(2016)


Più precisamente, la Regina è Elisabetta d'Inghilterra, ancora giovane Principessa, la notte quella della vittoria contro la Germania di Hitler, l’8 maggio 1945, per intendersi, in cui la futura Sovrana si concede un'uscita in incognito insieme alla sorella Margaret, tra i Pub e le strade di Londra.
Una favolosa notte da persona normale, fuori dall’ambiente protetto di Corte, per il piacere di sentirsi giovani, liberi e spensierati…
Film leggero, sbarazzino, con momenti divertenti (ad esempio perché Lilibeth non è abituata a girare denaro munita) e altri teneri. Nel complesso prevedibile, ma ben orchestrato, dotato di buon ritmo, bei dialoghi, e con un cast (è il caso di dirlo) decisamente all’altezza (c’è persino Rupert Everett, nei panni di Giorgio VI).
Facendo un paragone con la serie Tv “The Crown” - vista la protagonista in comune - cui Jarrold ha collaborato, non posso non rilevare come Elizabeth (Sarah Gadon) sia, oltre che decisamente più graziosa, più delicata, disinvolta e simpatica, per quanto sempre tremendamente responsabile, mentre Margaret (Bel Powley), che qui, invece, pare un rospetto sgraziato, sia semplicemente irresistibile e sovente rubi la scena alla sorella. E’ la PR2, infatti, la Principessa numero 2, che ci regala alcune delle scene più divertenti (ad esempio mentre conversa con le cortigiane…) e che ci conquista anche solo per il suo squinternato senso pratico.
Elizabeth, invece, più adulta e giudiziosa, vive una parentesi romantica, che un po’ ci ricorda Titanic (tra l’altro il bel tenebroso di turno, il bravo aviere che la soccorre – interpretato da Jack Reynor – si chiama Jack, tu guarda), un po’ Vacanze Romane, con l’inciampo del titolo, comunque vissuto con solennità, e la consapevolezza che, qualunque cosa accada, dovrà necessariamente essere senza futuro, imponendoci, nonostante i balli e le cadute, di tenere i piedi ben piantati a terra.
In ultimo, a colpirmi il patriottismo inglese e la devozione che il popolo nutre verso la monarchia, al di là della polemica (all’acqua di rose) di Jack.
Chapeau e tutta la mia invidia, poiché, in quanto italiana – e quindi cittadina di uno Stato che non mi dà altro che schiaffi – l’amor di patria lo posso solo immaginare.

martedì 7 marzo 2017

Un carnevale di fantasia

STORIE DI CRONOPIOS E DI FAMAS 
di Julio Cortazar


Puro delirio mentale! Brani brevissimi e incisivi, all’insegna del nonsense, che scuotono le tue certezze e le sovvertono, sostituendole con verità più urgenti e immaginifiche.
Iniziamo con il manuale di istruzioni (ad esempio, sul modo di avere paura, per ammazzare le formiche a Roma, per salire le scale…): sono divertenti, ma anche inquietanti. Quelle sul modo di avere paura, in particolare, ti fanno davvero sudare freddo, per tacere delle istruzioni per caricare l’orologio: tu pensi che te lo regalino, l’orologio, invece sei tu che sei regalato a lui!
Seguono “Occupazioni insolite” e “Materiale plastico”: non sto a spiegare a che cosa si riferiscono i titoli, lo fa già italo Calvino nell’introduzione. Segnalo solo che trattasi di labirinti mentali in cui è davvero spassoso aggirarsi. Perché poi non sai se tu hai percorso il labirinto, se lo sei diventato, o se fai parte di uno dei trattini che formano la “L” di “Labirinto”.
E infine, eccole, le storie di Cronopios e di Famas. E di Speranze, che sono le mie preferite.
Deliziose e complementari creature suscettibili di molteplici definizioni, coacervo di vizi e virtù, predicati dell’essere che convivono e si stuzzicano, solleticandoci e solleticandosi tra loro.
Nel complesso questo librino, che non arriva a pagina 150, è un carnevale di fantasia rigorosa, ricco di umorismo e irto di amene contraddizioni.
Di quelle, però, che celano risvolti esistenziali e inducono alla riflessione, regalandoci qualcosa di ineffabile, ma che sentiamo vibrare con intensità.
A parte ciò, che dire? E’ il primo libro che leggo di Cortazar, mi ha ricordato Borges, ma con meno intellettualismo e tre pizzichi in più di surrealtà.  
Catartico.

lunedì 6 marzo 2017

Quaranta opere nostrane

FUMETTO ITALIANO
– CINQUANT’ANNI DI ROMANZI DISEGNATI 


Catalogo interessante, questo edito da Skira, denso di spunti e di stimoli, che prende le mosse dal 1967, anno di pubblicazione de “La Ballata del Mare Salato” di Hugo Pratt, ossia la prima avventura di Corto Maltese - alias il primo romanzo grafico italiano -, per passare in rassegna quaranta opere nostrane di autori completi, che, vale a dire, si sono occupati sia dei testi che dei disegni.
Ritroviamo quindi grandi classici che hanno segnato la storia del fumetto, quali Valentina e le Straordinarie Avventure di Pentothal, così come autori giovani e innovativi del calibro di Ausonia e Sara Colaone.
Di ciascuno ci viene fornita una breve biografia, una rapida presentazione dell’opera selezionata e cinque pagine della stessa, utili per farci subito un’idea, laddove non conoscessimo l’artista, circa il fatto che possa o meno incontrare i nostri gusti (personalmente sono stata indotta a recuperare con urgenza “Love Stores” di Elfo, ma non escludo che effettuerò in futuro altri ripescaggi).
Spaziamo così fra i generi e le tecniche ricavandone un’impressione ariosa, sconfinata, che ci solletica a livello intimo, toccando corde che non sapevamo di avere, frullandoci mente e cuore grazie con un mix di introspettiva biografica, immaginazione e sperimentazione ardita, che si ricompongono in una storia unica, meravigliosamente sfaccettata.  
Da segnalare, inoltre, la parte introduttiva del volume: una quarantina di pagine che, soffermandosi su aspetti diversi, raccontano e disquisiscono sul panorama fumettistico italiano attraverso nove articoli, firmati da autori differenti, colloquiali e piacevoli da leggere, ma altresì eruditi e profondi, oltre che, spesso, trasudanti passione.    
In ultimo, rilevo che il libro è piuttosto sontuoso anche sotto il profilo estetico: splendida grafica, carta dall’ottima grammatura, rilegato e di formato adeguato...
Da avere.

venerdì 3 marzo 2017

I rischi e le storture del mestiere

POWERS


Altra serie Tv sui supereroi (Powers, appunto), ma tutto fuorché commerciale, trita o per bambini. Drammatica, innovativa sotto molteplici profili, porta semmai alla luce tematiche stimolanti e tante idee che rivitalizzano il filone, in ordine ai dettagli (la faccenda dei fluidi corporei è pazzesca), come alla concezione di base (i Powers, più che Dei dai valori ineccepibili modello Superman, sono Vip, con tanto di discoteca dedicata). 
Il protagonista, Christian Walker, è un ex Power che ha perso i poteri, riciclatosi come detective in un’unità speciale della omicidi dedita ad indagare sui casi relativi a soggetti dotati di poteri.
L’impostazione, quindi, è poliziesca con effettoni fantascientifici (un bel po’ miserelli, in realtà – Wolfe che si nutre è ai limiti dell'imbarazzante), ma va oltre l’etichetta di genere e consente di approfondire questioni prettamente umane: mette in luce la crisi di valori della società, i rischi e le storture del mestiere (di tutti i mestieri: quello di Walker e colleghi, che comunque maneggiano nitroglicerina vivente, e dei Powers stessi, che possono essere di “serie b” o non abbastanza potenti, o sopraffatti dalle loro stesse capacità), la frustrazione di aver perso i poteri, l’importanza che essi hanno in merito alla definizione della personalità, la brama di conquistarli…


Tratto dall’omonimo fumetto di Brian Michael Bendis, se ne discosta sotto molti aspetti, pur mantenendo la medesima linea narrativa: cambiano così i ruoli e le relazioni fra i protagonisti, la successione degli eventi, la costruzione della storia... Persino i colpi di scena, suppongo, sono differenti, come può dedurre chiunque conosca anche solo il titolo del primo numero del comic (che qui non rivelo per evitare spoiler). Per tacere dei personaggi: Christian Walker nel fumetto appare con un fisicazzo da culturista, mentre nella serie lo interpreta il longilineo Sharlto Copley, laddove Deena, la sua partner lavorativa, da bionda diviene inspiegabilmente una ragazza di colore (ma si sa, questa è ormai una scelta che va di moda: quasi obbligata in nome del politically correct), tra l'altro con una strana testa, che ricorda una mosca (sic!).  
Ciò nondimeno… per il momento (ma sono solo all’episodio quattro) preferisco la serie Tv: dalla sceneggiatura più raffinata, aggiornata (vedi l’uso dei Social Media) e ponderata, con la componente drammatica accresciuta.
Se si abbinasse questa trama all’estetica e alla regia sotto acido di “Legion” l'esito sarebbe perfetto!

P.S.
In “Powers” la regia è in effetti abbastanza scialba, i personaggi carenti di spessore (mi piace giusto Johnny Royalle, che però è cattivo), gli attori piatti (non proprio tutti) ma chissenecale… La storia è strepitosa e le idee alla base pura dinamite: tante, esplosive, complesse e strutturate.

giovedì 2 marzo 2017

Pennellate rapide ma significative

BLU COME LA NOTTE
di Simone Van der Vlugt


Splendido romanzo storico, dallo stile scorrevole, morbido e avvolgente, tale da carpire subito l’attenzione del lettore, e di tenerla sempre viva, senza momenti di ristagno o di noia, grazie al fascino della protagonista, nei cui confronti la narrazioni in prima persona favorisce l’immedesimazione, e dell’atmosfera.
Le descrizioni sono stupende, per quanto appena tratteggiate, composte di pennellate rapide, ma significative, capaci di cogliere l’essenziale e di dotarlo dei fregi giusti, i personaggi vivi e facili da amare, lineari eppure densi di ombre, mentre gli eventi si susseguono incalzanti: incontriamo pittori della caratura di Rembrandt e di Vermeer (che sono vivaci e ben caratterizzati, ma non rubano la scena alla protagonista), affrontiamo la peste, un’accusa di omicidio, un incendio, pene d’amore, perdite, ricatti e passioni… oltre a legarci indissolubilmente all’Olanda del 1600: sembra impossibile che il libro consti di appena 297 pagine!  
Per certi versi, inclusi ambientazione, periodo storico, e stile dell’autrice, “Blu come la notte” ricorda “La ragazza con l’orecchino di perla” di Tracy Chevalier, ma qui la protagonista, Catrijin, è più adulta ed indipendente, determinata a far accadere le cose e a forgiare il proprio domani, anziché subire, ed anzi risulta pratica e moderna persino nel fare i conti con le proprie parentesi amorose. La trama, poi, rispetto al capolavoro della Chevalier, è più dinamica, fatta di imprevisti e di fughe… ma l’atmosfera è ugualmente incantevole e fa venire voglia di effettuare approfondimenti, specie in ordine alla questione delle porcellane.
A questo punto devo sperare venga pubblicato presto altro di questa autrice…

mercoledì 1 marzo 2017

Un piccolo gioiello sui generis

TRISTE, SOLITARIO Y FINAL
di Osvaldo Soriano


Non ho mai letto le avventure di Philip Marlowe, l'investigatore privato di Raymond Chandler. Non ho mai amato Stanlio e Ollio. Non mi piacciono i gialli né gli hard boiled.
Eppure questo romanzo così sui generis, che resuscita Marlowe, ingaggiato da Stan Laurel per risolvere un caso, e che vanta tra i suoi personaggi attoroni di Hollywood del calibro di John Wayne, Dick Van Dyke e Charlie Chaplin, oltre che lo stesso autore in carne ed ossa, l’argentino Osvaldo Soriano, mi ha calamitata inesorabilmente a sé…
E per fortuna, perché è un piccolo gioiello sui generis, quasi senza omicidi, ma con un bell’assortimento di pestaggi e delitti sparsi, surreale, con velleità ciniche – che però celano sentimenti profondi – piacevolmente parodistico anche se… effettivamente risulta triste, solitario y final. Proprio come Marlowe, ormai alla frutta.
Eppure, più che le Guest Star (che, con l’eccezione di Stan Laurel, ne escono malissimo), a colpire sono proprio l’atmosfera malinconica e il senso di sconfitta dolente che sempre accompagna gli sfortunati protagonisti (che, tuttavia, ammettiamolo, un po’ se le vanno a cercare) .
Peraltro, Soriano e Marlowe formano una coppia spettacolare, curiosamente affiatata, e spesso riescono a strapparci una risata compiaciuta per la comicità assurda insita  nelle bizzarre situazioni in cui si trovano o, semplicemente, perché sono loro e ci fanno impazzire!
Poco importa che nel complesso non si approdi quasi a nulla: l’opera è da leggere, a prescindere dalle vostre inclinazioni.
Struggente e imprevedibile, mi ha fatto venire una gran voglia di approfondire, se non la cinematografia, la biografia di Stanlio e Ollio.
E sì, anche di leggere Chandler.