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giovedì 30 aprile 2015

Una prosa peculiare


UCCELLI DI ROVO
di Colleen McCullough


Come mai ho scelto di recensire questo polpettone?
Perché non è un polpettone, ma un romanzo bellissimo, una saga familiare, quella dei Cleary, con tutto il repertorio di drammi e avventure tipico delle saghe familiari, ma impreziosito da una prosa peculiare, dettagliata e affascinante, ricca di pathos e di colpi di scena, di passioni e di dubbi amletici, di fatalità e di Storia, che ci appaiono logici e naturali alla luce delle premesse e della perfettamente delineata psicologia dei personaggi.
E, a proposito, la storia d'amore più bella non è quella “impossibile” tra Padre Ralph e di Meggie (che non hanno nemmeno la centralità che credevo, non essendo i protagonisti assoluti del romanzo), ma quella “possibile”, quieta e meravigliosamente ordinaria di Fee e Paddy...
Che non è neanche una storia, forse, piuttosto una “conclusione con agnizione retroattiva”, ma che è stupenda lo stesso e quasi mi ha commossa...
Del resto, a parte Paddy, sono i personaggi femminili quelli più forti e stimolanti (sì, inclusa Meggie, che io paventavo essere una sciocca gatta morta)...
Sinceramente, ero piena di pregiudizi verso quest'opera: durante l'infanzia avevo sentito parlare dell'orrido sceneggiato televisivo e quindi ero convinta fosse uno di quei prodotti commerciali dallo stile banale, melensi e scontati, scritti per casalinghe frustrate (non avevo ancora letto il ciclo romano della McCollough) a base di sentimenti facili e di drammi da soap opera... Invece...
Invece, se mai, il paragone è con la potenza di “Via col vento”, che solo chi non lo ha letto può considerare “robetta”, vista l'importanza della Storia e la molteplicità delle tematiche che vi si intrecciano... A consigliarmi “Uccelli di rovo”, d'altro canto, è stato un attempato signore dai gusti “masculi”, che mi ha detto di averlo adorato in primis per lo stile dell'autrice e per i suoi incantevoli e contraddittori personaggi, cui non è possibile non affezionarsi!
Sinceramente, ex post, condivido, aggiungendo, tuttavia, che l'opera – che alla fine sembrerà fin troppo breve, nonostante le sue 558 pagine – coinvolge anche per altre ragioni: dall'amore per l'Australia, le cui descrizioni paesaggistiche sono meravigliose, al dipanarsi della trama, che va assai oltre il filone sentimentale e ha sviluppi diversi da quelli che il romanzo d'appendice potrebbe imporre...

mercoledì 29 aprile 2015

Viaggi mentali abbastanza lisergici


TITEUF – IL FILM
 di Philippe Chappuis

(2011)


A metà tra Bart Simpson e Calvin di “Calvin & Hobbes”, Titeuf è una piccola peste in età scolare, con la tendenza a farsi viaggi mentali abbastanza lisergici... Però non è un tipo scanzonato. In parte, come Bart e Calvin, è assillato dai problemi tipici dell'infanzia/preadolescenza: la prima cotta, la scuola, i bulli, ma la differenza è che lui li vive in maniera più tragica, meno ironica, con più paranoie e maggiori recriminazioni/elucubrazioni... Finché le note si fanno più serie e dolenti. il matrimonio di mamma e papà va in crisi, e la situazione peggiora, benché non senza alcuni vantaggi di contorno.

Invero, la vicenda viene affrontata in modo decisamente più drammatico di quel che mi sarei aspettata, specie alla luce dei disegni sbarazzini e tondeggianti, dal tratto morbido ma pulito... Più che un discolo, per certi versi, Titeuf è un ragazzino sfortunato e la tratti la sua depressione è davvero palpabile, con qualche punta di vomitevole, realistico disgusto – le caccole abbondano e vengono quasi considerate con rispetto – .

Gli adulti appaiono strani e incomprensibili, talvolta persino a livello verbale, e al contempo i ragazzini sono tremendamente precoci (la scena della baby prostituta mi ha sconvolta), informati nel dettaglio di cose che non dovrebbero nemmeno sospettare...

Le problematiche toccate sono attuali, i genitori scriteriati, diseducativi ed incoscienti... Invero, la pellicola ricorda altresì “Le petit Nicolas” di Goscinny e Sempé, ma meno garbata e più aggiornata, permeata da un umorismo dolente.

Nel film ci sono un po' di canzoni, che MPM ha apprezzato, ma che io avrei preferito sentire in originale, perché in italiano non mi sono parse particolarmente coinvolgenti.

Per il resto, l'animazione è buona, a livello di scorrevolezza si avverte un po' di lentezza ogni tanto, ma perdonabile.

P.S.

So che “Titeuf” è tratto dall'omonimo fumetto, ma al momento non l'ho mai letto, indi non posso fare paragoni, almeno fino a che il mio prode fumettivendolo non mi recupera qualche numero...

martedì 28 aprile 2015

Divano per sempre!!!

MOTIVI PER CUI NON AMO PIU' ANDARE AL CINEMA...


E' un discorso cui ho già accennato più volte, ma, come già preannunciato, dopo la recente esperienza con “Into the woods”, mi è venuta proprio voglia di rinnovarlo...
Che poi la questione è riferita più alle Multisala che ai Cinema veri e propri, perché quelli, in linea di massima, nonostante i difetti, hanno almeno due pregi che non credo smetterò mai di apprezzare e che ti inducono a perdonare tutto il resto: la magica atmosfera retrò e il rapporto umano – quando c'è – con il gestore/proprietario che si trova alla cassa (non posso dimenticare la Signora del Ritz di Alassio – ora chiuso –, che si fermava sempre volentieri a scambiare due parole da appassionata sulle pellicole in programmazione e che, quando ti riconosceva come un aficionado, ti faceva lo sconto, e, ogni tot, entrare gratis... O il distinto signore dell'Astor di Albenga – ora chiuso –, che a Natale regalava le locandine, o i due proprietari dell'Ambra, sempre di Albenga, cortesi e premurosi)... Certo, può capitare anche nei Cinema di trovare persone sgradevoli, ma è raro, e magari col tempo, a furia di vederti, si ammorbidiscono...
Sì, perché prima dell'avvento dei Multisala, al Cinema non ci andavo una volta ogni tre anni, ma fino a quattro volte a settimana... Poi la maggior parte dei Cinema, almeno da noi, è stata chiusa...
Ed ecco i famosi motivi per cui le cose per me sono cambiate:
  1. Niente magia, niente atmosfera, niente fascino retrò!
  2. All'ingresso dei Multisala trovi sempre cassiere diverse, che ti vedono come un fastidioso numero cui abbinare un posto. Che deve essere quello. Se non sei accorto rischi di trovarti attaccato allo schermo, col collo storto, o, peggio, separato dai tuoi amici.
  3. Le Multisala non attirano tanto gli appassionati di cinema (da un lato per fortuna, perché se no non sopravvivrebbero neppure loro), quanto adolescenti bisognosi di trovare un luogo in cui svernare alternativo alla discoteca, sfigati modaioli bisognosi di farsi vedere, cerebrolesi che si aggregano all'appassionato perché non sanno che altro fare, famiglie bisognose di una pausa mentale dai pargoli indemoniati, turisti-cavallette... Non è colpa delle Multisala, ma così è. Ci sono anche gli appassionati, ma di solito sono quelli muti in un angolo, con lo sguardo mesto e atterrito.
  4. La sporcizia. Anche qui, la colpa è soprattutto della qualità degli spettatori. I cestini ci sono, belli grandi, in fondo alla sala, ma perché usarli quando si può buttare tutto per terra? O tirarselo, addirittura? A fine spettacolo passa l'addetto a pulire, poverello, ma ha solo dieci minuti e due mani, laddove ci sono popcorn e incarti unti ovunque, se non peggio. A chi sceglie la seconda serata, conviene munirsi di telo-coprisedile e disinfettante.
  5. Il film lo vedo meglio a casa, in blu-ray. Non c'è paragone, persino in 3D. La definizione è migliore, gli occhialini “veri” un altro mondo!
  6. La scomodità: con Into the woods (e non è stata la prima volta) mi è capitato – e non solo a me – il sedile sfondato. Dopo la prima ora mi pareva di essere sottoposta ad una tortura cinese, sentivo la mia spina dorsale deformarsi un po' di più ad ogni fotogramma...
  7. Volume troppo alto, da diventare sordi. E ciononostante senti i commenti dei minus habens che hai alle spalle, i quali, chissà perché, si sentono in dovere di rendere tutti partecipi dei loro “ooohh”, “ah!”, “maddai!”... Puoi chiedere loro di smetterla, ma dopo dieci minuti di quiete, immancabilmente, ricominceranno...
  8. Prima dell'inizio ti devi sorbire non so quanti minuti di pubblicità. Non di trailer. I trailer sarebbero graditi. Di pubblicità. E sì che tu il biglietto l'hai pagato. Ma ti tocca ciucciartela: le luci sono spente. E spesso non ci sono solo gli spot della Tv – con la differenza che in Tv li salti – no, ci sono pure quelli “artigianali” delle immobiliari locali, dei concessionari, etc..., che non hanno nemmeno una parvenza di velleità artistica e si limitano a presentarti il loro prodotto. Che non ti interessa.
  9. L'intervallo fra primo e il secondo tempo, in totale spregio del film e degli spettatori (che nel 70% dei casi non se ne accorgono), viene buttato lì a casaccio, troncando bellamente una frase a metà. Che poi ricomincia già mozza quando si spengono le luci. Ma C^##@!!!

In sostanza... Divano per sempre!!! E pazienza se vedrò i film con qualche mese di ritardo: mi consolerò con i contenuti speciali del Blu-ray!

lunedì 27 aprile 2015

Complesso, stimolante e sconvolgente


WORLD WAR Z
di Max Brooks

 
Non ho parole, non so da dove iniziare... Avevo visto il film (si veda post 31/10/2013), e non c'entra pressoché nulla con quest'opera geniale: per quel che mi consta il personaggio di Brad Pitt nemmeno esiste, e siamo ben lontani dagli stilemi horror/azione/avventura... Ci sono molti momenti di horror, azione e avventura, ma... Ma questo è davvero un piano diverso! Innovativo, problematico, profondo, intelligente, pluristratificato! E non accentrato su un unico protagonista banale che sa fare tutto! I personaggi sono decine e decine, a parte gli zombie... E realistici da morire!

E comunque... Non ho mai assistito ad un tale minuzioso approfondimento sui non morti. Vengono indagati a fondo sotto ogni profilo, dal lugubre lamento che emettono alle “tecniche” con cui si appostano, con tanto di studi comportamentali... Ma non ci stupiamo davvero, perché Max Brooks è anche l'autore del “Manuale per sopravvivere agli Zombie” (si veda post 17/9/2014), di cui in un primo momento questa può sembrare l'applicazione pratica. La verità, però, è che “World War Z” è decisamente più complesso, stimolante e sconvolgente!

Ma alla fine, al di là della perfezione con cui questi mostri vengono resi e scrutati, chi se ne cale di loro? Quella che conta sul serio, semmai, è l'analisi acutissima che Brooks fa della società, senza risparmiare nessuno, puntando il dito, ma senza esagerare... Perché non ce n'è bisogno, è tutto già abbastanza atroce così, giocando la carta più nera della verosimiglianza, senza dover inventare troppo.

Il libro è strutturato in una serie di interviste fatte ai quattro angoli del globo, a soggetti completamente diversi tra loro (medici, politici, disabili, ragazzine, soldati...). Ricostruisce la sorpresa del primo attacco (avvenuto in Cina, a causa di un “nonmorto subacqueo”) e come gli zombi si siano diffusi in tutti i continenti, quali responsabilità abbiano avuto in questo i Governi dei vari Paesi, i Media, le case farmaceutiche, quali siano state le varie conseguenze, anche su un piano geografico, biologico (gli zombie hanno portato all'estinzione delle balene, i gatti sono evoluti in predatori pericolosi) e sociologico, e come abbiano reagito le Nazioni (Israele decide di isolarsi, la Russia attua la decimazione romana sui suoi soldati dissidenti, e poi c'è il disumano Piano Redeker, con le sue varianti...) e gli individui (eroi, codardi, cannibali, suicidi, persone regredite allo stato selvaggio)...

Le reazioni possono essere molto diverse, ma, seppur frutto di speculazioni fantastiche, sono straordinariamente plausibili e descritte con coerente accuratezza.

Il romanzo ha connotazioni satiriche e ha il potere di dare dei begli scossoni al lettore... ma anche di commuoverlo (il racconto della squadra cinofila), di terrorizzarlo (gli esempi si sprecano), e di ammaliarlo con il suo orrore (con quel che è accaduto ai migranti in Canada)...

Alla fine, quel che ci si para davanti è un affresco geniale, privo di pecche, denso di genio.

Un'opera concettualmente monumentale e indimenticabile, che si propone di essere documentaristica, ma che è soprattutto immensamente emozionante!

venerdì 24 aprile 2015

Una bislacca famiglia


F. COMPO
di Tsukasa Hojo
 
 
Ossia Family Composition, un manga in 14 volumetti dello stesso autore di “Cat's eye” e “City Hunter”, a mio parere la sua opera migliore, benché quella di minor successo: garbata, originale, ma soprattutto incredibilmente divertente!

La protagonista è questa bislacca famiglia, in cui lui è una lei e lei è un lui (et cetera et cetera, perché non finisce qui...), e dove regnano confusione e simpatia, ma anche tolleranza e comprensione.

Siamo, dunque, al cospetto di una commedia che gioca sugli equivoci e sulla sorpresa e ha il pregio di trattare l'omosessualità come una cosa naturale, anche se forse, è vero, ogni tanto un po' di retorica emerge, e magari anche un po' troppe “coincidenze” (possibile che capiti tutto qui!!?), forzature, ingenuità... Ma compensate da tanta poesia, dolcezza e calore umano...

In quanto a noi, conosciamo la famiglia a poco a poco, attraverso gli occhi di Masahiko, un ragazzo appena rimasto orfano, che quindi sarebbe costretto da contingenze economiche a rinunciare agli studi, se non fosse per gli zii che decidono di accoglierlo presso di loro... e che non hanno nulla a che fare con dei parenti “tradizionali”, a prescindere dalle inclinazioni sessuali.

I primi numeri sono i più carini, i più briosi, e probabilmente la serie sarebbe stata più incisiva se un po' scorciata, ma ci si affeziona presto a tutti, per contro, e si è contenti di restare in compagnia dei protagonisti il più a lungo possibile. E poi... l'ho già detto che ci si fanno delle gran risate? Mi sono trovata spesso con le lacrime agli occhi e il mal di pancia!

Anche i disegni sono notevoli: realistici, dettagliati, con belle sfumature, ma molto espressivi...

In totale: un manga davvero particolare, diverso da tutti, ed estremamente speciale (e, tra l'altro, tra i miei conoscenti, molto apprezzato anche da chi i manga non li mastica spesso)!

Adesso ha qualche annetto, ma spero non sia impossibile da recuperare...

giovedì 23 aprile 2015

Suscita un tale nervoso...

RIPUDIATA
di Eliette Abécassis


Per molti versi un romanzo interessante, per altri... la voglia è soprattutto quella di imbracciare un bazooka!
Interessante perché ci permette di scoprire la cultura ebraica dall'interno, non solo con le sue abitudini di vita, ma anche in relazione al sistema di credenze e di pensiero. E poi perché si parla di amore, ma non con le solite melensaggini pseudo-romantiche... Piuttosto si discute di un sentimento vero, difficile, ingombrante, di un fardello, quasi, che ci impone scelte difficili...
Ma veniamo al bazooka.
Il bazooka è per l'ottusità di certi modi di pensare, per l'assurdità della condizione della donna (e l'opera è ambientata ai giorni nostri, mica nel Medioevo!), per il ridicolo di certi atteggiamenti e certe accuse... E poi dicono degli arabi! Purtroppo non ci sono solo loro, che diamine!
La protagonista, infatti, Rachele, in dieci anni di unione coniugale non è ancora riuscita a concepire... Non c'è riuscita perché lui (non lei, tra l'altro) è sterile... La colpa, naturalmente, è di lei (perché? Perché è così e basta), indi, in base alla legge ebraica, il marito ha la facoltà di ripudiarla.
Lui non vuole: nonostante il matrimonio fosse stato combinato, infatti, ama sua moglie. Pazienza, si dirà. In fondo, è una facoltà, non un obbligo... Solo che, lui è osservante e viste le reazioni della società, ed in particolare dei tuoi parenti più prossimi, un obbligo sostanzialmente lo diventa...
Misericordia!
Lo stile è fluido, scorrevole, arriva dritto al punto, nonostante qualche digressione, peraltro non spiacevole. A tratti è sensuale, a tratti accorato e straziante, ma senza cercare il melodramma. Il romanzo comunque è brevissimo, si legge in un lampo.
Ma suscita un tale nervoso che se l'intento non fosse quello di denunciare probabilmente l'avrei buttato in lavatrice e attivato la centrifuga.
Naturalmente questo non significa che non sia da leggere.

Significa che lo è.

mercoledì 22 aprile 2015

Gli uomini ne escono malissimo

MALEFICENT
di Robert Stromberg
(2014)


Una rilettura inedita e stimolante della classica fiaba de “La Bella Addormentata nel Bosco”, con una Angiolina Jolie maestosa e superba (benché nelle prime scene la sua scheletricità mi urtasse parecchio), paesaggi stupendi ai confini del sogno, una principessa Aurora dolcissima e radiosa (come sempre è la deliziosa Elle Fanning), e tre fatine mirabilmente idiote, di cui, sì, è divertente burlarsi...
Rispetto alla versione più nota la prospettiva è completamente ribaltata, non solo perchè la protagonista è la strega (fata) cattiva, ma perché non è cattiva per niente!
Malefica, infatti, lungi dall'essere malvagia, è piuttosto una creatura tradita e vilipesa, ma ugualmente nobile e fiera, la più potente tra le fate, che in gioventù ha avuto la sventura di innamorarsi di Re Stefano (Sharlto Copley), il padre di Aurora, colpevole di averla ingannata, sfruttata e mutilata... All'epoca, però, non era ancora Re, solo un ragazzotto plebeo e ambizioso.
La verità è che, in generale, gli uomini escono malissimo da questa fiaba così reinterpretata, infingardi e avidi, a partire da lui, Stefano, che si macchierà di colpe su colpe scatenando la giusta ira della povera Malefica, di cui non possiamo che sentire la sofferenza, ma che presto, grazie ad Aurora, ritroverà la compassione e, finalmente, la felicità (bello il loro rapporto, in bilico fra molti sentimenti, ma sostanzialmente positivo)...
Per gli amanti del lungometraggio animato della Disney è un piacere riempire i buchi narrativi (nonostante qualche svarione) e cogliere le curiosità e i ribaltamenti di valore, per gli altri è comunque coinvolgente la trama, a tratti molto forte, straordinariamente complessa, che spesso sfiora l'epicità, per di più sorretta dalla notevole fotografia immaginifica e dalle interpretazioni magistrali dei protagonisti.
Purtroppo il film non è esente da difetti: qualche incoerenza a livello narrativo c'è, alcuni passaggi sono un poco lenti, ma non importa, sono nei trascurabili, specie perchè ci piace come viene ridefinito il concetto di amore, e, in particolare, il rapporto tra la Principessa e il Principe Azzurro, che, da Shrek in avanti, si rivela clamorosamente sempre più inutile (il Filippo delle origini animate era adorabile)...
A questo punto, però, chiarito che Malefica è sin dall'inizio una figura positiva, vulnerabile e coraggiosa, sorge spontanea una domanda: chi diavolo l'ha chiamata Malefica? E perché? Che senso ha? Forse i genitori la odiavano?
A questo proposito avrei apprezzato qualche spiegazione, magari utile a permettere la coesistenza delle due versioni Disney della stessa fiaba... Che ne so, qualcosa del tipo: “La bella Addormentata è quella tramandata dagli uomini, questa è quella delle Fate...”
Amen.
P.S.

Un cenno a Fosco, il corvo della protagonista, che ho sempre adorato sin da quando la comunque affascinante Malefica de “l'addormentata” lo chiamava mio diletto, perché i corvi sono da sempre una delle mie passioni: da Hugin e Munin, al Matthew di Sandman... Indubbiamente, dopo le due eroine, il personaggio più bello!

martedì 21 aprile 2015

Un viaggio su carta


GUARDAR LONTANO VEDER VICINO
di Philippe Daverio
 
 
Non è un manuale di Storia dell'Arte.

Di Arte si parla, si procede cronologicamente (cominciando con Giotto e finendo con Caravaggio), si discute di molte bellissime opere cercando di fornire loro un contesto, ma, rispetto ad un manuale, c'è di più e c'è di meno, per cui il volume è qualcosa di completamente diverso, spassoso, intellettuale (ma non troppo) e piacevolmente innovativo.

Per apprezzarlo, però, a mio parere qualcosetta bisogna aver studiato, per quanto l'intento sia prettametne divulgativo e lo stile piacevolmente colloquiale e leggero.

E ora che sappiamo che cosa non è, chiariamo che cos'è...

Un viaggio su carta, direi...

Un viaggio iniziatico, a base di curiosità, cultura e pettegolezzi, con un discreto e frequente spostamento del punto di vista, che, come dice il titolo, ci insegna a guardare, ma anche a vedere, citando Botticelli e Piero della Francesca, ma pure le Tartarughe ninja.

Indagando, riguardo a queste ultime, sul perché i nomi scelti per loro siano proprio Raffaello, Donatello, Michelangelo e Leonardo...

Neo maggiore: rimaniamo quasi sempre in Italia, per lo più nell'alveo del Rinascimento, e all'appello mancano comunque tanti artisti, tante correnti, tanto di tutto, e molti autori sono trattati troppo velocemente...
 
Philippe Daverio, nella caricatura del nostro vignettista

Non è una vera mancanza, però, il libro è stato progettato così, proprio perché può, in quanto – lo ribadisco – non è un manuale, e ha quindi legittimamente l'ardire di soffermarsi su ciò che spesso viene ignorato (pittori minori), ignorando ciò che di norma si è usi approfondire... Lo sappiamo, certo, siamo stati avvertiti, solo ci piacerebbe averne di più, anche perchè le oltre 400 pagine corredate di immagini a colori si leggono davvero velocemente!!!

Fioccano dettagli inediti, similitudini e assonanze su cui mai ci è capitato di riflettere, oppure sì, ma pensando fossero solo fantasie... Ci divertiamo e ci istruiamo, e quasi non ce ne rendiamo conto... Perché a muoverci sono soprattutto la passione, la curiosità e la simpatia.

Ecco... Dopo i tre tomi del Museo immaginato, l'ultimo volume di Daverio che mi rimaneva da leggere... Quando verrà pubblicato il prossimo?

lunedì 20 aprile 2015

Non un banale racconto d'amore


BELLEZZA
di Kerascoët e Hubert

 
Se ho impiegato tanto a recensirlo è perché il mio fumettivendolo di fiducia ha dovuto riordinarmelo... Benché Kerascoët mi piaccia, infatti, non avevo richiesto “Bellezza” quando avevo esaminato l'Anteprima: la trama mi destava troppe perplessità. Sembrava la solita fiaba trita con la protagonista brutta e sventurata, per giunta con un nome orribile – Baccalà –, che poi ottiene l'avvenenza in dono dalle fate e può finalmente sposare il Principe Azzurro... E chi se ne cale!

Solo che quando ho visto il volume... era così esteticamente perfetto, pur avvolto nel cellophan, che non ho potuto resistere e siamo andati al riordino! Grazie al cielo, perché a livello contenutistico è un'opera ben diversa da quel che paventavo! L'incipit è quello, sì, ma gli sviluppi assai peculiari: la fata che cambia la vita a Baccalà – Mab, guarda un po' – non è per niente buona – a pagina 42, per citare un dettaglio senza fare spoiler, la vediamo mentre si nutre beatamente delle viscere di un uomo morto – e quello che toccherà alla protagonista – che non è né profonda né intelligente, e come eroina positiva lascia molto a desiderare – non è un bel regalo ma una sorta di maledizione, che solo apparentemente la condurrà alla felicità...

Gli uomini, infatti, impazziscono per lei (non bella, in realtà, ma che appare tale) e sono disposti ad uccidere, a tradire, a rovinarsi pur di averla, e, perché no, anche a violentarla.... Le donne sono gelose, invidiose, pronte a deturparla, e, in generale, non agiscono meglio... Insomma, ne vediamo di tutti i colori: Regni distrutti, villaggi devastati, morti, decapitazioni, con qualche delicato accento splatter (più sottinteso che descritto) a dispetto della grazia sognante del disegno...

Ma anche quando pensiamo di aver capito quale direzione prenderà la storia, senza dispiacerci troppo per la sua ferocia e per la sua amara cupezza (anzi...), Baccalà – ora chiamata Bellezza – saprà sorprenderci, imparare dai suoi errori, agirà anziché subire o prestarsi all'inganno, e le prospettive miglioreranno...

Insomma, non un banale racconto d'amore con personaggi tagliati con il coltello, ma una narrazione sul male, se vogliamo, sulle sue accezioni, sulla meschineria degli uomini, delle donne e delle fate, sull'apparenza e sul suo discutibile valore (come, alla fine, ci insegnano Eudes e, dal principio, il dolce Pierre)... Una protagonista miserella, fuori come dentro, che poi trova se stessa, grazie alla figlia, brutta, ma perspicace e acuta.

E non mancano nemmeno altri personaggi interessanti, che, almeno parzialmente, si sottraggono alla regola della malvagità (Claudine, ad esempio, o Pierre), o che, pur non solo per meriti propri, riescono a riscattarsene o a maturare (come Eudes o la stessa Baccalà), e poi questa rappresentazione del Piccolo Popolo, particolare, sofisticata e minuziosa, che ci fa pensare ai dipinti di Bosch, la preziosa bicromia delle pagine, i colpi di scena, la crescita dei personaggi...

Anche se, riflettendo, non di sola malvagità si può parlare, perchè la gamma dei sentimenti/qualità/passioni coinvolti è molto più vasta e più sfaccettata...

Ma ad essere vergognoso è che anche io (ora pronta a puntare il dito), come già ammesso, ho acquistato il volume principalmente perché lo trovavo “bello”, pur diffidando (a torto) dei suoi contenuti...

venerdì 17 aprile 2015

Il mio cartone preferito!

OVER THE GARDEN WALL
 -Avventure nella Foresta dei Misteri- 


Per innamorarsene perdutamente basta vedere i disegni: pura poesia di stampo fantastico, non belli in senso classico, ma con particolari terrorizzanti frammisti a “tenerosità”, con un tocco vintage a impreziosirli, tanta immaginazione senza limiti, e qualcosa di insinuante e sottile, che ti fa venire i brividelli lungo la schiena e ti ricorda cose senza nome che si acquattano nel buio, ma che al contempo sono incredibilmente divertenti...
E infatti questo cartone animato è un capolavoro, provare per credere! Una miniserie di soli dieci episodi di dieci minuti ciascuno, e uno tira l'altro peggio delle ciliegie...
Ci sono misteri oscuri, che si sveleranno alla fine, quelli impliciti – ad esempio relativi al buffo ed inusuale abbigliamento dei protagonisti – più interessanti di quelli espliciti – chi è la bestia malefica che si aggira nel bosco? E che ruolo ha il taglialegna con la sua lanterna? Che succede se si spegne? –, ma soprattutto c'è Greg, uno dei personaggi più dolci e deliranti di sempre, un bimbo così candido e ottimista da non aver paura di nulla, più grande di qualunque situazione gli si presenti dinanzi, con una soluzione per qualunque problema, mostruoso o no (se ti lamenti di essere matto, ti dirà: non essere matto, come se tu potessi decidere... E chissà, magari puoi!)! Misericordia, adoro Greg!!! E pure la sua rana dai molti nomi provvisori... che se ne sta sempre cheta cheta, placida e flemmatica, gracidando al momento giusto. E quasi ci ricorda un gatto o un cagnolino ultra simpatico, ma quando canta...
La nostra stupenda avventura inizia con due fratellini, Wirt il maggiore e Greg in età prescolare, che si perdono in un bosco... Qui fanno diversi incontri strambi e vivono svariate avventure a sfondo horror, assai suggestive e tendenti al folle... Quando si ha l'occasione si canta una canzoncina poco sensata (tipo “Adenoide” o “Patate e melassa”) e si fa un balletto... Molti incipit possono sembrare già noti, ma ci sono un sacco di soluzioni originali, piacevolmente tenebrose, e ghiottonerie lungo la via (l'uomo della strada che fa incontrare le direzioni, l'ostetrica seduta in taverna che sputa un pesce intero... o il pesce che pesca...).
Uno dei personaggi più importanti in cui ci imbatteremo sarà Beatrice, l'uccellina azzurra (odiosetta), che ci consiglierà di rivolgerci ad Adelaide per ritrovare la via di casa...
Personalmente apprezzo Spongebob e pure Adventure Time (dello stesso autore di “Over”)... Ma a piccole dosi, centellinati, perché sono eccessivi e io ormai sono cresciutella, mi stancano in fretta... Over the Garden Wall è su un piano diverso, dal fascino più discreto, più nero, che non ti dà l'impressione di costringerti a regredire per apprezzarlo, limitandosi a spalancarti gli occhi in un mondo delle meraviglie senza tempo...
In ultimo, un cenno sul doppiaggio, affidato a Sio (Wirt e Greg) e a Cristina D'Avena (Beatrice): è una delizia! Insomma, in linea di massima io sono una di quelle che preferisce i professionisti agli stupidi personaggi famosi (quanti film e puntate dei Simpson rovinate da tizi incapaci e insopportabili – comici, presentatori, oche televisive – che si ostinano a portare il loro inutile personggio fuori contesto o, semplicemente, fanno vomitare?), ma Sio e Cristina sono perfetti e, anzi, Sio in particolare riesce persino ad aggiungere spessore e simpatia ai due fratellini! Grandissimo!

In quattro parole: d'ora in poi, il mio cartone preferito! Anche più di “The Slayers”!

giovedì 16 aprile 2015

Un concentrato di pungolature e cattiverie


CHI HA PAURA DI VIRGINIA WOOLF?
di Edward Albee
 
 
Che poi è la versione degli esasperati coniugi Martha e George di “Who afraid a big bad wolf?”... Ma qui non ci sono i tre porcellini, non c'è Ezechiele e nemmeno Walt Disney: piuttosto un amaro e graffiante spaccato della folle vita matrimoniale della borghesia americana!

Conosciamo, dunque, due coppie di coniugi, una giovane e l'altra meno, Martha e George, appunto, i padroni di casa, e dato che l'atmosfera è cupa – e feroce e vagamente squilibrata – al posto del grande lupo cattivo, ci mettiamo la povera scrittrice!

Il dramma è un concentrato di pungolature e cattiverie, in cui i ruoli si alternano, si invertono, e il marcio non fa che salire a galla, confidato o confessato, o semplicemente carpito, e presto raggiunto da altro marcio, in un agonizzante gioco al massacro ...

E anche chi, in apparenza, ci sembra solo ingenuo e frastornato, rivelerà presto i suoi tristi retroscena, i suoi oscuri segreti...

L'opera è geniale e semplice ad un tempo, cambia frequentemente registro, virando dal grottesco al patetico, dal brillante all'isterico, prestandosi ad una molteplicità di interpretazioni (c'è chi sostiene che la coppia giovane, Nick e Honey, in realtà non esista e sia la proiezione di Martha e George), ma mantenendo sempre gli artigli ben affilati, pronti a colpire...

Non importa se ci sono solo quattro personaggi e se come opera teatrale è relativamente lunga, con dialoghi fitti... il lettore la divorerà (e ne sarà divorato)!

Ci sono poi pregevolissimi picchi di angosciante assurdità (la faccenda del figlio immaginario che George decide di far morire), di delirio e di tragedia personale, relativa alla coppia come all'individuo...

Indiscutibile la finezza psicologica del suo autore.

mercoledì 15 aprile 2015

Camei preziosi e interpretazioni fuori dall'ordinario

I GUARDIANI DELLA GALASSIA
di James Gunn

(2014)


Da settimane il Blu-Ray girava per casa, da mesi lo scrutavo con sospetto, invece... Spettacolare!
Da tempo non mi capitava di vedere un film così coinvolgente, dal punto di vista dell'intrattenimento (combattimentimenti, battute brillanti – indiimenticabile “il maleficio pelvico”, sequenze d'azione), ma anche emozionale!
I protagonisti appartengono al filone dei Supereroi, sì, ma “spaziali”, e più che i classici eroi Marvel, ci ricordano i fasti di Guerre Stellari (e le buone vecchie pellicole anni 80)!
Un perfetto melange di avventura, azione, commedia, sentimento e dramma, più complesso e stratificato degli Avengers, meno pomposo, più raffinato, con ritmo e chicche a volontà, Sense of Wonder (da Howard il Papero a Benicio Del Toro... E al MPM è parso di riconoscere Superman in una delle vetrine del Collezionista...) e una colonna sonora spettacolarmente godereccia!
Ma sono i personaggi che fanno faville!
Dopo un inizio descrittivo e in sordina, si presentano come carini e assai caratterizzati, ma poi si rivelano dotati di spessore... L'elemento migliore, però, è il modo in cui si rapportano l'uno all'altro, completandosi e arricchendosi a vicenda, creando gag su gag semplicemente interagendo, mettendo in risalto similitudini e differenze reciproche, fino a che, finalmente e con somma gioia da parte di tutti, diventano amici e formano una vera squadra!
Divisi sono buoni personaggi, uniti formano un team eccezionale, che ci regala persino (chi l'avrebbe detto in un film del genere?) momenti di quasi-commozione... Groot, in particolare, che in principio ci pare quasi la versione erbacea di Hodor de “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”, si rivela amoroso al massimo e tutt'altro che sciocco!
Pure il Cast è di rilievo, con camei preziosi e interpretazioni fuori dall'ordinario (chi l'aveva mai visto Vin Diesel così?), e gli affetti speciali assolutamente all'altezza, ma non preponderanti, come si sarebbe potuto temere...
Assolutamente da non perdere!!!
P.S.

A parte il solito cameo di Stan Lee, il regista Rob Zombie, John C. Reilly e la poliedrica Glenn Close... Troviamo pure Michael Rooker, che in “The Walking Dead” è il fratello di Daryl, Merle, nei panni di Yondu, pirata spaziale, rapitore di Peter Quill/Star-Lord e sua pseudo figura paterna...

martedì 14 aprile 2015

Fare il Re a pezzi...


UNA PRINCIPESSA PER DUE RE
di Philippa Gregory
 
 
E con questo romanzo arriviamo al quinto volume dedicato alla “Guerra dei Cugini”, quella delle Due Rose, Lancaster e York... Si potrebbe pensare sia l'ultimo, visto che quasi ci congiungiamo con “Caterina, la prima moglie”, ma è prevista la pubblicazione di un sesto libro, “The King's Curse”, ancora inedito in Italia...

In “Una Principessa per due Re”, peraltro, approfondiamo la conoscenza di Elizabeth, la bellissima primogenita di Elisabetta Woodville, che dopo aver perso il padre e l'amore della sua vita (lo zio Riccardo), è costretta a sposare Enrico Tudor, lo scialbo rampollo di quella racchia bigotta di Margareth Beaufort, che, guarda caso, ha pure ucciso barbaramente il suo diletto...

Elizabeth, da nobile dama, futura Regina e ragazza di buon cuore quale è, si sforza comunque di amare lo sposo toccatole in sorte, ma a noi è proprio impossibile affezionarci all'insulso Enrico VII, corroso dall'insicurezza e dall'ambizione, traboccante di rancore, privo di nobiltà e grandezza.

Ci sono alcuni passi davvero difficili da digerire, a base di stupri e umiliazioni, vorremmo essere lì e fare il Re a pezzi, mettendolo di fronte alla sua miseria umana e morale... Nessuna sorpresa che l'orribile Tudor non sia amato nemmeno dal suo popolo, che non fa che congiurare contro di lui.

Odiamo lui, dunque, e la sua devota madre, ma amiamo lei, Elizabeth, dolce e radiosa, determinata e ingenua, non non priva di acume...

Tra le tematiche più interessanti, le solite insidie del potere e il peso della corona, ma altresì le difficoltà del legame matrimoniale, i suoi alti e bassi, il rapporto madre/figlia e la drammatica condizione della donna, sia pure di alto lignaggio e con una posizione influente...

Vediamo, poi, la nostra beniamina Elisabetta, ormai vedova, da un'angolazione nuova, più vivace, più sfaccettata, e ripercorriamo ancora una volta – e con un dolore ancora maggiore – il mistero della Torre, romanzato ma plausibile, e il destino dello splendido e sventurato Principe di York, che ci strazierà il cuore...

Storicamente i Tudor non ne escono benissimo, ma non ci importa, perché abbiamo imparato ad odiarli.

Non tutti. Non Arturo, che, come suo fratello Enrico, è già se stesso... Ma...

Beh, il resto è storia...

lunedì 13 aprile 2015

Un'opera graziosa


INTO THE WOODS
di Rob Marshall

(2014)
 
 
Erano secoli che non andavo al cinema, e mi è bastata una volta per ricordarmi perché e per ripromettermi di non tornarci più, almeno per i prossimi tre anni...

Non a causa del film. I motivi sono altri e appena possibile vi dedicherò un post. Il film, tutto sommato, era carino. Non eccelso, no. Carino.

Certo, ancor prima di entrare i commenti che ci hanno accolti erano del tipo: “Voglio il rimborso!”, “Che meee...daaa!!!”, “Mia moglie non ha fatto che dormire: ma quanto l'ho invidiata!”, “Troppo caotico: non si capisce niente!”..

I miei amici (la Scimmia, in particolare) hanno iniziato ad allarmarsi, io a rincuorarmi: non mi fido delle opinioni della massa, le pellicole che hanno più successo in Italia sono quelle dei Vanzina, a base di parolacce e “umorismo” scatologico, perciò... E poi bisogna vedere che si aspettavano quegli spettatori (il cui livello era beatamente basso, per quel che ho potuto constatare dalla finezza del linguaggio e dall'acutezza delle osservazioni)... Intanto sapevano che “Into the Woods” è un Musical? E che è a base di un mix di fiabe (nello specifico: Cenerentola, Raperonzolo – il cui personaggio è però molto marginale –, Giacomino e la pianta di Fagioli, Cappuccetto Rosso) che si intrecciano?

Senz'altro non è un film eccezionale: troppo lungo, avrebbe dovuto essere scorciato di almeno mezz'ora buona; le canzoni sono piatte, eccessivamente simili fra loro, la fotografia irrilevante (laddove, visto il soggetto, avrebbe potuto facilmente regalare meraviglie) e la tanto decantata presenza di Johnny Depp si riduce a cinque minuti lesti lesti...

Però...

Meryl Streep (questa volta nei panni della strega) è (come sempre) strepitosa, la trama originale ed interessante, ricca di piacevoli rivisitazioni (ad esempio, riguardo al Principe Azzurro, ma non solo...) licenze, e sviluppi totalmente nuovi; il montaggio animato e percorso da soluzioni divertenti, persino frenetiche; le sovrapposizioni tra i vari personaggi gradevoli e ammiccanti... Difficile da seguire? Magari per quei poveretti che dispongono di un solo neurone! Persino Testacigna – noto per essere di mente “rigida” e poco immaginifica – non ha avuto difficoltà!

Ho apprezzato, inoltre (per quanto a tratti mi abbia un po' irritata) la crassa ignobiltà dei protagonisti: egoisti, arraffoni, antipatici, truffatori, immorali... Più di tutti quella spregevole taccheggiatrice di Cappuccetto Rosso (deliziosa la battuta, indovinate di chi, sulle sensazioni che suscita il parlare con il proprio pranzo)! Lo si può considerare un “rendere le fiabe più adulte”, o più realistiche...

Non mancano poi atrocità di vario tipo, dalla cecità alle mutilazioni, per quanto non troppo insistite... Infine, un rammarico: mi sarebbe piaciuto vedere il Paese dei Giganti!

Nel complesso, dicevo, non un capolavoro, ma senz'altro un'opera graziosa, con diversi momenti felici, che non è perfetta ma – a differenza di tanti imbarazzanti successi al botteghino – ha la dignità di film.

venerdì 10 aprile 2015

Pura suggestione visionaria


IL MARE DI LEGNO
di Jonathan Carroll
 
 
Sofisticato ed elegante, con punte di genuino paradosso, nonché uno dei miei romanzi preferiti in assoluto, che riunisce i pregi dei classici e quelli del romanzo di intrattenimento perché sì, diverte e accompagna il lettore con una trama accattivante e armoniosa, che oscilla tra mystery, surrealtà e terrore, mescolando di tutto sul piano immaginifico... ma solletica altresì interrogativi esistenziali che offrono prospettive insolite e panorami ignoti, che vanno oltre la pagina scritta, sconvolgendo i pensieri e le sensazioni e coinvolgendo più livelli di lettura per sfociare in una fine analisi psicologica...

Invero, non ho capito la fine (che mi è parsa un poco frettolosa), e ci sono molti nodi che mi sembrano irrisolti: posso interpretare, darmi delle spiegazioni, ma nessuna mi soddisfa e ognuna mi pare farraginosa...

Non un'opera perfetta, dunque, e anche lo stile non è eccezionale – non rilevo mancanze, solo non mi ha colpito per la sua trascendente bellezza, per quanto sia fluido, onesto e scorrevole (oppure è eccezionale proprio per questo, per quanto riesca a non essere invasivo?) – ...dunque, alla luce di ciò, potete immaginare quanto sia potente e strabiliante la trama?

No, non potete. Dovete proprio verificarlo di persona: perché non assomiglia a nulla di scritto ed è un tripudio di immaginazione e “concettualità filosofica”, che, miracolosamente, riesce a restare in equilibrio senza crollare e senza contraddirsi.

Del resto il libro mi ha sedotta da subito, con questo cane a tre gambe – chiamato Antica Virtute – che muore per poi ricomparire e innescare una serie di stranezze incongrue... Pare di respirare l'aria di un sogno, ma uno di quelli fatti da svegli, ricchi di risvolti inquietanti e significativi, che tuttavia non riesci a decifrare del tutto perché sono impalpabili, eppure ti rivelano su te stesso – come individuo e come generico essere vivente – più di quanto non faccia qualunque verità...

L'atmosfera è pura suggestione visionaria e il carismatico Frannie McCabe, capo della polizia di Crane's View, è forse il miglior personaggio di Carroll...

Ammettiamolo, però, per quanto ami follemente questo scrittore, “Il mare di legno” è stato uno dei suoi primi romanzi che ho letto e può darsi sia per questo che il mio giudizio è così generoso (oltreché per l'affetto verso il protagonista)... “Mele bianche” è costruito meglio e tocca questioni a me più care, “Il paese delle pazze risate” risulta più complesso e più sferzante, tuttavia, temo, assai acriticamente, che “Il mare di legno” resterà comunque il mio libro di Carroll prediletto!

Se pure io l'abbia degustato avulso dal resto della sua produzione (che ho poi recuperato a posteriori) si tratta del terzo volume della trilogia di Crane's View (e tante tematiche, come i molti “io di età diverse” con cui il nostro eroe dovrà confrontarsi, torneranno anche nelle opere successive) per cui consiglio di leggere prima i precedenti: “Ciao, Pauline!” e “Il matrimonio dei fiammiferi”, in cui Frannie compare, ma solo in qualità di comprimario (e magari sono state proprio queste lacune a determinare il mio smarrimento nelle ultime pagine)...

Ve lo prometto, sarà meraviglioso: come se vi faceste di un migliaio di droghe insieme, senza effetti collaterali e rimanendo lucidi!

giovedì 9 aprile 2015

Ogni malvagità è relativa


LA GUARDIA DEI TOPI
di David Petersen
 
 
E siamo giunti al terzo volume, l'ultimo, con animo trepidante e un poco di malinconia... E forse, dei tre libri, questo è proprio quello che ho preferito, che più mi ha emozionata...

A colpire sono prima di tutto i disegni... Possono i topi essere carini? Eccome: dolci e morbidosi, con occhietti incantevoli e sguardi risoluti! Ma non facciamoci ingannare: i topi sanno essere feroci. In generale, si comportano con onore e coraggio e l'eroismo è all'ordine del giorno, ma quando è necessario i nostri sono spietati e combattivi. Della Guardia dei Topi, infatti, fanno parte solo i guerrieri più valorosi, che hanno il compito di proteggere il loro popolo, a prescindere da quanto sia grande il nemico...

Con tutto che, quando li vedi in azione, non sembrano più così piccoli questi topolini... Anzi, giganteggiano su tutti!

Ma rimaniamo ancora per un attimo sui disegni: sono stupendi, pittorici, ulteriormente impreziositi dalla colorazione perfetta, da un lettering accattivante e da un formato quadrato inusuale, ma d'effetto, con belle tavole grandi (più illustrazioni che vignette), ricche di dettagli, di spazi, di respiro... Il meglio, però, sono gli animali: uccelli, donnole, conigli, non solo topi (il gufo è indimenticabile): il tratto appare realistico e sognante ad un tempo, eppure umano, estremamente espressivo...

Poi c'è l'ambientazione: fiabesca, medievaleggiante, con i protagonisti che sembrano monaci guerrieri, dediti anche allo studio delle piante o alla scrittura, con il loro codice, le loro tradizioni, leggi e leggende, organizzati in città sotterranee e segrete, vestiti e armati di tutto punto... Ma ci sono anche dei risvolti oscuri, e presto, in questo microcosmo perfetto, aleggia l'ombra del tradimento...

Iniziamo con “Autunno 1152”, continuiamo con “La scure nera”, finiamo con “Inverno 1152”.

Sono cronache, quelle che leggiamo, con interessanti apparati esplicativi nelle ultime pagine... I personaggi ci piacciono, li ammiriamo e sovente, nonostante tutto, ci inducono alla tenerezza, ma priva di condiscendenza... Tuttavia non proviamo quell'empatia totale che dovrebbe consumarci: c'è una distanza fra loro e noi, forse dovuta al rigore delle loro regole. Eppure tre libri non ci bastano, e ne vogliamo ancora.

Invero, a livello narrativo c'è qualche breve momento di stasi, di eccessiva verbosità, ma passa in fretta, ed ogni attimo è riscattato dallo splendore grafico... E comunque quando arrivano le scene d'azione dimentichiamo ogni esitazione, e semplicemente “siamo”...

E apprezziamo il linguaggio, e il suo contenuto.

Perché, per quanto la natura sia bella, è anche crudele e la crudeltà è poliedrica e assume molte forme: insomma, i pericoli in agguato non mancano mai, dentro e fuori!

Ma il male – che ha sete di sangue – non è sempre nero, e a volte assomiglia più ad un punto di vista che ad una verità assoluta. E forse, in realtà, è questa la vera e profonda grandezza dell'opera.

La sua onestà di fondo.

Perché ci insegna che il mondo è spietato, ma che ogni malvagità è relativa.

E quindi, se pure abbiamo paura e sentiamo la morte perennemente aggirarsi nei cunicoli del nido, quasi quasi vorremmo essere anche noi dei topi, per sperare di essere ammessi nella Guardia!

mercoledì 8 aprile 2015

Alterna gioiosamente dramma e commedia


DEVIOUS MAIDS – PANNI SPORCHI A BEVERLY HILLS
 
 
Indubbiamente il livello non è altissimo per questa Serie Tv, ma poco importa: è simpatica, intrattiene, e, soprattutto, non provoca la morte dello spettatore per noia, a differenza di tante altre... Perché qualcosa succede sempre! Certo, a volte questo qualcosa sfuma nell'esagerato, nel forzato, nell'eccessivo... Ma regge lo stesso, grazie al contesto frizzante, che alterna gioiosamente dramma e commedia, con un accento tragico – e superficiale – per contorno, dal sapore di soap opera grottesca.

Invero, come prodotto, ricorda molto il precedente telefilm di Marc Cherry, “Desperate Housewives”: al posto delle benestanti casalinghe disperate, troviamo delle cameriere latine – ovviamente graziose e intelligenti – che lavorano per i ricconi di Beverly Hills, però le protagoniste sono ugualmente donne decise, pronte a prendersi quello che vogliono (magari sfruttando stratagemmi alternativi o poco ortodossi), che condividono con noi le loro vite, difficoltà e ambizioni, sempre inframmezzate ad una trama gialla, che a fine stagione si dipanerà in un cliffhanger pieno di nuove incognite.

Personalmente, credo sia questo l'elemento più imbarazzante: in generale la trama gialla è banalotta, già sentita (la seconda stagione si ispira a “Rebecca, la prima moglie”), e tristemente scontata e prevedibile.

Ma pazienza, perché la Serie è abilmente sostenuta dalle gag, dalle battute, e dai personaggi. Non mi piacciono tutti e non me ne dispiace nessuno: tra le protagoniste apprezzo in particolare Carmen – Roselyn Sànchez (che per certi versi ci ricorda Gabrielle Solis/Eva Longoria delle Disperate) e Zoila (Judy Reyes, alias Carla in Scrubs), ma a fare la differenza sono i perversi ed esasperati Powell! Quanto li adoro! Nella prima stagione (in cui le mie preferenze andavano al duo Odessa/Carmen) le loro scene mi stancavano un po', ma nella seconda, come coppia, fanno i fuochi d'artificio! Il loro rapporto coniugale è divertimento puro, con tutte le sue amene e piccanti contraddizioni, ma non privo di tenerezza...

Uno dei pregi della serie, infatti, è dare spazio anche ai comprimari, ben caratterizzati (deliziosa Genevieve, la datrice di lavoro di Zoila, dolcemente fuori dal mondo) riuscendo ad intrecciare così più sottotrame, più sottogeneri, tenendo sempre viva l'attenzione.

In ultimo, segnalo il post che il 21 gennaio 2014 il Mio Perfido Marito, su Delittando, aveva dedicato alla prima stagione... Come al solito è assai più tecnico del mio...

martedì 7 aprile 2015

Disseminato di indizi

REVIVAL
di Stephen King


Non il più bel romanzo del Re, ma senz'altro un buon libro, con una storia emozionante, che cattura dalle prime righe, pone alcuni fondamentali interrogativi, e tiene compagnia sino alla fine.
Il romanzo di una vita, di una crescita, di morti ingiuste, di sbandamenti e dolori, con picchi di autobiografismo e momenti molto lieti, poco splatter, ma tanto mistero, permeato di un'angoscia sottile, che diviene vieppiù claustrofobica e soffocante, fino al climax entusiasmante delle ultime pagine.
L'inizio, con l'infanzia del protagonista, Jamie, nella sua numerosa e colorita famiglia, è la parte che preferisco, perché, come sempre, King riesce a riempirla di incanto, di “magia ai lati”. E anche se, forse, non succede granché dal punto di vista “orrorifico”, te la godi un sacco, e ti sembra di respirare la tua gioventù. Non perché ti siano capitate le stesse cose, o tu sia vissuto in quegli anni, ma perché lo sguardo con cui le vicende vengono narrate, probabilmente è lo stesso che avevamo tutti: innocente e assoluto, propenso alla meraviglia!
Pure il “nemico” di turno non è male, il Reverendo Jacobs, che per certi versi ci sentiamo di comprendere e di giustificare, e a cui per altri siamo legati da un profondo affetto e riconoscenza (sebbene...), e che ugualmente, man mano, ci suscita sempre più ribrezzo, incrinandoci qualcosa dentro.
Mi piace, poi, come tutta la parte centrale del romanzo sia disseminata di “indizi”, riferimenti “neri”... come l'orrore si prepari a poco a poco, e come continui ad affascinarci e incuriosirci con le “statistiche” dei miracolati, che non rivelano, ma insistentemente suggeriscono per poi esplodere nella parte finale, senza deludere...
Anche tutta questa faccenda dell'elettricità è stuzzicante, e poi, naturalmente, le solite frasi sibilline, di grande effetto (la porta coperta di edera con le foglie morte, la Madre e via dicendo)...
Ho apprezzato, poi, l'omaggio a Lovecraft (e non solo a lui: come rivela la dedica, si possono intuire molti altri echi), benché abbia trovato poco convincenti le simil-formiche... Ma pazienza, nel complesso la storia funziona alla grande, i personaggi sono interessanti, ben costruiti, e ci sono ombre e luci piacevolmente alternate, oltre, naturalmente, allo stile magistrale di Stephen King...
Deliziosi, infine, i piccoli ammiccamenti a Joyland e alla Torre Nera (cui comunque, il finale, sembra in parte rimandare) – si vedano i nomi delle Band – e la passione musicale con “la roba che inizia in mi”...
Da leggere.
Per ritrovare il passato e l'innocenza (anche, su un altro piano, del genere horror).
Per affrontare la corruzione dell'animo.

Perché, semplicemente, è una bella avventura.