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lunedì 31 dicembre 2018

LE VACANZE DEL RAGNO... 3/3

ISTANBUL


E dunque, si diceva, dopo Sharm, Istanbul... che mio fratello ha trovato un po' deludente, più che altro perché era quasi tutto in corso di ristrutturazione.


Il posto più bello è senz'altro il Gran Bazar, un grosso mercato al chiuso, fitto fitto, quasi labirintico, con negozietti piccolissimi e ravvicinati, dove puoi trovare un'infinità di cose: specialmente the, tisane, spezie e ori (ma anche, ad esempio, uno stupendo negozio di lampadari e uno di cornici). Preciso, però, che l'oro è di cattiva qualità e viaggia sui 14 carati al massimo, mentre da noi, di solito, è almeno sui 18, per cui vale poco. Mentre passi ti vengono offerti di continuo bicchierini di infuso bollente. I negozianti sono un po' asfissianti e tentano in ogni modo di accaparrarsi clienti (peggio che in agosto al mare i venditori ambulanti).

In quanto al cibo, non si mangia male, ma il Ragno ha affermato di preferire il Kebab che cucinano in Italia (sic!), perché in Turchia propongono solo blocchi di carne uniforme. Da bere c'è lo yogurt acido, servito in un bicchiere pieno di schiuma, molto rinfrescante, ma quando è andato il Cucciolo era pieno inverno e faceva freddo, inoltre il piccolo ha patito lo sbalzo di temperatura, dopo il caldo dell'Egitto. Peraltro, nei negozi c'erano tipo 40 gradi, mentre all'esterno si gelava ed era un continuo shock termico, tanto che il Ragno è tornato malaticcio. Curiosità: c'è una marea di gente che ha subito un trapianto di capelli: ovunque teste colme di croste e di garze, sfoggiate con naturalezza. In Turchia con i trapianti di capelli sono all'avanguardia: con mille euro ti rifai la capigliatura. Ti piantano follicolo per follicolo e l'intervento dura nove ore. Dopo un anno il lavoro è bello, ma sul momento è impressionante.
 

Passando alle bellezze architettoniche, sono meravigliose le moschee, ad esempio quella di Santa Sofia, e il palazzo Topkapi. Purtroppo, però, la Moschea di Solimano era l'unica senza restauri in corso, ma a mio fratello è toccato vederla sotto la pioggia.  Peccato.
Nel complesso ha dichiarato di essersi divertito, ma di aver trovato tutto troppo turistico (si parla italiano dappertutto, manco inglese) e dubita che in futuro avrà voglia di tornarci.  

E l'Androide? Non c'era l'Androide con i suoi commenti assurdi? No, il Droide è stato un mese in Russia... prossimamente ci faremo raccontare anche la sua esperienza.
Baci e... omini col turbante.

venerdì 28 dicembre 2018

LE VACANZE DEL RAGNO... 2/3

SHARM EL-SHEIKH II


Proseguo da ieri, come se non mi fossi dovuta interrompere...
Orbene.
La temperatura nel deserto del Sinai è sui trenta gradi di giorno, ma di notte fa freschino. Ci sono molte oasi, ma sono state costruite artificialmente, ad uso e consumo dei turisti, e quindi devono essere annaffiate di continuo, 24 ore su 24, dai giardinieri, nonostante la presenza fissa degli irrigatori, con il conseguente enorme dispendio di risorse idriche. 
Lungo il Nilo, si possono notare sovente degli ibis appostati che aspettano i pesci. Pare che camminino sulla superficie dell'acqua, ma in realtà, poveretti, stanno in equilibrio sull'immondizia. 
Il Cairo non mi è piaciuto molto, è troppo degradato: l'appartamento più costoso, nella torre più alta in mezzo al Nilo, vale sì e no 200.000,00 Euro. In quanto al museo egizio... ho preferito di gran lunga quello di Torino! In compenso le piramidi sono straordinarie, mentre la Sfinge, contraddistinta dal naso mozzato, era piccola rispetto ad esse. A proposito, ci si può poi concedere una minicrociera sul Nilo, dove, se sei fortunato, ti fanno anche guidare la barca.


Per il cibo di solito ci arrangiavamo in Hotel, dove lo chef era italiano, ma evitando i succhi di frutta color evidenziatore, chiaramente fatti con le bustine. Comunque, in generale, le pietanze sono abbastanza vicine al gusto occidentale, solo più speziate e cotte in modo diverso. È altresì possibile pranzare presso la tenda dei beduini, ove abbonda, in particolare, la carne, ma conviene essere in due: se sei da solo ti appioppano uno sconosciuto per dividere il piatto. Ad ogni modo non c'è nulla di autentico: di nuovo si tratta di attrazioni per i turisti. Ed in effetti ci sono un sacco di cose “finte”, inclusa la porta di Allah, che è in cemento, e la Moschea – che però poi è stata consacrata lo stesso – o di curiosità sui generis, come una grossa crepa provocata da un terremoto, o un mare cristallino in cui tutte le donne che entrano restano incinte. I dervisci provano ad insegnarti a ballare... ma come gira la testa, dopo!  


In ultimo, una curiosità per liberare le vie nasali in Egitto usano dei cristalli di menta minuscoli: se ne scioglie uno nell'acqua bollente e si inspira con la bocca e con il naso. Dato che il Ragno ne ha portato un barattolino a casa abbiamo provato, pur essendo in perfetta salute... e ci siamo quasi cauterizzati il naso!
A lunedì, con il resoconto su Istanbul!

giovedì 27 dicembre 2018

LE VACANZE DEL RAGNO... 1/3

SHARM EL-SHEIKH I



Il cucciolo c'è stato a novembre, per poi spostarsi ad Istanbul, ma il post è slittato ad oggi perché mio fratello è tornato più o meno quando io sono finita in ospedale. Considerato che ho dovuto farmi raccontare tutto per bene, selezionare le foto e farmele inviare, eccoci ad oggi.
Procedo dunque a ruota libera, sperando di non fare pasticci ad abbinare le foto.
Dunque...
Pare che la cosa più bella sia la barriera corallina, perciò sono consigliatissime le immersioni. E' molto attiva e succede sempre qualcosa, ma bisogna stare ad osservarla con pazienza, mentre le guide e le correnti ti impongono di andare continuamente avanti. Purtroppo in foto non rende tantissimo, perché appare scura, laddove invece è molto colorata. Inoltre ci sono un mucchio di pesci (murene, pesci palla, pesci scorpione, pesce pietra, pesce pappagallo, pesce chirurgo...), alcuni dei quali pericolosi, per cui non bisogna toccarli. Facendo un paragone con la Thailandia, mon petit frère si è detto stupito di non trovare anemoni né pesci pagliaccio. Si è anche lamentato perché, a quanto pare, ci sono tanti scemi – assurdamente soprattutto del posto – che si divertono a distruggerla: è fragile, delicata, quindi non ci vuole molto per deturparla. Basta salirci con i piedi (che a loro volta rischiano di tagliarsi).
Tra i divertimenti spiccano, oltre allo snorkeling (con o senza guida, a seconda dei punti, per raggiungere i quali può rendersi necessaria una barca), quelli legati al deserto (tra le altre amenità, ci hanno fatto notare le tracce lasciate da un serpente, ha commentato il piccolo): gite sulla jeep o sul quod, a tutta velocità, sobbalzando tra le dune, davvero spassose, nonostante la sabbia in faccia (indispensabili occhiali e kefir - una sorta di foulard - per ripararsi) o le cavalcate sul cammello. A differenza dei cavalli, queste simpatiche bestiole hanno un'andatura sconclusionata, e il tuo corpo deve adattarvisi, non potendo permettersi di opporre resistenza. In certe zone, però, i cammelli  subiscono maltrattamenti e vengono presi abitualmente a frustate, per questo tendono ad essere nervosi e hanno il muso, già stretto nelle mortificanti briglie di metallo, pieno di ferite.


Ci vediamo domani con la parte due (più che altro perché se no diventa difficoltoso mettere troppe foto)...

mercoledì 26 dicembre 2018

Senza contenuti

I CUSTODI DEL MASER
di Massimiliano Frezzato


Non c'è che dire, questa è un'edizione superba, di pregio, con tanto di appendici e bozzetti, e, rispetto ai volumi singoli, persino economica. Inoltre i disegni sono stupendi, benché io non ami particolarmente le donne iper-poppute ed anzi mi facciano un po' senso. Persino i colori sono perfetti, e di sicuro apprezzo l'ambientazione e il genere fantascientifico con ammiccamenti al fantasy.
E allora perché “I Custodi del Maser” non mi è piaciuto?
Perché, mi scuso, ma, nonostante l'incipit accattivante, a mio avviso la storia, al di là di qualche intuizione felice, non ha contenuto e si fonda sul nulla. Inoltre è poco armonica, a tratti troppo veloce, a tratti incredibilmente prolissa, ci sono un sacco di pesantissimi spiegoni e c'è poca fluidità nella trama, che procede a strappi, a singhiozzi, e a volte mi è parsa addirittura confusa e poco comprensibile. Come se non bastasse è derivativa, mentre i personaggi restano caratterizzati unicamente dal loro aspetto fisico, senza essere altro che volti e – soprattutto – corpi. 
In effetti sul momento non mi capacitavo di come avevo potuto essermi fatta sfuggire un'opera tanto promettente ed impeccabile sotto il profilo grafico (i disegni e specialmente i paesaggi, sono eccezionali).
Poi, mentre leggevo, mi è sovvenuto.
Quando era uscito il primo volume, un trilione di anni fa, in fumetteria (non ancora INKiostro, ma quella orribile dove mi servivo prima) me ne avevano proposto l'acquisto e, per meglio convincermi, me lo avevano dato in lettura.
Lo avevo restituito storcendo il naso, facendo presente che non capivo che cosa dovessi trovarci di bello, a parte le tavole/illustrazioni.
Al che, il negoziante aveva confessato che in effetti erano più che altro le ragazze poppute a motivare le vendite.
E quindi, o perché mai avrei dovuto comprarlo? 
Probabilmente credeva che avessi altri gusti.
Che, in realtà, non avrei nemmeno se fossi omosessuale perché quelle boe sul petto mi farebbero impressione comunque.
Per il resto – salvo, se vogliamo, una nota ecologica verso la fine – non c'è davvero nessun motivo di interesse.  
Ma se vi bastano i disegni mozzafiato (poppe a parte), allora... Beh, allora dovete averlo.

martedì 25 dicembre 2018

Sentirsi estranei in casa propria

TEATRO GROTTESCO
di Thomas Ligotti


Lo confermo, è sostanzialmente lo svolgimento pratico del saggio filosofico dello stesso autore (tra l'altro simpaticamente citato nel volume) “La Cospirazione contro la Razza Umana” (si veda post 26 luglio 2018).
Un'antologia di racconti horror, insomma, brevi, di stampo lovecraftiano, quasi classici, pieni di angoscia, pessimismo e privi di riscatto, spesso assurdi, deliranti, che colpiscono soprattutto per l'atmosfera cupa, se non addirittura morbosa, e per le descrizioni. Arcane, ricercatamente antiquate, splendidamente esatte. Sanno di antico, di misterioso, ma anche di prezioso e di raffinato, con una sorta di distacco di fondo che contribuisce a farci sentire estranei in casa nostra, alieni e lontani, remotamente perduti e ormai impossibili da consolare.
In principio la prosa può apparire ostica, involuta, ma è solo questione di abituarsi al suo peculiare ermetismo, al suo ritmo polveroso e torpido, che sa di sogno vischioso, di incubo, di tenebra, e alla sua calibrata ciclicità. 
Basta proseguire flemmatici e ci si adatterà naturalmente a questi passi misurati, venendone tragicamente risucchiati e varcando, ignari, la soglia dell'ignoto, con i suoi abissi improvvisi, le sue astrazioni oscure, aspettando di urlare, da un momento all'altro, per poi accorgersi che lo si sta già facendo da un po'.
Ad essere onesta, alla pratica ho preferito la teoria (ossia “La Cospirazione contro la Razza Umana”), ma non posso negare di essermi comunque divertita, pur senza allegria, e che forse la cosa migliore sarebbe di affrontare i due volumi non in successione, ma in parallelo (ammesso che si riesca a reggere psicologicamente).

lunedì 24 dicembre 2018

Una sorta di infarinatura di dizionario

GUIDA AL CINEMA DI FANTASCIENZA 
di Roberto Chiavini, G. Filippo Pizzo e Michele Tetro


L'opera è divisa in due: prima traccia la storia del Cinema di Fantascienza, anno per anno, procedendo con tre grossi blocchi (dalle origini agli anni 50; gli anni 60, 70, 80; dagli anni 90 ad oggi), poi si dedica alle cosiddette icone del genere, ossia protagonisti (ovvero scrittori, registi, attori...) e personaggi, in quella che si presenta come una sorta di infarinatura di dizionario, maneggevole e divertente, anche se – suppongo volutamente – non proprio completa.
C'è qualche svista, qualche errorino, ma in linea di massima il libro, corredato di immagini in bianco e nero e con una veste grafica chiara e tale da stimolare la lettura, si legge volentieri. Lo stile è discorsivo, ma anche ironico e disinvolto, frizzante e complice, non troppo tecnico, e con  interessanti box di approfondimento – vicino a qualcuno superfluo –  e un'insolita attenzione anche agli epigoni mediocri dei film più famosi (sebbene non sempre, nel bene e nel male, ne condivida i giudizi: troppo generosi in certi casi, troppo severi in altri, benché, in linea di massima, sia abbastanza d'accordo circa il rapporto, ormai quasi inversamente proporzionale, tra idee ed effetti speciali).
Magari la seconda parte è un po' superflua, e avrei preferito sacrificarla a vantaggio di una trattazione più dettagliata della prima, ma questa scelta ha il merito di spostare la prospettiva, e di rendere la lettura più dinamica e varia.
In quanto, appunto, alla prima parte, cominciamo dagli albori del cinema muto per approdare al 2014. Più andiamo avanti più lo spazio dedicato all'annata analizzata aumenta, e, intanto, si cerca di tracciare bilanci e di contestualizzare il più possibile, sia pur sinteticamente, alla luce di episodi di cronaca e progresso tecnologico, talvolta con una nota nostalgica e romantica, riuscendo, tutto sommato, a sfornare anche considerazioni non scontate.
Purtroppo non riesco a recuperare la Guida Odoya al Cinema Horror.

venerdì 21 dicembre 2018

Tutta la potenza del rione

L'AMICA GENIALE


Ho adorato la tetralogia di Elena Ferrante, quindi, nonostante le critiche positive, l'idea di vedere la trasposizione Tv proprio non mi attraeva. Va bene, è una coproduzione Rai-HBO, chiaro sintomo di qualità, ma non ero convinta. Ho ceduto solo per via delle insistenze di MPM.
Ebbene, devo ricredermi. 
Questa miniserie è favolosa: azzeccatissimi gli interpreti, specie Lila e Lenù, sia da bambine che da giovinette. Ineccepibile la ricostruzione, la regia, il taglio cinematografico e poco televisivo di quasi ogni scena. E – questo proprio non me lo sarei immaginato – strepitoso il dialetto napoletano, così caldo, gastrico e musicale, che per giunta ti porta a cogliere nuove sfumature dell'italiano. Dopo un po' fai quasi a meno di leggere i sottotitoli. 
La trama è pressoché la stessa dei romanzi, e anche se la conosci torna a conquistarti con decisione, ma a vederla raccontare in modo diverso, ne focalizzi aspetti differenti, ne assapori nuovi riverberi, nuovi echi, e in più la puoi meglio condividere. La rappresentazione – di tipi e di luoghi, di sentimenti e desideri – è così precisa che non storci il naso accusando la lontananza dalla tua immaginazione. Al contrario, ti pare che certe cose, che prima avvertivi come narrate, ora ti suonino vere e pulsanti.
Non un calo di ritmo, non una virgola in più. E tutta la potenza del rione e dei personaggi, e in particolare di Lila, con la caparbietà e le contraddizioni ostinate del suo carattere e della sua intelligenza, oltre ad un eco – quasi assordante – di denuncia sociale. 
Stupenda, in ultimo, la voce narrante di Alba Rohrwacher.

P.S.
Che cosa penso della scena censurata della Rai? 
Che detesto le censure. Che, tutto sommato, sono contenta di non aver visto tutto. Che, comunque, ora dovrò riguardare la puntata su TIMvision per vedere la scena intera.

giovedì 20 dicembre 2018

Una storia dei tempi

L'ALTRA GRACE
di Margaret Atwood


Canada, 1843. Chi è Grace Marks? La vittima sedicenne di un sistema ingiusto o una terribile assassina? Il fatto di cronaca nera da cui si diparte il romanzo appartiene alla verità storica, ma la trama, articolata sul presente post-condanna e sul passato, sino al tremendo giorno del duplice omicidio, è stata arricchita di riflessioni, ipotesi, analisi e persino di qualche suggestione fantastica, che finisce col fornirci una spiegazione alternativa. A cui finiamo per credere, vuoi per il magnifico approfondimento psicologico, vuoi perché la ricostruzione storica è impeccabile.
La trama, letta adesso, di per sé non spacca: i colpi di scena, il finale a sorpresa... Nulla riesce a stupirci davvero. Tuttavia la scrittura della Atwood è meravigliosa, fluida, ma ricca, rigogliosa. Le descrizioni capillari e precise, ci mostrano com'era la vita all'epoca, nelle speranze e nelle intenzioni, nei fatti quotidiani e nei sentimenti. E ci piace Grace, con la sua calma posata, con la sua quiete algida e trasparente, che potrebbe nascondere un abisso in ebollizione, come non farlo ed essere solo se stessa. Ci piacciono i rigurgiti femministi, la sensibilità sociale, lo spirito pratico di Grace, e i momenti di cupa brutalità finalizzati alla denuncia. E infatti a colpirci non sono tanto quelli dell'omicidio, quanto i precedenti e i successivi: l'esperienza del manicomio, sia pur appena accennata, il processo, il carcere, la traversata, il rapporto con il padre, la cruda povertà...
Una storia come tante, forse, una storia dei tempi, semi inventata e semi vera. Ma impreziosita da una tale profusione di dettagli e da una tale atmosfera – ambigua e puntualmente definita insieme – da precipitarci lì, e farci sentire tutto di prima mano. Inclusa la desolante speranza di riscatto racchiusa nella buccia di una mela.
Questo è il secondo romanzo che leggo della Atwood (il primo è stato, ovviamente, “Il Racconto dell'Ancella”). Sicuramente non sarà l'ultimo. 

P.S.
Sì, da questo libro è stata tratta la Serie Tv di Netflix (si veda post 17 novembre 2017). Ma per quanto l'abbia apprezzata, il libro risulta più avvincente.

mercoledì 19 dicembre 2018

Molti spunti ma poca verve

LA BOTTEGA DEGLI ERRORI
di Douglas Lindsay


Commedia nera, che più nera non si può, travestita da thriller e animata da spunti geniali, quanto assurdi e paradossali, a volte vagamente sadici e veterosplatter, ma che avrebbe potuto avere più verve, specie sotto il profilo stilistico.
In realtà non mi spiego che cosa esattamente le manchi: l'autore è ironico e cinico q.b., però la sua prosa risulta come edulcorata, diluita, e le sue favolose stilettate a volte si smarriscono fra le parole perdendo incisività. Eppure non è prolisso, e nemmeno pedante o noioso. 
Forse, a ben rifletterci, il problema sta allora nel protagonista, il barbiere Barney Thomson, che, a differenza della madre, è un po' troppo timido, represso e compassato (esattamente il tipo di personalità che io patisco). Per quanto, anche ai fini degli sviluppi della storia, debba essere proprio così. 
Sia come sia, il romanzo si legge in fretta e volentieri, mentre la trama è una vera delizia, molto originale, e non si fa mancare niente: dal serial killer misterioso agli omicidi tragici e involontari. Anche se, a dirla tutta, tra uno schizzo di sangue e un corpo simpaticamente smembrato (no, l'avverbio non è casuale: c'è davvero una forte carica di simpatia nello smembramento dei corpi), suscita per lo più risate a denti stretti. 
Di questo romanzo esiste anche una trasposizione cinematografica del 2015, con Emma Thompson e Robert Carlyle, che è anche regista. C'è qualche differenza, ma nel complesso il film è abbastanza godibile, benché mi abbia trasmesso la medesima sensazione del libro: carinissimo, ma avrebbe potuto essere più salace.

martedì 18 dicembre 2018

Una commediola zuccherosa e sciatta

MAMMA MIA! – CI RISIAMO
di Ol Parker
(2018)


Vale a dire, il seguito del musical con le canzoni degli ABBA ambientato in una paradisiaca isola fuori dal mondo... solo che un po' va avanti, e un po' va indietro, raccontandoci come siamo arrivati – e stabiliti – in Grecia, e facendo, quindi, anche da prequel. 
Ma se il primo capitolo, pur nella sua semplicità, era stato una ventata d'aria fresca, coinvolgente e spumeggiante, il secondo, per quanto gradevole, è abbastanza moscio e a tratti sembra una commediola zuccherosa e sciatta. 
Per la trama  e per gli interpreti. 
I grandi nomi, infatti, sono sprecati (Cher, Meryl Streep, Pierce Brosnan, Colin Firth, Stellan Skarsgard, Andy Garcia) e usati a mala pena come comprimari, giusto per creare una continuità con l'antecedente o – nel caso di Cher e Andy Garcia– per stupire un po' (benché, bisogna ammetterlo, appena la signora fa il suo ingresso rivitalizza tutto il film). 
La trama ruota principalmente attorno ad Amanda Seyfried e Lily James... che sono tenere, intonate e carine, ma non molto di più (sebbene la parte di Lily James sia più radiosa e allegra). All'inizio, inoltre, apprendiamo della morte – buttata lì e francamente sentita come gratuita e ingiusta – di un personaggio fondamentale... che nel finale torna come “fantasma”, in una scena che sa un po' di grottesco, un po' di patetica melensaggine e un po' di scempio narrativo. 
Ci sono troppi passaggi pretestuosi, eccessi di melassa, e meno ritmo, anche se il film si guarda e a tratti si resta comunque ammaliati dagli scenari mozzafiato e da qualche canzone (MPM sostiene che non siano all'altezza del primo film, in quanto, a suo dire, gli ABBA, a differenza dei Queen, non possano permettersi di incantare anche con il lato b, ma personalmente io ho apprezzato la colonna sonora, specie “Waterloo”, soprattutto per la rutilante coreografia... nonostante a volte si abbia l'impressione di inserimenti canori un po' forzati e poco amalgamati con la trama). 
Il peggio, però, è proprio la storia: poco ispirata, per nulla originale, e che sostanzialmente si risolve in uno strascicato copia e incolla con variazioni e drammatizzazioni inutili della pellicola del 2008...      
Occasione mancata. Sob.

lunedì 17 dicembre 2018

Pro e Contro di Andersen

FIABE E STORIE
di Hans Christian Andersen


Magnifica edizione integrale, illustrata e lussuosa di quasi 900 pagine. 
Che ho fatto una fatica boia a leggere. E non per via della lunghezza.
Le fiabe classiche di Andersen sono bellissime: La Sirenetta, Scarpette Rosse, La Regina delle Nevi, Il Soldatino di Stagno... Si perdonano volentieri la prolissità e quella punta di paternalismo, sempre ingentilite da splendide descrizioni e da frequenti tocchi di autentica poesia. Ma qui non ci sono solo queste. C'è tutto. E le descrizioni spesso divengono stucchevoli, le trame pedanti, mentre la tristezza e la malinconia regnano sovrane, fino ad avvelenarti l'umore.
Laddove i Grimm sembrano gioiosi e pieni di forza e carattere, Andersen induce il mal di stomaco, è inutilmente lacrimevole, odiosamente enfatico, a volte scontato, persino nei riferimenti – continui – a Tycho Brahe. 
Troppe e troppo ripetitive sono le storie didascaliche con protagoniste carabattole di vario tipo (teiere, pantofole, candele) sgradevolmente supponenti e piene di difetti, che imparano lezioni di vario genere. 
In effetti, col senno di poi, di Andersen avrei preferito un'accurata selezione. Diversamente si arriva ad odiarlo, perché per una fiaba incantevole ce ne sono venti orribili e pretenziose, che, talvolta, hanno come unico scopo quello di sbatterci in faccia elenchi noiosissimi.
Mi spiace, a dispetto delle magnifiche illustrazioni e della traduzione limpida, ho sinceramente rimpianto la mia solita ingordigia libresca.
Prossimo appuntamento con Jean De La Fontaine.
Sempre Donzelli, certo. Perché sono volumi fenomenali. Ma basta edizioni integrali.

venerdì 14 dicembre 2018

Tremendamente adolescenziale

The 100
di Kass Morgan


Comprato per caso, come acquisto ogni tanto i libri. 
Si legge in fretta e più in fretta evapora, ma non è esente da pregi.
Cominciamo con questi: apprezzo i punti di vista che si alternano, la velocità dell'azione, il mondo post apocalittico ivi descritto ed in particolare il sistema giudiziario e la faccenda delle colonie spaziali e della spedizione terrestre. In ultimo, mi piace il personaggio di Glass, simpatizzo per Wells, e trovo affascinante la sottotrama legata ai genitori di Clarke, per quanto immediatamente esaurita. 
Viceversa, mal sopporto la protagonista, Clarke Griffin, oltre a Bellamy e a Octavia, e trovo, in generale, che i personaggi siano abbastanza banali e abbozzati in modo superficiale. Anche i flash back, per quanto utili, sembrano talvolta buttati un po' lì, come in un esercizio scolastico obbligato, oltre al fatto che è tutto tremendamente adolescenziale. Ma senza le sensazioni assolute, la magia e la bellezza che l'adolescenza dovrebbe portare con sé. 
Gli sviluppi sono frettolosi, spesso ovvi e triti, se non addirittura melensi, benché, lo ammetto, ogni tanto faccia capolino qualche tema interessante (l'aborto, il problema dei fratelli...). I sentimenti vengono “detti”, ma non vissuti. E, in generale, appena si chiude il volume si dimentica tutto. Non rimane impresso, forse anche perché in molti passaggi risulta derivativo.
Trattasi di una tetralogia, quindi ho ancora tre volumi da procacciarmi. Vi saprò dire. Non sono consumata dal desiderio di andare avanti, ma per completezza vedrò comunque di farlo.

P.S.
Il Ragno mi ha detto che c'è anche una serie Tv ispirata a questi romanzi, ma mi è parso di capire che la trasposizione sia molto libera e le differenze maggiori delle somiglianze. Anche in ordine al destino dei personaggi. O alla loro stessa esistenza.

giovedì 13 dicembre 2018

Arte e amicizia

ARTE
di Yasmina Reza


Nonostante il titolo non si parla di Arte. Non proprio. 
L'Arte è semmai il punto di partenza per una discussione che contiene verità opinabili e punti di vista divergenti. Che porta all'affiorare di nervi scoperti, altarini, rivalità e tensioni irrisolte. 
In pratica è la versione de “Il Dio del Massacro” meno graffiante e con un quadro moderno al posto di un litigio fra bambini. Con tre amici di vecchia data (Serge, Marc e Yvan) in sostituzione di due coppie di genitori.
Un'opera teatrale, dunque, piuttosto breve, ma abbastanza incisiva, sebbene smorzata nei toni rispetto al predecessore, e senza la stessa carica innovativa.
Però interessante e tale da permettere al lettore molte riflessioni.
Sull'Arte, certo.
Ma ancora di più sull'amicizia. 
E ancora di più sull'ipocrisia che talvolta fa da collante.
Che un po' frustra e un po' diverte. 
E un po' intristisce pure.
A patto però di sorvolare sulle perplessità che suscita (a nessuno è venuto in mente che il quadro, al di là dei pregi intrinseci, possa essere un semplice investimento? E dov'è finita la libertà di fare quel che si vuole con i propri soldi? E il rispetto per il prossimo? E c'è bisogno di essere così brutali nell'esprimere la propria opinione?). Questa volta, per quanto godibile, il climax mi è parso precipitoso e parzialmente gratuito e ingiustificato. Se ci rifletto, infatti, a colpirmi non è la facilità con cui è scoppiata quest'amicizia, ma il fatto che sia rimasta in piedi, seppur posticcia, per tutti 'sti anni...  
Per concludere, una pièce carina e intelligente, dalle basi non troppo solide, ma riscattata dalla ferocia dei dialoghi e dall'ottimo ritmo.

mercoledì 12 dicembre 2018

Andromeda cambia sesso

I nuovi Cavalieri dello Zodiaco


Questo è un post che mi ha chiesto MPM, io non avevo la minima voglia di parlarne: non mi pareva un argomento degno di attenzione. Ma dal momento che mon amour mi affligge con la stupida partita, scelgo di autointrattenermi.
Ebbene, da infanta avevo visto l'anime dei Cavalieri dello Zodiaco in modo saltuario, attratta dai disegni superbi e dai combattimenti epici (oltre che da Sirio, il più figo di tutti). Successivamente ho scoperto il manga ed è stata una delusione: tavole approssimative, sporche, sgraziate; trame schematiche, ripetitive. Noia abissale. E soprassediamo sul macello mitologico. 
In sostanza non mi importa granché dei Cavalieri dello Zodiaco, e nemmeno del remake, che tra l'altro già mi disturba a livello grafico, dato che pare un videogioco di vent'anni fa. Però ha ragione MPM: 'sta cosa del cambio di sesso di Andromeda (uno dei personaggi principali, quello coi capelli verdi, per capirsi) è quasi una bestemmia. Oltre che una scelta scontata quanto miseranda. Pare, infatti, che oggi non si possa riproporre (o trasporre) un prodotto di successo senza far cambiare sesso o razza ad almeno uno dei protagonisti (si vedano Tulip in Preacher, Roland nel film con Idris Elba, le Pussycats in Riverdale o Watson in Elementary). Presumo in nome del politically correct (o per mascherare la mancanza di idee).
E ciò è penoso, irrispettoso e triste. Specie se si è donna o si appartiene ad una minoranza. Perché non è che non ci siano eroine valide o eroi interessanti appartenenti ad essa. Ma queste ridicole forzature sembrano intendere di sì. Non solo, a volte tali cambiamenti pretestuosi vanno ad inficiare le caratteristiche pregnanti del personaggio originale alterandone - di norma impoverendone - la spiritualità per rispondere ad un presunto bisogno di rinnovamento che in realtà non c'è, o che, ad ogni modo, non dovrebbe essere soddisfatto con simili mezzucci. E così è anche questa volta, se consideriamo che tipo era Andromeda nella serie originale: sensibile, gentile, più debole degli altri e restio a impugnare le armi. Trasformarlo in femmina significa renderlo uno stereotipo, mentre prima era dotato di un carattere indipendente, moderno e controcorrente. E allora non sarebbe stato meglio creare qualcosa di nuovo, per una volta? Che ne so, un novello gruppo di eroi, tipo i Cavalieri dei Tarocchi, o, alla meno peggio, introdurre un personaggio in più, che desse luogo a diverse alchimie e ad altri equilibri? Che poi non è che non ci siano donne ne "I Cavalieri dello Zodiaco"... Dove la mettiamo Athena? Non è mica una di passaggio. È una Dea e tutto ruota attorno a lei. Va bene, non  combatte... "E ora tutti possono combattere, non solo gli uomini", si è detto.
Sono d'accordo. Ma perché devono proprio farlo a tutti i costi? Non è più importante preservare la varietà e il diritto di essere se stessi? Perché la vera parità implica che se c'è un gruppo di combattenti maschi li si rispetti e li si lasci vivere, senza obbligarli ad aggiungere inutili quote rosa.
Qualcuno sente forse la necessità di far diventare maschio una delle guerriere Sailor? E allora perché non femminilizzare uno dei Sette Nani? Ovviamente dovrebbe toccare a Cucciolo...

martedì 11 dicembre 2018

Strenna letteraria

REGALI DI NATALE: SUGGERIMENTI CONCRETI


Ossia titoli di libri – non sempre scontati e modaioli – perfetti come strenna... 
Allora, intanto un consiglio facile facile, un volume adatto ad ogni donna, ma pure ad ogni uomo non primitivo, un bel sempreverde: “Donne che corrono coi lupi” di Clarissa Pinkola Estés (si veda post 24 settembre 2018). E' un saggio di psicologia sui generis, nel suo piccolo un grande classico, che, nei momenti di sconforto, rinvigorisce e trasmette positività. Nei momenti di serenità appare meno geniale, ma comunque risulta piacevole ed originale. 
Se, invece, si preferiscono i romanzi e non si sa bene che cosa scegliere, si può riparare su quelli adatti a tutti, stile classici moderni (che non corrispondono necessariamente ai casi letterari, ma a volte sì), di qualità, ma densi di emozione. Qualche esempio? La tetralogia di Elena Ferrante, “L'Amica Geniale” (si vedano post: 17 gennaio 2017, 28 febbraio 2017, 5 aprile 2017 e 23 maggio 2017), “Cent'anni di Solitudine” di Gabriel Garçia Marquez (si veda post 8 novembre 2018), più impegnativo, ma praticamente il romanzo preferito di metà popolazione umana e che ha il vantaggio di essere disponibile in molte edizioni diverse. Oppure il meraviglioso “La Famiglia Karnowski” di I. J. Singer (si veda post 11 dicembre 2015) o “Mi chiamo Lucy Barton” di Elizabeth Strout (post 16 ottobre 2018). O ancora qualunque libro di Kent Haruf (in realtà ho letto solo “Le Nostre Anime di Notte” - post 27 settembre 2018 - , ma mi stanno per arrivare “Vincoli” e la “Trilogia di Holt”, e so già per certo che li adorerò)...  
Se si preferisce un regalo romantico, il meglio sono sempre le poesie. Io amo in particolar modo Dylan Thomas, ma va bene tutto... incluso Charles Bukowski!
Se, invece, il dono è per degli infanti, supponendo che abbiano già la collezione completa di “Harry Potter”, io opterei per la stupenda prima edizione delle Fiabe dei Fratelli Grimm, edizione Donzelli (post 27 marzo 2018), da leggere, però, con la supervisione di un adulto.
Tornando, infine, ai saggi... Io punterei su Taschen (libri d'arte) o Odoya (di tutt'un po', ma specialmente Letteratura e Cinema), che coniugano esaustività e completezza ad uno stile semplice e divulgativo.
E se non basta... spulciatevi il blog, qualcosa salterà fuori!
Omini col turbante.

lunedì 10 dicembre 2018

Regali ad personam

REGALI DI NATALE


Sapete già che odio il Natale, quindi è evidente che odi anche i regali connessi al medesimo. Due palle (dell'albero). 
Il fatto è che mi tocca farli ad un mucchio di persone, comprese alcune di cui non mi importa nulla, per cui non sento nulla, se non un vago fastidio, e alle quali dire :“Dai, quest'anno evitiamo, per favore” crea solo imbarazzi, perché, niente, una schifezza (che è davvero una schifezza) devono prendertela per forza.
Insomma, adoro fare i regali di compleanno – che percepisco come stupendamente ad personam –, ma quelli di Natale – che mi sanno di obbligo e vacuo consumismo – li digerisco poco. Quindi non sono l'umana più adatta a suggerire possibili pensierini... Ma lo farò lo stesso, pensando a chi, come me, vive questo periodo con stress e patimento.
Ebbene, ecco che faccio io: intanto scelgo solo oggetti che mi piacciano da morire, per cui, seppur non mi aggrada il destinatario, un minimo riesco pure a divertirmi. In tal senso, perciò, è abbastanza ovvio che mi oriento su libri, fumetti o cibo. Ma coi libri, sovente, me la cavo meglio. E' praticamente impossibile, infatti, entrare in una libreria e non trovare quello che si adatta a ciascuno. Non quello che costui vuole, si badi. Quello di cui ha bisogno senza saperlo. E non deve per forza essere un romanzo: i miei regali di maggior successo sono stati saggi dai caratteri più disparati. In alternativa, si può provare ad attingere, anziché alle mode del momento (che portano magari a regalare a tutti lo stesso volume), ai propri gusti. Quindi è d'uopo scegliere ciò che si vorrebbe leggere (almeno, se non è apprezzato, lo si tiene per sé e si ritenta senza bisogno di conservare scontrini o di tornare nella stessa libreria), oppure che si è già amato, così si lascia qualcosa di sè. E pazienza se è un tascabile e costa poco. Al massimo, si può ovviare acquistando due libri invece di uno.
Vogliamo essere più concreti? Spendere qualche titolo? 
Va bene... Lo saremo domani.

venerdì 7 dicembre 2018

Ragazzini di campagna

I FIGLI DELL'INVASIONE
di John Wyndham


Pietra miliare del genere fantascientifico, è un romanzo dallo spunto geniale, che irrompe in grande stile nell'ordinarietà della quiete rural-domestica per sovvertirla e demonizzarla. Che succederebbe, infatti, se tutte le donne fertili di un tranquillo paesino, incluse single, vedove e vergini, rimanessero incinte nella stessa notte e poi partorissero bambini bellissimi e superintelligenti, dotati di mente alveare, tutti con i capelli biondi e gli occhi dorati? 
Lo vediamo progressivamente, man mano che i ragazzini crescono – ad una velocità irreale – e divengono più pericolosi... Fino a divenire una vera e propria minaccia per il genere umano. 
Pubblicato nel 1957 e figlio di quella fantascienza umana, fatta di idee e di intuizioni, anticipatrice di angosce attuali, racconta in modo sobrio e asciutto, ma denso di riflessioni profonde, di una verità che, chissà, forse un giorno potrebbe essere e che tuttora non smette di inquietare e sconcertare. Nonostante, se devo essere onesta, di Wyndham, abbia preferito “Il Giorno dei Trifidi” per personaggi, ritmo e prosa. Tuttavia, “I Figli dell'Invasione” (da cui tra l'altro è stato tratto il film “Il Villaggio dei Dannati”) vanta una trama più immediata, più stuzzicante, che, effettivamente, colpisce allo stomaco senza pietà, a dispetto del suo incedere misurato e delle molte analisi, sociali e comportamentali, che rallentano un po' l'azione, benché conferiscano spessore alla storia e tridimensionalità ai personaggi. Oltre a permetterci di meglio digerire la fine, coraggiosa e coerente. 
Recuperato, dopo anni di vane ricerche, grazie al prezioso suggerimento di Luca, che ringrazio con gratitudine.

giovedì 6 dicembre 2018

Trentotto anni dopo

CANNIBAL HOLOCAUST 2
di Ruggero Deodato


Incredibile. Dopo oltre trent'anni, ecco il seguito, in versione libro illustrato (niente meno che da Miguel Angel Martin), del tremendo horror cannibalico del 1980.
Considerato che, per motivi a me incomprensibili, il post con la recensione del filmaccio in questione è da sempre il più cliccato del Blog, recensire il volume è per me un dovere quasi etico.
Ebbene, da dove iniziare?
Dall'accorata e semi-commovente introduzione dell'editore? Dalla stupenda fine intrisa di giustizia poetica, che da sola vale sicuramente il disturbo dell'acquisto?
No, niente spoiler... Mi limiterò a considerazioni sparse e lapidarie, perché qui c'è così tanto da dire che se no mi va in crash il cervello. Eccole qui:
Ruggero Deodato compare tra i personaggi protagonisti, e con lui Francesca Ciardi, interprete del film originale;
Chi ha timore che qui la violenza si lesini, non tema: si segue la regola del sequel horror, ossia più sangue, più violenza e, in questo caso, anche più impalamenti. Però, una chicca, non necessariamente di donne;
Per fortuna, nessun animale è stato maltrattato. Nemmeno virtualmente;
La trama comprende qualche passaggio illogico e un po' farraginoso, qualche atteggiamento mezzo incomprensibile dei protagonisti, qualche buchettino, qualche scivolone, ma anziché impoverire il risultato lo arricchisce, rendendolo più divertente, ed allieandosi perfettamente con gli eccessi dei filmacci fine anni 70, facendoci venire il dubbio che sia tutto calcolato;
Le illustrazioni sono affascinanti, e pure a colori, ma a volte anticipano gli sviluppi della trama, rivelando, ad esempio, ancor prima di leggere, chi viene ammazzato e come. Non si può affermare, però, che brucino i colpi di scena o che guastino il gusto della narrazione. Forse la raddoppiano persino;
Non sempre gli ammazzamenti sono creativi, ma ci sono alcune immagini potenti, che restano impresse nell'immaginazione;
Come dicevo, sulla violenza non si lesina, tuttavia questa viene resa meno macellante dalla rapidità delle descrizioni. Non si tratta di un romanzo, ma di uno script, e quindi, grazie al cielo, si dice che tizia viene stuprata, ma senza che ci venga mostrata fornendoci particolari dettagliati. E senza sentire urlare, per fortuna;
Viene meno, anche a livello puramente ipotetico, il tema della denuncia sociale. Inoltre, la trama è meno innovativa e meno lineare rispetto all'originale, apparendo, nel complesso, un po' pasticciata. Ma, ribadisco, questo non va a detrimento della godibilità.  

In ultimo, se devo esprimere un desiderio, è, molto banalmente, che venga realizzato il film. So che poi me ne pentirei, ma non potrei esimermi dal guardarlo, ipnotizzata. Sarebbe orribile. Ma straordinariamente catartico.

mercoledì 5 dicembre 2018

Poche pennellate graffianti

BRIGHTON ROCK
di Graham Greene


Scritto come un noir, con poche pennellate graffianti e tanti fatti, tra cui diversi delitti, e pieno d'atmosfera, è in realtà un romanzo d'autore, che ha il suo tema centrale nella redenzione e, se vogliamo, nella vendetta impietosa di Ida Arnold, personaggio che, nella sua cieca ostinazione, mi ricorda un po' l'Antigone di Sofocle.
La bellezza di “Brighton Rock”, oltre che nel suo stile pulito, ma ruvido, sta soprattutto nelle dicotomie che lo compongono: nel bene allacciato al male, antimanicheo e anticattolico, nell'amore intrecciato al sangue e all'odio, nel sesso senza peccato, e nel peccato che rifugge il sesso, e nella sete di giustizia, che forse è un doveroso atto di compassione, ma forse è qualcos'altro, di più oscuro. Così come forse, chissà, in fondo gli atti di manipolazione antisociale, sono, a loro modo, un tentativo di atti d'amore, gli unici possibili al Ragazzo, gangster adolescente cresciuto senza affetti. 
E stupendi sono i personaggi, apparentemente semplici, quasi ingenui, ma invece stratificati e incisivi, tanto da sembrare veri: il dolce e sventurato Hale, classico uomo stropicciato, il terribile Pinkie, nonostante la giovane età, capace di far rabbrividire con un sorriso, la coraggiosa Ida e la povera sprovveduta Rose, che chiunque avrebbe voglia di salvare.
Un libro coinvolgente, che va dritto al sodo, ma che poi ci gira intorno, lo sviscera, e lo colma di nuovi significati.
Un classico moderno, da leggere in treno, se si vuole, ma che ondeggerà fra i nostri pensieri anche dopo che lo avremo riposto e saremo arrivati in stazione.

martedì 4 dicembre 2018

I'll Be There for You

FRIENDS


Come mai un post su Friends dopo mille anni che è finito? Ma perché, da un mese a questa parte, sto riguardando tutte le stagioni con MPM (siamo alla sesta su dieci), ed è così bello e confortante che abbiamo tagliato praticamente tutto il resto, film o serie Tv che siano.
E non ci stanchiamo mai, ci alleggeriamo la giornata, discutiamo, ci immedesimiamo,  ci emozioniamo e ci facciamo quattro sane risate. Di più, di solito (anche se a volte quell'idiota di Ross mi fa venire il nervoso).
E pensare che, all'inizio, quando Friends era approdato in Italia, lo avevo snobbato perché non mi faceva ridere. Come mai? E come mai anche Gian mi ha contestato la stessa cosa? Perché l'umorismo di Friends, spesso assurdo e surreale, si basa soprattutto sui suoi protagonisti, pertanto è indispensabile conoscerli un po' per poter godere appieno delle loro gag. Sovente le battute non sono divertenti in sé, ma vanno contestualizzate e assumono risonanze differenti a seconda di chi le pronuncia e dei legami che ha con gli altri personaggi. Insomma, per quanto Friends sia immediato, più lo si guarda, più lo si apprezza. Per giunta ha il pregio di raccontare l'amicizia, e di farlo nelle sue mille tenerezze e sfaccettature, in modo leggero, ma non superficiale, esplorando il bello e il brutto di innumerevoli possibili scenari, facendoci maturare, attraverso l'evoluzione dei nostri beniamini, che perennemente cambiano, pur restando fortemente se stessi, così come cambiano continuamente gli equilibri tra di loro, pur saldi nelle loro fondamenta, che, quindi, hanno la capacità di destabilizzare continuamente noi, rinnovando il nostro divertimento.

Il regista James Burrows e il cast di "Friends" nella reunion del 2016.

In effetti, a riguardarlo me ne rendo conto, Friends rimane la sitcom migliore di sempre. Per le risate, certo. Per le guest star. Ma ancora di più per la complessità e la bellezza dei sentimenti.
Curiosità: il personaggio prediletto di MPM è Ross, il mio è Rachel. Per motivi a me ignoti pensano sempre tutti – o meglio, lo danno proprio per scontato – che io debba preferire Phoebe. E invece, sebbene riconosca che spesso Phoebe ha le battute migliori, nell'ordine metterei: Rachel, Chandler, Joy, Monica, e... Phoebe. Quinto posto. Ross, invece, manco al sesto, perché lo detesto cordialmente (l'ho già detto che è il preferito di MPM?).

lunedì 3 dicembre 2018

Un intelligente aggiornamento

THE OUTSIDER
di Stephen King


Tutti lo descrivono come un thriller da cardiopalma sino a metà, che poi delude in corrispondenza della svolta horror, considerata troppo semplicistica e persino banale.
Io non sono d'accordo, e non solo perché preferisco di gran lunga l'horror al thriller.
La verità è che, a mio avviso, la svolta horror è preparata dal principio da un mucchio di indizi ed allusioni, tanto che non capisco come possa sorprendere, risultando invece uno sviluppo naturale della trama ed è evidente sin da subito che King voglia andare a parare proprio lì. Inoltre, la svolta in questione è coerente con la sua mitologia e con i mondi da lui creati (il cattivo parla il linguaggio legato alla Torre Nera), oltre che con quanto descritto nella prima parte del romanzo. Che, in più, ha il pregio di sfruttare un villain non molto inflazionato, seppur tratto dal folklore messicano, e che è un piacere conoscere nella reinterpretazione del Re, connotata da una certa originalità e da un intelligente aggiornamento. 
Con questo non dico che il romanzo sia un capolavoro. Non lo è, è semplicemente un romanzo di intrattenimento, sopravvalutato nella prima parte (a tratti un po' manieristica) e sottovalutato nella seconda (non è banale, è coerente), per quanto, oggettivamente, la conclusione sia frettolosa e poco avvincente, mentre il ritmo, incalzante nella prima metà, a poco a poco prende ad incespicare.
Forse il segreto per apprezzare il volume è non cercare di essere sorpresi a tutti i costi, ma affidarsi, da fedeli lettori, al narratore, lasciandosi trasportare da lui. Benché, ne convengo, siamo lontani da monumenti di poesia e fascinazione come “It” o “L'Ombra dello Scorpione”. Ma ciò soprattutto perché i personaggi, pur simpatici e ben delineati, non siano tali da spaccare, entrando stabilmente nei nostri cuori. Anche se, devo ammetterlo, reincontrare l'adorabile Holly Gibney, conosciuta nella trilogia iniziata con “Mr. Mercedes”,  mi ha fatto piacere.

P.S.
Sono stata molto lieta di poter leggere gratuitamente “Laurie”, il racconto che King ha regalato il giorno del suo compleanno su tutte le principali piattaforme online e che avrebbe prefigurato “The Outsider”. È carino e si legge volentieri. Ma – scusate – non ho capito in quali termini prefigurerebbe “The Outsider” (che cosa mi è sfuggito? Auxilium!!!).

venerdì 30 novembre 2018

Due su due

L'ODISSEA DELLA PUNTURA 2


Sembra incredibile, ma è successo. 
Lunedì mi hanno dimessa, come previsto. 
Prima di andarmene ho controllato bene di non aver lasciato nulla nell'armadio, nel comodino, in bagno o sul letto. Ho fatto una pausa. Mi sono vestita con cura. Altra pausa. Ho ricontrollato tutto una seconda volta. Ho salutato la mia nuova compagna di stanza, appena operata. Sono andata all'accettazione per farmi fare il foglio di degenza (hanno impiegato solo dieci minuti per scrivere quattro righe e io mi sono dovuta sedere in sala d'attesa per non stramazzare per terra), ho salutato e sono uscita.
Mentre eravamo sulla via del ritorno, guadagnata con fatica, mi è sorto un dubbio: ma non mi danno le punture da fare a casa? Che strano. L'altra volta le avevo fatte. E fino a ieri le facevo anche questa volta. E le infermiere nel reparto mi dicevano che a casa avrei dovuto continuare a farmele io... Dunque?  
Provo a chiamare l'ospedale (tanto ormai ho il numero diretto).
Fortuna vuole che rispondano quasi subito: mi dicono che in effetti sì, le punture devo farle. Si sono dimenticati. Posso tornare indietro?
Posso. Ci vuole quasi un'ora, ma posso.
Torno indietro.
All'accettazione mi dicono che non sono sicuri che debba prendere l'eparina. Forse no. Io chiedo, senza alzare la voce, e con somma serenità: “Quindi mi avete fatto tornare indietro per niente?”
L'infermiera (gentile) si agita. Argomenta che non lo sa, mi chiede con chi ho parlato. Io dico che la sua collega non si è qualificata, ma mi ha chiamata per nome. Allora lei controlla meglio. Mi siedo in sala d'attesa. In capo ad un quarto d'ora scoprono che sì, devo farmi sei punture, una al giorno per sei giorni. Mi consegnano la scatola, avendo la grazia di scusarsi. Io ringrazio a mia volta e me ne vado. Dio, che sarebbe successo se non mi fosse venuto in mente? Se fossi una donna anziana o solo una persona meno attenta?
A sera faccio per iniettarmi la prima puntura. Apro la scatola. Ce ne sono solo cinque. Ne manca una. 
Dio.
Chiamo in ospedale. Entro un quarto d'ora riesco a prendere la linea. Chiedo se devo fare cinque iniezioni, contrariamente a quel che mi hanno detto, o se invece manca davvero una siringa.
Manca una siringa. 
“Torni indietro e gliela diamo, signora!”
“Impiego tre ore a venire e tre ore a tornare. Non c'è un'altra soluzione? Non posso comprarla?”, chiedo, prossima all'esasperazione. 
“Eh, senza ricetta non gliela danno. Deve andare dal suo medico di base”.
Okay, Mater mi fa la cortesia di andarmi a procacciare la ricetta. (Ma che farei se fossi da sola? Se non avessi nessuno?)
Quando Mater torna dal centro medico mi dice che entro mercoledì avrò la ricetta, quindi tutto bene. Solo un dubbio... L'impiegata del centro si è stranita, perché di solito il dosaggio  è diverso. Misericordia. Vuoi vedere che hanno sbagliato anche quello? Oltretutto, medito, le punture che mi facevano in ospedale erano diverse da quelle che mi hanno dato. Erano più grandi. 
Ritelefono. 
Risponde un'infermiera, abbastanza celermente, e mi sbuffa in faccia. Mi dice: “Signora, se le han dato quelle, vuol dire che vanno bene quelle...”
“Signora”, le faccio il verso io con tutta la calma che riesco ad invocare, “non può farmi la cortesia di controllare?”
“Se le han dato quelle, van bene quelle...”
“Senta, ne avete già cannate due su due. Mi scusi, ma la mia fiducia comincia un po' a scemare... Vorrei che verificasse.”
“Come?”
“'Sta mattina vi siete dimenticati di darmi le punture. Poi me le avete date e ne mancava una. Ora, se fosse pure sbagliato il dosaggio non mi stupirei. Mi fa il favore di controllare? Grazie.”
L'infermiera sbuffa, ma controlla. Mi chiede quanto peso. Il dosaggio corrisponde. Questa volta ci hanno azzeccato, pare. 
E voglio sperare che sia così, dato che ieri ho fatto l'ultima iniezione e ancora non sono morta. 
Che fatica, però!
Finite le mie disavventure ospedaliere, da lunedì, torniamo ai post “normali”.
Bacioni!!!