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Visualizzazione post con etichetta Mi chiamo Lucy Barton. Mostra tutti i post
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giovedì 2 maggio 2019

La difficoltà insita nell'essere

TUTTO E' POSSIBILE
di Elizabeth Strout


Ho adorato “Mi chiamo Lucy Barton”.
Questo è meglio.
Più corale, più vasto, più sfaccettato.
A metà tra un romanzo ed un'antologia di racconti. 
Col libro di Lucy è collegato: “Tutto è Possibile”, infatti, ne svela i retroscena, insegnandoci la complessità della vita e che ci sono molti modi per vedere la stessa cosa. Si può leggere dopo o prima, è indifferente, tenendo presente che qui la scrittrice di successo nata poverissima non è la protagonista, ma una comprimaria che fa da collegamento tra alcuni personaggi. 
Al di là del titolo, non sempre il volume porta avanti una visione ottimistica, ed anzi canta soprattutto l'amarezza e la difficoltà insita nell'essere. Eppure non è privo di speranza, di spiragli positivi, di ondate di affetto o di sprazzi di sole. Solo ci chiede di non fermarci al primo sguardo, ma di avere la forza di guardare un po' più in là, specie nei rapporti con le persone.
E' toccante, ma in modo quieto e sommesso, poco eclatante, alimentandosi di quotidianità e di attese, di sogni e rimorsi. 
Ampio, ma a misura di uomo e di donna. Con tanti testimoni, che vengono passati da un personaggio all'altro e motivi che ritornano, disegnando corrispondenze.
Credo che ormai della Strout mi manchi solo “Amy e Isabelle”, che ho già inserito nella lista dei miei prossimi acquisti...

martedì 16 ottobre 2018

Un intimismo pacato e dolce

MI CHIAMO LUCY BARTON
di Elizabeth Strout


Forse il romanzo più bello che ho letto fino ad ora della Strout.
Per lo stile, soprattutto, che va subito al nocciolo, e racconta, in modo non lineare, ma diretto e colloquiale, della vita di Lucy Barton, del rapporto con sua madre, della sua giovinezza, del marito e della famiglia...
E ti sembra di raccogliere le confidenze di un'amica, una sincera e spontanea, che non  lesina sulla verità e ti rivela tutto, ma con delicatezza, con voce quieta e sommessa, lievemente distaccata, analizzando se stessa e le persone che la circondano, le situazioni e gli stati d'animo, sempre riuscendo, con pochi tratti sintetici – ma tutt'altro che scabri – a delineare quadri complessi, profondi, fatti di perspicacia e sensibilità, che vanno oltre quel che viene raccontato.
La storia cattura da subito, avvince, e si alligna nel filone tipico della Strout, fatto di quotidianità e dell'incedere inesorabile del tempo, senza che accadano, magari, cose eclatanti di per sè, pur essendole, strictu sensu, tutte quante, per chi ne è protagonista, non solo perché lo riguardano in prima persona, ma in quanto contribuiscono a definire lui (lei) e il mondo cui appartiene.
Rispetto al consueto, inoltre, noto una maggior scorrevolezza, una maggior semplicità, che presto si traduce in un intimismo più spiccato, pacato e dolce, che conquista, in primis sul piano umano. Anche il fatto che sia un romanzo particolarmente breve, finisce per essere una scelta vincente.
E il bello è che a leggere la sinossi mi ero detta “questo no... non mi attrae l'argomento, il rapporto madre e figlia”. 
Per fortuna che Gian me lo ha regalato! Grazie.