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martedì 31 ottobre 2017

Null'altro conta

STRANGER THINGS 2


Non c’era niente che aspettassi con altrettanta ansia a livello cinematografico, televisivo, fumettistico e persino libresco. La domanda da un milione di dollari, dunque,  è: siamo all’altezza della prima serie?
La risposta non può che essere che un bel… dipende.
Se posso farmi vincere dall’emotività, infatti, devo strillare: Sì, sì, sì!!!, con gioia assoluta. Con la differenza che ormai conosciamo i personaggi e li amiamo da matti, e più si aggiungono nuove sfumature a definirli, più ancora li ameremo! Inoltre ci sono nuovi protagonisti cui affezionarsi, tra i quali, ehi, spicca niente meno che Sean Astin!!! Esatto, il Mickey de “I Goonies” (che infatti ci regala qualche strizzata d’occhio giocando sul suo vecchio ruolo). Le atmosfere, poi, restano le stesse e ci consentono, ancora una volta, tra ammiccamenti e citazioni, di rivivere una bellezza profonda e struggente che credevamo perduta, che ci apparterrà per sempre, ma che, al contempo, non è più nostra. Salvo quando seguiamo le vicissitudini di Undici, Mike, Lucas e Dustin… insomma, tutti i lati positivi della prima stagione restano intatti, ma la storia va avanti ed altra carne (carne di Demogorgone) viene messa sul fuoco, fornendo risposte che ci mancavano, creando sviluppi e sotto trame… oltre a bizzarre quanto splendide collaborazioni (vedi Dustin e Steve), che lo scorso anno ci sarebbero parse impossibili. In particolare "vanno a posto” alcune cose che alla fine della prima stagione ci erano piaciute, ma sentivamo come sbagliate... Insomma, per quel che mi riguarda, questa serie contiene felicità allo stato puro ed è la cosa più bella vista quest’anno, dolce, incalzante, avventurosa e intrisa di sentimenti vividi e non edulcorati e melensi.
Però, a voler cercare il pelo nell’uovo…
Per quanto mi sia goduta ogni istante, e avrei sofferto dovendo rinunciare anche ad un solo fotogramma, penso che se fossi onesta ammetterei che la serie sarebbe stata maggiormente incisiva con almeno tre episodi in meno. Quello dedicato ad Undici/Jane, in particolare, ristagna un poco e ci sono momenti che mi disturbano a livello intimo (ad esempio, quando si ruba nell’emporio)… Ogni tanto si intuisce qualche piccolo, sottile “sgarruppamento” narrativo (possibile che Steve, solo con la sua mazza, sia più efficace di tutti i militari alla base?) e c’è almeno un incontro – meraviglioso e sospiratissimo – che avrei voluto si svolgesse prima, per godermelo più a lungo...  
Ma, in fondo, pazienza. Fa lo stesso.
E’ stato fantastico e mi sono divertita, sorprendendomi a constatare che, mentre guardavo Stranger Things 2, null’altro contava. Nemmeno MPM. Se non come interlocutore con cui condividere nerditudini e fonte di calore. 
Al momento non posso che pregare per una terza stagione…

lunedì 30 ottobre 2017

Il Ragno e un sacco di scimmie

IL RAGNO IN THAILANDIA


E’ che oggi è il compleanno del cucciolo, ma lui non c’è. E’ in Thailandia. Da due settimane. E non tornerà prima che ne sia trascorsa una terza. 
E, insomma, mi manca, il mostriciattolo. E’ il mio piccolino, nonostante ormai sia vecchio (anche se non avesse compiuto gli anni, oggi). E certamente sta meglio lì dov’è che qua, tuttavia sento la lontananza. 
E allora, per esorcizzare, racconto un po’ di lui.
Che si diverte, a quanto pare, e ogni tanto mi invia una foto o mi degna di una telefonata. 
Ecco, in soldoni, che cosa ha raccontato:

Che ci sono un sacco di scimmie, peggio che i piccioni qua. Molto socievoli e ingegnose. Se ti distrai, una può arrampicartisi su una gamba o salire sulla tua canoa e farsi dare uno strappo da te, per dove non si sa. “Che carine!”, ho commentato io, ingenua,  “come sono tenere”. “No”, ha replicato il Ragno: “E’ che cercano sempre di rubarti qualcosa, qualunque cosa possano”.
Per il resto, appena arrivato, un signore gli ha messo in braccio un lemure, che teneva come animale domestico, indi, nei giorni successivi, mio fratello è stato in groppa ad un elefante per un giretto nella giungla, ha messo un piede in un formicaio e ha detto che ci sono un sacco di ragni e farfalle giganti che ti volano in faccia.
Le spiagge sono bellissime, anche se, quando mi ha mandato la prima foto, l’ho scambiata per Alassio. Marty, invece, la sua amica, si è beccata una medusa su una gamba, che le ha fatto malissimo, ma non ha subito gravi conseguenze. E questa è una buonissima cosa, visto che le spiagge sono costellate di cartelli che invitano, in caso di punture, di recarsi subito in ospedale. A urticare, infatti, può essere una cubomedusa e gli esiti possono rivelarsi potenzialmente fatali!!!
Poi c’è il cibo… Non è male, all’inizio, ha detto il Ragno, colazioni come piccoli pranzi, frutta saporita, insalate fantasiose, ma alla lunga la cucina comincia a stancare. Troppo stucchevole, troppo dolce… 
Stando alle sue testimonianze, però, i thailandesi sono gentili e fiduciosi (porte aperte, soldi lasciati incustoditi, registratori di cassa di plastica, perennemente aperti), ma anche tremendamente insistenti e se vogliono farti un massaggio, ti prendono per sfinimento finché non dici di sì. I panorami naturali sono stupendi e ti riempiono l’anima, le città, invece, non lo hanno entusiasmato. Tutto ciò che è artificiale, mi ha detto, qui è brutto e fuori posto, inclusi i templi. 
In compenso le attività divertenti sono un’infinità: snorkeling, surf, gite nella giungla, canoa…
Mu, accludo un po’ di foto, che MPM posizionerà ad arte. Tra queste, la mia preferita è ‘sta scimmietta che cerca di aprire il tappo. Ho chiesto spiegazioni. Mi è stato risposto: “Mah, niente… C’era ‘sto furgone incustodito e la scimmia voleva sapere cosa c’era nei contenitori…”
Che altro dire?
Tanti auguri, Ragno. Torna presto!

venerdì 27 ottobre 2017

Femminismo e satira sociale

THE HANDMAID'S TALE


Ho visto il film, ordinato il romanzo, ma qui parlo principalmente della serie tv, i cui dieci episodi mi sono sparata alla velocità della luce. 
Il merito è da ascriversi soprattutto alla trama, potente e meravigliosa, incalzante, irta di femminismo e satira sociale. 
Non rivelo nulla al riguardo, dico solo che siamo in un futuro distopico fra i più agghiaccianti, alienanti e spersonalizzanti. Ne ho riassunto le prime puntate ad alcune amiche, che già così, solo ad ascoltare a me, si sono dette rapite ed ipnotizzate, tanto che non riuscivano a smettere di farmi domande e a voler conoscere particolari.
La storia è dunque molto coinvolgente di suo: non procede linearmente, ma ci mostra in modo progressivo il terrificante presente e come ci siamo arrivati. Non di colpo, ma a forza di atroci avvisaglie, aggiungendo, rispetto alla pellicola cinematografica omonima, parecchi dettagli, sia sui personaggi che sul contorno, specie a livello di politica internazionale, oltre a modificare e aggiornare diversi particolari (ad esempio, la questione razziale viene completamente obliata, anzi, come ormai di consueto, molti protagonisti cambiano persino etnia).
L'unico problema è che, se nel romanzo, scritto nel 1985, e nel film, del 1990, tutto risulta abbastanza coerente, qui è difficile concepire certi sviluppi alla luce di Internet e dei Social Media, specie considerando che il tutto è ambientato in America... 
Inoltre, rispetto al film (non ho ancora letto il romanzo di Margaret Atwood), ci sono alcune licenze che si potevano evitare, ad esempio la faccenda del “doppio parto” è davvero una pagliacciata.
Altro grosso pregio, invece, è Elisabeth Moss, l'interprete principale, alias Difred. In un primo tempo potrebbe farci storcere il naso: è brutta come poche, a tratti sembra una rana, è troppo vecchia per essere credibile come ancella e persino troppo cicciotta. Ma è di un'intensità senza pari e presto si fa perdonare ogni difetto.
Per il resto l'opera è senza dubbio magnetica, soprattutto nelle puntate iniziali (MPM ha patito tantissimo, lamentando di “sentirsi offeso come donna” e che la sua anima si stava spezzando – sic!), curatissima anche a livello di fotografia e scenografia, mentre superbi sono i costumi, su tutti quelli delle ancelle, che, rispetto al film (passato in sordina, ma con un cast notevole, con attori del calibro di Robert Duvall e Faye Dunaway) costituiscono un enorme passo avanti.
Curiosità: nella serie Tv spiccano: Samira Wiley (la mia adorata Poussey di “Orange is the new black”), Yvonne Strahovski (dalla serie televisiva “Chuck”) e Joseph Finnes, invero, piatterello e inespressivo come al suo solito. Ma nel contesto non si nota troppo.

giovedì 26 ottobre 2017

Un'esperienza cromatica

LE RAGAZZE NELLO STUDIO DI MUNARI
di Alessandro Baronciani


Bruno Munari, il designer. Ma anche grafico, pittore e scultore.
Esattamente come questo non è solo un fumetto, ma... un'esperienza. Figurativa, cromatica, tattile... nel flusso della memoria, nell'arte di raccontare, sperimentando suggestioni e azzardando confronti e speculazioni. 
E così, se una pecorella ci dice: “Toccami!”, noi dovremmo accarezzarla e scopriremo il suo morbido vello, come i bambini con i loro libri. E se l'opera è in bianco e nero, talvolta potremo sorprenderci di come il mondo cambia, sul piano comunicativo e delle sensazioni, a seconda di luce e colori, mentre riflettiamo sui film di Antonioni...
Pazienza se il protagonista è odioso (o, se vogliamo essere più o meno generosi, affetto da problemi relazionali o fortemente immaturo) e non ci suscita empatia: le pagine sono così ampie e belle, il modo di narrare così fluido e affascinante – e non solo per “gli effetti speciali”, ma soprattutto per scelte lessicali, digressioni e “dolce ponderatezza”, ricca di grazia e di soavità, che si trasfonde altresì nei disegni, semplici, ma incantevoli – che seguiamo volentieri il dialogo che Fabio, libraio e collezionista di volumi, intesse con noi dopo che la sua fidanzata lo ha lasciato... E confondiamo la sua storia con altre, riempiendole di riflessioni e riferimenti (l'aspetto più interessante del libro), giocando con tutto ciò che il foglio e la matita possono offrire.
Un'opera colta, intelligente, fatta di introspezione e strizzate d'occhio, utile per confrontarsi con se stessi, per dare concretezza al passato personale, anche quando non è il nostro, perché qualcosa di noi inevitabilmente sempre si affaccia...
Non particolarmente originale, magari, sotto il profilo della mera trama, e originale proprio per questo. Perché è la storia di tutti, ma non assomiglia a quella di nessuno.

mercoledì 25 ottobre 2017

Un bestione che toglie il fiato

KONG: SKULL ISLAND
di Jordan Vogt-Roberts
(2017)


Un reboot, non un remake. E come tale, per quel che mi riguarda, la più adorabile, coinvolgente e rutilante opera sullo scimmione.
Per tre motivi fondamentali: il primo è che, essendo un antefatto non è ancorato al canone, non completamente, e ci riserva diverse sorprese; il secondo, connesso, è che ci risparmia il patema e non finisce male (non proprio), dato che non si arriva a New York, ma si resta sull'Isola del Teschio (anche se i temi della solitudine di Kong e dell'amore in possibile per la bionda di turno in qualche modo vengono riproposti). Il terzo, ma non per importanza, è che ci sono un sacco di bellissimi mostri!!! Non solo in primo piano, a volte si percepisce un movimento nell'acqua, un guizzo lontano verso l'orizzonte, un tentacolo, una pinna sullo sfondo... In effetti, sotto il profilo degli effetti speciali questo film è una gioia per gli occhi, e, ovviamente, il primo ad essere realizzato ad arte è proprio Kong: espressivo, terrificante o tenero, secondo le esigenze, e quasi vero... Oltre che... monumentale! In effetti, complici i progressi della computer graphica, io il bestione così gargantuesco non lo avevo mai visto! Ed è strabiliante, da togliere il fiato! 
Per il resto, nonostante la prima mezz'ora un po' statica, il film rispetta le caratteristiche pregnanti dell'opera, riuscendo però anche ad essere un meraviglioso viaggio avventuroso, colmo di azione e di meraviglia, con momenti comici e altri di tensione, con picchi commoventi e altri che sfiorano l'epicità. 
La pellicola mette in luce la fragilità dell'uomo dinnanzi alla natura, denuncia avidità e ambizione, oltre alla follia dei militari, non rinuncia ai sentimenti, ha un buon ritmo, ed è grandioso... in tutto! Dalla manifestazione di violenza antiecologica dei soldati alla simpatia di Hank Marlow/John C. Reilly, la cui storia è una delle innovazioni più riuscite.
Persino gli indigeni (che, ad esempio, nella pellicola del 2005 con Jack Black, facevano più paura di Kong) sono buoni e ospitali, oltre a regalare più o meno involontari momenti lieti.
Se lo consiglio? Eccome!!!

martedì 24 ottobre 2017

Un'esperienza originale

LE STANZE DELL’ARMONIA
- Nei Musei dove l’Europa era già unita -
di Philippe Daverio


Daverio ci regala un viaggio nei principali Musei della cultura occidentale (America inclusa), con il suo consueto approccio tra l’erudito, il curioso e il divulgativo, commisto di simpatia e strizzate d’occhio, questa volta, però, rinnovando il metodo, cambiando la prospettiva, tornando, così, a solleticarci e a farci desiderare che il gioco continui e continui e continui ancora…
E insieme alla storia dei Musei (ad esempio: Ermitage, Prado, Louvre, Uffizi, Pinacoteca di Brera, MoMA) e dei loro temi, ci narra, di volta in volta, la Storia della città, dell’arte, del Paese e dell’Europa… 
Lo ammetto, benché avessi smesso di crederci, quest’opera è tornata ad entusiasmarmi come fosse la prima che leggo di Daverio, fresca e piena di sorprese, stuzzicante e amena.
Come esperienza è originale e, per quanto mi riguarda, mi aiuta a colmare un grosso buco. Da sempre, infatti, leggo libri di Arte, ma non mi sono mai documentata circa i percorsi dei Musei, tanto meno in ordine alla loro origine, sviluppo, e aneddotica, qui, per giunta, infarcita di ardite connessioni…  
Dopo una bellissima ed emozionante introduzione, volta a spiegarci che cosa facciamo “qui” e come ci siamo arrivati, andiamo, dunque, a scoprire le varie raccolte, a cominciare da quelle italiane, e in particolare i Musei Vaticani.
Ad ognuna viene dedicata circa una decina di pagine corredate, come sempre, da grandi fotografie a colori di ottima qualità, in cui, appunto, l’autore crea un contesto e ci vengono illustrate genesi e caratteristiche, saltabeccando, talvolta – e con estremo divertimento – da un’epoca all’altra. 
Segue il “Passepartout”, ove Daverio propone, per ogni Museo, percorsi alternativi, insoliti, meno battuti, o, semplicemente, peculiari, senza trascurare scultura o manufatti vari.    
Come di consueto il volume scorre snello e rapido, tanto che, come in tutte le occasioni in cui lo si fa davvero, quasi non ci si accorge di apprendere.

lunedì 23 ottobre 2017

La storia appassionante

L’AMANTE DELLA REGINA VERGINE
di Philippa Gregory


Seguito de “Il Giullare della Regina”, incentrato su Elisabetta I Tudor dopo la morte di sua sorella Maria, detta la Sanguinaria, cambia però punto di vista, ed infatti la nostra adorabile Hannah Green, dismessi i panni del giullare, è ridotta ad un fugace cameo. 
Peraltro, ritroviamo Elisabetta, ora Regina, Robert Dudley, assurto a protagonista, e la sua povera moglie Amy, che ci fa talmente pena da farci superare persino l’antipatia nei suoi confronti… la trama, infatti, tra i francesi che minacciano di invadere la Scozia e la necessità per l’Inghilterra di nuovo conio, è incentrata soprattutto sull’amore adulterino che lega la sovrana e del suo ambizioso Maestro di Stalla, Robert Dudley, appunto, che però libero non è…
Personalmente, avevo trovato più interessante, ricco e avventuroso il volume precedente, qui, per quanto si inventi, infioretti e romanzi, lo spazio di manovra dell’autrice è ridotto visto che i protagonisti sono tutti personaggi realmente esistiti… Necessariamente, allora, sappiamo già dove si andrà a parare e che cosa potrà o non potrà succedere.
Senza dubbio il volume si legge comunque volentieri, riesce lo stesso ad essere appassionante, e, come al solito, è ben rappresentato sia sotto il profilo Storico (a tutti i livelli), sia sotto il profilo umano. Preponderante, certo, è la vicenda amorosa, ma, com’è ovvio, le sue ripercussioni non sono quelle della solita banale tresca e ad essa si affiancano tematiche molteplici, relative alla difficoltà di regnare e di scegliere, e alla paura che ogni mossa comporta, e che può scatenare complotti o attentati... che si aggiungono a quelli già in corso.
Nessuno dei protagonisti esce benissimo dalla vicenda: Elisabetta è egoista, vanesia e fifona; Robert Dudley è odioso quanto seducente; Amy è puro tedio e pura pena… Per fortuna che dietro a tutti, con abilità e lungimiranza, si muove William Cecil, il Consigliere della Regina. Nemmeno lui, invero, è esattamente un soggetto piacevole, ma non può che suscitare la nostra ammirazione.
Nel complesso, ad ogni modo, il volume scivola via velocemente, tenendo ben desta l’attenzione, assorbendoci completamente e facendoci desiderare, poi, di approfondire sui libri di Storia quanto abbiamo appena vissuto.   
A presto con “L’Eredità della Regina”.

venerdì 20 ottobre 2017

Il piacere di (ri)scoprire canzoni

DYLAN LYRICS


Tre volumi con tutte le canzoni di Bob Dylan, dal 1961 al 2012: finalmente!
Che poi, magari, sono usciti da tempo, ma io li ho rinvenuti per caso, curiosando in libreria... 
Sono cartonati, dall'ottima veste grafica, scritti grandi, come piace a me, con il testo originale e, a fronte, la traduzione in italiano. La carta sembra riciclata, ma è bella spessa, mentre il prezzo, rispetto al numero di pagine, è davvero modico. In fondo a ciascun tomo le “note del traduttore”, che si impegnano a tener conto di varianti, aneddoti e riferimenti.
Da parecchio mi ripromettevo di approfondire il discorso Dylan, non tanto per la faccenda del Nobel (che, anzi, avevo criticato, rimanendo tuttora sulle mie posizioni), quanto perché De André, il mio cantante preferito dell'eternità, ha sempre ammesso un debito nei suoi confronti...
E infatti, oltre a canzoni bellissime che non conoscevo e a racconti in musica (anche se li si legge in silenzio e non si ha idea di come li abbia interpretati Dylan, la musica, in qualche modo, fa sempre eco e sempre si affaccia tra un verso e l'altro), oltre a storie di vita, di uomini e di donne, di sentimenti e satira sociale, ho ritrovato con godimento e nostalgia tante delle radici del mio Faber, a volte esplicite e dichiarate (“Desolation Row”, qui tradotto con “Vicolo della Desolazione”, ossia “Via della Povertà” di “Canzoni” FdA o “Romance in Durango”, divenuto “Avventura a Durango” in “Rimini” FdA) a volte più sottili (“John Brown”, pur molto diverso sotto tanti aspetti, per altri versi mi ricorda, invece, parecchio “La Guerra di Piero”).
A ciò, si è aggiunto il piacere di scoprire la traduzione (diversa e talvolta irriconoscibile da quella che avrei fatto io, che l'inglese lo mastico poco, anche solo per questioni lessicali) di testi che adoro da tempo. 
Leggere tutto di seguito, peraltro, conferisce ad ogni strofa un valore ultroneo e nuovo, permette di cogliere meglio le sfumature, le evoluzioni stilistiche, la poetica,  e, intenzionalmente o no, delinea un percorso intellettuale e umano che man mano diviene più avvincente.    
Grazie Feltrinelli!

giovedì 19 ottobre 2017

Anna è sempre Anna

L'ETA' MERAVIGLIOSA
di Lucy M. Montgomery


Chi non conosce Anna dai capelli rossi?
Chi non l'ha amata?
E in quanti sanno che Anna non è solo la protagonista di uno splendido cartone animato e del romanzo da cui è stato tratto, ma di un'intera saga?
Io l'ho scoperto qualche anno fa, ma mi ci è voluto il Mio Perfido Marito per farmi coraggio e per indurmi ad andare avanti: dopo aver visto insieme la Serie Tv di Netflix, infatti, mi ha regalato tutti i libri... 
Questo è il secondo. Quello che si spinge ove il cartone animato non ha mai osato...
Inizia con Anna adolescente, impegnata in mille attività e prossima ad incominciare il suo lavoro di maestra nella scuola di Avonlea, decisa a farsi amare dai suoi studenti e ad aiutare Marilla (specie ora che due nuovi giovani membri entrano a far parte della loro famiglia), e continua con mille avventure, grandi e piccole, con tanti vecchi e affezionati personaggi, come Diana e Gilbert, e nuovi, favolosi tipi bizzarri, che, spesso, finiremo con l'amare più dei vecchi. 
Anna, pur cresciuta e più responsabile, è sempre Anna – anche se qui, in un'ottica più fedele all'originale, dobbiamo abituarci a chiamarla Anne – e ci piace da morire apprendere nuove cose di lei, vederla crescere e maturare, pur conservando le sue peculiarità, ed anzi scorgendole di riflesso in altri accanto a lei...
Il volume, sostanzialmente di raccordo tra il primo e il terzo, mantiene intatta l'atmosfera sospesa fra soavità, divertimento e incanto del suo epigono, strappandoci spesso sorrisi e risate, ma, se devo essere onesta, sarà che Anna bambina su di me esercitava maggior fascino – forse perché l'infanzia è in assoluto l'età a cui sono più legata (e che per me è assai più meravigliosa dell'adolescenza) – ma mi sembra che ogni tanto la nostra beniamina ecceda per logorrea e voli pindarici e la narrazione manchi un po' di ritmo e tenda a ristagnare... Di sicuro, però, si riprende alla grande nella parte finale, con la romantica storia della signorina Lavender, promettendo cambi di scena e novità per il prosieguo! 
A presto, dunque, con il terzo tomo: “Il baule dei sogni”.

mercoledì 18 ottobre 2017

Un milione di anni fa

LA BAMBOLA CHE DIVORO' SUA MADRE
di Ramsey Campbell


Capolavoro.
Horror, naturalmente.
E io non sono una sfegatata fan di Ramsey Campbell, che, intendiamoci, non mi dispiace, ma qui ha raggiunto le vette della sua produzione, le ha superate, e poi è andato più in là.
O meglio, che non le ha più raggiunte, dato che questo è il suo romanzo d'esordio ed è stato scritto nel 1976.
Anche se...
Diavolo, non è che me lo ricordi granché. 
Dico sul serio, l'ho letto un milione di anni fa, al Ginnasio, credo, per giunta in tipo uno o due giorni. Quindi, forse, averlo dimenticato non è poi così strano.
E allora perché recensirlo?
Perché mi sembrava doveroso.
Perché, invece, ricordo con precisione che la trama mi aveva sorpresa ed entusiasmata.
Rammento perfettamente che mi ero detta: “Con un titolo così stratosferico, non potrà che deludermi: come potrà la storia esserne all'altezza?”. Ma la era stata. E, benché io fossi una creatura tutto sommato piuttosto fredda, rammento che mi ero inquietata parecchio e in modo gustoso. Mi era parso, infatti, che il romanzo contenesse tutto quello che porta un libro ad essere classificato come pietra miliare horror: un buon incipit, la capacità di scavare senza pietà nell'animo umano, mettendo il lettore a nudo, in bilico sopra le sue angosce (angosce che magari non sapeva di avere e che non appartengono a lui come singolo, ma come membro di una collettività), e, dopo averlo sbatacchiato con forza, incuriosendolo con cose arcane e striscianti - magari un poco morbose, ma non necessariamente eclatanti - di farlo ruzzolare a terra, svelando il mistero, che, mio Dio, si dimostra ancora peggio di quel che si era portati a credere, terrificandoci in via definitiva.
Ma allora perché in rete ci sono tutte 'ste recensioni negative?
Non me lo spiego, e mentre le leggo non mi ci ritrovo e mi pare parlino di altro.
Appena avrò tempo (che mi occorre per ritrovare la mia copia nel mare magnum della mia povera biblioteca sovraffollata) sarò lieta di rituffarmici e fornire un secondo e più ragionato parere, ma nel mentre... non potevo non dare il mio contributo di ex quattordicenne estasiata.

martedì 17 ottobre 2017

Nessuno può mettere Baby in un angolo!

DIRTY DANCING
di Wayne Blair
(2017)


Remake del cult anni 80, ne rinnova e aggiorna la simbologia, trasformandolo in un simpatico musical.
Premetto che, pur avendo da adolescente apprezzato l'orginale, non sono una di quelle pazze invasate innamorate di Patrick Swayze che hanno rivisto il film un migliaio di volte. Io ero una di quelle pazze invasate innamorate di Harrison Ford che hanno visto un migliaio di volte Indiana Jones. Anzi, se non fosse che ci teneva MPM, credo che io il remake l'avrei evitato.
Detto ciò, mi pare che le critiche nei confronti di questa pellicola siano troppo severe, nel senso che a me, nonostante l'eccesso di sentimentalismo (peraltro presente anche nel cult del 1987), complessivamente è piaciuto: per quel che ricordo, le atmosfere sono più o meno intatte, le scene di ballo stupende, il finale corale una genialata, la sorella fatua (interpretata dalla Sarah Hyland di Modern Family) è decisamente più amabile rispetto alla vecchia Lisa, il nuovo Johnny, va bene, ha meno carisma di Swayze (ma Colt Pratters è un ballerino, non un attore) e per quel che mi concerne risulta adeguato... Anche se, lo ammetto, Baby/Abigail Breslin non si può vedere, è grassa come un porcello, ma io credo che la faccenda sia voluta.


Di solito la Breslin, per quanto in carne, non è così strabordante. E comunque ha un bel faccino, laddove, lo rammento benissimo, la longilinea Jennifer Grey aveva invece un viso orripilante, che mi dava fastidio guardare. Ma il tema è proprio questo, no? Contro ogni convenzione, il bello si mette con la bruttarella, la ricca con il povero, la ragazza colta e intelligente con lo scapestrato con precedenti penali, e intanto ognuno cerca il proprio posto nel mondo, imparando che siamo noi gli artefici del nostro destino.
Un filmetto, certo, ma gradevole, senza pretese, e che, in teoria, dovrebbe far contente quelle madri che non fanno che lamentarsi per i modelli di bellezza inarrivabile inculcati alle proprie figlie e che per giunta si sforza – tra un cliché e l'altro – di distruggere ogni etichetta. 
Unico vero neo, per quanto mi riguarda: far vedere i due amanti anni dopo, con annessi e connessi al seguito. Sa di realismo, ma anche un po' di prosaico, visto il contesto nostalgico... Che le cose dovessero andare così era ovvio, nessuna illusione. Ma, in effetti, proprio questo sarebbe stato un buon motivo per non farcelo vedere. Pazienza. Nel complesso il prodotto è godibile.

Curiosità: nel cast anche Billy Dee Williams/Lando Calrissian.

lunedì 16 ottobre 2017

Prima le persone

PRIORITA'


Giusto per chiarire le cose.
Giusto perché, è vero, io amo i libri sopra ogni cosa e ho la tendenza ad usare un linguaggio iperbolico. E ogni tanto mi diverto a contraddire, a scandalizzare, a urtare.
E anche chi mi conosce bene talvolta è colto da dubbi e mi attribuisce la conclusione sbagliata.
Ebbene, si sappia che, in generale (giacché il quesito mi viene posto di frequente, e spesso nemmeno in forma interrogativa), se mi trovassi a scegliere tra salvare il Mio Perfido Marito e la mia adorata biblioteca, non sceglierei la mia adorata biblioteca, ma il Mio Perfido Marito (pazienza se passerei il resto della mia esistenza a piangere).
Se l'alternativa fosse tra la mia adorata biblioteca e un familiare, o un mio caro amico,  o una persona che stimo, ad essere sacrificata sarebbe sempre e comunque la mia adorata biblioteca.
Ad essere sacrificata sarebbe sempre e comunque la mia adorata biblioteca anche se dall'altra parte ci fosse un perfetto sconosciuto, magari nemmeno tanto gradevole.
Così se, addirittura, ci fosse gente che detesto e che ritengo uno spreco di ossigeno.
Posso essere una fanatica esaltata (e sì, la sono), ma i libri sono sempre e comunque oggetti. Gli oggetti migliori del mondo, i più straoridinari e preziosi, ma oggetti. 
E, sin da piccola, Mater mi ha insegnato che prima vengono le persone.
Prima di tutto.
Poco importa che io odi la maggior parte di loro.
Prima le persone.

P.S.
Certo, la faccenda potrebbe essere diversa se parlassimo dell'ultima copia al mondo di quel particolare libro... che magari è un classico della letteratura... che adoro e che non è più disponibile nemmeno in traduzione o in edizione virtuale... che quindi rischierebbe di perdersi per sempre... 
Ma dubito che mi si prospetti mai un dilemma simile.

venerdì 13 ottobre 2017

Quanta crudeltà e decadenza

I MELROSE
di Edward St. Aubyn


Sembra un tomo monumentale, in realtà sono quattro romanzi bravi riuniti in un unico libro.
I protagonisti sono l’aristocratica famiglia Melrose e in particolare il figlio Patrick, che conosciamo bambino, che ritroviamo ragazzo e poi uomo, e infine padre di famiglia.
Tuttavia non si tratta della solita saga familiare. 
Da un lato, infatti, c’è lo stile raffinatissimo dell’autore, dall’altra… Dio, quanta crudeltà e decadenza e perfidia e superficialità e dolore. Sul serio, ogni tanto, specie durante la lettura del primo volume, dovevo tornare indietro per verificare se davvero era successo quel che avevo inteso. Ed era successo. E io avevo comunque bisogno di un paio di attimi per riprendermi e procedere oltre.
Abbastanza scioccante, dunque, e di sicuro non per tutti.
L’amica che me lo ha consigliato (entusiasta) mi ha detto che la madre glielo ha restituito dandole della pervertita. Io l’ho prestato a mia zia, per cui vi saprò dire che ne pensa lei.
In quanto a me, invece, posso affermare che mi è piaciuto, e che, nonostante l’impatto sia intenso, non lo trovo gratuito, al contrario. Ogni azione viene ripresa ed analizzata (solo un po’ più tardi di quel che ci si potrebbe aspettare) e c’è un incredibile approfondimento psicologico, una complessità che si rinnova e si fa cangiante di romanzo in romanzo, una volontà critica e feroce, ma anche un’ottica sottilmente ironica, e un lirismo di fondo, frammisti al cinismo e alla solitudine.
Vediamo insieme, velocemente, i quattro libri.
Il primo, “Non importa”, è il più traumatizzante, il più annichilente, ma anche il più bello, quello che contiene i semi di quanto avverrà poi.  
Il Secondo, “Cattive Notizie”, è il meno avvincente, ma comunque importante come tappa intermedia per la crescita del protagonista, nonostante, nella fattispecie, Patrick non faccia che passare da una droga all’altra, da un vuoto ad un altro vuoto.
Il terzo, “Speranza”, è piuttosto affascinante, anche perché ritroviamo personaggi che credevamo perduti e che sono, invece, parecchio cambiati. C’è sempre una certa freddezza di base, ma nel complesso ci sembra di tirare una boccata d’aria.
Il quarto “Latte Materno” è piuttosto desolante, ma intriso di riflessioni e con qualche punto fermo.
C’è anche un quinto volume, quello conclusivo, ma devo ancora procacciarmelo…

giovedì 12 ottobre 2017

Un patrimonio di immagini

VIVIAN MAIER FOTOGRAFA
A cura di John Maloof


Conosco Vivian Maier grazie a Gian, che anni fa mi ha regalato il Dvd col documentario su di lei,  su questa donna apparentemente comune e uguale a tutte le altre – magari solo un po’ più austera – che in realtà scattava foto a qualunque cosa e a qualunque persona le capitasse davanti, senza neppure preoccuparsi di svilupparle (del resto, siamo oltre le centomila, fra gli anni 50 e 90, in varie parti del mondo, tra cui spicca New York).
Per caso il suo patrimonio di immagini è stato reperito dalla persona giusta, che per curiosità le ha esaminate, scoprendo capolavori vividi e incredibili, intrisi di umorismo e di gusto, di spirito artistico o critica sociale, rappresentative di usi, costumi e pittoresca umanità, che ha pensato bene di rendere pubbliche.
Insomma, il film, che racconta tutto ciò e indaga sulla personalità di Vivian Maier (ufficialmente una bambinaia)  mi è piaciuto molto, ma la mia dimensione è quella libresca. 
Quindi, se ho gradito il Dvd, ho trovato infinitamente più prezioso questo volume pazzesco, che continuo a sfogliare.
E’ in bianco e nero – ma sembra a colori, data la qualità delle immagini – e raccoglie alcune delle foto di Vivian a tutta pagina. Ci sono autoritratti, ma soprattutto immagini di sconosciuti (qualcuno che la scruta un po’ irritato), che oscillano tra la tenerezza, la fascinazione, la curiosità e la semplice, luminosa bellezza.
Ma soprattutto si nota l’autorialità di questa fotografa che non sarà stata del mestiere, ma è indiscutibilmente una professionista.
Grazie, Gian!

P.S.
Una particolarità del libro, è che ci sono alcune pagine bianche, che, di primo acchito, possono sembrare casuali, dato che non sono disposte senza regolarità, e che mi hanno indotta a credere che la mia copia fosse fallata… Invece, no. Invece la Casa editrice ha chiarito che questi spazi bianchi sono voluti e rispettano l’edizione originale.

P.P.S.
Il povero Gian l’ha constatato altresì di persona ispezionando varie copie in diverse librerie…

mercoledì 11 ottobre 2017

Vivere il riflesso delle scelte di un altro

MORIRE IN PIEDI
di Adrian Tomine


Primo volume che leggo di Tomine, non sarà l’ultimo.
In particolare questa è un’antologia di racconti, sei, ove ciascuno rappresenta un mondo a sé, con uno stile proprio e personalizzato, un registro diverso e un peculiare modo di narrare.
Si alternano colori e bicromie, strip (con tanto di tavole domenicali) e illustrazioni con commento, per passare a fumetti più tradizionali, caratterizzati dalla precisione e dalla pulizia del tratto.
In quanto ai singoli racconti, come recita la quarta di copertina, ad accomunarli è la stessa condanna che devono scontare i protagonisti: “vivere il riflesso delle scelte di un altro”.
Le declinazioni, però, sono molteplici, gli incipit e i personaggi diversificati:  sanno di quotidianità e di famiglia, di gente che vive ai margini della propria esistenza, cercando di non disturbare, eppure le loro vicende conservano intatta la loro dose di straordinarietà. L’incedere delle cose ci viene mostrato in presa diretta e siamo noi a dover sospirare, sbuffare, e poi trarre le conclusioni, anche se, a volte, rimaniamo spaesati, destabilizzati, disorientati.
Ma ci piace, questo, ci piace da matti (sì, esattamente come quando leggiamo Carver). 
Perché, ancora di più, fa sembrare tutto vivo, vivido e vero.
I risvolti sono variegati, gli inizi tra i più disparati e fantasiosi, svettano ironia e, persino, un po’ di cinismo, ma allo stesso tempo la dimensione è fortemente umana, poco eclatante, ma introspettiva e profonda.
Tra i miei preferiti “Una breve storia della forma d’arte nota come Ortiscultura” e “forza Gufi”.
Adesso bramo di procacciarmi “Una lieve imperfezione”, sempre di Tomine, il cui titolo mi attrae non poco.

martedì 10 ottobre 2017

Lo sguardo ammaliato del navigatore

SHOGUN
di James Clavell


Romanzo storico-avventuroso ambientato nel Giappone feudale del 1600, frutto di fantasia, ma pieno di traslati e di ammiccamenti alla realtà dell’epoca, è favoloso per entrare gradatamente nell’ottica del periodo e nel sistema di pensiero orientale, dato che ciò avviene a poco a poco e attraverso lo sguardo ammaliato del navigatore inglese John Blackthorne. 
Si apprende la Storia, dunque, ma anche la quotidianità del tempo, e non solo per faccende quali il suicidio rituale, ma altresì per questioni apparentemente più ordinarie (dal punto di vista nipponico), come ad esempio il rapporto con i frequenti terremoti.
Lo avevo letto qualche anno fa e ricordo che mi era piaciuto, la lettura era risultata incalzante e intenso, ma, complice l’entusiasmo della mia amica che me lo aveva consigliato, mi aspettavo sarebbe stato più coinvolgente, più emozionante.
Peraltro trattasi senza dubbio di un’opera valida, che si affranca dalla banalità dei bestsellers alla Wilbur Smith, iscrivendosi in un panorama più complesso, più accurato, meno scontato, per quanto gli ingredienti di fondo contemplino, come sempre, avventura, storia, il contatto con una cultura nuova e affascinante, esotismo e l’immancabile vicenda d’amore tormentata. La bella Mariko, infatti, la traduttrice di John Blackthorne, è già sposata… 
Gli esiti, per fortuna (o per sfortuna, tutto è relativo), non sono votati all’ovvietà e ad interessare davvero l’autore è soprattutto l’ascesa di Toranaga, futuro Shogun.  
Sicuramente apprezzato dagli amanti della cultura giapponese, ma anche dei buoni romanzi.

P.S.
Può ricordare in alcuni passaggi il film “L’ultimo Samurai” del 2003, ma è stato scritto assai prima: nel 1975!

P.P.S.
E’ il primo volume di una trilogia, che comprende Tai-pan e Gaj-jin.

lunedì 9 ottobre 2017

Il problema è lo stile

I SEGRETI DI MIO MARITO
di Liane Moriarty


L’Autrice è la stessa di “Piccole Grandi Bugie” e mi andava di fare un confronto con un’altra sua opera, anche al fine di comprendere meglio la prima.
Ebbene, i tratti salienti sono gli stessi: madri sciroccate e super esaltate, una critica all’ipocrisia del perbenismo, un omicidio, una certa coralità in cui a far da collante è la scuola dei bambini, problematiche familiari.
La storia è anche ben costruita, con queste tre donne, le cui vicissitudini si intersecano, totalmente diverse fra loro, a completare l’uno il punto di vista dell’altra per offrire sfaccettature differenti, persino contrastanti. E’ incalzante, assai  approfondita sul piano psicologico, ma…
Mi rendo conto ora, non fa per me.
Inizialmente temevo che i presunti segreti del marito fossero deludenti tresche piccolo borghesi e mi annoiava a morte ‘sto tira-e-molla di congetture da parte di Cecilia, la moglie sottintesa nel titolo (giacché il coniuge è il suo) nonché la prima delle tre protagoniste (le altre due sono Tess, alle prese con il matrimonio in crisi, e Rachel, nonna efficiente che vent’anni prima ha perso una figlia). 
Non lo sono, anzi, i segreti in questione (che poi sono uno, ma grosso come una casa) costituiscono una vera e propria bomba narrativa. E anche le altre due storie parallele (ma non esattamente tali) hanno il loro tocco di originalità, oltre al fatto che la trama è sviluppata con lucida coerenza e come tale è senz’altro molto apprezzabile.
No, il problema è lo stile dell’autrice.
Troppi aggettivi e troppo scintillanti, per i miei gusti, un incedere troppo frammentato e al contempo capzioso, troppo glamour e con quella patina che mi sa di finto a rivestire ogni frase.
Non è che Liane Moriarty scriva male.
Scrive bene, è scorrevole, ma…
Mi sembra tutto così preconfezionato e ridondante da irritarmi. In più mi disturba il fatto che sia così… femminile. Insistentemente femminile. Al punto che ho l’impressione che sia impossibile da leggere da parte di un uomo.  
E io preferisco cose un po’ più universali.
Mea culpa.
Il romanzo comunque è piacevole, solo che non mi ha lasciato granché e appena l’ho finito è come evaporato. 
Perfetto se si è donna e sotto l’ombrellone (o in treno).
Carente se si aspira a qualcosa di più del semplice passatempo.

venerdì 6 ottobre 2017

Seguirà l'inferno...

IL FALO' DELLE VANITA'
di Tom Wolf


Tom Wolf è l'autore del romanzo “Radical Chic”, da cui deriva l'omonimo lemma. Già questo è utile per intuire uno dei temi perno della sua poetica: una denuncia contro l'ipocrisia sinistrorsa e di maniera fatta di velleità, più che di sostanza, che, nella fattispecie, per ergersi a esempio contro razzismo e ingiustizia, diventa essa stessa razzismo e ingiustizia. Della specie, tuttavia, del razzismo al contrario.
In mezzo critiche a politica, giornalismo, sistema giudiziario, ambizione, edonismo e avidità, e chi più ne ha più ne metta...
Un romanzo fiume, sotto certi aspetti logorroico, che sicuramente sarebbe stato più incisivo ridotto della metà, ma che ugualmente colpisce per bellezza stilistica, per la capillarità delle descrizioni – non solo di volti e corpi, ma altresì degli stati d'animo – per la ricchezza del frasario e per la capacità di rendere tanto il piccolo quanto il grande, tanto il sistema di pensiero del singolo, che della massa tumultuosa.
Parla di Sherman McCoy, che, nella New York anni 80, si autodefinisce uno dei Padroni dell'Universo, in quanto bianco, ricco e di successo, che lavora a Wall Street. Non è una gran simpatia, troppo arrogante e autoreferenziale, ma siamo lo stesso portati ad immedesimarci in lui. Perché comunque non è una persona cattiva, né tanto meno incosciente o irresponsabile. E perché presto ci farà pena.
Disgraziatamente, mentre si trova con l'amante, la bella Maria Ruskin, finisce nel Bronx con la sua auto di lusso. E qui avviene il pasticcio: troppo scosso per continuare a guidare a seguito di un episodio suscettibile di essere frainteso, Sherman cede il volante alla ragazza, che investe uno studente nero.
Ne seguirà l'inferno, che porterà via a Sherman più o meno qualunque cosa – non solo sul piano materiale – arrivando a mettere in pericolo la sua stessa incolumità.
Il romanzo consta di oltre settecento pagine, è dettagliato, a tratti quasi prolisso, ma gli argomenti che tratta sono talmente vertiginosi che, nonostante tutto, non annoia mai, catturando il lettore in modo ipnotico, grazie anche ai cambi di prospettiva (oltre a quella di Sherman, abbiamo uno squallido giornalista, Peter Fallow, e l'ancor più squallido procuratore, Larry Kramer).
Un libro per molti versi desolante, che fa sentire la lacerazione e l'impotenza, ma per molti altri magnetico, che può fungere da intrattenimento, ma che, soprattutto, aiuta a mettere in discussione tante presunte verità. E a riflettere. Non solo a livello individuale.

giovedì 5 ottobre 2017

Un vero carnaio

SAUSAGE PARTY – VITA SEGRETA DI UNA SALSICCIA
di Greg Tiernan e Conrad Vernon
(2016)


Bisogna essere preparati per vedere questo film o si rischia il tracollo. Qualche sospetto potrebbe già venire per via del fatto che il protagonista è una salsiccia (così dicono, a me pare un wurstel) e ancora di più nel constatare quanto è pornografica la protagonista femminile, “una panina” che pare parlare attraverso un orifizio di fondo schiena… ma i disegni sono pucciosi, modello Pixar, se non Disney, e traggono in inganno, fioccano occhioni, sorrisoni e si canta pure… Così all’inizio uno si sente spregevolmente malizioso e si aspetta ugualmente il solito cartone animato pseudoalternativo, ma sostanzialmente pregno di buoni propositi e di buoni sentimenti, pensato soprattutto per i bambini. Per cui, anche quando si comincia ad intuire qualcosina, ci si può illudere di aver sentito male, di aver frainteso, ma…
Presto arrivano le parolacce. Poi le allusioni sessuali – pesantine – indi… L’orrore! L’orrore! Un vero carnaio, un genocidio da film horror di guerra! Che potrebbe essere visto solo come uno scontro fra carrelli, ma il registro è quello di un omicidio di massa… E questo, nonostante l’irriverenza e il sarcasmo, è il tono del film.
Gli alimenti protagonisti, infatti, sognano di essere acquistati dagli Dei (noi) e di andare “nel Grande Oltre” per poi scoprire che, invece, per loro le nostre cucine sono più simili ad un campo di concentramento che al paradiso. La chiave di lettura è ovviamente ironica, ma di quell’ironia salace che sguazza nel politicamente scorretto, con la marmellata che sembra sangue e qualche simil stupro, o omicidio a sfondo cannibalico… o quello che è. A cui poi si aggiungono altre tragiche morti, con tanto di occhio umano che schizza fuori dall’orbita e giù dal cielo…
Il cattivo, a proposito, è una lavanda vaginale. Ops.
Le trovate geniali (ad esempio il dramma del preservativo usato o della carta igienica, o la gomma da masticare masticata in versione Stephen Hawkings) si sprecano e inducono a perdonare la volgarità eccessiva di molte scene (che troppo spesso varcano il confine tra ciò che è divertente per scadere nel cattivo gusto), così i parallelismi con il nostro mondo (si vedano i nativi Americani, i crauti nazisti o i conflitti arabo-israeliani) o le strizzate d’occhio (una scatola di meat loaf motociclettara che canta Meat Loaf), con sequenze sadiche degne del miglior slasher.
La fine è una svergognata orgia alimentare… E on è un modo di dire. MPM era in forte imbarazzo e mi guardava esterrefatto. Ma c’è ancora un passaggio, dopo… Ed è pazzesco, tanto che eleva il livello del film di parecchi punti.
A parte ciò, l’aspetto tecnico è pregevole, anche in ordine a dettagli e animazioni, mentre il racconto contenitore, per quanto non brilli quanto le singole chicche di cui è costellato, è sufficiente a non smorzare l’attenzione degli spettatori.

P.S.
Tra gli autori/interpreti svetta la banda di Seth Rogen, Jonah Hill, James Franco e amici vari, utile a spiegare tante cose…

mercoledì 4 ottobre 2017

Il tragico sapore della realtà

ROOM
(Stanza, Letto, Armadio, Specchio)
di Emma Donaghue


Ispirato ad una storia vera – quella di un sequestro finalizzato ad abuso di una ragazza – questo è un libro allucinante, opprimente, arsurante.
Ma anche poetico e gentile, pieno di dolcezza e di curiosità.
Com’è possibile?
Perché è filtrato attraverso gli occhi del piccolo protagonista, Jack, cinque anni, convinto che il mondo si riduca alla stanza in cui vive con la mamma, la stessa in cui è nato – che chiama affettuosamente Stanza – e che il Fuori non esista e che quanto vede in Tv sia inventato.
Solo che noi, invece, comprendiamo tutto perfettamente.
Che Jack è figlio di un abuso.
Che i due sono prigionieri e che le violenze si perpetuano.
Che Ma’, la mamma di Jack, è giovanissima, e ha dovuto rinunciare a sette anni della sua vita, mentre Jack ha e continua a perdere tanto di quel che invece ciascuno avrebbe diritto di avere (dagli amici alla luce del sole).
Che le cose sono destinate a peggiorare.  
A meno che i due non riescano a fuggire…
La prima parte è un po’ noiosa, utile a rappresentare l’angoscia claustrofobica della prigionia, il tedio, l’assenza di prospettive… Jack e sua madre, però, sono una forza insieme, entrambi pieni di immaginazione e risorse, e ci mostrano il mondo bellissimo che, nonostante tutto, sono riusciti a costruirsi. La prevalenza di parti dialogiche, inoltre, aiuta a mantenere il ritmo e così le domande di Jack, che, a volte, a dispetto del terribile contesto, risulterebbero persino buffe, se non fossero al contempo laceranti per le loro implicazioni.
Poi si mette la quarta, la tensione cresce, l’azione si fa concitata, e al contempo noi siamo sempre più affezionati ai protagonisti, anche quando ci accorgiamo che in loro c’è qualcosa che non va e che le cose non sono facili nemmeno quando ci sembrano, finalmente, in discesa. 
Un libro che sa di fiaba, di infanzia e di amore sconfinato, ma che è permeato dal tragico sapore della realtà più oscura e terrificante, e che, soprattutto, ci aiuta a non dare mai nulla per scontato.   
Sì, forse si sente un po’ la patina fastidiosa del bestseller. Ma pazienza. L’idea di fondo è geniale e, in linea di massima, resa col la giusta dose di grazia e stupefazione. 

P.S.
So che c’è anche il film, ma quello proprio non mi sentirei di vederlo...

martedì 3 ottobre 2017

Inviato da iPhone

IL SECONDO RACCONTO DI M.M.


Non in generale, ma come ospite di questo Blog (si veda post 2 settembre 2016), per cui, giacché ormai è un “nostro” veterano, e tuttavia sperando che bazzichi più spesso da queste parti come autore, vi lascio al suo: 

INSIDE

Si svegliò al rumore dei passi sulle scale. Il display del cellulare segnava le 4:30 del mattino. Qualcuno si stava avvicinando alla sua stanza, le voci bisbiglianti appena trattenute. Non aveva dubbi: erano loro. Di nuovo. Ormai era diventata una consuetudine che si ripeteva da settimane: lui scappava e si nascondeva cercando di far perdere le proprie tracce, ma loro riuscivano a rintracciarlo ogni volta. Era stremato da questa inesorabile caccia nella quale lui interpretava la parte della preda. Non si ricordava più cosa significasse fare una bella dormita e svegliarsi riposati e carichi per un altro giorno da vivere. Lui aveva smesso di vivere. Cercava di sopravvivere. Le sue notti erano caratterizzate da caffè nero amaro, posacenere stracolmo di mozziconi di sigarette e occhiaie profonde che incorniciavano due occhi stanchi che di tanto in tanto si chiudevano cercando invano un po' di riposo. Muovendosi il più silenziosamente possibile, raccolse di fretta le proprie cose sparse per la camera, mise tutto a forza nello zaino e uscì dalla finestra, che dava sulle scale antincendio del motel. Mentre dietro di sé sentiva la loro presenza incombere, iniziò a scendere i gradini a due a due, usando i corrimani per non cadere. Arrivato alla fine della scala percorse la distanza che lo separava dal suolo con un salto. Appena toccò terra, iniziò a correre senza voltarsi indietro. Non ce n’era bisogno: sapeva che loro erano lì. Corse a perdifiato tra i vicoli angusti e sporchi dell’isolato, facendosi strada tra ubriachi e prostitute nella speranza di seminare gli inseguitori. Ma in cuor suo sapeva di coltivare una speranza vana. Loro lo trovavano. Sempre. Si fermò un attimo per riprendere fiato, e si accorse di vedere riflessa in una vetrina l’immagine di sé stesso. Ma non riuscì a riconoscersi. Vedeva solo il volto di un uomo disperato. L’illuminazione lo folgorò in quel preciso momento. Ora sapeva come scappare. Per sempre. Ricominciò a correre, imboccando la salita che conduceva al ponte vecchio della città. Arrivato esattamente a metà, scavalcò la balaustra di ferro. Guardò la lunga lingua d’acqua scura che scorreva sotto di lui e, dopo tanto tempo che aveva smesso farlo, si ritrovò a sorridere. 

I due detective della polizia Ross e Blake erano sulla riva del fiume mentre osservavano gli uomini del coroner chiudere la cerniera del sacco nero contenente il cadavere. «È il quarto che ripeschiamo in meno di tre settimane. Tutti ragazzi tra i 18 e i 25 anni. E con questa nuova dannata droga in circolazione, non saranno gli ultimi. Poveri dannati. Sembra quasi che scappino dai propri demoni. Tutti loro.»

lunedì 2 ottobre 2017

Una trama illustrata

IL GRANDE PRATO
di Roberto Grossi


Per certi versi una sorta di copia-clone de “Il Grande Quaderno” di Agota Kristof, ma più povero, meno crudo, meno lirico e meno efficace, con lo zio al posto della nonna e un aggiornamento di periferia italiota a rimpiazzare la piccola città dell’Ungheria durante la seconda Guerra Mondiale. 
Sotto altri aspetti, però, qualcosa di nuovo, con un messaggio di fondo differente, più umano, meno spietato, non dovuto solo al diverso mezzo espressivo. Al di là dell’alienazione e dell’ingiustizia sociale, infatti, al di là dello stile asciutto e volutamente impersonale, e al di là della denuncia pluristratificata (contro il razzismo, contro l’abbandono, contro il disagio di classe e l’infanzia rubata), pare di scorgere una speranza, una solidarietà che può allignare nei luoghi (e nei cuori) più inaspettati. Che non solleva il morale, ma rende tutto ancora più tragico, eppure, in qualche modo, conforta.
Gli stessi gemelli protagonisti – qui detti “i Siamesi” – sono meno algidi, nonostante la loro eccezionalità, più sensibili e meno intelligenti, geniali e dotati. 
L’opera si legge volentieri e mi piace come viene narrata: più che un fumetto ricorda una trama illustrata, descrittiva, inesorabile, con pagine bipartite. Disegni grandi, dai contorni calcati,  protagonisti senza pupille, una didascalia sottile, poche nuvolette e parche. Prima persona plurale a sottolineare come i due fratellini, in realtà, siano come uno. 
La verità è che se non avessi letto la Kristof inneggerei al quasi capolavoro (qualcosina manca lo stesso, peraltro, per giungere all’apice).
Avendola letta, e riconoscendo il forte debito dell’autore verso di lei, mi limito a dare un giudizio discreto, che, comunque, non mi fa rimpiangere di aver intrapreso la lettura.