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lunedì 31 marzo 2014

Non fidatevi troppo...


LA DONNA PERFETTA
di Ira Levin


Non ci viene mostrato nulla, però si allude tanto, e questo è sufficiente per inquietarci. Spaventarci, persino.

Eppure non è un horror, e forse nemmeno un thriller. C'è tanta ironia, graffiante, pungente, ma anche parecchio disagio.

La fine non ci viene spiegata, ma noi la vediamo lo stesso. Non abbiamo conferme, ma anche sì. E ne restiamo agghiacciati.

Joanna si trasferisce con la famiglia nell'idilliaca cittadina di Stepford, l'ideale per crescere i figli. Siamo in America, inizio anni Settanta, il femminismo ormai si sta affermando e Joanna è una donna moderna, volitiva, con l'hobby della fotografia, che però le garantisce saltuari guadagni e talvolta la pubblicazione dei suoi lavori. Non è una di quelle mogli sempre impeccabili, eleganti e truccate, e neppure una perfetta massaia. Le donne di Stepford sì, però, praticamente tutte. Formose, curatissime, sempre affaccendate nella pulizia della casa, senza interessi e senza passioni. La perfezione, dal punto di vista maschile. Dal punto di vista femminile, però, sono vuote, aberranti.

A Joanna la circostanza che siano tutte così pare strana, soprattutto perché, scopre, a Stepford la realtà prima era diversa. Quando il Club degli Uomini, frequentato anche da suo marito, non c'era ancora le sue vicine stereotipate erano sempre in fermento. Attive, vivaci. Come lei. Dunque? Anche una sua amica cambia, una ancora più emancipata di lei. E da un giorno all'altro. All'improvviso. Dopo un week-end romantico col marito... Quindi? Che cosa è accaduto? Sostanze dannose nell'aria? E perché colpiscono solo le donne? E' qualche gas? Oppure...

Il titolo con cui questo libro è stato pubblicato la prima volta in Italia è “La fabbrica delle mogli”, e questo la dice lunga...

Il Romanzo è avvincente, attuale, benché scritto nel 1972, e si legge in un attimo: lo stile è asciutto, asettico, ma brillante. Il punto di vista è quello di Joanna e ci consente maggiore immedesimazione. All'inizio va tutto bene, siamo contente di essere a Stepford. La casa è bella, i vicini gentili, il quartiere elegante. Poi scivoliamo nella paranoia. Lentamente, ma non troppo.

Solo che non è paranoia.



Nella mia edizione c'è l'introduzione di Chuck Palahniuk che osserva alcune cose intelligenti, e ne sostiene altre che non condivido.

Il mio consiglio è di leggerla alla fine, dopo aver affrontato il romanzo.

E di non fidarsi troppo dell'autore di “Fight Club”.

domenica 30 marzo 2014

Moralmente devastante


E ORA PARLIAMO DI KEVIN
di Lionel Shriver

 
Il romanzo si presenta come una raccolta di lettere scritte da Eva al marito, Franklin, da cui si è separata, ma che lei continua ad amare.

Il punto, però, non è tanto il loro rapporto, che pure viene sviscerato e analizzato minuziosamente, sin dalla radice, quanto piuttosto quello tra i genitori (e lei in particolare) e il figlio, l'adolescente Kevin. Che poco prima di compiere sedici anni ha ucciso otto compagni di scuola e un'insegnante.

Cambiando tutto.

Oscilliamo dunque tra il presente doloroso di Eva, fatto di povertà (il processo e il risarcimento alle famiglie delle vittime l'ha costretta a rinunciare al benessere), senso di colpa, visite in carcere, solitudine e meschine vendette, e il passato, in cui lei, lungi dal rifugiarsi, cerca quei campanelli d'allarme spaventosi, che all'epoca l'avevano impaurita, ma comunque non preparata agli eventi brutali in attesa dietro l'angolo.

Il perno della sua esistenza, infatti, d'ora in poi, sarà il giovedì in cui Kevin ha compiuto il massacro, e attorno a cui, inevitabilmente, ruoterà ogni suo pensiero, tornando su se stesso, in cerca di una spiegazione, di un perché.

Un romanzo fortissimo, sottile, crudele, complesso, e moralmente devastante, sull'amore e sulla morte, che potrà non piacerci, ma mai lasciarci indifferenti. Terribile, ma anche dolcissimo, fatto di dolore e di biasimo, di sconcerto e sospetto. Ma anche di dedizione, amore e sacrificio, il cui nocciolo è la maternità.

I personaggi sono persone viventi, rese in ogni pulsione, pensiero, stato d'animo, esitazione o incertezza (quanto intense saranno le nostre emozioni a riguardo!).

Il montaggio è superbo, il ricorso ai flashback calibrato al millimetro, eppure senza schema. Lo stile è magistrale, con un frasario spontaneo, ma ricercato, in cui ogni sfumatura viene descritta con un'esattezza incomparabile e la prosa scorre in un flusso gentile, ma irto di asperità inaspettate.

Già così la trama sembra abbastanza scioccante, e crediamo erroneamente che sia definita. Ma la verità è che ci sono altri colpi di scena. Alcuni piccoli, che produrranno domande; altri che ci lasceranno attoniti, allibiti, esanimi. Soprattutto verso la fine.

E continueremo a sentirne il sapore per giorni, in un perenne reflusso gastrico, affannandoci a ripercorrere tutto da capo, come Eva, vagando attorno al giovedì, trovando chiavi di lettura diverse, in cerca di redenzione, di comprensione, di uno spiraglio (e qualcuno, invero, ci sarà, e sarà caldo e colmo di luce).

Ma anche in cerca di dettagli, per scoprire che no, non siamo stati ingannati: abbiamo dato noi per scontato che fosse così, perché era logico, doveva esserlo.

Sbagliavamo.

Non è un romanzo horror, questo. Eppure lo è, lo è dentro, e fa davvero male.

sabato 29 marzo 2014

Si combatte...


IL DOMANI CHE VERRA’
di John Marsden

 
Il primo volume di un'eptalogia, che vorrei tanto poter leggere, ma di cui per ora non sono usciti, in Italia, i sei seguiti.

Se devo essere onesta non è che “Il domani che verrà” mi abbia entusiasmata in modo eccessivo: i personaggi, nonostante gli sforzi, sono piatti, “di repertorio”, privi di sfaccettature, i colpi di scena prevedibili, e il lettore ideale per quest'opera, plausibilmente, ha una ventina d'anni meno di me, il cosiddetto Young Adult.

Ciò nondimeno, lo spunto di base mi affascina da matti, e sarei davvero curiosa di sapere come continua la saga, e possibilmente come finisce, senza contare che i protagonisti, nel prosieguo, potrebbero acquistare spessore e sorprendermi in modo meraviglioso. Talvolta capita che la partenza sia tiepida...

Ecco il soggetto: sette ragazzi australiani vanno in campeggio per una settimana, isolandosi dal mondo e dai genitori, in quello che loro chiamano l'Inferno e che è sostanzialmente un angolo di natura incontaminata... Molto caratterizzati e diversi fra loro, ognuno con le sue peculiarità, si dedicano, dunque, all'ozio, alla “sopravvivenza” e a quello che normalmente fanno i giovani in gruppo: confidenze, baci, avventura... Si divertono un sacco e hanno la sensazione di crescere un po'. Poi tornano a casa. E crescono sul serio. La situazione è straniante e riempie di terrore: non c'è più nessuno. Neanche i genitori, neanche un biglietto. Le case sono abbandonate, gli animali domestici morti, magari per fame o per incuria. Com'è possibile? Che è successo? Qualcosa di spiazzante, ma anche plausibile: occupazione militare da parte di non precisati asiatici che necessitano di spazio per sopravvivere... E lo cercano in Australia, dove ce n'è tanto, dove le case sono distanti chilometri l'una dall'altra...

Dunque? Che si fa? Semplice: si combatte.

Lo si fa abbastanza civilmente, senza sacrifici eccessivi, senza troppo sangue, con tante parole e molta ingenuità. Ma anche parecchie risorse, ingegno e coraggio. Cercando di superare i propri limiti e di maturare in fretta.

Ci sta che l'inizio sia soft (anzi, forse non lo è abbastanza), i personaggi sono ragazzi, non guerriglieri. Si fa l'occhiolino al Romanzo di formazione, e ogni tanto non manca qualche riflessione profonda, qualche intuizione interessante. Ciò non basta per farne un buon libro, ma è sufficiente come inizio potenzialmente valido.

Lo stile ha poche pretese, ma è scorrevole, piacevole, immediato, con un bel ritmo, e sovente tenta un superficiale approfondimento psicologico, che talvolta riesce e un po' commuove (ma più spesso no, e anzi annoia). Il processo di immedesimazione è semplificato dalla narrazione in prima persona da parte di Ellie, una dei sette ragazzi (che presto diventano otto). C'è anche della genuinità in questo romanzo, e forza, e tanto, tanto idealismo. Ma molte idee, ecco, sono un po' trite. E molte emozioni hanno un retrogusto di plastica, come se fossero state “confezionate” con un incarto fasullo. Il “triangolo amoroso” appare forzato, gratuito e fuori luogo. Non sempre ero emotivamente coinvolta, mi sorprendevo a guardare i ragazzi dall'esterno, come se fossero, appunto, i personaggi di un libro e niente più, mentre di norma mi risulta spontaneo interiorizzare.

Il giudizio complessivo, comunque, viaggia sul più che sufficiente, per cui, ribadisco, auspico la traduzione del secondo volume... Non tra mille anni, per favore!

venerdì 28 marzo 2014

Una fine posticcia


HAPPY TOWN

 
Eccellente Serie Tv sulla scia di Twin Peaks, pressoché perfetta nella sua struttura, nella capacità di mescolare spunti e generi e di mantenersi in bilico tra ambiguità e mistero.

Incalzante, corale, intelligente, costellata di tensioni e colpi di scena, di prospettive ribaltate, di segreti e personaggi interessanti, attori notevoli (su tutti Sam Neill e Frances Conroy, che ha sempre il potere di affascinarmi-inquietarmi con la sua sola presenza scenica) e una magnifica colonna sonora.

Peccato che la spietata politica della ABC ne abbia decretato la cancellazione già all'ottavo episodio (con conseguenti proteste da parte dei fan, che nella fattispecie sono state particolarmente creative, tanto da sfociare, se non ricordo male, in un corto in cui alcuni dei “protagonisti” si presentano dai produttori e li fanno neri). Tristezza infinita, perché eravamo davvero al cospetto di un potenziale indimenticabile capolavoro!

La fine posticcia che vi è stata appiccicata, oltretutto, benché fornisca qualche spiegazione e sia indubbiamente d'effetto, più che dare risposte solleva altre domande, fa acqua in molti punti, puzzicchia, e in generale risulta frustrante per lo spettatore, perché ci si sente truffati, deprivati di qualcosa di prezioso. Tuttavia... Tuttavia, anche così, vale comunque la pena di vedere questa Serie Tv, perché, nonostante tutto, è più quel che ci dà che quel che ci toglie.

Siamo nella classica cittadina statunitense di provincia, quella che in apparenza è tutta zucchero e miele, ma che al lato pratico si rivela marciume e carie, e nasconde più segreti che abitanti: Haplin, in Minnesota.

Da cinque anni non accade nulla di rilevante, ma in precedenza, per sette anni, ogni anno è scomparsa una persona... Si presume che il colpevole fosse “l'uomo magico” uno psicopatico mai identificato e dalle motivazioni oscure, la cui ombra, tra un sorriso e l'altro, si staglia ancora sulla città felice. Ed infatti quando, dopo un efferato omicidio, una donna scompare, si teme che The Magic Man sia tornato...

Questo il punto di partenza, ma presto si biforca in una ridda di sotto trame, di misteri paralleli, di allusioni suggestive ma non immediatamente comprensibili, che sono il principale punto di forza della Serie e che promettevano molto bene, prima che si iniziasse a pasticciare per arrivare ad una conclusione affrettata.

Ahi, che nel pensier rinnova il senso di perdita (vituperando Dante) , indi chiudo qui.

Per chi fosse interessato ad un altra opinione, rimando al post del 24settembre 2013 di Delittando.

giovedì 27 marzo 2014

Scritto magistralmente


DUE DI DUE
di Andrea De Carlo

 
Di De Carlo ho letto tutto, ma è questo il romanzo che riassume meglio la sua poetica, le tematiche a lui care, e che in un certo modo ne è la cifra totalizzante.

Vivido, intenso, rappresentativo.

Dell'esperienza del crescere, della vita, dell'amicizia (che talvolta è una corsa in salita, che non sai dove porta, non sai dove va, ma non per questo è scevra di bellezza e soddisfazioni. O di inciampi), di una generazione e di un'epoca cruciale, il '68, delle sue conseguenze, strascichi, illusioni.

Con una nota vibrante che gli dona autenticità.

Scritto magistralmente con uno stile secco, nervoso, personale e caratteristico, dotato di una precisione vertiginosa di intenzioni e pensieri. Che spesso ci sembra quasi si compongano in diretta, davanti a noi, mentre leggiamo.

La storia di un'amicizia iniziata a Milano, sui banchi di scuola, al primo anno di Ginnasio, e che dura un'intera vita, fatta di cambiamenti, di alti e bassi, di entusiasmi e delusioni.

Due personalità contrapposte, complementari, quella di Mario, l'io narrante, il tipico bravo ragazzo introverso che fa da spalla all'amico più carismatico, e di Guido Laremi (chiamato spesso con nome e cognome, come una rock star, come se il nome proprio da solo non fosse sufficiente a definirlo), il ribelle antiborghese, fascinoso, irruento, leader naturale.

E Guido ci conquista subito, in un battito di ciglia, ci avvince, ci seduce, mentre Mario è apatico, incolore, resta sullo sfondo... Ma il tempo ci rivelerà che laddove Guido è sostanzialmente un tipo tormentato, infelice e votato all'autodistruzione, Mario è invece affidabile, solido, positivo... I poli delle nostre simpatie si invertiranno e sarà Mario, alla fin fine, a piacerci di più, anche perché lo vedremo maturare e ritagliarsi i suoi spazi.

La parte che ho preferito è la prima, che narra l'adolescenza dei protagonisti, gli ideali e l'innocenza... e il '68, uno dei pochi periodi storici che mi rammarico seriamente di non aver vissuto, perché allora la speranza era ancora consentita, non solo per Guido e Mario, ma per tutti.

Poi la realtà bussa alla porta e le prospettive si fanno più concrete, anche se non riusciamo a capire né dove voglia andare a parare De Carlo, né dove siano diretti i suoi protagonisti. Non importa. Continuiamo ugualmente a seguirli nel loro percorso di crescita, di contrasti, negli equilibri della loro amicizia, affascinati e combattuti, per affetto e per curiosità, in giro per il mondo e attraverso relazioni e avvenimenti.

Come accade, di solito, non in un libro, ma nella vita.

Penso sia questo il senso del romanzo (e dell'opera di De Carlo in generale): descrivere in modo onesto, cogliere, rappresentare, costruendo uno spaccato, più che una trama in senso classico. Con dei personaggi che siano veri e che possano andare avanti anche senza di noi.

L'unico dubbio che ci sovviene, peraltro, nelle ultime pagine è che Guido ci sia apparso così speciale, così un “ladro di fuoco”, solo perché lo abbiamo visto attraverso gli occhi di Mario...

mercoledì 26 marzo 2014

Complyblog!


UN ANNO DI BLOG

 
Un anno! Ci siamo: complyblog! Una candelina a me!

Wow! Non pensavo che ce l'avrei fatta...

Quindi?

Quindi grazie a tutti quelli che mi seguono e che mi sostengono, grazie a chi mi ha deliziata con un commento, a chi mi ha fatto pubblicità o mi ha dedicato uno spazietto sul suo Blog, ai collaboratori anonimi (uno solo, in realtà, ai pennelli), e ai prodi votanti, e grazie in particolare al Mio Perfido Marito, che rende tutto ciò possibile! Bacioni, mio bruco! (Povero cucciolo, non è nemmeno così malvagio come si potrebbe pensare...) Per il resto... Un po' di auto esaltazione (in realtà, a confronto con altri Blog, non c'è tanto da stare allegri, ma amen, mi accontento e mi esalto lo stesso) e di statistiche:



Regolarità Post: almeno uno al giorno!!! Yeeehhh! (non so se riuscirò a mantenere anche in futuro, ma farò il possibile!);

Visualizzazioni: 35.301 (aggiornato ad adesso adesso... non so quando il MPM metterà su il post. Non sono tantissime, lo so, ma ho deciso che oggi il bicchiere è mezzo pieno – o almeno 1/4!);

Premi ricevuti da Net-Parade: 5 (Va mu…);

Livello Raggiunto: 53 (un numero che mi piace);

Record Net-Parade categoria Cultura: 2° (Sarò mai prima? Dipende da voi, votatemi!!!);

Record Net-Parade classifica generale: 17° (Qui c’è da lavorare…)



Bop.

Vi risparmio “il discorso”, così, se arrivo a festeggiare il secondo compleanno, potrò dire qualcosa di nuovo.

Ad ogni modo, sono contenta di quest'esperienza: impegnativa, ma divertente! Anche se… Già che ci sono dedico pure uno Gné Gné ad una delle mie colleghe (si noti come evito accuratamente qualsivoglia aggettivo ingiurioso), che, dopo averne chiesti in quantità, ha ritagliato e vituperato i miei biglietti da visita (blogghiferi) per usarli impropriamente per i suoi biechi e vacui scopi… Beccati un bel muori!, turpe donnaccia dall’anima nera (al diavolo, quando ci vuole ci vuole: in fondo sono ancora gentile)!

Bau a tutti (tranne alla collega incriminata cui auguro un'inversione del metabolismo fino all'implosione) e tanti auguri a me!



Otta!!!



P.S.

Propositi per il futuro: scrivere qualcosa sul mio profilo… Che è ancora il nulla!!!

martedì 25 marzo 2014

Un percorso stimolante


IL MUSEO IMMAGINATO –

IL SECOLO LUNGO DELLA MODERNITA'

di Philippe Daverio


Pseudo seguito de “Il Museo Immaginato”, ancora più bello, più ricco e più corposo del predecessore... Questa volta ci occupiamo del riordino urbanistico di una città ipotetica, e in particolare di una vecchia stazione ferroviaria, non più in uso... Affrontiamo brevemente le connesse difficoltà concrete e organizzative, anche economiche (come fare affinché il Museo possa rivelarsi un investimento autosufficiente e proficuo e non una macchina mangia soldi?), cerchiamo di capire come funziona il mercato dell'arte e ci chiariamo un po' di concetti e un po' di prospettive...

Tutto ciò è stuzzicante e divertente, ma la parte più bella inizia dopo (all'incirca a pagina 50), quando cominciamo davvero a parlare del “secolo lungo”, ossia dell'Ottocento, attraverso 600 splendide opere, suddivise per tematiche (di cui alcune inconsuete, come “il vapore”).

Devo dire che in questo caso la selezione artistica è stata ancora più vicina ai miei gusti, concedendo spazio al Simbolismo e a sezioni quali “La fuga dalla realtà”, in cui trovano posto i miei diletti Preraffaelliti, ma anche autori misconosciuti, come il “puffosissimo” Richard Dadd...

Per il resto, lo stile di Daverio è sempre lo stesso (e avendolo già descritto nel post che gli ho precedentemente dedicato, facilmente raggiungibile cliccando sui tag qui sotto, evito di indulgervi più del dovuto): amabile, ironico e frizzante, che ci erudisce strizzandoci l'occhio e solleticandoci lo spirito... Commenta i quadri, ma soprattutto si preoccupa di dar loro un contesto, rivelandoci, nel contempo, simpatiche curiosità. Ogni tanto si intrattiene in allegre digressioni “per maniaci” (dell'arredo, degli affari, della letteratura...), ma soprattutto ci aiuta a capire, e persino a respirare, “il secolo lungo”, evidenziandone il pensiero, le correnti, le distorsioni, e le numerose contraddizioni.

Un percorso stimolante, dunque, ma anche piacevole, talvolta un poco pepato, che ci farà venire voglia di approfondire e riscoprire l'arte, ma anche la storia, la letteratura e magari persino il folklore...

L'aspetto grafico è impeccabile e la “postf(r)azione” non mancherà di strapparci un sorriso, regalandoci però in cambio una promessa che mi auguro vedremo mantenuta...

lunedì 24 marzo 2014

Un piacevole svago


LA REGINA DELLA ROSA BIANCA
di Philippa Gregory

 
Un romanzo che ci mostra quanto pesante sia la corona, per la Regina, ancor più che per il Re, quanto precario sia il potere e come difficile sia conservarlo, tra intrighi, cospirazioni e capricci della fortuna, quali e quanti sacrifici richieda l'ambizione, e come le donne, un tempo, fossero destinate ad essere pedine di scambio e a pagare lo scotto più altro nel caso di ascesa al potere (e il riferimento non è solo alla sovrana).

Al contempo ci insegna che una donna intelligente e determinata spesso resta in ombra, ma di fatto riveste un ruolo molto più importante di quello che le è stato attribuito, perché alla fin fine è lei che muove i fili nel buio, che decide le sorti della sua famiglia, ma anche del Paese.

Siamo dinanzi ad una ricostruzione storica appassionata, narrataci dal punto di vista della Regina, Elisabetta Woodville, moglie (per caso e a dispetto di ogni pronostico) di Edoardo IV Plantageneto, che quindi esprime una sensibilità profondamente femminile, in tutta la sua forza e la sua dolcezza. La vediamo crescere, acquisire esperienza e consapevolezza di sé, la vediamo crucciarsi e soffrire, la vediamo combattere facendo ricorso a tutte le sue doti...

In questa versione, decisamente romanzata e libera, tra le risorse di Elisabetta, non ci sono solo la bellezza e il carattere, ma anche la magia, in qualità di erede di Melusina. Non poteri sconfinati, tuttavia, e non senza un prezzo...

La storia (e la Storia) e i personaggi sono diversi da quelli che ci propone Shakespeare nelle tre parti dell'Enrico VI (o meglio nelle ultime due) e nel Riccardo III. Qui sono più sfaccettati, più fragili, più umani. Diverso il destino che spetterà ai due piccoli Principi, figli di Edoardo. Diverso, e assai più complesso, Riccardo, suo fratello. E proprio non si può ignorare che a scrivere sia una donna...

La prosa, comunque, è molto scorrevole, incalzante, benché descrittiva, anche quando si sofferma sugli stati d'animo della protagonista, seppur non sia al livello dei precedenti romanzi che ho letto di quest'autrice, ed in particolare de “L'altra donna del Re” (post 17/9/13), su Anna Bolena, decisamente più vivaci.

Qua e là sembrano esserci dei buchi narrativi, ma sono solo apparenti. Questo è solo uno dei romanzi dedicati alla cosiddetta “Guerra dei Cugini”, altrimenti detta “Guerra delle Due Rose”: quella Bianca degli York e quella Rossa dei Lancaster, in lotta per il trono d'Inghilterra... Altri vanno ad affiancarsi ed a integrare la materia del libro in oggetto, e in particolare “La regina della Rosa Rossa”, incentrato su Margaret Beaufort, e “La futura regina”, che ha per protagonista Anna Neville, e che si svolgono parzialmente in parallelo.

Non li ho ancora letti, ma nel caso terrò tutti informati! Nonostante la ricostruzione storica accurata non sono per nulla impegnativi e risultano un piacevole svago.

domenica 23 marzo 2014

Mette a confronto umani e blatte


GLI SCARAFAGGI NON HANNO RE
di Daniel Evans Weiss

 
Mi è piaciuto, ma mi aspettavo di più.

E' un romanzo originale, grottesco, piuttosto carino, con una bellissima idea di base, ma che avrebbe potuto essere sviluppata in modo più brillante ed incisivo. A tratti le risate scemano, la tensione cala, e la narrazione appare un po' statica, affaticata, e fine a se stessa... in certi punti quasi annoia.

O forse sono solo io che avevo pretese troppo grandi... Mi si capisca, però: quest'opera pareva scritta proprio per me. Incentrata su una comunità di allegri scarafaggi, senzienti, riflessivi, e dediti all'elucubrazione, arricchita da brevi e spassose parentesi entomologiche, mette a confronto umani e blatte, assumendo il punto di vista di queste ultime... Che sono critiche, simpatiche, e per giunta colte, essendo cresciute mangiando (letteralmente) libri. Ed ecco perché si chiamano Goethe, Hegel, Rosa Luxemburg, Numeri...

Lo ammetto, certe descrizioni mi fanno accapponare la pelle (adoro i coleotteri, ma gli scarafaggi mi attraggono nella stessa misura in cui mi ripugnano), specie in relazione all'abitudine di nutrirsi di carta. O di avventarsi sul cibo.

Ma non sono loro quelli strani, quello strano è Ira Fishblatt, il loro “affezionato” coinquilino umano, nonché padrone di casa (naturalmente pigro, sporco e disordinato), che non li alleva, ma quasi... Almeno fino a che non si trasferisce da lui la fidanzata, che (grazie a dio, ci viene da sospirare) come prima cosa decide di dedicarsi alle grandi pulizie... Arrivano quindi la carestia e le persecuzioni.

E' dunque la fine?

No, se il piano di Numeri, il protagonista e io narrante, ha successo. Seguono pasticci sentimentali, spacciatori locali, sudiciume, scene isteriche...

La trama è interessante, ma talvolta il ritmo tende a rallentare, ad appesantirsi, la storia si disperde in auto compiaciute e sterili digressioni di cui si potrebbe fare a meno... Inoltre i personaggi umani non mi garbano più di tanto, li trovo sgradevoli, irritanti, superficiali, benché in modo diverso... Gli scarafaggi, invece, sono tenerelli (nonostante tutto) e piacevolmente caratterizzati, ironici e spiritosi. Però non spaccano. Non riescono a sostenere la storia da soli. Non sempre.

Le premesse ci sono, lo stile è scorrevole, ameno, brioso, però... a volte si ammoscia anche lui. Perde smalto. Si intoppa, rallenta.

Un libro grazioso, dunque, godibile, un po' diverso dal solito, con uno spunto eccezionale. Ma niente di più.

Pazienza!

sabato 22 marzo 2014

Ipnotico


LA GRANDE BELLEZZA
(2013)

 
Questo è puro Cinema. Fatto di musica, immagini e parole che si combinano insieme creando qualcosa di nuovo, che è più della somma dei suoi singoli elementi.

Sinceramente non capisco perché (pubblicità a parte) tanta parte di chi lo ha visto in televisione lo abbia così aspramente criticato: è un film intelligente, ironico, felliniano, bizzarro, ricco di sottintesi. E' vero che, di fatto, non succede niente, ma è anche vero che in quel niente si cela tutto, vite intere come piccole cose, verità e sensazioni avviluppate, mescolate, paradigmi che si sovrappongono in una realtà fasulla, insipida, ma che di bellezza è piena, sebbene ormai ridotta a sfondo, a contorno, a ricordo, o ad un passato remoto. Che di norma viene ignorata, tranne quando i turisti si accaniscono a fotografarla, con un punta di compulsione.

Il film non ha nulla di noioso, semmai di ipnotico, di avvolgente.

C'è chi lamenta che sia volgare... ma la volgarità non è fine a se stessa, è parte del senso della pellicola, che sin dall'incipit gioca sull'alternarsi di musica raffinata e immagini eterne con la chiassosa serataccia in discoteca, all'insegna del sesso esibito, delle parolacce, dello squallore, dell'esteriorità votata al trash e all'ostentazione.

Non è un film semplice, è stratificato, multiforme, contiene messaggi contraddittori e momenti shockanti seminati in un fiume che scorre placido, ma inesorabile, costellato di spunti grotteschi. Si mettono in luce tante storture di oggi, di Roma e dell'Italia, mali e malesseri, che toccano l'arte come la religione. Ma a volte si sorride, altre, semplicemente, si rimane a bocca aperta o si avverte un sapore acre, dal retrogusto rancido, ma delizioso (l'artista ignuda che sbatte la testa contro il muro, la scoppiettante intervista che ne segue, Viola che torna a casa e trova il figlio pazzo, nudo anche lui, ma coperto di tintura rossa...).

E poi c'è una vena intimista, personale, tra il malinconico e il rassegnato, quella di Jep Gambardella (Toni Servillo), il protagonista sessantacinquenne (scrittore di un solo libro, sia pur eccelso, per giunta risalente agli anni della sua giovinezza), che compie gli anni e si mette in discussione, che fa da narratore, ma anche da specchio e da cassa di risonanza per il mondo vuoto che lo circonda e di cui è lui un tassello portante. Che forse, però, ricomincerà a scrivere...

I personaggi sono tanti, variegati, e ognuno, a modo suo, è autentico e caricaturale, disperato, vacuo, e ognuno incarna una menzogna diversa, una sfumatura in più, la negazione di un valore o l'affermazione di un'illusione, e ha qualcosa da dire. O da rimangiarsi. Un segreto da rivelare, anche se è tale solo per lui, perché gli amici lo hanno già sbugiardato da tempo.

Gli attori mi sono piaciuti tutti, la Ferilli come Verdone e nel complesso la pellicola mi ha emozionata e sorpresa.

D'accordo, forse non è un capolavoro con la maiuscola: troppo frammentario, troppo dispersivo... Ma tanta poesia la è, frammentaria e dispersiva.

Ad ogni modo questo rimane un bel film e se sapete solo insultarlo, allora forse ha ragione Scamarcio: “Andate a vedervi i Cinepanettoni!”

venerdì 21 marzo 2014

Intelligente e colto


MAZINGA NOSTALGIA
di Marco Pellitteri

 
Insomma, un saggio sui cartoni animati giapponesi, quelli degli anni '70-'80, per lo più, che hanno deliziato la mia infanzia!

Per alcuni, invero (i robottoni, in particolare), ero un po' piccola, e anche se li ho visti tutti li ricordo poco, ecco perché questo libro è così prezioso: puro nutrimento per nerd! Tratta la materia con impegno e passione, regalando al lettore numerose chicche, rivelando curiosità, finali censurati, segreti scomodi... Ad esempio, la vera conclusione di Candy Candy, che in Italia è stata odiosamente edulcorata con un noiosissimo monologo posticcio (ecco spiegato perché la poverina non faceva che correre come un'ossessa sulla collina della Casa di Pony)!

Però, attenzione, non si tratta esclusivamente di intrattenimento: siamo al cospetto di un'opera ambiziosa ed esaustiva, che, oltre a snocciolare aneddoti e trame, ci propone un'analisi approfondita anche dal punto di vista storico e socioculturale, effettuando confronti generazionali e indagini sui nuovi valori proposti dagli anime, nonché sugli anime come fenomeno di massa. Non solo! L'autore si preoccupa altresì di cantarne quattro ai profani pieni di pregiudizi verso l'animazione nipponica, ai tempi bersaglio di sterili e infondate accuse da parte di educatori, insegnanti e genitori disinformati e superficiali (cavoli, se me lo ricordo! Il problema è che all'epoca, infelice bamboccina, non avevo gli strumenti per ribattere illuminando gli interlocutori circa la loro ignoranza e bassezza morale, cosa che invece, al signor Pellitteri, adesso riesce benissimo)!

L'autore, intelligente e colto, è inoltre capace di assumere un punto di vista controcorrente (ma squisitamente critico) anche dal secondo il modello del “nerd anni '80 doc”, che, per esempio, ha la fissa di insultare Cristina D'Avena (come se fosse colpa sua) per aver ricantato la sigla di “Lady Oscar”. Pellitteri, ad esempio, ci illustra perché tale atteggiamento, di fatto, risulta invece miope...

Un'opera godibilissima, dunque, e sì, anche un po' nostalgica, ma soprattutto interessante e capace di mettere in luce aspetti pregnanti e ancora attuali, ricucendo ferite ancora aperte.

Grazie!!!

P.S.

Ho letto quest'opera appena uscita, quando ero ancora all'università, prima che fosse riveduta è corretta... Adesso è disponibile un'edizione più aggiornata e leggermente più spessa, ma non so esattamente in che cosa differisca dalla prima.

giovedì 20 marzo 2014

Splendidamente genuino


HENRY MILLER

Uno scrittore che adoro (da non confondere con Arthur, quello di “Morte di un commesso viaggiatore”, marito della bella Marilyn, che pure mi piace, ma non c'entra nulla), più per lui che per come scrive.

Scrive bene, però.

Scrive da dio.

Magari non si nota subito, perché è volgare, per contenuti ed espressioni, e poco letterario, ma se si analizzano il testo e la struttura della frase, o semplicemente se ci si lascia andare, allora… Allora wow! (Ricordo la prefazione di uno de “I Meridiani”, collana della Mondatori che raccoglie i classici della letteratura e, fra questi, le opere di Miller, in cui si confrontavano impietosamente il suo stile con quello del nostrano e coevo Moravia… Miller lo sbaragliava su tutta la linea!)

Frasario originalissimo, gastrico, potente, abbinamenti lessicali insoliti, ma di mortale efficacia... Un'eleganza pura, arbitraria, metafisica, che sconvolge. Che arriva dritta al punto, sbattendocelo in faccia.

Ma soprattutto quest'autore è se stesso, splendidamente genuino, nel bene e nel male.

Tendenzialmente scrive di sé, della sua vita sbandata, precaria, fatta di trasgressione, di disordine e malattie veneree (ad esempio, mi sono fatta una cultura sullo scolo...) con una prosa a metà tra l’autobiografia e il romanzo, disseminando il tutto con riflessioni iconoclaste e contro corrente, spruzzate di critica sociale.

Ed è un bel tipo, Miller, davvero.

Anche come scrittore.

E’ uno che ha sfondato tardi, e tra tutti è quello che dà il consiglio migliore (parafrasando, sfrondando il “francese”, andando a memoria, e probabilmente aggiungendoci del mio): scrivi per te, anche se ti dicono che produci solo immondizia. E chi se ne cale di quel che ti dicono gli altri. Chi se ne cale della loro stupida opinione. Scrivi per te, e al diavolo tutti!

Tra le sue opere quelle che ho preferito sono senz'altro “Tropico del Cancro” e “Tropico del Capricorno”, vagamente deliranti, tra flussi di coscienza e salti temporali, ma gustose, al di là delle abbondanti dosi di sesso, descritto senza freni e con molta sincerità, per digressioni e ragionamenti, per l'atmosfera bohémienne che si respira, laddove invece, ad esempio, “Max e i fagociti bianchi”, a parte il titolo fantastiglioso, non mi aveva entusiasmato granché, ed anzi lo ricordo a stento.

mercoledì 19 marzo 2014

Disperatamente nerd


DYLAN DOG
di Tiziano Sclavi

Un fumetto che ho amato molto, nella stessa misura in cui poi mi ha delusa. L'ho scoperto (grazie a Dany) prima che diventasse un fenomeno di costume, quando a dirsi suoi fan eravamo in pochi, e l'ho adorato in modo così disperatamente nerd che al Liceo conoscevo tutti gli albi a memoria, in ogni battuta, dato tecnico, sfumatura. In effetti all'epoca ero nota per questa mia passione malata, tanto che, benché in gioventù fossi la classica studentessa che, malgrado se stessa, tenta ad ogni costo di confondersi con la tappezzeria, venivo quasi quotidianamente sfidata a chi ne sapeva di più da compagni più grandi (quelli che quando era uscito il numero uno – nell'ottobre 1986 – erano alle Medie e non alle elementari, e che per questo si sentivano “più fan” di me). Naturalmente vincevo sempre io, e di solito qualche mio compagno di classe (e si badi, non è che avessi un rapporto idilliaco con loro) gridava dietro allo scornato che tanto nessuno avrebbe mai potuto competere con me.

Ed era vero, poveri mortali. Io ero messa peggio di Annie Wilkes in “Misery”.

Perché Dylan Dog non era solo un fumetto, era un'identità, e i motivi per cui mi piaceva non erano meramente estetici.

Intanto lui amava i mostri e i diversi, e io diversa la sono sempre stata e ho sempre amato quelli che nessuno amava. E questo dei mostri era uno dei punti cardine della serie (e della poetica di Sclavi in particolare).

Poi perché mi piaceva Dylan come personaggio: era anticonformista, eccentrico ed eclettico. Ma anche imbranato, divertente, sensibile e pieno di contraddizioni. E anche in questo rivedevo un po' di me (specie per la parte sulle contraddizioni). Più un antieroe che un eroe, e quindi tanto più affascinante. Era facile affezionarsi a lui, a un indagatore dell'incubo che soffriva di claustrofobia, di vertigini, e aveva il terrore di ragni e pipistrelli.

Poi mi piaceva la serie, da morire: impazzivo per il genere horror, ma non era solo una questione di splatter, quanto piuttosto di atmosfera, di catarsi, e di immaginazione. Come nelle intenzioni di Sclavi, il suo era un fumetto popolare, ma anche d'autore. E la differenza si sentiva, era enorme, rispetto alle altre testate Bonelli. Decisamente un altro livello.

E poi apprezzavo i continui e variati riferimenti culturali: a film, romanzi, pittori, poesie, canzoni... Espliciti o impliciti... Spesso coglievo l'omaggio, ma non ne conoscevo la fonte, quindi mi mettevo a cercare, a scartabellare, a chiedere, in un'epoca in cui Internet non c'era ancora. Ho scoperto un sacco di registi, autori, quadri e libri, così: Dylan era immensamente stimolante.

Poi apprezzavo i dialoghi, i momenti umoristici (non le barzellette di Groucho, che pure come personaggio mi è sempre stato caro) e ancor di più l'ironia e l'autoironia e i frequenti ribaltamenti di valori, che ci insegnano che non sempre il male è male e il bene è bene, ma che talvolta si confondono ed altre ancora basta spostare il punto di vista perché i poli si invertano.

La verità è che Dylan era un fumetto intelligente, raffinato, brillante, ma anche controcorrente, fuori dagli schemi. E la sua era una “filosofia” positiva, fatta di amore per il prossimo e ottimismo, nonostante tutto.

C'erano alcune storie, come il n. 41, “Golconda!”, divertenti, immaginifiche e grottesche, altre come “Morgana” e “Storia di Nessuno” (25 e 43) più malinconiche, mentre altre ancora erano più classiche come “L'alba dei morti viventi”... I filoni narrativi erano numerosi e capaci di arricchirsi e rinnovarsi.

Poi Dylan è cambiato.

E' diventato un fenomeno di costume, l'horror è passato di moda, e, ancor prima che Sclavi si allontanasse dalla serie, si è cominciato a calcare un po' troppo la mano esasperando quei motivi di pregio che erano tali soprattutto perché non venivano ostentati o esagerati, ma rimanevano tra le righe. Non immediati, ma per questo assai più sottili, più preziosi. Più potenti.

Pian piano Dylan si è trasformato in un personaggio stucchevole, con le lacrime in tasca, talvolta quasi fanatico nel propugnare i propri ideali, e si è passati da un fumetto anticonvenzionale ad uno conformista, addirittura banale, spesso forzatamente melodrammatico.

Mentre prima Dylan era vivo, sfuggente, e pieno di sorprese, ora è fossilizzato in un'immagine stereotipata che si è cucito addosso, e sta attento a non discostarsene, ricalcando pedissequamente sempre i medesimi passi, i medesimi atteggiamenti, ormai assurti a cliché.

Tanti lettori lamentano che le idee si sono esaurite, che la serie è andata avanti troppo a lungo. A mio avviso il problema è più radicato, non si tratta solo delle storie in sé (che in effetti sono ripetitive, insulse, verbose all'inverosimile, noiose, prevedibili, scontate), ma proprio nelle caratteristiche del personaggio che si sono semplificate, semplicizzate, sino a soffocarne la magia.

Ultimamente si parla di rilancio (processo già iniziato)... Personalmente, la mia speranza (vana, lo so) sarebbe che invece chiudessero la testata. Se non per rispetto, almeno come atto di pietà.

martedì 18 marzo 2014

Amore adolescenziale non corrisposto


IL GIARDINO DEI FINZI-CONTINI
di Giorgio Bassani

 
Una sorta di oasi incantata, di idillio perenne, in cui, in un tempo di persecuzioni, i ragazzi ebrei possono stringere amicizia, giocare, innamorarsi, illudendosi, almeno per un po', che la loro gioventù sia eterna, come quella di tutti nel momento in cui viene vissuta...

Siamo nel 1938, a Ferrara. Vengono emanate le leggi razziali e noi siamo ebrei: non possiamo più frequentare il Club di tennis. E' allora che Alberto e Micòl Finzi-Contini ci invitano a giocare con loro, nel giardino...

Ma chi sono i Finzi-Contini?

Ci vengono in mente a distanza di anni visitando la necropoli etrusca di Cerveteri. Ci sovviene la loro tomba, enorme, monumentale, quasi un mausoleo. Ma non tutti potranno riposarvi: alcuni sono stati catturati e deportati in un campo di concentramento nel 1943. Inclusa Micòl. E per certi versi il nostro cuore è ancora suo.

Una famiglia ricchissima, quella dei Finzi-Contini, ebrea, alto borghese, che abita in una grande villa con tanto di domestici.

Da piccoli li osservavamo, ci incuriosivano, specie Alberto e Micòl, nostri coetanei. Ma allora non potevamo frequentarli perché conducevano un'esistenza diversa dalla nostra: studiavano a casa, uscivano poco. Però capitava di incontrarsi alla Sinagoga (anche noi siamo ebrei – e noi siamo l'io narrante, ignoto, senza nome, cui ho la tendenza ad addizionarmi – ma di ceto più modesto, medio).

Finché un giorno, da adolescenti, Micòl non ci invita a scavalcare il muro di casa sua...

Una storia d'amore adolescenziale non corrisposto, che ci lacera senza requie, emozionandoci e rivelandoci la nostra fragilità e incompletezza. Dolce, ma dal retrogusto amaro, che ci impasta la bocca. Perché fa male, specie in gioventù, quando i sentimenti sono violenti e assoluti. Perché alle nostre spalle, incombente, c'è lo spettro del nazifascismo e delle persecuzioni. D'accordo, resteranno sullo sfondo, ma saranno comunque determinanti.

Un romanzo intimista, riflessivo, in cui gli stati d'animo del protagonista vengono espressi con sensibilità e delicatezza attraverso le sfumature. Notevole il dialogo tra il narratore e suo padre, inaspettato e significativo. Bellissimo e sfuggente il personaggio di Micòl, che ancora l'io narrante non ha rinunciato a rincorrere nei percorsi della memoria, anche se lei non c'è più.

Stilisticamente un libro interessante, a tratti impegnativo, con descrizioni accuratissime e dettagliate, che procedono in armonia con lo struggimento interiore del protagonista. Si soffermano malinconiche sui particolari più minuti creando sensazioni, oltre che paesaggi e volti, e riuscendo a rendere in modo autentico la personalità dei suoi personaggi nelle loro peculiarità e contraddizioni, facendoli apparire vivi, veri, e imprevedibili.

Indimenticabile.

lunedì 17 marzo 2014

Una parte di te...


I DIECI PIACERI DI UN LIBRO


  1. Trovarlo
Dopo che l'hai cercato, magari per anni, o quando lo incontri per caso, gironzolando tra gli scaffali, capendo che in qualche modo è stato scritto (anche) per te...

  1. Comprarlo
Perché ora è tuo, finalmente!

  1. Sniffarlo
Che c'è di più buono dell'odore di un libro?

  1. Esplorarlo
Riesaminare la copertina, i risvolti, sbirciarlo, leggersi l'incipit, rigirarselo in mano... Un rapporto fugace, fisico, superficiale, ma brioso, prima di iniziare con lui una relazione seria e duratura...

  1. Classificarlo
Il possesso dà soddisfazione!
 
  1. Leggerlo
E il resto del mondo scompare.

  1. Parlarne, discuterne, recensirlo...
Per capire, confrontarsi, scoprire, condividere, sfogarsi, approfondire, rivivere insieme le emozioni più intense...

  1. Collocarlo nella tua biblioteca
Perché se sei riuscito a trovare posto anche a lui, allora hai compiuto un miracolo!

  1. Contemplarlo
Ormai è una parte di te. E tu (io) sei un po' narcisista.

  1. Ripensarci o rileggerlo
Che è come tornare a casa, o recuperare un ricordo d'infanzia, o assistere ad un incantesimo... Vedere se è cambiato lui o se sei cambiato tu, o se tutto è ancora come la prima volta.

domenica 16 marzo 2014

Atmosfera straniante


LA CASA DEGLI INVASATI
di Shirley Jackson

Capolavoro della letteratura horror, romanzo elegante, divinamente scritto, dalla pregevole introspezione psicologica e dalla suggestiva atmosfera straniante.
Classica storia di fantasmi, con tanto di casa infestata dalla fama lugubre, Hill House, in cui vengono radunati sensitivi ed ESP. Eppure diversa da tutto, innovativa e lirica.
Tra i personaggi spiccano quelli femminili: Eleonor, mite e introversa, dalla triste ma non interessante storia personale, che sceglie di reinventarsi ricorrendo alla menzogna, e Theodora, più libera, indipendente e trasgressiva.
E mentre Hill House a poco a poco si rivela per quella che è, tra poltergeist e scritte sul muro, Eleanor scopre l'amicizia, la felicità e poi la gelosia, diventando il fulcro dei fenomeni paranormali, sempre più intensi.
In realtà non accade nulla di davvero eclatante (non ci sono omicidi, né violenza, né sangue che sprizza), ma l'orrore si insinua subdolo, inconsistente, mentre ci incanta, inquinando l'aria, seminando malessere, alimentando fobie, portando tutti – lettore compreso – all'esasperazione, sino a che...
Eleonor, la povera, dolcissima Eleanor, impazzisce.
L'autrice ricorre magistralmente agli stilemi del gotico (non facendoci mancare nulla, pur evitando di esagerare), ma senza ridurli a fine. Piuttosto questi divengono il mezzo per narrare qualcosa di più profondo, di più alto, che non si limiterà a farci venire la pelle d'oca, ma che ci ingoierà all'improvviso, per squassarci, per contorcerci, portandoci a riflettere sui rapporti fra le persone e sulla sofferenza dell'individuo. Gli elementi soprannaturali saranno infatti inscindibili dal carattere di Eleanor, e le sue fragilità diverranno le nostre, in una fusione poetica e dolente, restituendoci al mondo meno innocenti e più consapevoli.
La fine è stupenda, romantica e non del tutto definita: concede la possibilità di rileggere l'intera trama in un'ottica diversa, al contempo più tragica e più razionale.
Un romanzo stupendo che esprime una sensibilità toccante e che soprattutto è il muto canto della solitudine.