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giovedì 31 maggio 2018

Una gran voglia di riscoprire canzoni

FUOCO DI LEGNA, ANIME IN CIELO
FABRIZIO DE ANDRE' E I SUOI CATTIVI MAESTRI
di Franca Canero Medici


Saggio su De André attraverso le sue fonti, quelle dichiarate, come Edgar Lee Masters, e quelle supposte, come José Saramago.
Un'opera discreta, in parte soddisfacente, in parte no.
No perché mi sarei aspettata di più. 
Invece, eccettuate certe ipotesi, magari un poco azzardate, non mi sembra che ci siano grandi novità per chi di disquisizioni sull'argomento ne ha già lette diverse. Personalmente credevo ci sarebbero stati  nuovi spunti e un'analisi più capillare, che esaminasse, quanto meno, ogni singola canzone, ogni strofa. Che aggiungesse, ove possibile, qualche epifania, qualche informazione, al di là degli afflati sentimentali dell'autrice. Con tutto che, sinceramente, avrei preferito un approccio più tecnico. 
Soddisfacente perché alcuni passaggi sono comunque bellissimi e sentiti, scrupolosi e dotati di perspicacia, capaci, con un mezzo diverso, di far rivivere le emozioni e di scandagliare i significati celati dietro tanti versi, che qui vengono opportunamente scomposti e messi a nudo. 
In particolare, è magistrale l'analisi dell'Antologia di Spoon River e ho apprezzato i numerosi confronti testuali, non solo in ordine ai paralleli con il capolavoro di Edgar Lee Masters, ma in generale, relativamente all'intero volume. 
Inoltre l'opera ha il pregio di avermi fatto venire una gran voglia di riscoprire alcune canzoni di Luigi Tenco e di avermi piacevolmente intrattenuta per un paio di orette (il libro è piuttosto breve). 
Infine, segnalo che, oltre alle canzoni, è stato preso in considerazione anche “Un Destino Ridicolo”, il romanzo di De André e Alessandro Gennari.

mercoledì 30 maggio 2018

Ragazzini privi di nerbo e sostanza

SUL BULLISMO
E SULLA SECONDA ESASPERANTE
STAGIONE DI TREDICI...


No, è che io spero che 'sta roba non sia davvero lo specchio della gioventù di oggi, perché qui dei protagonisti non se ne salva uno. 
Lasciamo stare le voragini narrative, la noia imperante, lo stravolgimento parziale della stagione precedente e l'idea abusata e squallida della "resurrezione" di Hannah... Non menziono nemmeno la cretinata delle polaroid, per quanto patetica, trita e forzata. 
È che non mi spiego come possa giustificarsi una simile sarabanda di solitudini e fragilità. Come fanno 'sti ragazzini ad essere così privi di nerbo, di sostanza, persino, di resilienza basilare? 
E io ho fatto il liceo (classico) in una classe composta al 60% di delinquenti! Sono stata bullizzata dalle Elementari e alle Medie, che manco Harry Potter nei suoi giorni peggiori, e persino all'asilo mi prendevano in giro chiamandomi Carota o Carrozza... Insomma, non è che abbia avuto quest'infanzia/adolescenza rosea, anzi. 
Sono andata avanti fondamentalmente grazie a Dante e a Mater, che, quando avevo sei anni, mi aveva suggerito – parafrasando l'Alighieri – di non ragionar di lor, ma di guardare e passare... Ossia, tradotto nel contesto scolastico, di non curarmi degli altri, dovendo avere dentro di me le mie risorse interiori. In altri termini, se uno ti bullizza, in qualunque modo lo faccia, è uno sfigato: devi forse preoccuparti di uno sfigato?  Quindi non farlo, così come non ti preoccupi dell'opinione delle formiche.  
Apprezzo gli intenti di sensibilizzazione promossi dal telefilm, l'offerta di aiuto che c'è dopo la sigla, ma qui siamo al parossismo. Non possono essere tutti fatti di budino, 'sti giovinetti, per un verso o per l'altro... Passi uno, passi due... Ma tutti!!! Inclusi quelli che non intervengono quando gli altri sono in difficoltà, quelli omertosi o quelli che negano. Ma v'è di più! In Tredici non sono solo i protagonisti, ma la scuola intera!
Capisco che adesso sia più difficile essere ragazzi con la mania dei video e delle foto e l'amplificazione malata dei Social. Ma la sostanza non cambia. E si può andare avanti anche senza soccombere come senza passare al lato oscuro (ci sono pure quelli che fanno i bulli per sviare l'attenzione da sé stessi, temendo di essere presi di mira). 
Io ho scelto di essere fortemente me stessa. Così fortemente che se non ti vado bene come sono, be' il problema è tuo. Non posso piacere a tutti, mi basta piacere a me. Certo, questo non significa che all'epoca non mi sia fatta i miei bei pianti, al contrario, avevo sofferto tantissimo. Ma non ho mai permesso che venisse intaccato il nucleo pulsante della mia personalità, né sono mai arrivata ad autoannullarmi o anche solo a cambiare per il prossimo.  
E se non mi dovessi piacere? Se fossi io la prima a non apprezzarmi? 
Ebbene, come posso non piacermi se ragiono con la mia testa e mi faccio promotrice dei valori in cui credo, agendo eticamente? 
E' vero, ora soffro di un lieve snobismo intellettuale (del quale, tra l'altro, mi compiaccio), ma nel complesso non ho mai neanche preso lontanamente in considerazione l'idea di suicidarmi, di autoledermi o di sopraffare a mia volta qualcuno. E nemmeno di fare cose che non approvo per il malato desiderio di integrarmi. Chi se ne cale dell'integrazione, se riguarda poveri di spirito e cerebrolesi? 
La verità è che 'sta seconda stagione è davvero esasperante. 
E sono solo alla seconda puntata.

martedì 29 maggio 2018

Malesseri e drammi irrisolti

COLOSSAL
di Nacho Vigalondo
(2016)


Per certi versi una divertente genialata, per altri un filmetto indipendente che si prende un mucchio di assurde licenze corteggiando più generi e mantenendoli in equilibrio; sotto altri profili, però, questa è una pellicola più sottile e ambiziosa di come si presenta all'inizio, che racconta malesseri e drammi irrisolti.
Risolvendoli, peraltro, nel migliore dei modi.
In sintesi si potrebbe dire: un Kaiju stile Godzilla (ma più ramarroso e longilineo) distrugge Seul e poi scompare, ma in realtà è Gloria, Anne Hathaway, la cui vita sta andando a catafascio tra sbornie, rottura col fidanzato e incapacità di affrontare la vita. Poi il Kaiju ricompare affiancato da un robot gigante.
Non per fantascientifici prodigi, ma semplicemente per... come definirlo? 

ATTENZIONE SPOILER:
Un doppio trauma infantile in congiunzione astrale con un parchetto?

Proprio la prova attoriale della ex Pretty Princess con gli occhioni da cerbiatta consente di apprezzare non solo gli spassosi momenti epifanici e le conseguenti prove ballerine del mostro, ma anche l'improvvisa virata drammatica del film con la conseguente assunzione di responsabilità da parte della protagonista.
Convincente anche Jason Sudeikis/Oscar, che, inizialmente, ci pare il solito Jason Sudeikis, simpatico e sfigato, ma poi si rivelerà essere ben altro. E non in senso positivo.
Molto indovinata, dunque, l'attribuzione dei ruoli, utili ad ingannarci, ma anche a farci affezionare (come si può resistere alla dolcezza smarrita della Hathaway?).
Il film è carino, originale, bizzarro e intelligente, ma a tratti ci fa venir voglia di spaccare qualcosa per la rabbia, a tratti il ritmo si allenta un po'. 
Però non fatichiamo troppo e giunti in fondo non ci lamentiamo, anzi siamo contenti. E un po' sollevati.
Perché le persone fanno schifo, ma non tutte.

lunedì 28 maggio 2018

Il primo saggio italiano su Roland

LA TORRE
di Giada Cecchinelli


Sottotitolato “Viaggio nel Macroverso di Stephen King”.
Il primo saggio italiano sulla Torre Nera, la meravigliosa saga di Roland.
Diciamo grazie.
E auspichiamo sia il primo di molti.
Leggerlo mi ha commossa, perché mi ha riportato alla mente diversi passi cruciali,  atmosfere perdute e forti sentimenti, ma nell'analizzarlo cercherò di essere tecnica.
E' breve, conciso, ma lavora molto sui testi di king: da essi parte, citandoli e riportandoli espressamente, e li mette in correlazione, esaminando intenti, simboli e personaggi. Mi piace questa cosa. La mia Prof. di Lettere del Liceo ci ha sempre spronati ad un approccio critico con gli autori, sostenendo la possibilità di affermare quello che si vuole, a patto di poterlo motivare con i testi di riferimento. 
Così è stato fatto.
In altri termini, non si tratta di una scopiazzatura o di una collezione di saggi americani (e infatti non ve n'è traccia nella bibliografia), ma di un lavoro personale,  realizzato sulle opere di King (non solo quelle che compongono la saga vera e propria, ma altresì molti dei romanzi che in un modo o nell'altro finiscono per convogliarvisi), ma con l'ausilio di volumi di simbologia, religione o psicologia letteraria.
Il risultato è gradevole e interessante, anche se, lo ammetto, avrei voluto di più.
Più pagine, più approfondimenti: ad esempio legati alle dirette fonti di ispirazione di King (neanche un cenno fugace a Robert Browning), o agli altri volumi connessi con la saga (vengono menzionati i più importanti, quali “Insomnia” e “It”, ma non, per dire, “Gli Occhi del Drago”), magari qualche illustrazione a corredo (la copertina di Giorgio Finamore è stupenda), soffermandosi, poi, su un maggior numero di personaggi (vengono analizzati con dovizia solo i protagonisti) e concentrandosi di più sul passato di Roland e sulla mitologia dei pistoleri.
Probabilmente, però, se avessi ottenuto queste cose, ne avrei voluto altre, perché la saga di Roland non mi basta mai.
Dunque, diciamo che sono contenta.
E ho apprezzato che l'orribile film con Idris Elba non sia stato nemmeno citato.

Segnalazione: La Limited Edition regala un miniposter del Re Rosso. Io ho comprato la n. 151, autografata dall'autrice, solo che non c'era nessun miniposter. Probabilmente l'offerta era valida solo per gli acquisti sullo store online dell'editore. Peccato.

venerdì 25 maggio 2018

Un'accozzaglia di idee allineate

LA BIBLIOTECA DELLE ANIME
di Ransom Riggs


E volge al termine la trilogia di Miss Peregrine, senza infamia e senza lode, attraverso uno sviluppo piatto e poco incentivante, che si riscatta un po' con l'azione dell'ultima parte, benché, certamente, non possa definirsi iperbolica.
In linea di massima, ci piace apprendere qualcosa in più sulla mitologia degli Speciali, conoscere Bentham e scoprire gli scimmiorsi e il Panellopticon. Così come è stimolante addentrarsi nei bassifondi di Devil's Acre, un mondo polveroso e squallido, ma zeppo di trovate.
La storia, tuttavia, arranca per tutta la prima metà del volume e troppo spesso somiglia ad un'accozzaglia di idee allineate, impossibili da sommare, ma semplicemente distribuite in ordine. L'esito arriva, talvolta, a sfiorare il soporifero.
L'errore, forse, è stato concentrarsi quasi esclusivamente su Emma e Jacob (stucchevoli e poco carismatici), tralasciando gli altri. Ed infatti è quando ci si ritrova tutti insieme che si recupera un po' di verve. E ciò, nonostante l'effervescente presenza al fianco dei due protagonisti del cane Addison, poco cane e molto Speciale, la cui linguaccia ci ha strappato un paio di sorrisi.
Nel complesso, però, la trama è artificiosa, pretenziosa, a tratti banale, altre semplicemente insipida ed eccessivamente infantile. Eppure, in potenza, il materiale c'è e pure qualche intuizione luminosa. 
In tutta onestà, sono contenta che la saga si arresti qui: non credo che avrei avuto voglia di mandar giù un quarto volume (col cavolo che mi compro i Racconti degli Speciali: per una volta imporrò un freno alla mia smania feticistica di completezza da collezionista).
Se proprio non siete curiosi di completare la trilogia, evitatelo serenamente.

giovedì 24 maggio 2018

Il dispiacere di dire "Addio"

TUTTO CAMBIA – LA SAGA DEI CAZALET
di Elizabeth Jane Howard


Il quinto tomo della saga, nonché quello conclusivo. 
E dispiace...
Dispiace di essere arrivati alla fine e di dover lasciare questi splendidi personaggi, che, dopo tante pagine, vorremmo seguire per sempre, di generazione in generazione, o quanto meno fino ai giorni nostri, ben sapendo che sarebbe impossibile.
Dispiace per il finale agrodolce, benché non sapremmo immaginarne uno migliore. Dispiace perché non tutte le sottotrame vengono chiuse, come accade nella vita reale, e perché avremmo voluto l'happy end per tutti (o uno più aspro per alcuni, rectius: per Diana). Sebbene, da un certo punto di vista, possiamo affermare che ognuno ha raccolto quello che ha seminato, in modo giusto e quasi salomonico.
Dispiace di dover dire addio a Polly, a Louise e a Clary... Tuttavia siamo soddisfatti, e ancora di più perchè questo è il volume più dinamico, grazie ai capitoli brevi e alla “panoramica” più frenetica del consueto, più intenso e struggente, e, per molti versi, il più dolce.
Per via di Syd e di Rachel, ma pure per Hugh, che dei tre fratelli è quello che ho preferito.
La cifra del libro forse sta proprio in questo: negli alti e nei bassi, affrontati insieme, con coesione, e nell'illusione che si rompe, si infrange, evapora triste, ma sempre può condurre ad altro. 
Con la consapevolezza che, qualunque cosa accada, in fondo al nostro cuore, conserveremo il ricordo dei Natali ad Home Place per cullarci e confortarci.

mercoledì 23 maggio 2018

Non ci facciamo mancare niente

SAFE


Serie Tv in otto episodi scritta da Harlan Coben, che non infiammerà il nostro animo, ma comunque saprà attirare la nostra attenzione, tenendola sempre viva e invogliandoci a proseguire, grazie anche ad un montaggio rapido e non lineare.
L'intreccio è classico, ma straordinariamente ricco, ambientato nella solita comunità perbenino in cui ognuno ha un segreto, e spesso bello grosso e pruriginoso. 
La catena di eventi, questa volta, si innesca a seguito della sparizione inspiegabile di una sedicenne, Jenny Delaney, dopo una festa. Al termine della quale viene ritrovato in piscina il cadavere del di lei fidanzatino, morto ammazzato. I due fatti sono connessi? Lei dov'è finita? 
A cercarla, oltre la polizia, il padre vedovo della fanciulla, il Dottor Tom Delaney (Michael C. Hall, ex Dexter), con al fianco l'amico-collega gay (per sua fortuna, sennò sarebbe il primo indiziato).
Non ci facciamo mancare niente: droga, tradimenti, aggressioni, figli segreti...
Di una cosa sola possiamo essere sicuri: in prima battuta, tutti mentono, i ragazzi come gli adulti.
Ad alleggerire un po' l'impianto drammatico, sia pur non proprio volontariamente, la famiglia di Sia, la ragazza che ha dato la festa: un'incredibile accozzaglia di idioti, dalle reazioni convulse e imprevedibili. 
La sottotrama più bella, invece, è quella di Emma (Hannah Arterton), una delle Detective che si occupa delle indagini.
Un buon prodotto, che va giù di filato e riesce a non deludere nel finale.

martedì 22 maggio 2018

Uno zombie per amico

FIDO
di Andrew Currie
(2006)


Dove Fido è uno zombie, non un cane. Ma in cui l'allusione non è casuale.
E il film non è proprio un horror (benché qualche scenetta bella trucida non manchi), ma piuttosto una commedia satirica salace e ricca di peculiarità. 
Siamo, infatti, nell'America perbenista anni '50, in una sorta di futuro distopico in cui la Guerra degli Zombi è da poco terminata e i buoni cittadini americani vivono in zone protette residenziali, ove, se vogliono, possono usare uno o più morti viventi come schiavi grazie ad un collare elettrico che li tiene sotto controllo. E se non vuoi sfigurare col vicino, almeno uno zombettino domestico dovresti averlo. Sperando, ovviamente, che il collare non si rompa (e si sa come avviene di norma in questi casi... che ci che si paventa, accade!).
Fido, in particolare, è il neoservitore della famiglia di Timmy, un ragazzino trascurato dal padre e tormentato dai bulli, che, a dispetto della diffidenza iniziale, presto, scoprirà nello zombie un caro amico e un valido difensore. 
La pellicola non è perfetta, a tratti il ritmo stagna un po', e, forse, con qualche taglio, potrebbe risultare più efficace, ma in linea di massima è stata ingiustamente ignorata. 
Infatti, offre istanti genuinamente divertenti, fa qualche concessione al gore, talvolta con esiti piacevolmente disgustosi, e può essere foriera di riflessioni e discussioni stimolanti sul piano etico. 
È creativa, originale e intelligente. E mette sapientemente in ridicolo il mito del benessere a tutti i costi, sia pure facendo leva su situazioni diametralmente opposte rispetto a quelle sfruttate dal Maestro George Romero.
Si segnala nel cast la presenza di un'insolita Carrie-Anne Moss, e i colori pastello imperanti a deliziare opportunamente l'atmosfera nonché ad accentuare i contrasti e le magagne di questa assurda società.

lunedì 21 maggio 2018

I luoghi dei propri sogni

ATLANTE DEI LUOGHI LETTERARI
di Laura Miller


Lo desideravo, oh quanto lo desideravo! E questo ancora prima di sapere che esistesse! Sì perché la geografia letteraria è in assoluto la mia prediletta, sinonimo di critica e di immaginazione, di nostalgici ripassi e di nuove straordinarie scoperte!
Ed esattamente questi principi incarna il presente sontuoso tomo di oltre 300 pagine! Curato sotto il profilo grafico, con sovraccoperta, ma ancor più prezioso per i testi, comprende 99 capolavori, suddividendoli cronologicamente e procedendo dal 1750 a.c. ai giorni nostri!
In altri termini, oltre ai soliti Epopea di Gilgamesh, Odissea e Beowulf, troviamo anche opere più recenti, quali “La Torre Nera”, “1Q84” e “Hunger Games”, comprendendo un po' tutti i continenti, reali e irreali.
A ciascuno vengono dedicata da due a quattro pagine, con tanto di immagini, e, se siamo fortunati, la riproduzione di un brano.
Nonostante qualche piccola, trascurabile svista, tra l'altro, Laura Miller, dallo stile semplice e limpido, ma dalla vigorosa coloritura, è meravigliosa nel saper catturare la radice di ogni capolavoro citato e la sua cifra ultima, la sua ragione d'essere, mettendolo, per giunta in relazione, altresì con il contesto storico e gli altri libri dei vari scrittori. 
La selezione (da cui, tuttavia, non comprendo come possa mancare “Dune” di Frank Herbert) è attentissima nel tracciare la panoramica più significativa ed esauriente possibile e dà luogo ad un affresco (è il caso di dirlo) favoloso.
A leggere il tomo d'un fiato (e come altro, se no?) l'impressione è di aver fatto una full immersion nei luoghi dei propri sogni, compresi quelli futuri, ricavandone un pericoloso, stupefacente misto di esaltazione ed euforia (e se si preferisce, si può tranquillamente fare zapping).
Sarà dunque un piacere riscoprire i buoni e vecchi amici da una prospettiva diversa, ma pure farsi cullare da nuove suggestioni e scoprire nuovi approdi.
Anche se, come sempre avviene in questi casi, non tutti i romanzi citati sono stati tradotti in italiano e non tutti, ahimè, sono ancora a catalogo... 
Ma, se non altro, grazie a Laura Miller, di ciascuno ora abbiamo un intenso, stupendo souvenir.

P.S.
Attenzione: il libro contiene felicità e polvere di fata.

venerdì 18 maggio 2018

Fiabe che fanno atmosfera

TUTTE LE FIABE
di Charles Perrault


Dopo i Grimm, Perrault. 
Un tomo meno ricco e poderoso per fiabe più ingentilite, più contestualizzate e decorate, più descrittive, punteggiate di precisazioni che fanno atmosfera. 
Alcune storie sono le stesse già narrate dai Grimm, ma le versioni possono essere leggermente (o meno leggermente) difformi. 
In linea di massima sono meno truculente, ma più maligne (basti vedere, a titolo di esempio, come una delle sorellastre – l'altra no – chiamava quella meschinella di Cenerentola...).
Altra differenza: l'odiosa morale in fondo, a volte persino duplicata, che tanto per risultare più molesta e cantilenante, è pure in rima e non sempre, per quel che mi riguarda, può essere considerata condivisibile.
In quanto all'edizione, come sempre ho preferito quella di “Donzelli Editore”: superbamente lussuosa, con pagine spesse e un'ottima traduzione, e per giunta illustrata da Élodie Nouhen. La copertina non rende tantissimo, ma basta una sfogliata per rendersi conto di quanto questi disegni siano poetici e ambigui, proprio come le fiabe, con i colori pastello e gli occhi piccoli e i visini compunti e misteriosi.
Nell'edizione 2016, a quanto pare, è stata aggiunta la fiaba inedita “I desideri strampalati”. Carina, ma di nuovo in rima, per cui, per i miei gusti, non imprescindibile. Ma apprezzo lo sforzo della traduttrice, Maria Vidale, che cerca di essere il più fedele possibile all'originale.
Prossima tappa: Andersen!!!

giovedì 17 maggio 2018

Libri come frammenti di mondi

L'ARTE DI GOVERNARE LA CARTA
di Ambrogio Borsani


Appena l'ho visto mi sono innamorata, anche perché, in un certo senso, il libro mi ha strizzato l'occhio e mi ha detto: “Ehi, non sei sola”.
Il sottotitolo, infatti, è “follia e disciplina nelle biblioteche di casa”.
Di questo si parla, dunque, tra ironia ed erudizione, tra esempi famosi e meno famosi, tra storia e aneddoti, riflessioni e curiosità, idiosincrasie e colpi di testa, offrendo, in mezzo, anche qualche spunto utile, ad esempio in ordine al sistema di catalogazione della propria biblioteca domestica.
Per il resto, leggerlo è soprattutto un dolce piacere, benché, ogni tanto, crei sgomento... Ad esempio quando si parla di inopinati crolli del pavimento (che da sempre mi terrorizzano). O sconcerto (non rivelo nulla, ma invito a verificare a pagina 45 la storia della signora Shaunna...).
Dissento, però, dalla tragica conclusione che (forse a fini esorcistici) profetizza la sparizione dei libri in favore degli schermi degli eBook reader. Dissento perché ci saranno sempre lettori di carta, inossidabili e romantici, che impediranno ai volumi di fossilizzarsi. 
Magari saranno sempre di meno, ma sempre ci saranno.
I libri non sono semplici oggetti: sono pezzi d'amore cangiante, frammenti di mondi e di sistemi mentali, sogni fattisi materia e paradigmi dell'anima. 
Troveranno sempre qualcuno che li accudisca e li ami.
E' la loro natura.

mercoledì 16 maggio 2018

Il fratello che nessuno vorrebbe

THE RAIN


Mah.
Di buono c'è che sono solo otto episodi, che scorrono via abbastanza veloci, e il genere, postapocalittico, che adoro.
Di cattivo, tutto il resto. 
Innanzitutto i personaggi: sono odiosi, egoisti e, a tratti, paiono deficienti, ponendo in essere comportamenti sconclusionati e privi di logica. Tutti, dal primo all'ultimo, sia pure per motivi diversi. Erasmus, però, vince la zavorra d'oro: il fratello che nessuno vorrebbe. Simone, la sorella (il cui nome ci fa stridere i denti ogni volta che viene pronunciato), fa tanto la santarellina dai buoni sentimenti, ma non si preoccupa di porre in pericolo la razza umana per il bene del fratello imbecille. E dato che la mela non cade lontana dall'albero, ci si può immaginare come sia il padre.
A tratti mi veniva davvero il nervoso: la serie è diseducativa e importa messaggi sbagliati e squallidi che, a mio avviso, la volontà di sopravvivenza non è sufficiente a giustificare.
Per il resto, l'idea della pioggia assassina non è pessima, però non viene sviluppata in modo adeguato, mentre la faccenda del virus, oltre a non essere esattamente originale, lascia un po' perplessi... In effetti, se si sta attenti, si notano contraddizioni sparse e un po' di bucherelli narrativi fastidiosi. 
La questione della setta, invece, in principio, mi è apparsa piena di potenzialità, ma le cartucce sono state sparate via in fretta e alla fine ci siamo semplicemente ritrovati in un altro Terminus (si veda “The Walking Dead”). Con la differenza che qui il target è chiaramente adolescenziale, troppo, con tutte le stra-abusate conseguenze connesse: gelosie, amorazzi, infantilismi irritanti.
Parafrasando Danny Glover ai bei tempi di Arma Letale: sono troppo vecchia per queste str...
In effetti, in generale, non mi pare che la serie abbia molto da dire, e, di fatto, si cammina tanto, ma non si va da nessuna parte. 
Si salva giusto l'atmosfera, desolata al punto giusto, se non addirittura mortalmente guasta. Ma, se vogliamo, nemmeno ciò è completamente plausibile e ci sono un po' di cose che fanno scena, ma restano lì, sospese, senza una reale ragione d'essere.

martedì 15 maggio 2018

Passione e disperazione

IL BLU E' UN COLORE CALDO
di Julie Maroh


Fumetto superbo, intenso e coraggioso.
I disegni sono lievemente imperfetti, e ancora più magnetici per questo, resi unici dai volti squisitamente espressivi e dai corpi flessuosi, sensuali, capaci  di sottolineare ogni variazione di tono e di sfumatura, con un nonsochè di magico e personale che li rende indimenticabili.
La storia è narrata bene come poche, con un montaggio efficace e di una fluidità ipnotica, fuori del comune, che, mentre leggiamo, ci rende tutt'uno con la parola scritta. 
La trama è bellissima e così sincera da far male. 
Racconta di com'è scoprirsi omosessuali e innamorarsi, di com'è difficile accettare quest'amore e persino chiamarlo con il suo nome. E persino chiamare se stessi col proprio. 
Racconta del tormento dei pregiudizi, di legami familiari e di amicizie spezzate, di crescite interiori e maturazioni spirituali. Lo fa con delicatezza, femminilità, introspezione, ma senza falsi pudori, con passione, disperazione, ma senza retorica. 
Ed è così vero, così bruciante, che strazia. Ma lasciandoci, tutto considerato, una sensazione di pienezza e di forza, di verità luminosa e lucida che sa di morte e di rinascita, e di sentimenti che traboccano, che, per quanto dolorosi, siamo felici di aver avuto la fortuna di provare. 
E poi ci rendiamo conto che, per una mezz'ora, siamo stati altro da noi, tanto immersiva è stata l'esperienza. Perché, alla fine, dobbiamo riconoscerlo: il blu è un colore caldo (il colore dei capelli di Emma).
Per una volta, consiglio la Artist Edition.

lunedì 14 maggio 2018

L'arte di scopiazzare

IL RE LEONE
di Roger Allers e Rob Minkoff
(1994)


Ho adorato questo cartone animato e ai tempi, quando è uscito, ero andata cinque volte di fila a vederlo al cinema, imparando a memoria le stupende canzoni in italiano e in inglese (avevo i cd), perfino quelle dei cattivi, orgogliosa e piena di entusiasmo.
Del resto, i personaggi sono eccelsi, ben caratterizzati, mai del tutto bidimensionali (Scar è malvagio, ma anche fascinoso e simpatico), e l'epica si mescola al romanzo di formazione, l'azione alla commozione: c'è magniloquenza nella pellicola, si avverte la grandezza della vita, del mondo, della giustizia, eppure ci sono anche siparietti comici, si sorride, ci si meraviglia, ci si emoziona ed esalta. 
E' un film per famiglie, che intrattiene e alleggerisce la giornata, ma da cui è  possibile altresì apprendere qualche buona regola di condotta (non “hakuna matata”, ma il suo superamento) e che non lesina sui momenti drammatici, alcuni di grande impatto emotivo.
Sotto il profilo tecnico è impressionante e tutt'ora il branco di gnu in corsa porta lo spettatore a tremare, così come ci sono alcune scene (si veda la fine di Scar) che sono quasi da horror, arrivando a segnare, per qualche istante, un cambio netto di registro. 
E il tutto si mantiene in perfetto equilibrio, grazie anche ad un montaggio circolare d'eccezione. 
Insomma, il giudizio non può che essere più che buono. 
Più che buono, sì, ma non ottimo. Ottimo non se lo merita.
Il problema è la trama. Non che non sia bella, la è. Ma non posso scordare che sia atrocemente copiata. “Il Re Leone”, infatti, ha un enorme debito con la prima parte di “Kimba il Leone Bianco” di Osamu Tezuka (manga del 1950 circa, ma pure anime arrivato in italia nel 1977, uno di quelli con cui i ragazzi della mia generazione sono cresciuti), ed, anzi, ne è quasi la copia americana, meno drammatica, meno complessa, e depauperata della tematica ecologica (e non solo). 
Si può obiettare che Tezuka, dal canto suo, abbia scopiazzato Bambi. 
E' vero, e infatti il sostrato narrativo è pressoché identico.
Ma Tezuka ha saputo scopiazzare in modo originale, arricchendo la trama di base a dismisura, rendendola più profonda e impegnativa, e operando diversi cambiamenti sostanziali che sono riusciti a dar luce a qualcosa di nuovo e personale, che non ci fa più pensare a Bambi, ma che è diventato Kimba, appunto, e non può essere altro.
Per chi conosce Tezuka, invece, è impossibile dimenticare il debito de “Il Re Leone”, persino mentre lo si sta guardando e si è avvinti dalla trama. E nel confronto, nonostante l'impeccabilità tecnica e il budget, la Disney perde. Perché non ha aggiunto, ma ha sottratto. Benché poi abbia rivestito tutto di magistrali musiche e colori.    
In realtà, la faccenda non sarebbe poi così grave se la Disney fosse stata onesta e lo avesse ammesso, ma ricordo benissimo che quando il film era stato lanciato si insisteva a martello sul fatto che per la prima volta la storia fosse completamente originale. 
Completamente una cippa.
E infatti in Giappone “Il Re Leone” non se lo è filato nessuno.

venerdì 11 maggio 2018

L'appetito vien mangiando

SUGGERIMENTI PER RICOMINCIARE A LEGGERE


Lo capisco, leggere è un fatto di testa. Se non si è sintonizzati sulla giusta frequenza mentale può diventare difficile, anche quando se ne ha il desiderio, specie se si è a digiuno da un po'. 
Ecco, allora, qualche suggerimento in materia...
Intanto, leggete lo stesso. Anche se avete l'impressione di non capire niente, di non riuscire ad immergervi in quel che si racconta. E' un po' come per il cibo: l'appetito vien mangiando. La sensazione di straniamento non può andare avanti per tanto tempo, se si è scelto il libro giusto. 
Che non sarà necessariamente un romanzo, ma potrebbe essere, ad esempio, un saggio o un fumetto. C'è stato un periodo della mia vita in cui faticavo ad empatizzare e a farmi coinvolgere per cui i romanzi non mi dicevano nulla. Ma con i saggi non avevo problemi, anzi. E dopo un po' sono tornata naturalmente anche ai romanzi.
Parentesi: come scegliere il libro giusto? 
Beh, intanto chiarendo a se stessi ciò che si vuole, o ciò che non si vuole e quindi procedendo per esclusione (ad esempio, valutando genere, lunghezza, stile, tematiche). Quindi, semplicemente, sfogliando il volume e magari iniziando a leggerlo. Secondo il mio Prof. di latino e greco del Liceo il trucco era leggere la prima pagina e poi due pescate a caso nel mezzo. Ovviamente può essere utile anche chiedere al libraio di fiducia (tenendo presente che può non avere i nostri stessi gusti) o leggere le recensioni in giro (più quelle negative, che quelle positive). 
L'ideale, forse, è cominciare con qualcosa di breve e semplice, che non sia troppo impegnativo. Se si è tanto incerti, però, ci si può cimentare con un “libro sui libri”: ce ne sono svariati esempi. Dalle Guide della Odoya sulla letteratura ai volumi della Sellerio sul tipo “Curarsi con i libri”... Oppure ci si può orientare per un classico sul tipo di “Alice nel Paese delle Meraviglie”, che ha il vantaggio di avere più livelli di lettura, e quindi di coniugare complessità di concetti e semplicità di espressione. Oppure di leggere il romanzo da cui è stato tratto un film che ci è piaciuto e di cui conosciamo bene la trama, per cui possiamo permetterci di distrarci e non faticheremo troppo ad entrare nell'ottica. Tenendo presente, com'è logico, che le due opere potrebbero non essere identiche.
Se si ha difficoltà a concentrarsi, è fondamentale scegliere il posto adatto: silenzioso e senza distrazioni. Va bene il divano come un prato, ma – per quel che mi consta – il prato più lussureggiante dopo un po' diventa scomodo, mentre sul letto o sul divano l'unico limite è che dopo che ci si è contorti sopra a lungo pare di stare per trasformarsi in una lumaca (ma se avete questo problema, significa che avete superato quello di ricominciare a leggere).
Alle brutte, un'ottima soluzione è recarsi in libreria. Possibilmente una bella grande, in cui curiosare a piacimento, o magari una piccola, con un libraio preparato con cui dissertare. A volte basta parlare di libri per farsi venire voglia, e quindi chiedere consiglio agli amici, oppure compilare una lista di volumi che si vorrebbe leggere, sbirciare recensioni online o su qualche rivista specializzata, o anche rimestare nei propri ricordi e rileggere qualcosa che ci sia piaciuto molto, ma che non si rammenta alla perfezione.
Se si è in libreria, però, non c'è niente di più bello che girare per i reparti, farsi attirare dalle copertine, confrontare gli incipit e le trame, leggiucchiando un po' di questo e un po' di quello, annusando, toccando, facendo una pila di opere che ci ispirano e dedicandoci allo “zapping” su una poltrona... Prima o poi è quasi inevitabile che qualcosa ci incanterà e non potremo più staccarcene.
In realtà, se si ha una biblioteca domestica in cui non si è letto tutto, questo è un gioco che si può fare anche a casa. E magari, a questo riguardo, può essere d'ispirazione classificare i propri possedimenti su una APP apposita, su Anobii o su una rubrica, come pure, semplicemente, riorganizzando gli spazi fisici. Magari cambiando l'ordine dei volumi (estetico, per argomento, per temi, o anche quello tristissimo – e poco pratico – dell'ordine alfabetico), dividendo le opere lette da quelle da leggere.
In ultimo, si può affrontare la lettura insieme ad un amico, spartendo emozioni e riflessioni. Non che si debba materialmente condividere il medesimo volume né tanto meno essere nello stesso luogo. Ma, ognuno provvisto della propria copia, si può cominciare il medesimo romanzo contemporaneamente, facendosi così da stimolo reciproco, vuoi per incuriosirsi a vicenda, vuoi per condividere e per discutere. Se si ha l'amico giusto è un'esperienza davvero stimolante, e arricchisce assai più che a leggere da soli. E' una (meravigliosa) esperienza che si può fare in due, ma anche in tre, quattro o cento. Anche se più si è meno è facile coordinarsi e mettersi d'accordo su tempi e scelte.
Ecco, non mi viene in mente altro.
Non mi resta che augurare a tutti buona lettura, sperando di essere stata utile.

giovedì 10 maggio 2018

L'attacco del gigante

I VIAGGI DI GULLIVER
di Jonathan Swift


Un libro per bambini!? 
No davvero! 
Indubbiamente ci sono l'aspetto immaginifico, il sense of wonder e l'avventura, ma la faccenda è assai più complessa di così, più stratificata e multiforme, e di sicuro non si limita a Lillipuziani e giganti.
Del resto Swift è quella che il mio buon vecchio Prof. di filosofia avrebbe simpaticamente definito  “una bella lenza”...
L'opera, infatti, è in primis una satira sociale, neanche troppo velata, squisitamente dissacrante, che usa la fantasia come specchio distorsore e assegna delle belle tirate d'orecchi a tutti (chi sa da dove Yahoo ha preso il suo nome?), ma soprattutto l'Inghilterra.
Non è paternalistica, al contrario, risulta piacevole e divertente, con descrizioni capillari, ma non ridondanti, all'insegna del relativismo. Tuttavia, anche sforzandosi, a dispetto degli eccessi grotteschi, non si può rimanere a bocca spalancata a fare “ooohhh”, perché si è troppo intenti a sogghignare. (Del resto Swift è pure l'autore di “Una Modesta Proposta”...)
In parole povere, consiglio questo classico ai fanciullini bisognosi di una fiaba dalle molte risonanze (chi sa a che cosa si è ispirato Miyazaki per il suo “Laputa – Castello nel Cielo”?), ma ancor di più agli adulti in cerca di buona scrittura, accompagnata da intelligenza (affilata) e ironia. 

P.S.
Lo ribadisco, non ci sono solo giganti e lillipuziani!

mercoledì 9 maggio 2018

Il quadro generale

TWIN PEAKS: IL DOSSIER FINALE
di Mark Frost


Non fatevi ingannare dalla imponente veste grafica (munifica di foto), questo è un romanzo a tutti gli effetti.
Rispetto al precedente “Le Vite Segrete di Twin Peaks”, è più limpido e spigliato, meno impegnativo, ma, come il precedente, e come il telefilm che ne è alla base, si sviluppa tanto in verticale quanto in orizzontale. 
Chiaro, per apprezzarlo si deve aver visto la terza stagione della serie tv, se no si rischia di smarrirsi... Diversamente (pare strano dirlo) sarà tutto lapalissiano. Anzi, l'opera mette in ordine un po' di cose, le allinea e le commenta, aiutandoci altresì a fare luce su quanto può apparirci essere rimasto irrisolto dopo la visione Lynchiana.
Strutturato, appunto, come un dossier F.B.I. redatto dalla deliziosa Tamara Preston (adoriamo quello che possiamo evincere della sua personalità), il Dossier finale passa in rassegna alcuni abitanti del nostro paesino preferito rivelando succulenti retroscena e, appunto, riordinando le magmatiche informazioni che abbiamo desunto dalla visione delle puntate televisive. Si badi, tra i vari Horne e Jacoby, spiccano anche Annie Blackburn, Windom Earle oltre (niente popò di meno che) Judy e Phillip Jeffries. Ci sono quindi sia personaggi sui quali nella terza stagione ci siamo soffermati, sia nostalgici ripescaggi.
In quanto ai toni, invece, questi variano molto: momenti drammatici lasciano spazio a battute ironiche, per poi addentrarsi nei meandri di speculazioni metafisiche... A proposito, tra i vari documenti, un gioiellino: la relazione autoptica vergata da Albert! I vari rapporti a Gordon Cole, infatti (compresi quelli di Tamara), non sono formali e asettici, ma si concedono molte libertà e rispecchiano a pieno le peculiarità dei loro relatori, la cui individualità trapela spesso.
E se Tamara Preston è l'allieva sagace e intelligente che tutti vorremmo, Albert... è irresistibile quanto fortemente se stesso!

martedì 8 maggio 2018

Quattro family games

GIOCHI SPASSOSI DA FARE IN FAMIGLIA


Ne propongo 4, completamente diversi fra loro, perché sono generosa e amo condividere, e ultimamente mi stanno dando grandi soddisfazioni:

1) Just Dance: E' un videogioco per l'X-Box, precisamente per il Kinect, e va benissimo anche per chi, come me, ritiene di essere negata per l'intrattenimento videoludico. Ce ne sono di diversi tipi e sono una meraviglia per tutte le età: dalle Patapiccule alla Mater! In pratica si viene scannerizzati e... si balla! Musiche famose, classici e nuovi successi, da Lady Gaga a Frozen, da I will Survivor a Ghostbusters. Lo schermo ci mostra come fare, e intanto rileva i nostri errori o i nostri movimenti azzeccati, assegnandoci un punteggio (volendo, c'è pure il bonus karaoke). In ultimo – e qui viene la parte umiliante – lo schermo ci mostra come ce la siamo cavata. La cosa divertente non è vincere, ma partecipare. Per una volta è davvero vero: c'è da morire dal ridere persino limitandosi a guardare. Si può fare da soli, a due, a tre o a quattro per volta, ma dato che ci si stanca un sacco, ci si può alternare di frequente coinvolgendo tutti. Meglio della ginnastica!!! Provare per credere. Se siete in quattro, lasciatevi sulla musica di Tetris: risate garantite!!! 

2) Vudulhu: il gioco da tavolo dei Grandi Antichi (Vudù + Cthulhu). Ma non serve conoscerli, né aver letto Lovecraft. In sostanza consiste nel lanciarsi maledizioni a vicenda (occhio che si cumulano). Chi vince, impazzisce e muore (sic!!!). Detto così può sembrare assurdo, ma la verità è che fa sbellicare e coinvolge tantissimo, dando comunque la possibilità di rompere le maledizioni, se risultano impossibili (alla fine escono robe tipo: prima di tirare il dado devi ricordarti di invocare Azatoth, di latrare e poi di belare, intanto tieni la mano sulla spalla del giocatore alla tua destra, e stai al contrario, fingendo di avere tentacoli al posto delle mani...). Me lo ha consigliato una mia amica e con tutta la famiglia riunita ha fatto furore! 

3) Taboo: Grande classico delle parole da indovinare, bellissimo soprattutto se si è in tanti. Di buono c'è che, come mi ha insegnato il mio ardimentoso fratellino, volendo te lo crei tu, e magari ti inventi pure le parole che preferisci. Basta un po' di creatività, cartoncini, pennarelli, e forbici, e tra le parole da indovinare potrebbero comparire “Otta”, “Androide”, “Pater”. In effetti, oltre agli originali, abbiamo molti giochi Made in Ragno.

4) Scopone Scientifico: Esatto, il gioco di carte. Non mi ci cimento spesso e non è da tanto che ho imparato, ma lo adoro! Sì, proprio come gli ottuagenari! Indubbiamente non fa sganasciare come i precedenti, anzi richiede calma e concentrazione, oltre che capacità strategiche e di ragionamento, ma mi appassiona comunque. Unico neo: quando vinco non posso fare a meno di esultare. MPM si lamenta, dice che sembro una mocciosa di cinque anni. Quindi (80 + 5): 2... Alla fine il calcolo dell'età è quasi corretto (anche se, per ora, sono più giovine)...

Ecco, così, era solo per dire. 
Ultimamente mi ci sto divertendo parecchio e, come dicevo, amo condividere.
Baci!

lunedì 7 maggio 2018

La celebrazione dell'umanità

THE GREATEST SHOWMAN
di Michael Gracey
(2017)


Fantasmagorico!
E' un musical – e le canzoni sono strepitose e coinvolgenti, specie quando vengono intonate da Hugh Jackman! Già ne “Les Misérables” ci eravamo accorti del suo talento canoro, ma qui supera se stesso. Mentre Rebecca Ferguson, lasciate indietro le lentiggini e il petto cascante sfoggiati in “The White Queen”, è non solo bellissima, ma pure dotata di voce divina... – ma l'aspetto che più mi ha colpito è visivo. 
Per le coreografie frenetiche, certo, ma soprattutto per la varietà di forme, stili, colori, per tutte le cose che accadono contemporaneamente e si incrociano, tanto che spesso non sai dove guardare! 
E poi, sì, per parafrasare uno dei personaggi, per la celebrazione dell'umanità. 
Il tema del diverso mi è da sempre piuttosto caro, quindi era abbastanza ovvio che questo film incontrasse la mia approvazione. La peculiarità, però, è che trattasi altresì di una mezza biografia, quella di P. T. Barnum, l'imprenditore circense. 
Non so quanto ci sia di vero qui e quanto di romanzato. 
Già la storia tra Barnum (ovviamente Hugh Jackman) e Charity (Michelle Williams) è splendida nella sua onesta semplicità, ma la successiva sequenza di sogni, idee geniali, compassione, cadute e risalite, risalite e cadute, è quanto meno mirabolante, oltre che emozionante ed avventurosa. Di per sé, okay, se valutata con i parametri del cinema, niente di che, ma acquista un sapore completamente diverso grazie al succoso condimento: di persone, di affetto, di coraggio, di azzardo. 
E tutto ciò nonostante il personaggio di Barnum non ci piaccia mai del tutto... E' vero, sa realizzare l'impossibile, ma non è esente da difetti orribili e da tristi meschinità difficili da perdonare.
Il film, però, è eccezionale: non perdetevelo!

venerdì 4 maggio 2018

I mostri come rifugio dell'anima

LA MIA COSA PREFERITA SONO I MOSTRI
di Emil Ferris


Anche la mia. 
Mostri e libri.
Ma non è solo per questo che reputo il volume – che ne promette altri, forse ancor più notevoli – eccezionale...
Cominciamo dai disegni: sono pazzeschi. A tratti caricaturali, a tratti quasi veri. Nello stesso modo in cui è vera la realtà: con molte sfumature, ma anche con un po' di sporcizia. In bianco e nero, con lampi di colore improvvisi, magari inaspettati (tipo una faccia blu), ma perfetti, allo stesso modo in cui lo sono i volti dei pittori impressionisti (che ci hanno insegnato che i volti non sono tutti rosa carne, ma contengono anche altre tinte...). D'altro canto i richiami pittorici sono moltissimi, tratti dalla cultura Pop come della Storia dell'Arte, descritti “da dentro”, fino a che non vi precipitiamo, fecendone un'esperienza multisensoriale.
Poi c'è la trama: poetica, dolorosa, leggera, divertente, pluristratificata, narrata dalla piccola Karen Reyes, di origini messicane, nella Chicago degli anni 60, che vede se stessa come una piccola licantropa, in quanto conscia di non essere conforme al mondo che la circonda. 
I livelli sono moltissimi, concatenati, e oltre ad una sensibilità e un talento notevoli,  contengono un sacco di sottotrame: quella di un suicidio inaspettato, che forse è un omicidio; quella di una ragazzina dall'infanzia difficile per molte ragioni (dalla sua diversità intrinseca alla malattia della mamma, dal fratellone protettivo ma troppo sanguigno, che gioca spesso con la morte, a oscuri segreti di famiglia, che si sommano alle difficoltà che affrontano tutte le ragazzine che si affacciano all'adolescenza),  una storia torbida e complicata che appartiene alla Storia e al passato... I mostri come rifugio escapista dell'anima, come risorsa ultima e porto sicuro, come una nuova identità che ci si ritaglia addosso, come ribellione o come punto d'osservazione, come rappresentazione del mondo e sua esemplificazione.
Il racconto non è lineare, ma il montaggio è sublime e risucchiante: ti fa distendere, ti seduce, ti assorbe, poi ti scrolla con violenza e ti tira una secchiata di acido addosso, ti disgrega, ti lacera, poi ti compatta.
E non ho nemmeno menzionato il quaderno a spirale... 
Un noir barocco, con intenti drammatici, a tratti ironici, un po' autobiografico, forse, e un po' romanzo di formazione.

giovedì 3 maggio 2018

Esauriente ed evocativo

ATLANTE DEL MISTERO
di Orazio Labbate


Se la “Piccola Enciclopedia dei Mostri” mi era piaciuta un mondo, questo atlantino è cento volte meglio!!! 
In primis, perché laddove i volumi dedicati alla criptozoologia fantastica e alla teratologia abbondano da illo tempore, le chicche di questo tipo sono invece rarissime e di nicchia, e ce ne vorrebbero di più, mentre quasi non se ne trovano. 
Poi perché ha il pregio di rinverdire e completare “il genere”, facendo attenzione non solo ai soliti Cinema e Letteratura, ma pure alle Serie Tv (Da “Twin Peaks” a “True Detective”) e ai Videogiochi (“Silent Hill), rivelandosi straordinariamente aggiornato e attento al passato remoto, quanto al passato prossimo e al presente!
Per il resto, la formula è pressoché la stessa della precedente opera: un testo succinto, ma esauriente ed evocativo, molto curato sotto il profilo grafico, corredato da qualche indicazione sull'origine del luogo misterioso in questione (che tra l'altro mi ha fatto venire una voglia matta di leggere Thomas Ligotti, di cui ho già ordinato i primi due volumi) e disegni simpatici, ma suggestivi, a reinterpretarli in modo innovativo ed efficace, tale da conferire loro una nuova personalità (un applauso al bravissimo Simone Pace, anzi un'ovazione).
Non un pamphlet dotto e verboso, quindi, ma input rapidi e diretti per creare una mappa mentale immediata delle nostri fonti di piacere preferite e magari scoprire (perché no?) qualche mirabile percorso nuovo. 
Come promesso in copertina, dunque, attraversiamo quaranta dimore le cui porte non vorremmo mai aprire... Solo che qui lo facciamo, senza pericoli né troppi preamboli, ma con goduria estrema, dopo aver dato una sbirciata veloce dal buco della serratura!  
C'è qualche lacuna (come si fa a parlare del Babau senza citare Dino Buzzati?), ma nel complesso è evidente che l'autore conosce e ama la materia... Quale? L'immaginazione tutta. 
Ed infatti, per quanto le inclinazioni siano soprattutto verso l'horror (neanche a dirlo, Stephen King la fa da padrone), trovano spazio anche altri generi, e persino alcuni grandi classici (dall'Alice di Lewis Carroll a Franz Kafka, passando per Omero), così come ci sono ambienti la cui presenza non poteva mancare (il laboratorio del dottor Frankenstein) affiancati ad altri che non ci sarebbero venuti in mente, ma che, proprio per questo, costituiscono una graditissima sorpresa (la Chiesa di Sutter Cane).
Insomma: cinque punti per l'idea, cinque per la selezione accurata, la lode, più che meritata, per tutto il resto.
Volume imperdibile!!!

mercoledì 2 maggio 2018

Sarà colpa di Owen King?

SLEEPING BEAUTY
di Stephen e Owen King


Finalmente l'ho finito.
Dio, non ne potevo più. Per la prima volta dai tempi de “Le Creature del Buio” ho sinceramente faticato a leggere un romanzo di King. E non per la lunghezza, quella non è mai stata un problema. No, per il ritmo, vulnerato da manierismo, dissertazioni inutili, parentesi superflue. Tedio generale.
Che possono andare bene lo stesso se la trama è abbastanza forte o i personaggi sufficientemente carismatici, ma qui difettano l'una e gli altri.
In realtà, la storia non è brutta. Come spesso capita si disperde nel finale, un po' come un soufflè che si ammoscia subito prima di uscire dal forno, ma l'idea di partenza è fenomenale: dall'ambientazione carceraria alla faccenda dell'Aurora e delle belle addormentate che, una volta svegliate, sono furenti e omicide. 
Il problema sono gli sviluppi... Pedanti, già visti e rivisti, senza pathos né colpi di scena. E nemmeno sorretti da un gran impianto fantastico o da una adeguata mitologia narrativa. Lo stesso messaggio veterofemminista mi è parso un po' posticcio, manicheo e buttato lì. Se non addirittura cortigiano. Sarà colpa di Owen King? O sarà che il Re farebbe meglio a scrivere da solo? Però Zio Stevie in coppia con Peter Straub ci ha dato due delle sue opere migliori... 
La stessa vicenda raccontata in un altro modo e/o con personaggi meno piatti avrebbe potuto, se non aspirare al premio Pulitzer, quanto meno fornire buon intrattenimento. Invece qui si incespica, ci si affanna, e si fatica ad arrivare in fondo. La trama si annacqua e risulta vacua, stirata, pesante. Né carne né pesce. Né horror né fantasy. Né qualcosa di nuovo e diverso.
Tanto per chiarire: di solito uno Stephen King di circa 800 pagine mi dura a stento una settimana. Centellinando la lettura e inframezzandola con altri volumi.
Questa volta, e a 800 pagine non ci arriviamo, ho impiegato quasi cinque mesi per ultimarlo (anche se, certo, nel frattempo ho letto altro). 
Che dire? Spero che d'ora in poi padre e figlio vadano ciascuno per la propria strada.

martedì 1 maggio 2018

L'infanzia rubata

UN SACCHETTO DI BIGLIE
di Joseph Joffo


Ossia il racconto di come all'autore, ebreo di dieci anni nella Francia occupata della Seconda Guerra Mondiale, in fuga con il fratellino più grande di due anni, sia stata rubata l'infanzia.
Un romanzo dolce, autobiografico, più leggero e delicato di quel che si potrebbe pensare dato l'argomento, purtroppo gravato da una scrittura mediocre, pur rischiarata da qualche acuta osservazione e da diversi passaggi felici.
Il ritmo, però, manca, né è sufficiente l'introspezione: i personaggi appaiono a mala pena abbozzati, privi di profondità, di carattere.
Egualmente la vicenda è originale e propone un punto di vista diverso dal solito, peccato che ciò si si traduca nel resoconto piatto di una storia molto bella. A sprazzi la forza della trama riesce comunque ad emergere e ad avere il sopravvento (la scena del curato all'Excelsior, ad esempio), ma nel complesso l'opera si mantiene su un piano superficiale, evanescente. Più che alimentata dal desiderio di narrare, infatti, sembra un percorso autoterapico (e in parte lo è) volto esclusivamente a smaltire quanto si è stati costretti a vivere, a buttare fuori il veleno.
Certo, di indubbia potenza è l'immagine dell'infanzia rubata, per la dose massiccia di verità in essa contenuta. Per la sua ingiusta crudezza per quanto, in fin dei conti, possiamo dire che a Joseph e famiglia sia andata abbastanza bene, date le circostanze.
I piccoli protagonisti, così ardimentosi e tenaci, ci piacciono parecchio, eppure non arriviamo ad amarli, perché, anche se li accompagniamo per un bel pezzo di strada, non ci sembra di conoscerli e, di fatto, potrebbero essere due bambini in gamba qualunque costretti a destreggiarsi in circostanze fuori dall'ordinario.
La scrittura è semplice, ma poco stimolante, a tratti mi pareva di addormentarmici dentro.
In sintesi, a salvare il romanzo dall'oblio l'importanza della trama e della vicenda storica che la supporta.