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martedì 30 aprile 2013

La sventurata vicenda di una ragazza...


DRAG ME TO HELL



Uno degli horror più spassosi degli ultimi anni, capace di fondere magistralmente paura e risate a crepapelle, dosate con abilità e senso del ritmo (memorabile la schifaviliosa – per citar Isabella Santacroce – scena con la dentiera, quella che si svolge nel parcheggio...).

La storia è divertente, ironica, e ricca di momenti indimenticabili (la capra posseduta è una vera chicca, così come il pranzo dai genitori del fidanzato della protagonista) mentre il personaggio della zingara, la signora Ganush, vale da solo tutta la pellicola: basta assistere al tamburellare delle sue unghie devastate per sentirsi rizzare i capelli...


La trama?

Semplice quanto efficace: Christine, un'impiegata graziosa e gentile, per una volta decide di attenersi alle regole della banca presso cui lavora nella speranza di ottenere una promozione, rifiutando così una proroga alla signora Ganush, un'anziana zingara che, senza di essa, rischia di perdere la casa in cui abita. E che quindi maledice Christine, scatenandole contro una Lamia, una sorta di demone malefico che giocherà con lei per tre giorni prima di trascinarla con sé all'Inferno.

Insomma, finalmente Sam Raimi replica i fasti de “La Casa 2” (“La Casa” era troppo seriosa, mentre “L'Armata delle Tenebre” eccedeva nell'altro senso, oltrepassando il limite del demenziale di classe) coinvolgendo lo spettatore, perennemente in bilico tra un urlo e una risata!

Mi tocca, però, muovere un appunto: scartabellando librini e riviste non ho potuto evitare di notare come molti recensori (Film Tv, Dylan Dog Almanacco della Paura, etc.) abbiano preteso di trarre dal film una morale, biasimando il comportamento della protagonista che si merita la giusta punizione (qualcuno ammette che sia un tantinello sproporzionata) per aver rifiutato il prestito alla povera zingara. Nessuna pietà, dunque, verso la fanciulla, né alcuna simpatia.

Ebbene, dico io, ma come state?

A parte che Christine dimostra in più occasioni sensibilità, coraggio e notevole buon cuore (oltreché straordinarie risorse)... La verità è che doveva rifiutare la proroga! La Ganush ne aveva già ricevute due, inutilmente, e Christine era comunque moralmente obbligata a fare gli interessi della banca, e questo al di là della paventata promozione! La generosità con i soldi e gli interessi degli altri non è generosità: è solo pietismo, o ipocrisia, o slealtà. Certo, quando non si chiama furto (o appropriazione indebita, o peculato)...

Non c'è morale, qui, ma solo ironia!

Chiunque (recensori compresi) al suo posto avrebbe agito come lei: tutta l'azione precedente è tesa a portarci a questa conclusione, a partire dalle pressioni cui Christine è sottoposta al lavoro – e non solo – e che contribuiscono a rendere la sua scelta inevitabile. Scelta che, peraltro, è contraria alla sua natura, essenzialmente buona e generosa, e che nella fattispecie viene forzata.

Non è la punizione di una persona cattiva, quella cui assistiamo, o di una che ha preso la decisione sbagliata: è solo la sventurata vicenda di una ragazza che potrebbe essere chiunque, ma che, a differenza di chiunque, ha più pregi che difetti. E' vero, dopo che la Ganush si inginocchia, lei chiama la sicurezza: ma perché è spaventata e in imbarazzo, e subito si pente e cerca di scusarsi... Che diamine, non riesce neppure a passare la maledizione al suo spregevole collega, che pure se la meriterebbe con gli interessi!

Se Christine ha dovuto affrontare le terribili ire della Lamia è soltanto perché, guarda un po', siamo in un horror e non in una favola di Esopo! Un horror che non ci avrebbe spaventato o appassionato allo stesso modo se la protagonista fosse stata semplicemente una bieca arrampicatrice sociale, perché di lei non ci sarebbe importato alcunché!

lunedì 29 aprile 2013

Donne forti, libere, ed anticonvenzionali...


JOANNE HARRIS


Le caratteristiche costanti della sua opera sono la magia (nei suoi innumerevoli aspetti ed accezioni, con toni sommessi o preponderanti, a seconda) e la passione per l'arte culinaria. A tratti sembra non di leggere, ma di degustare: si avverte un vero e proprio risveglio dei sensi, ci si ingolosisce, e persino il profumo del pane, nelle puntigliose ma sorprendenti descrizioni della Harris, è capace di estasiare... Non parliamo delle crostate, della marmellata o del cioccolato...

I sapori vengono indagati in ogni aroma, retrogusto, emozione, nelle loro armonie e nei sottili contrasti, che magari arrivi a cogliere per la prima volta.

Questi elementi, abilmente mescolati, contribuiscono a creare un'atmosfera intensa, viva e seducente. Affascinante, ma anche trionfante di passione, in cui i sentimenti sono spesso assoluti, nel bene e nel male, obnubilanti, e ogni gesto contiene echi, colori, sapori e conseguenze.

Seppur abbondino le descrizioni, sostenute da una notevole ricchezza verbale, in cui risonanze e sfumature si sovrappongono, impreziosendosi e sorprendendo, lo stile risulta scorrevole, ma coinvolgente e caldo, guizzante, estremamente femminile, con un non-so-ché di carezzevole, di setoso, che ti avvicina alla bellezza e ti permette di... assaggiarla.

Spesso c'è il confronto tra due personaggi opposti di cui viviamo il punto di vista, e sempre ci sono segreti da svelare, alcuni piccoli, altri importanti, intrecciati o tangenti, che creano tensione, aspettativa, e si sviluppano in avvincenti colpi di scena.

Le protagoniste sono quasi sempre donne forti, libere, ed anticonvenzionali, che devono affrontare prove difficili. Le trame però presentano una certa varietà, nonostante gli elementi ricorrenti, e talvolta sfociano nel gotico, se non addirittura nel claustrofobico.

Tra i suoi romanzi, il più bello è senz'altro “Cinque quarti d'arancia”, assai più complesso di “Chocolat”, che pure è tra i miei preferiti (i due seguiti, invece “Le scarpe rosse” e “Il giardino delle pesche e delle rose”, sono meno convincenti, nonostante il piacere di ritrovare vecchi personaggi) insieme a “La spiaggia rubata”, il primo che ho letto, cui sono particolarmente affezionata.

Non male “La scuola dei desideri”, per quanto cupo, mentre meno brillanti, seppur complessivamente piacevoli, risultano, ad esempio: “La donna alata”, “Le parole segrete”, “Vino patate e mele rosse”, “Il fante di cuori e la dama di picche”, laddove, invece “Profumi giochi e cuori infranti”, non un romanzo, ma un'antologia di racconti, rivela lati inediti e curiosi dell'autrice.

Buona (e gustosa) lettura.

domenica 28 aprile 2013

Un sorrisino enigmatico, un po' ingenuo, un po' birbone...


RAMARRISSIMI!!!

 

A casa abbiano un coniglietto che è un amore totale e un canarino che ci considera – me e il mio diletto sposo – i suoi umili sudditi: di tanto in tanto ci omaggia con un ordine impartito con sdegno.

Io però vorrei un ramarro.
 
 
Il mio sogno è un geco africano dalla coda grassa, estremamente tenero e affettuoso, con gli occhietti neri di inchiostro e il sorrisino enigmatico, un po' ingenuo, un po' birbone... Ma visto che è extra-comunitario, non voglio strapparlo al suo ambiente naturale e mi accontenterei di un sauro indigeno. Pare che i ramarri siano molto facili da addomesticare e assai coccolosi...

Un ramarro verde smeraldo... Che beltade!

Lo chiamerei Mii-Kun (come il gatto di Tetsuro nel Galaxy Express 999) o Pietro Palma il Vecchio (come il pittore), e, se lui fosse d'accordo, me lo terrei sulla spalla per assassinare le zanzare e intimorire gli estranei.

Ma non lo avrò mai!!!

Al mio perfido marito non piacciono i rettili: è cattivissimo e non li ammette in casa!

Alla fine mi sarei accontentata persino del ramarro della Trudi, quello picculo e blu: ma niente, nonostante le promesse, mon amour non regalommelo...

Sob!

Forse perché è troppo impegnato a badare ai miei post...

sabato 27 aprile 2013

Una lettura da treno, pensata per il cellulare...


OSAMA GAME – Il Gioco del Re

(di Nobuaki Kanazawa, uno dei protagonisti... Sic!)

 
Era davvero da tanto che non mi imbattevo in qualcosa di scritto in modo così osceno: dialoghi fasulli, personaggi incolore all'insegna della banalità e dello stereotipo, retorica spicciola e imbarazzante, totale assenza di pathos, insulsaggini di contorno, passaggi inverosimili, ragionamenti fondati sul nulla...

Però, bisogna ammetterlo, il libro ti prende: l'incipit è geniale nella sua semplicità, e lo stile, privo di qualsivoglia bellezza, è diretto e rapido.

Si comincia con un elenco di 32 nomi, corrispondente al registro di classe di un liceo giapponese, e poi una mail contenente un ordine ed inviata contemporaneamente sul cellulare di ogni alunno.

Non ci si può ritirare, non si può disobbedire.

Questo è il Gioco del Re.

All'inizio le richieste sono esaudibili, un bacetto qua, una leccata di piede là... e vengono accolte come un diversivo e assecondate.

Peccato che presto trascendano e arrivino a oltrepassare i limiti (tutti), peccato che la punizione sia la morte, peccato che a volte sia preferibile quella alla cieca obbedienza...

Non si sa chi sia il Re, ma è sadico, crudele, pare onnipotente e onnisciente, e fa leva sulle pulsioni più abbiette degli allievi.

C'è chi si oppone rivelando una certa nobiltà di intenti, ma la maggior parte pensa solo alla propria sopravvivenza e non si fa scrupoli o cerca di attuare vendette ai danni dei compagni...

Trattasi di una “lettura da treno”, pensata per il cellulare, che non ti arricchisce, non ti entusiasma, ma che indubbiamente intrattiene, e che comunque implica, suo malgrado, riflessioni interessanti sui meccanismi della mente e sull'animo umano.

Però non illudetevi: il romanzo può fornire degli spunti, ma non scende in profondità, rimane in superficie... In realtà, non mancano le velleità in tal senso, ma i risultati sono penosi, al limite dell'umorismo involontario, e risultano artefatti e noiosi. Che diamine! Persino i momenti horror sono scadenti: fini a sé stessi, senza tensione, senza partecipazione emotiva... Del resto, non ti importa niente dei personaggi, anzi! Ti auguri che crepino il più in fretta possibile nella speranza di risolvere prima il mistero! ...Solo che la vicenda non si conclude, accipigna! La fine è piuttosto sibillina, lascia un sacco di interrogativi in sospeso, ne crea di nuovi, e presuppone un bel “continua”...

Amen.

Io, nonostante tutto (che è un bel po' di roba), attenderò il seguito.

P.S.

Segnalo un fatto che mai mi è capitato prima d'ora: non so se sia a causa dell'inchiostro o di qualche colla a base di succhi gastrici alieni, ma per le prime cinquanta-sessante pagine il libro mi ha provocato persistente fastidio agli occhi e pizzicore al naso. E' un fatto così insolito che ci ho messo un po' ad individuarne la causa, all'inizio ero convinta di doverla ricercare in giro (ero sul treno), ma dopo qualche verifica empirica ho realizzato!

Non so... Sono tutt'ora perplessa... E ormai assuefatta.

Preciso che ho sottratto il romanzo al mio venditore di fiducia appena è arrivato il corriere, costringendolo ad aprire subito il pacco in consegna e a darmi immediatamente il suo contenuto... Quindi il problema è senz'altro legato alla casa editrice (Panini Comics).

Sfortuna, caso, o un tentativo per sterminare i nerds (come me)? Ai posteri l'ardua sentenza.

venerdì 26 aprile 2013

Due mondi opposti che si scontrano a suon di risate...


Quasi Amici
(2011)
 
 
Non mi ispirava granché: mi aspettavo il solito drammone strappalacrime, patetico, melenso e confezionato ad hoc per chi è in cerca di commozione facile. Errore, errorissimo! Il film è ultradivertente!!!

Certo, commuove, ma senza ostentazioni, e in mezzo ci sono sorrisi, risate ed una bella storia.


Racconta l'amicizia (senza “quasi”, che però nel titolo ha una ragione di esserci, visto che sottolinea le differenze iniziali fra i due protagonisti) un po' strana e un po' improbabile – e come tale straordinaria – tra l'aristocratico e colto Philippe, milionario quadriplegico costretto su una sedia a rotelle a seguito di un incidente, e Driss, il suo badante, un bel giovane di colore, povero, senza cultura, e appena uscito di prigione, ma pieno di vitalità e, a dispetto della maschera di indifferenza e di ineducazione dietro cui si cela all'inizio, una persona sensibile e buona.

Due mondi opposti che si scontrano a suon di risate, e che poi divengono uno: più bello, più luminoso, più... tutto.

Che cosa spinge Philippe ad assumere Driss? Il fatto che sia l'unico a non mostrare compassione per la sua condizione (anzi...).

I due hanno così l'occasione di scoprirsi a vicenda imparando molto l'uno dall'altro e finendo quasi per completarsi a vicenda, raggiungendo un grado di complicità e di intesa invidiabili da chiunque.

Trama scontata? Un po' sì, ma è ispirata ad una storia vera, quindi se non vi garba dovete prendervela con Dio.

E comunque è realizzata bene: diverte, emoziona, ma senza invadenza, senza eccessi. Non sa di favoletta artificiosa: è convincente, realistica. Sincera.

Troppo ottimista? Forse.

Ma in fondo è vero: nonostante tutto, la vita è bella da vivere, ma a volte serve qualcuno che ci insegni a farlo.

Il difficile è trovare la persona adatta.

Anche se... Un interrogativo mi sorge spontaneo alla fine... Un interrogativo amaro, o una riflessione stupida, che forse non è troppo gentile esplicitare, e che forse non vuole davvero una risposta... Ma la mia testa di beep me lo impone e quindi (se il Mio Perfido Marito non mi censura) eccola qui: Philippe è straricco, coltissimo e ha disposizione tutto quello che vuole... A livello di risorse mediche, ma anche di intrattenimento e aiuti... Ciò nondimeno soffre tantissimo (in tanti modi espressi e non, per quello che è e per quello che non è più) e, prima dell'arrivo di Driss, è quasi solo e quasi infelice...

Dunque la domanda è: com'è la vita di un tetraplegico che non è milionario?

giovedì 25 aprile 2013

Un mazzo di tarocchi...


CREATURE NON DEL TUTTO IMMAGINARIE CHE BAZZICANO L'OTTAMONDO, E CHE MAGARI HANNO PURE IVI LA RESIDENZA

(attento potresti esserci anche tu!)
 

PARTE I
(ci saranno altre parti?)



IL MIO PERFIDO MARITO: si occupa delle pulizie, di me, di Dado, di Targaryen, del blog. Tiene a bada i mostri, e deve raccontarmi una favola ogni volta che lo chiedo. Ha molta pazienza ed è morbido e peloso. Per gli approfondimenti si rimanda al Post a lui dedicato.



DADO: coniglietto malvagio, ma pieno d'amore, che si sente legittimato a birbonare (voce del verbo commettere birbonate) in virtù della sua sconvolgente bellezza. A volte mi tiene prigioniera nella speranza che lo intrattenga. Hobby: rosicchiare, produrre pallette caccose, prendere ordini dal fantasma, trafori, Danza della Morte.



TARGARYEN: finge di essere un canarino bianco, ma è un drago travestito e un Re spodestato, e presto riconquisterà il suo glorioso Regno spargendo lacrime e sangue. Con Dado ha un rapporto di dispettosità reciproca e spesso lo sgrida, mentre considera me e il MPM i suoi umili sudditi.


IL RAGNO: ormai è vecchio, ma resta uno spiritello sadico con il gusto della contraddizione. Cucina ottime torte e ha una specializzazione nell'infastidirmi, ma ora ha troppi impegni mondani e non può mai sostare a lungo nel mio Reame. Una volta ha cercato di trasformarmi in babbuccia.



IL MIO CORVO: ha una voce melodiosa e può sembrarvi un cherubino con gli occhi di lago. Non lo è. E' un corvo, ed è pure un po' acidello! Ama i rapporti dialettici, le canzoni deprimenti, è fan della strega malefica e ha molti poteri oscuri: sa persino scatenare il Vento del Polline. Inoltre ha un'amica che si chiama Maledetta...



IL RABDOMANTE: ha una natura multiforme. Prima lo adibivo a Scimmia Domestica, ma ha ricoperto anche incarichi come Verme delle Sabbie o Testacigna. Ora sostituisce una Stellina che è morta e di cui mi occupavo con il mio Corvo, quindi riveste un ruolo importante. Ma lo riveste ottimamente e quindi noi (io e il mio Corvo) siamo contenti.



L'INCANTATRICE: è un vero tesoro, verissimo, e vende pozioni magiche. E' mamma di un potente guerriero, entomologo, esperto di zombi e di arti marziali, molto promettente; di una bellissima principessa con tendenze dark; e di una patapiccula che diventerà molto interessante. Ha anche un marito, curioso e contraddittorio, ma troppo lungo da spiegare (Gné! Gnè!).


LA FANCIULLA DI BUON CUORE: è davvero buona! E' vegetariana, ama i cani, ha un animo gentile, aiuta il prossimo, cucina bene, suona il sax... E non è nemmeno pallosa! E' la moglie di riserva del MPM, che non lo dice, ma che ogni tanto si augura che io muoia presto.



LA DAMA DAI CAPELLI CORVINI: Attenzione: prima vi incanta con il suo sublime fascino, poi può decidere di uccidervi avvolgendovi con la sua chioma lunghissima. E' pericolosa e si accompagna spesso ad una delle sue vittime predilette, una sfortunata creatura, piacevolmente colta, detta “Nonno Giraffo”.


MINICLA: è una principessa, delicata e paziente, ed assomiglia ad un angelo nei modi e nel carattere... Ma se la fate arrabbiare (dovete proprio impegnarvi), è capace di inchiodarvi ad un'asse e bere il vostro sangue. Piano Piano, per gustarlo meglio. Ha un ottimo futuro marito che il MPM adora.


L'ARTISTA: Colora il mondo cercando di renderlo migliore, dispensa ottimismo, e riesce a credere a cose cui nessuno crede, spesso osservandole da una prospettiva diversa che non c'entra niente né con la prospettiva, né con le cose. Deliziosa. Porta con sé un piccolo famiglio, tenero e affettuoso, che governa i sogni.


LE DOTTORESSE V: V come Veleno! V come Voglio scorticarti la faccia con delicatezza mentre mi fai un massaggio ai piedi! V come le Dott.sse, sorelle che di notte vestono i panni di due eroine malvagie in cerca di anime frali da tentare con cracker integrali! La più piccola è dolcissima e assai patatosa, la più grande odia i piccioni ed è frusta-munita.


LA GHIGNANTE: sorride sempre, ma non sai mai che cosa si cela dietro il suo sorriso. Almeno finché non te lo dice. Con educazione, estrema finezza e sommo divertimento. Talvolta con sfumature gargamellesche. Di solito spiazzandoti e lasciandoti muto. Si è di recente sposata con un gentiluomo d'altri tempi.



CHICCACHU (o HELLO KIKKA!): mia sorella. Quando ci siamo spartiti i fratelli lei ha scelto l'Androide e io il Ragno. E' un po' come la luna: a volte splende, a volte si nasconde dietro al sole. Reca seco una patapiccula stupenda che sta acquisendo un po' di sana birichineria e il senso dell'umorismo.


L'ANDROIDE: non vorrebbe nemmeno essere nominato. Indi non lo nomineremo. Androide. Androide. Androide. E qui mi fermo, perché non vorrei che finisse come con Candyman. O Beetlejuice.



IL BAMBINO GRANDE: una creatura beffarda, sorniona, ma, suo malgrado, tenerella. Si diverte ad osservare e a sorridere nel buio, come lo Stregatto. E' solito farmi curiosi regali di Natale (ci sarebbe da scrivere un Post solo su questo) e allearsi con il Ragno per biechi motivi. Sostiene che io dovessi morire una decina d'anni fa. Quindi probabilmente l'ho fatto, ma nessuno se n'è accorto. Neanche io.


LA BAMBINA NUOVA: new entry molto recente e piuttosto spassosa: simpatica, allegra, puntuale, con il sano hobby di insultare pittorescamente il prossimo che si dimostra meritevole. E' amica dei pc, che sono miei nemici, e di solito cerca di mediare tra noi, affinché non ci siano caduti e io possa risparmiare il MPM, almeno per questo.



P.S.

A pensarci con tutti questi personaggi, potrei quasi fare un mazzo di tarocchi...
 
 

mercoledì 24 aprile 2013

La patina di ipocrita perbenismo che alimenta il sistema...


L’AIUTO
(The Help)
di Kathryn Stockett

Ho visto anche il film, ma ho preferito il romanzo, se pure, al di là di qualche differenza, anche di tono, siano entrambi molto validi. Validi? Sono stupendi.
Innanzitutto è bella la storia: non particolarmente elaborata o frutto di genio, ma vera, autentica, intensa. Fresca.
L'argomento è importante e sa di denuncia sociale (anche se l'anno corrente è il 1962): il razzismo nell'America del Sud. Si tratta di problematiche tipicamente statunitensi, ma comunque universali, e se pure nei termini in cui vengono descritte sono ormai superate, il messaggio alla base della trama è sempre necessario.
L'argomento è importante, dicevo, ma non viene indagato esasperandolo, anzi talvolta i toni sono lievi, ironici. E ci regalano delle risate.
Più spesso ci si indigna, o si resta col fiato sospeso. O si piange. O...
Ma alla fine giustizia è fatta, e in un modo intelligente quanto insolito, se applicato al contesto: con un libro. L'unico a poter scuotere e incrinare la patina di ipocrita perbenismo che alimenta il sistema. Che però avrà un prezzo da pagare.
“L'aiuto” analizza il rapporto che si crea tra le domestiche di colore e la famiglia di bianchi presso cui prestano servizio. La crudeltà, la frustrazione, le umiliazioni e le ipocrisie, ma a volte anche l'affetto e la dolcezza, che si creano e si alternano nelle variegate esperienze. Quelle di Minny e Aibileen, in particolare. E saranno loro a scrivere il testo, con amiche e conoscenti, insieme all'inquieta Skeeter, bianca, neolaureata aspirante scrittrice, anticonvenzionale, sensibile, vero cruccio per sua madre (dalle idee standardizzate), e totalmente diversa da tutti. Sarà lei ad avere l'idea e a sfidare le amiche d'infanzia e l'intera comunità.
E qui veniamo al vero punto di forza dell'opera: le protagoniste, di cui, di volta in volta, assumiamo la prospettiva.
Meravigliose.
Skeeter è simpaticissima e frizzante; Minny un vulcano, una potenza della natura (okay, forse è un po' stereotipata, la classica bisbetica cicciona di colore che trasuda energia... Ma chi se ne importa: è deliziosa! E perfetto complemento delle altre due eroine); mentre Aibileen, la più saggia, dolce, e a tratti dolente, è la meglio riuscita, quella con maggior spessore.
Ma ci sono altri personaggi splendidamente realizzati: l'atroce Illy, che pure proprio cattiva non è; sua madre, che resta sullo sfondo, ma che ha i suoi lati interessanti; Miss Celia, così adorabile e inappropriata, e ingenua, e svampita... Ma anche quelli che assomigliano a comparse e a cui sono dedicate poche righe sono delineati con profondità e sapienza, e risultano veri. Umani.
Un bel libro da leggere, un bel film da guardare. Uno di quei romanzi che ti fanno pensare, ma che ti emozionano e ti arricchiscono.
D'accordo, non è “Il buio oltre la siepe”, che è più forte, più d'impatto, più originale e più ampio nei suoi orizzonti. E pazienza se la storia poteva essere analizzata più in profondità, e se il finale poteva essere più accurato e meno scontato.
E' un libro da amare, e io l'ho amato.
Uno di quelli di cui hai bisogno se sei triste, perché ti rallegra; quando sei depressa, perché ti restituisce fiducia; quando hai paura, perché ti infonde coraggio.
O se ti serve un amico, che ti consoli e ti stringa a sé.
O, semplicemente, se ti va di leggere qualcosa di bello.

martedì 23 aprile 2013

Un artista e un visionario...


CLIVE BARKER

E' uno scrittore che mi piace, ma in modo altalenante, e senza eccessi, quindi non so quali meccanismi mentali mi abbiano indotta a dedicarmi a lui, oggi, e non ad autori che finora ho trascurato, ma che amo di più e che magari ho letto più di recente... Non so, magari sono stata drogata. Oppure è l'ispirazione... Boh! Comunque...


Spesso Barker viene accostato a Stephen King, ma non ne capisco il motivo dato che,a parte l'etichetta horror (che a King calza davvero stretta e anche per Barker a volte è limitante), in comune hanno ben poco... King è uno scrittore, Barker un artista e un visionario, che già che c'è scrive pure dei libri... E alcuni sono davvero belli, ma in modo completamente diverso da King...

Se il Re è un letterato, bravissimo a costruire i personaggi e a renderli reali, con capacità di scrittura divine e un notevole talento per le storie, Barker è uno che ha il potere di spalancare le porte dell'Inferno (o del Paese delle Meraviglie, a volte) e tornare indietro a riferire che cos'ha visto, riuscendo a descriverlo in modo che anche tu lo veda, magari bruciandoti un po' le pupille. In effetti, rispetto a King, Barker è assai più sadico e ha un gusto per la violenza molto più smaccato. Ma anche una maggiore potenza immaginativa. E’ proprio questo che mi ha sempre colpito di lui: la capacità di vedere, di materializzare interi mondi, popoli, creature... King racconta, narra, analizza, Barker ti lascia a bocca aperta.

Come scrittore preferisco King, forse perché mentre lo leggo, a prescindere dalla trama, mi sembra che mi abbracci e mi protegga dai mali del mondo, mentre con Barker ho più la sensazione di essere sodomizzata... Ma non sempre.

Spaziando un po’ tra le sue opere quella che ho preferito è senz'altro “Cabal” che colpisce per forza immaginativa (come sempre), ma che denota anche sofferta sensibilità... Purtroppo l'avevo letto alle medie e non ricordo tantissimo, ma so che mi erano piaciuti sia personaggi sia la trama e che ho impiegato un po' per trovare un romanzo che mi legasse a sé allo stesso modo. E poi “Galilee”, molto d'atmosfera, poetico e percorso da una punta di nostalgia, più fantastico che horror, molto sensuale. Anche “La Casa delle Vacanze” mi aveva appassionato: è per ragazzi, ma, chissà perché, spesso sono questi librini da leggere sotto i dodici anni a farmi più paura! Lo avevo prestato anche al Ragno, quando aveva l'età giusta, ed era rimasto entusiasta! Un altro fra i miei preferiti è “Schiavi dell’Inferno”, brevissimo ed essenziale, l'unico, forse (ma li ho letti a distanza di parecchi anni l'uno dall'altro, quindi il mio cervello potrebbe commettere omissioni o produrre false memorie) ad avermi colpito per la perfezione stilistica e lo splendore di certe descrizioni. Poi ci sono i libri di sangue, mirabili per la creatività e belli truci. Concludo menzionando ancora “Abarat”, che è una saga per picculi, carina e fiabesca, con dei disegni stupendi, opera dello stesso Barker.

lunedì 22 aprile 2013

Un film deliziosamente graffiante...


LE AMICHE DELLE SPOSA

(2011)

A guardare il trailer non dice niente, anzi sembra la solita commedia romantica, tiepida e banale.

Non la è.

Un pizzico di romanticume ce lo infilano lo stesso, ma la prima cosa che colpisce di questo film è che politicamente, stupendamente, scorretto.
 
 
In più fa morire dal ridere, con tanto di lacrime agli occhi, e ci sono un sacco di momenti gustosi (e qualcuno pure disgustoso... Della scena della prova dell'abito – e di tutti i suoi vomitevoli risvolti – avrei fatto volentieri a meno, ma suppongo che il pubblico la annovererà tra le sue preferite... 'Cchifo-Blé!), sfacciati, irriverenti, con qualche tocco di cinismo... Però racconta anche una bella storia di amicizia: certamente tra la sposa, Lillian, e la sua damigella d'onore, Annie, simpatica e disastrata quanto volenterosa, e vero fulcro della pellicola, ma anche nel rapporto che si crea con le assurde coprotagonista (non una che sia normale) che spesso riservano sorprese inaspettate... Prima fra tutte Megan, che ci regala una scena adorabile, con sfumature di delicata demenza e commozione, quando Annie va in crisi – comprensibilmente: la sua vita è miseranda, e finora la sua unica ancora di salvezza è stato il rapporto con Lillian, che adesso, però, pare irreparabilmente compromesso –. Ma anche la perfida e perfetta Helen, rivale di Annie per il posto di amica del cuore di Lillian, sebbene in questo caso in modo più prevedibile.

Insomma... Un film deliziosamente graffiante, con delle protagoniste interessanti e spassose. Peccato per l'happy ending, si potrebbe dire... Ma la verità è che mi sono goduta anche quello!

domenica 21 aprile 2013

Molti bimbi urlavano. Non riuscivano a smettere...


MAUS
Levi l’ha chiesto per primo, “Se questo è un uomo”, ma Art Spiegelman ce lo ha mostrato: no, non lo è. Ma non lo sono neppure i suoi carnefici. O i suoi delatori. O...
E’ questo, credo, uno dei motivi per cui nella sua personalissima e autobiografica ricostruzione dell’Olocausto non ci sono persone, ma solo animali antropomorfi.
All'epoca per le persone non c'era spazio.
Gli ebrei sono topi, deboli, indifesi, i tedeschi gatti e spesso il loro ghigno felino è terrorizzante… Quindi la situazione è chiara.
Ed è chiaro che questo è un fumetto, non un romanzo o un saggio. Ma ha vinto il Pulitzer ed è un capolavoro (lo preciso per quei poveri di spirito che ancora identificano il fumetto come robetta per bambini e non come la Nona Arte).
La storia (scritta tra il 1973 e il 1991) è ripartita su due piani che si alternano: le vicende del padre dell’autore, Vladek, ebreo sfuggito al campo di concentramento, e l'analisi del rapporto che Artie, fumettista deciso a documentare l'esperienza del genitore attraverso la graphic novel, ha con il padre.
La storia è intensa e commovente, ma non fa leva sul sensazionalismo e non c'è nulla di eclatante (o lo è tutto, a seconda del punto di vista). E' accurata, semplice. Onesta.
In un certo senso a Vladek è andata bene... Intendiamoci, bene per come poteva andare ai tempi: ha perso un figlio, i familiari, i parenti della moglie... Ha assistito a cose terribili, e affrontato umiliazioni, paura, sofferenze... Ma è riuscito a fuggire con la moglie, Anja, a rifarsi una vita in America, ad avere un altro figlio... E anche quando Anja si è suicidata (Artie aveva vent'anni), Vladek si è risposato con Mala “anche lei una scampata come quasi tutti gli amici dei miei”.
Ma Vladek e Mala non vanno d'accordo, anzi Vladek non va d'accordo con nessuno, meno che mai con Artie. Si vogliono bene, questo è evidente, ma non riescono a comunicare, ed ognuno di loro vive nel senso di colpa: il padre per essere sopravvissuto (anche se “in un certo senso non è sopravvissuto”), il figlio per aver aver avuto una vita più facile di quella dei genitori.
Un confronto autentico e doloroso, che non si risolve, che amareggia entrambi, ma che resta lì, autoalimentandosi.
E poi c'è l'altra vicenda, quella più grande, quella storica...
Vladek è polacco, quindi in principio il Nazismo arriva solo attraverso echi d'allarme, ma progressivamente, un passo alla volta, la situazione peggiora e agli ebrei viene tolto quello che ogni volta sembra tutto, per scoprire che invece Hitler può portargli via ancora di più. Si comincia con la serenità, per continuare con i beni materiali, e poi di seguito fino agli affetti e i diritti più importanti, che noi diamo per scontati. Per accorgersi che non basta, non basta mai. E' sufficiente che ti mettano il timbro sbagliato, o nessun timbro, per stabilire che devi morire. “Più che altro presero bimbi... anche di 2 o 3 anni”, ricorda ad un tratto Vladek con il suo inglese un po' sgrammaticato, “Molti bimbi urlavano. Non riuscivano a smettere. Così tedeschi li sbattevano contro il muro. E loro non gridarono mai più.”

Bisogna lottare per vivere, e arrivano tradimenti, anche da parte di altri ebrei, ma anche atti di solidarietà e di altruismo. Spesso, però, la logica cambia e non è più quella umana: “Ma non ti avrebbero aiutato se non fossi stato in grado di pagare? Insomma, eravate parenti...” obietta Artie dinanzi a certe testimonianze. Ma Vladek si stizzisce: “Mah! Tu non capisci... Allora non c'era più famiglia. Ognuno per sé, capito?”
Finché non si arriva all'inevitabile e si è costretti ad affrontarlo.
L'autore rimpicciolisce dinanzi all'enormità della vicenda (letteralmente, sfruttando il linguaggio del fumetto in tutte le sue potenzialità), ed ha un sacco di dubbi, di esitazioni: è intimorito, si sente inadeguato.
Il mio libro! Ah! Che libro? Una parte di me non vuole pensare e disegnare di Auschwitz. Non lo VISUALIZZO con chiarezza, e non so COMINCIARE a immaginare com'era davvero.” racconta Artie a Pavel, il suo analista. Un ebreo ceco, un sopravvissuto di Terezin e Auschwitz.
Com'era Auschwitz? Hmm... come spiegarlo?” riflette Pavel. E poi all'improvviso urla: BUU!mentre Artie, salta sulla poltrona, spaventato.
Era un po' così” spiega Pavel. “Ma SEMPRE! Dalla parte dei cancelli alla fine di tutto.”
Ma Spiegelman ci riesce, ce lo mostra: le immagini saranno pure stilizzate, ma efficacissime a rappresentare la sofferenza. A rappresentare tutto.
Insomma, siamo dinanzi ad un capolavoro.
Sull'Olocausto è stato già detta ogni cosa, ma mai con tanta espressività, eloquenza, intimismo. Mai attraverso un fumetto.
E forse vale la pena chiederselo ancora una volta: perché non ci sono uomini, ma solo animali antropomorfi? Credo che le ragioni siano svariate, e magari nemmeno tutte ad un livello consapevole... Certo, così sono più incisive, simboliche, immediate. Ma a rifletterci... Verso la fine, mentre Artie si confronta con i giornalisti dopo la pubblicazione di parte del suo lavoro, tutti indossano una maschera animale, mentre sotto si intravedono fattezze umane. Per il resto della narrazione i volti sono animali, senza maschere. Quindi deduco (ma è solo un'ipotesi) che gli animali antropomorfi in un qualche modo rappresentino le etichette che durante il periodo Nazista venivano appiccicate alle persone: perché non eri più un individuo unico e irripetibile, ma ti identificavi e ti esaurivi nell'appartenenza ad una razza. Non eri più un uomo, ma solo un'etichetta, appunto: un topo o un gatto, a seconda. Spersonalizzato.
Un libro notevole.
Da leggere, assolutamente.
Che amiate le graphic novel oppure no.

sabato 20 aprile 2013

Le Otte fanno quello che vogliono...


PAESAGGIO


E' il titolo di questo disegno.
Ogni tanto (ogni molto se si considera che mediamente ne produco uno al triennio), mi diverto a vedere che succede quando prendo una matita in mano (a volte si imbizzarrisce e mi pasticcia qualcosa).

La colpa è del Ragno, perché quando era picculo l'arte spicciola serviva ad ammansire la sua natura demoniaca, e io ho finito per prendere il vizio.
Come mi fa gentilmente notare il fratello Androide (che ha fatto il Liceo Artistico, ma che curiosamente dopo la maturità non ha più accennato nemmeno ad abbozzare uno schizzo a carboncino) non so neanche tenere gli strumenti in modo corretto... Per tacere del fatto che, come i bimbi delle Elementari, io uso solo pastelli o pennarelli (che prediligo, Gné! Gné!)...
Amen, io dico.
Le Otte fanno quello che vogliono e se possono danno fastidio, perché a loro piace.

...Il Ragno, invece, da infanticello, era scioccato perché qualunque fosse l'idea di partenza, finivo sempre per riempire il foglio di mostri, dettaglio che urtava la sua sensibilità. Basta Mostri! Mi imponeva razzisticamente con il faccino imbronciato. Ma i mostri arrivavano comunque, sogghignando, e gli dicevano: «Hey, bambino! Avvicinati... Vogliamo vedere come sei fatto dentro...».

A ripensarci forse non sono stata proprio una sorella buonissima...

Quando eravamo picculi (e il Ragno non esisteva) era l'Androide a disegnarli sempre (io mi dedicavo a stupide fanciulle dai capelli lunghissimi... Io e la Dany, oh yeah! A scuola riempivamo il sottobanco di prove... Lei però era più brava, e se fossi uno dei suoi bimbi la tormenterei per farmi fare dei personaggini...), quindi forse mi è rimasto qualcosa di lui.

Ad ogni modo, adesso preferisco i mostri alle fanciulline: hanno una maggior varietà di arti e più senso dell'umorismo.
Mu, tornando a “Paesaggio” (i titoli mi servono solo per distinguere i disegni, non per dare una connotazione “all'opera”) per lo sfondo mi ero ispirata a qualche dipinto famoso di epoca medievale, mi sembra (lo faccio quasi sempre (anche se attingo più spesso al Romanticismo).
I mostri arrivano dopo, di soppiatto, timidini e un po' sorpresi.

Capita che cerchino di addentarmi un dito, ma solo per assaggiarlo: non vogliono mica mutilarmi!

venerdì 19 aprile 2013

Uno spaccato della piccola realtà di paese...


ANDREA VITALI


Scrittore prolifico e corale, godibilissimo, che ha finito col regalarci un intero paesino, il suo: Bellano, sul lago di Como.

Tutti i suoi romanzi, infatti (se la memoria non mi inganna), sono ambientati qui, in questa ridente cittadina (che sa anche un po' di cu – lettera misteriosa – o, come considera incidentalmente uno dei suoi personaggi), sebbene possano riferirsi ad epoche diverse: il 1931 come gli anni '70. Intanto gli eventi storici, pur tratteggiati con esattezza, non sono importanti, ma divengono contorno, occasione, sfondo... Ciò che è determinante, se mai, sono le persone, così comuni e normali da risultare incredibili, benché credibilissime, ma che spesso riescono a stupirci.

Vitali ci offre uno spaccato della piccola realtà di paese, ma anche dell'italianità tutta, ritratta attraverso i rapporti, gli equivoci, e i piccoli (e meno piccoli) screzi che si intrecciano tra gli abitanti, talvolta insistendo su pulsioni abiette o comportamenti censurabili, talaltra limitandosi a sogghignare, in lontananza, narrando senza raccontare, mostrandoci la varietà umana nei suoi molteplici aspetti, sovente macchiettistici, ma assolutamente realistici e veritieri.

Di solito procede a piccole pennellate che a poco a poco si compongono in un affresco enorme: le vicende, che lì per lì appaiono indipendenti, si intrecciano e contribuiscono, tra una sotto trama e l'altra, a creare e a risolvere un piccolo mistero o a delineare una sorta di assurda burla, entrambi, che però, dato il contesto abilmente costruito, risultano coerenti, quasi inevitabile.

Vitali ci illustra la superficie, ma sottintendendo tutto ciò che si staglia al di sotto di essa, senza commentarla, ma permettendoci di intuirla con esattezza e lucidità.

Lo stile è semplice, fluido, garbatamente ironico, ma pregno di modi dire e di espressioni del linguaggio colloquiale, con qualche tocco di invettiva. Perfetto per il testo che scorre rapido, immediato, e che provoca un sorriso quasi ad ogni pagina, incluse quelle agrodolci.

A farci sorridere sono soprattutto i personaggi: assai caratterizzati oppure abbozzati con arte, quasi dei “tipi”, talvolta, che spesso ragionano con una logica spiazzante ma incontrovertibile, fatta di buon senso, ingenuità, saggezza popolare, congetture, e qualche punta di meschinità.

Lo sguardo dell'autore è sornione, ma privo cattiveria: piuttosto benevolo, e percorso da continue correnti di simpatia. Brillante, arguto, scanzonato, anche quando la beffa sfiora la tragedia e i toni si fanno più dolenti...

Tanti hanno paragonato Vitali a Piero Chiara, ma al di là delle similitudini relative all'ambientazione e alla freschezza dello stile, trovo che questi due artisti non siano troppo vicini: Chiara è più profondo, più amaro, si concentra su meno personaggi per volta, mentre Vitali è il primo a ridere delle sue battute, e un po' forse anche di sé stesso: mentre scrive si diverte da matti, e si vede! Perché, al di là del tema trattato, trasmette sempre una certa levità, una vivace gioia interiore, laddove invece, magari Chiara collocherebbe un momento drammatico o una sfumatura nostalgica.

Una parte di me sarebbe piuttosto tentata di assimilarlo a Camilleri, ma lo scrittore siciliano è più feroce, più incisivo, più affascinante, e, devo ammetterlo, le sue trame sono meglio strutturate. Quindi quella parte di me deve tacere.

Tra i romanzi di Vitali ho apprezzato particolarmente: “Un amore di zitella”, “Una finestra vista lago”, “Olive comprese”, “Il Meccanico Landru” e “La signorina Tecla Manzi”... Anche se, ad essere sinceri, alla lunga sembrano tutti uguali, pur nella loro ricchezza di spunti, di riflessioni, e di stilemi linguistici, perché le caratteristiche di fondo sono sempre le stesse... Benché piacevolissime da riscoprire.

giovedì 18 aprile 2013

Due orsetti di peluches, brutti come il peccato...


BOBO E TEDDY



Sono due orsetti di peluches, brutti come il peccato, che mio fratello Ragno aveva adottato quando era piccolo (ma non così tanto piccolo, diciamo sugli 8-9 anni), mosso a pietà visto che non li amava nessuno.

Alti due Puffi e una testa di gnomo (tre mele o poco più), magrolini – ma Teddy è un po' più ciccioletto – un po' vintage, con il musetto appuntito, e l'aria depressa e malaticcia.

In realtà, Bobo ha anche un occhio rotto, riparato alla bell'e meglio con la colla, ed entrambi vantano un discreto numero di arti staccati e poi ricuciti.

Ad ogni modo, il Ragno gli si era affezionato da morire, li aveva dotati di personalità psicotica, vocina irritante, guardaroba e accessori, ma anche di mail, account Facebook e di un blog, in cui gli orsetti raccontavano le loro vicissitudini: tipo essere centrifugati in lavatrice e poi appesi a testa in giù.

Non sono tanti i giocattoli che vengono amati così e assumono un ruolo tanto importante, specie dopo che il pargolo ha superato l'età prescolare.

Bobo e Teddy hanno finito per divenire parte della mia famiglia, partecipando a pranzi di Natale e feste di compleanno, commentando ogni volta la qualità dei cibi che mangiavano per finta e dei commensali che innervosivano con le loro vocine malefiche, e, talvolta, cimentandosi in mini escursioni. Ad esempio, a me capitava di trovarli (a sorpresa) nella borsa mentre ero al lavoro o al cinema con gli amici.

Nonostante siano un poquito appiccicosetti e menosi (frase preferita di Bobo: “consideratemi!”; frase preferita di Teddy: “u' sciucùlatu!”), nel complesso sono abbastanza simpatici, incutono tenerezza involontaria, e spesso, ai tempi, mi facevano morire dal ridere, specialmente quando si esibivano in uno dei loro stupidi balletti...

E' per questo che ho preso a cuore il loro caso.

Per questo, e perché fanno pena.

Quando il Ragno è cresciuto, infatti, non solo li ha dimenticati, ma li ha pure separati (crudeltà!), collocandoli ignudi e più malpresi di prima in due punti diversi della sua orrida gabbia per peluches!
 
 
Muovo, dunque, un accorato appello a tutti i giocattoli affinché vengano in loro soccorso e li strappino alle grinfie del mio ingrato fratellino.

E magari restituiscano loro uno straccio di maglietta, perché nudi fanno davvero impressione.

mercoledì 17 aprile 2013

L'angoscia si insinua allora nella quotidianità...


MELANCHOLIA


Ho adorato “Dogville”, ma con questa pellicola Lars Von Trier supera sé stesso!
 

Non è un film immediato, all'inizio ti spiazza un po', ed è lentissimo, ma è anche straordinario, intelligente e molto profondo.

In principio, lo spettatore viene flashato con circa dieci minuti di immagini: potenti quanto evocative, eternizzate, simboliche, drammatizzate dal preludio al primo atto del Tristano e Isotta di Wagner che funge da colonna sonora, ed al contempo ammiccanti a molti dipinti famosi (soprattutto dei Preraffaelliti, ma non solo), in un trionfo di sensi (perché ad un certo punto, quando le immagini si muovono, sembra persino di sentirne il profumo) e di bellezza.

Per attribuire un significato alla sequenza bisogna aspettare il termine della stessa, quando si assiste alla collisione del pianeta Melancholia con la Terra: il finale viene dunque anticipato già da subito, suppongo per rendere il pubblico più consapevole.

Segue la prima parte che vede Kirsten Dunst nei panni di una sposa bellissima e strana, Justine, che, anziché felicità, esprime malessere, insofferenza, noia, e che nell'arco della serata riesce a mandare a monte quasi ogni aspetto della sua vita, matrimoniale e non, rompendo, con indifferenza o con rabbia, le convenzioni sociali, frantumando ogni imposizione o convenevole, da cui sembra sentirsi soffocare.

Le fa da antitesi la perfetta sorella Claire (Charlotte Gainsbourg), affettuosa, capace, razionale, totalmente realizzata, mentre distrattamente si fa cenno al pianeta Melancholia prossimo a passare vicino alla Terra.

L'azione è lenta, imperniata sui dettagli, sugli sguardi, sui silenzi, ma interrotta ogni tanto da una scena inaspettata, magari di impatto relativamente forte, dato il contesto: scatti d'ira, reazioni incoerenti, atteggiamenti sconvenienti... soprattutto da parte di Justine, che pare assente, lontana, disinteressata.

Poi inizia la seconda parte: stessa ambientazione, stessi personaggi principali, ma qualche giorno dopo. Si chiarisce perché Justine fosse così strana e di nuovo la si confronta con la sorella Claire, ma a poco a poco i termini del paragone vengono ribaltati, innescando una serie di riflessioni foriere di conclusioni disarmanti, ma ricche di significato.

L'azione si fa più incalzante, benché continui ad essere descrittiva, sostenuta peraltro, da una fotografia curatissima e meravigliosa (ricca di echi pittorici), e gli scopi del film gradualmente si svelano. Inutile ingannarsi ancora: Melancholia colliderà con la Terra!

L'angoscia si insinua allora nella quotidianità, sino a diventare panico, paura, sino a disorientare e a far perdere il senso delle cose. Per tutti tranne che per Justine (e il piccolo Leo, il nipotino, ma solo perché è un bimbo e quindi ingenuo e innocente), che si riscuote e diventa sé stessa, accettando il destino con lucido pessimismo. Ed aiutando la sorella e il nipotino ad affrontare l'incombere di Melancholia nell'unico modo possibile. Finale grandioso, lieto e terribile insieme.

Davvero, il film è lentissimo, ma non noioso: piuttosto ti permette di gustarlo appieno, perché a poco a poco ogni sensazione scava dentro di te e diventa tua, inebriandoti di malinconia e di bellezza.

Emotivo, intimo: è una parabola sul malessere interiore, una metafora sulle reazioni delle persone (sane e insane) dinnanzi ad un evento proprio delle convenzioni umane, come il matrimonio, confrontato poi con le reazioni ad un evento di portata sovrumana.

Ottime la Dunst e la Gainsbourg, ma bravi anche gli altri interpreti ed in particolare Charlotte Rampling, sgradevole madre delle due sorelle.