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venerdì 30 giugno 2017

Ritorno al Futuro

L'INESORABILE LOGICA DI TRENITALIA


Tutti i pendolari sanno che dal 1° agosto dell'anno scorso i biglietti del treno non sono più validi per due mesi dalla data di emissione, come è sempre stato, ma solo per le 24 ore del giorno riportato sul biglietto. E che è possibile cambiare idea – e biglietto – gratuitamente una sola volta, fino alla mezzanotte del giorno prima.
E già su questo ci sarebbe molto da opinare e discutere.
Ma soprassediamo.
E vediamo che è successo all'amico X.
Alla luce di quanto sopra, X si è dato questa regola: comprare il biglietto solo il giorno dell'utilizzo.
Dovendo andare a Savona e sapendo che spesso al ritorno gli capita di prendere il treno al volo, la mattina stessa della partenza X ha comprato il biglietto di andata e quello di ritorno.
Sbrigate le incombenze savonesi, tuttavia, ha trovato un passaggio in auto per rientrare in Albenga, ove risiede, e ciò prima di obliterare il titolo di viaggio. 
Nel primo pomeriggio, dunque, a nemmeno sette ore dall'acquisto, si è diligentemente recato in Stazione per cambiare il biglietto non vidimato.
In Stazione gli è stato risposto che sarebbe dovuto venire entro la mezzanotte del giorno prima.
X: “Ma il biglietto l'ho comprato questa mattina, mica ieri...”.
Addetto: “Doveva comunque farselo cambiare entro ieri sera.”
X: “Ma se ieri sera il biglietto non esisteva nemmeno!”
Addetto: “Allora doveva venire il giorno prima...”
X: “Ma prima de che? Prima di comprarlo, dovevo venire a farmelo cambiare???”
Addetto: “Esattamente.”
X: “Come sarebbe?”
Addetto: “Il biglietto si può cambiare una sola volta fino alla mezzanotte del giorno prima.”
X: “Ma se le ripeto che io l'ho comprato oggi!”
Addetto: “Troppo tardi, allora.”
X: “Come?”
Addetto: “Queste sono le regole.”
X, incredulo: “Le regole sono che se oggi compro un biglietto da usare per il ritorno e non lo utilizzo e non possiedo una DeLorean modificata, come in Ritorno al Futuro, per tornare al giorno precedente... la prendo nello stoppino?”
Addetto: “Sì. E' la regola.”
Fantastico, vero?
Certo, anche io amo vivere in Italia, anche io sono patriottica e anche io adoro viaggiare in treno.

P.S.
Ho consigliato a X di leggersi Comma 22 di Joseph Heller (vedi post 12 giugno 2017).

giovedì 29 giugno 2017

Oggi vittima, domani carnefice

HOMBRE
di Antonio Segura e José Ortiz


Affrontiamo un domani post Apocalisse in cui l'umanità è divenuta bestiale, violenta, derelitta, nel corpo e ancor più nello spirito; senza valori, salvo la sopraffazione del più debole in nome della sopravvivenza (e se ti viene nostalgia del vecchio mondo e vuoi festeggiare il Natale, decori un albero secco con lampadine e impiccati). 
Nessuno viene risparmiato, né le vecchiette né i bambini, la domanda più frequente è: “che cosa siamo diventati?”. E chi oggi è vittima, domani sarà carnefice, oppure cadavere. Se hai un cane te lo mangi, non importa quanto gli sei affezionato, la fame è più forte, se no speri di ripiegare su un ratto... o sulla tua stessa madre. La filosofia di base è questa, e viene più volte invocata: “tutto è concesso, perché tutto è andato a rotoli” (e sono pure finiti i reggiseni, dato che nessuna donna li usa).
Hombre, il protagonista, una sorta di consumato pistolero dai modi spicci, dichiara di adeguarsi a questo sistema di vita. Ma non è proprio così, non sempre, e anzi lungo il percorso si addolcisce. 
Ci prova a fare il duro, tutto sommato lo è, e spesso si atteggia e si comporta da cinico, ruvido e disincantato, arrivando a rifiutare l'amore quando gli capita. Ma più lo conosciamo, più abbiamo l'impressione che voglia convincersi di essere così, che reciti una parte, ma senza riuscire a sintonizzarvisi del tutto. 
Suo malgrado in lui albergano ancora compassione e senso di giustizia, seppur un po' distorte, e spesso le sue azioni finiscono col contraddire la sua morale autoconservativa. Predica il disinteresse, si autocompiace per il suo pragmatismo (rectius egoismo) e poi sceglie di complicarsi l'esistenza aiutando il prossimo, anche quando quelli che lo hanno criticato, riempiendosi la bocca di buone intenzioni, si arrendono... Del resto, per quanto eroici, di solito gli sforzi di Hombre non portano al risultato sperato. La morale dell'opera, infatti, tende all'amarezza e allo sconforto: se incappiamo in speranza, bontà e fiducia, quasi certamente sono destinate a naufragare, a venir vanificate, o sono da considerarsi alla stregua di ingenui vaneggiamenti. Ugualmente la tensione verso gli ideali positivi permane e ogni tanto fa capolino, rendendo gli epiloghi ancora più cocenti e dolorosi. L'happy end viene negato anche quando dista appena un soffio, un po' per realismo, un po' perché... ammettiamolo, dal punto di vista narrativo, è più bello così.
Fumetto intenso, aspro, fatto di solitudini, di desolazioni e di tragedia... che però è routinaria e come tale viene continuamente minimizzata.  
Superba (seppur pesantissima, presumo a causa dell'ottima qualità della carta) l'edizione integrale della Panini Comics, con tanto di segnalibro, in cui le magnifiche tavole di Ortiz, specie quelle a colori, trovano la giusta valorizzazione.

mercoledì 28 giugno 2017

La forza della pulizia della parola

L'ANALFABETA. RACCONTO AUTOBIOGRAFICO
di Agota Kristof


Sono contenta di aver letto questo racconto in coda agli altri lavori della Kristof perché racchiude la cifra di tutte le sue opere. 
Bello, profondo, essenziale, propugna implicitamente la forza della pulizia della parola, ma è pure una chiave d'accesso al mondo della scrittrice, al suo percorso di donna, di esule e di individuo, che trova il suo paradigma nelle lettere, sia pure in quelle nemiche di una lingua straniera, il francese, che, in principio, la additano come analfabeta, come estranea.
In effetti, ci sono tante cose della sua vita che mi sono particolarmente care, come la “malattia di leggere”, la perdita delle proprie radici, della propria lingua, l'ungherese... L'insegnamento che se vuoi fare la scrittrice devi scrivere, scrivere e basta, anche se non interessa a nessuno.
Le pagine sono poche (51), ma ognuna conta per mille in quanto a forza, tematiche e intensità (libro, perfetto, dunque, per un Club del Libro costituito da pigri, in cui i membri faticano ad affrontare opere voluminose, ma che, tuttavia, sono affamati di spunti e significati).
E troviamo questioni intime e questioni storiche (ad esempio, la morte di Stalin), mai veramente divise, sempre screziate di riverberi e vibrazioni. E così troviamo gli elementi propri della “mitologia kristofiana”: dai gemelli al grande quaderno, al verbo nudo e crudo di cui sono intrise le opere di questa magnifica autrice.
Invero, troviamo altresì la genesi de “La Trilogia della Città di K.” perché, comprendiamo, uno dei due protagonisti (o entrambi) erano lei, Agota.
Un racconto bellissimo, come testimonianza quanto sotto il profilo narrativo.

martedì 27 giugno 2017

Quel che conta è volersi bene

UNA COSA DA NULLA
di Mark Haddon


Per quanto diverso nelle sue premesse, componenti e sviluppi, il romanzo è sostanzialmente una versione alternativa de “La Casa Rossa” (si veda post del 10 febbraio 2017), solo più lunga (troppo: duecento pagine in meno l'avrebbero alleggerita e resa più incalzante) e scritta sei anni prima.
Molti, infatti, i punti in comune, per quanto finalizzati a raccontare un'altra storia: la protagonista è di nuovo una famiglia allargata disfunzionale che viene posta dinnanzi i suoi numerosi problemi, e che, piano piano, li affronta, uno per uno (magari con qualche esplosione nel mezzo), ben sapendo che alla fin fine quel che conta è volersi bene... Sebbene l'autore sia bravo soprattutto nel rappresentare i contrasti animati e i circuiti mentali che fanno tilt. E in tal senso non ci facciamo mancare niente. Dal tumore immaginario al quasi suicidio, dalle relazioni che collassano al tradimento, dal matrimonio che va a rotoli alla follia temporanea... Per fortuna lo stile di Haddon, oltre che mordace (ma non sempre), sa essere ironico (ma avrebbe potuto esserlo di più), oltre che analitico e perspicace. 
Inoltre, l'architettura dei due romanzi è la medesima, con il suo procedere a spezzoni che si succedono e si incastrano, con la sua coralità e le sue soggettive (più ampie, questa volta)... Tuttavia, per quanto le situazioni alla base siano più diversificate e di impatto qui, quelle de “La  Casa Rossa” mi erano parse più efficaci, più genuine, forse proprio perché meno eclatanti.
In linea di massima un'opera gradevole dotata di una prosa valida... Purtroppo, però, poco appassionante, a dispetto della potenzialità di tante situazioni. La pecca maggiore, credo, sono i personaggi: non antipatici, ma nemmeno simpatici, le cui idiosincrasie, quindi, interessano solo fino ad un certo punto. E che, per quel che mi riguarda, sono troppo diluite.

lunedì 26 giugno 2017

L'ineluttabilità della dannazione

TWIN PEAKS – FUOCO CAMMINA CON ME
di David Lynch
(1992)


Idealmente è il prequel della Serie Tv, e infatti l'ambientazione è antecedente ad essa, però è stato realizzato dopo la fine della seconda stagione per rispondere ad alcuni quesiti insoluti. Creandone altri...
In sostanza, va visto prima della terza stagione, ma non prima di tutto. Io ho commesso quest'errore quando ero al Liceo, decidendo di privilegiare l'elemento cronologico, e ne ho ricavato solo una gran confusione: troppe allusioni a cose, linguaggi, concetti che non potevo afferrare. In definitiva un gran mal di testa, seppur attrente ed evocativo. 
Se correttamente collocata, però, la pellicola risulta davvero interessante. Non è scevra di difetti (ad esempio, la recitazione di Sheryl Lee, che in televisione non stona più di tanto, ma che per i parametri cinematografici è atroce: con 'ste sue reazioni schizofreniche e improvvise, e ste smorfie di raccapriccio buttate lì), ma si perdona tutto volentieri. Anche perché, letteralmente, si viene risucchiati dagli ammiccamenti e dai misteri.
Quelli della Loggia Nera, quelli legati alle nuove enigmatiche presenze che la popolano, alla Garmonbozia, che finalmente ha un nome, ma anche al filone giallo, ancora vivido e fulgente, che brilla del riflesso di nuovi spunti e sparizioni, e di vecchie indagini e vecchi delitti, facendo, al contempo, luce su numerosi retroscena.  
Il pregio maggiore, oltre il piacere di ritrovare i personaggi già amati (e in particolare Laura ancora viva), sta nel cambio dell'angolazione, nell'incedere frammentario (“a puzzle”, potrei affermare) e nell'atmosfera. Che, in linea di massima, si permette di osare di più, ora che è svincolata dal piccolo schermo (più sesso, più orrore, più momenti torbidi). Certo, dispiace che nell'insieme risulti cupa, asfissiante, senza i contrasti cui ci ha abituati la Serie con i suoi frequenti mutamenti di registro e le sue gag comiche... Tuttavia è intonata con la consapevolezza del destino di Laura e di Cooper, che non possiamo dimenticare...  
Il film è pesante, magmatico, visionario, intricato. Ma è proprio in questo il suo fascino, che, per giunta, rispecchia le complessità dell'animo umano e dell'ineluttabilità della dannazione. Di Laura. Di suo padre. Di Bob. E forse della stessa Twin Peaks.

P.S.
Meraviglioso e straniante il cameo di David Bowie. 

P.P.S.
Perché “Fuoco cammina con me”? Per via di questo brano, citato dall'Uomo con un Braccio Solo:

"Nell'oscurità di un futuro passato, il mago desidera vedere. Un uomo canta una canzone tra questo mondo e l'altro. Fuoco cammina con me. Noi viviamo tra la gente, tu lo chiameresti un negozio conveniente. Noi ci viviamo sopra. Proprio così, come lo vedi tu. Il mio nome è Mike ed il suo... il suo è Bob".

venerdì 23 giugno 2017

Il segreto è l'ardore

L'ARDORE
di Roberto Calasso


Non un semplice compendio di mitologia indiana... Qualcosa di più. Che cerca di rivelare significati e retroscena, rintracciando l'umanesimo nella mitologia universale, e viceversa, estraendo dalla mitologia universale (e indiana in particolare, seppur talvolta filtrata attraverso le altre) i paradigmi dell'uomo. 
Esaminando e studiando i Riti, più che le storie e i personaggi.
Dicotomici, contraddittori, paradossali.
Sublimi.
E il segreto è l'ardore, dunque, il Tapas, con cui Prajapati fomenta la visione, che a sua volta esalta l'ardore. Non c'è traccia di volontà, o meglio, ogni volontà è desiderio. La divinità da cui dipende la creazione è soltanto mentale e dà luogo ad una combustione invisibile. L'ardore, appunto. Che ha il suo contraltare nel Sacrificio (che, guarda caso, è alla base di ogni religione).
Prajapati, infatti, è stato neutralizzato da Morte durante il processo della creazione. E allora per mille anni ha dovuto praticare il Tapas per superare la morte. E mille anni corrispondono alla durata della sua vita. Quindi la vita intera del creatore non è che un tentativo di sottrarsi alla morte.
Ho deciso di leggere questo libro dopo aver amato “Ka” e “Le Nozze di Cadmo e Armonia” e aver scoperto che costituiscono un unicum letterario. In effetti “L'Ardore” ne risulta una sorta di altra declinazione. E tuttavia non c'entra niente, perché diversi sono il punto di partenza, gli intenti e il punto d'arrivo.
“L'Ardore” è più impegnativo, meno fiabesco e più intenso. Ti chiede di più, come lettore, e di più ti restituisce, ma non tutto insieme. 
Intellettuale, colto, ma pure vigoroso a livello emozionale.

giovedì 22 giugno 2017

Pietra miliare

LE GUIDE DEL TRAMONTO
di Arthur C. Clarke


Lo stile di Clarke non mi strega – troppo oggettivo, distaccato, mi fa sentire lontana anni luce – le sue trame sì. E in questo superbo classico della fantascienza, bisogna ammetterlo, Clarke ha superato se stesso. Per la storia, ma ancora di più per quel che sottende, sul piano filosofico, antropologico e socio-culturale. L'idea alla base, infatti, è geniale e offre all'autore l'occasione per un'analisi profonda quanto ammaliante, che si affaccia sul metafisico, passando per l'io più nascosto di ciascuno e dell'umanità tutta, approdando, infine, all'escatologia più raffinata.
Solo in apparenza, infatti, l'argomento riguarda l'invasione aliena – peraltro pacifica e fonte di arricchimento sotto tutti i fronti –. A venire esplorati, piuttosto, sono i meccanismi del sentire umano, della loro evoluzione, delle loro arcane elaborazioni.
Eppure la storia è concreta, incalzante, non si perde in vuoti panegirici. Ruota intorno ad un interrogativo: chi sono i Superni, ossia gli alieni che ci hanno portato il progresso e la serenità? Perché non si mostrano a noi? Qual è il loro vero volto? E i loro scopi?
La risposta sconcerta ed è densa di implicazioni, immediate e proiettate sul futuro.
Può essere liquidata con un “perchè non siamo ancora pronti”, più vera che mai, ma è la spiegazione completa a lasciarci basiti. Perchè non si ferma qui, e sconvolge i pilastri di quasi ogni religione nonché il nostro destino ultimo. 
Non rivelo altro, per non fare spoiler. Anche se, quando io ho letto il romanzo, sapevo già tutto. E mi sono ugualmente gustata ogni pagina.
Pietra miliare.
Scritta nel 1953, sempre attuale.

mercoledì 21 giugno 2017

Un piacere da leggere

IO NE HO VISTE COSE... 
DIZIONARIO DELLE CITAZIONI CINEMATOGRAFICHE 
di Daniele Soffiati


Un volume che è un piacere, da leggere di filato come da sbocconcellare, e che risponde a molti bisogni: dalle velleità enciclopediche al puro spasso, passando per la  pura brama nerd. 
Il titolo allude alla famosa frase di Roy Batty in Blade Runner, ma si attinge ovunque, dai cartoni animati come dal cinema nostrano, dai film di genere ai classici senza tempo, con larghi contributi di Woody Allen come di (ahimè) Twilight.
Complessivamente costituisce un meraviglioso spaccato di costumi e punti di vista, che si vedono mutare in base al registro o al decennio, alternandosi in un carnevale di cinismo, sentimento, ironia. Il libro, dunque, è emozionante, divertente, e ti permette di rivivere i momenti topici dei film, come di scoprirne di nuovi, film e momenti topici...
Suddiviso per categorie in ordine alfabetico, non sempre ne approvo le scelte (avrei messo più Star Wars e meno Diego Abatantuono, per esempio), ma va bene lo stesso, perché così fa contenti tutti. 
E a volte sembra di essere lì, di vivere la scena, che viene evocata in tutta la sua potenza, ma con i tuoi tempi, con il tuo bagaglio di ricordi... Altre rammenti la pellicola, sai di averla vista, ma la citazione ti sfugge, e allora vuoi tornare a ricontrollare... Oppure, semplicemente, immagini di avere gli occhi chiusi e ti affidi alla corrente...
E anche se il volume non è parco (le pagine sono più di 300), ne vorresti di più. 
Bella iniziativa, davvero.
In fondo, c'è persino l'aggiornamento agli anni 2013-2016...

martedì 20 giugno 2017

Nel mondo di Lynch

TWIN PEAKS – STAGIONE 3


Ebbene, dopo oltre venticinque anni torniamo a Twin Peaks. E già solo per questo sono felice, a dispetto della nostalgia, benché un po' sia strano rivedere i nostri amati personaggi con tutti questi anni in più sulle spalle: ci danno la dimensione di quanto tempo sia trascorso. Per loro, ma pure per noi, con la differenza che vediamo noi stessi ogni giorno, riflessi nello specchio, e non cogliamo con la medesima spietata immediatezza i segni dell'età sui nostri volti... Sì, sto delirando... Mi riprendo: per ora sono stati trasmessi solo 6 episodi, per cui sono ad un terzo della stagione, ma non posso più trattenermi, quindi, al più, farò una seconda recensione alla fine. Se avrò qualcos'altro da dire.
Per il momento, tuttavia, mi dichiaro soddisfatta.
Al contrario di MPM, grande fan de “I segreti di Twin Peaks”, che oggi impreca contro David Lynch e Robert Frost, sostenendo che sono pazzi, che si annoia e che non si capisce niente.
A me piace proprio questo. E la circostanza che, anziché dare spazio ai risvolti gialli (comunque presenti, nonostante si conosca da illo tempore l'assassino di Laura Palmer con il suo movente), si privilegino gli elementi esoterici, tanto che ci ritroviamo sempre più spesso Dietro la Tenda Rossa... Non che comprenda granché di quel che avviene (chi sono Linda e Richard? Che c'entra la sequenza numerica? Che ci fa la faccia del padre di Bobby spalmata nello spazio?). Ma sono profondamente affascinata. Dall'inquietudine che si trasforma in surrealtà e che a sua volta sfocia nell'orrore o nel grottesco o nel soprannaturale, a seconda dell'umore. Dal Nano, da Laura e da Mike. E persino dal suo braccio e da quel che combina. 
L'unico dato certo è che Cooper/Kyle Maclachlan, finalmente, può tornare fra noi... solo che qualcosa va storto, c'è chi imbroglia (il suo doppelganger). E così eccoci con uno strafumato Dougie Jones, Mr Jackpot. In più ci ritroviamo altri omicidi per le mani, traffici loschi e personaggi stralunati. Talvolta fin troppo e con troppa frequenza... In effetti, spesso i dialoghi e le reazioni di comprimari, protagonisti e comparse (umani) sono così sconclusionate che viene da chiedersi se nel mondo di Lynch resti ancora qualcuno di “sano”. Talvolta si esagera, esasperando... Però ci sono anche scene piuttosto divertenti, alternate ad altre truci, o ironiche, o truculente. O truci, ironiche e truculente (si veda il bambino investito dal camion). Parecchia suggestione, numerose presenze soprannaturali, un sacco di guest star, e tantissimi ammiccamenti/riferimenti, non solo alle stagioni passate, ma pure al film “Fuoco cammina con me”, che, anzi, consiglio vivamente di rivedere... 
Terribili, invece, sono gli effetti speciali, quasi casarecci. Ma forse ciò è voluto, per creare un'atmosfera vintage. Più attenzione c'è però – come sempre – per il commento sonoro, costellato di gruppi indie, laddove pochi sono i momenti che effettivamente si svolgono a Twin Peaks: la trama, infatti, ampia i suoi orizzonti, estendendosi a New York, come in altre località. 
MPM ha ragione: si procede con estrema lentezza.
Ma è così bello!!!

P.S.
E vogliamo parlare di Diane/Laura Dern?

lunedì 19 giugno 2017

Murakami al 100%

1Q84 – Libro I
di Haruki Murakami


Nutrivo delle riserve verso questo romanzo, poiché mi era stato descritto come lento e noioso. In realtà è solo che impiega un po' ad ingranare, ma, in linea di massima, è Murakami al 100%, con tutti i suoi pregi. Ci sono sottili elementi urban fantasy come le descrizioni minuziose, due storie fatte di corrispondenze, ma apparentemente slegate, e molta atmosfera che mescola fatti traumatici alla dolcezza del quotidiano... 
Siamo nel 1984, a Tokyo, ma in un anno o in un mondo particolare, visto che in cielo, una delle protagoniste, Aomame, killer per scelta e per ristabilire la giustizia, scorge due lune senza che nessuno lo trovi strano. Ecco spiegata la “Q”. Perché è il 1984, anno in cui è ambientato il romanzo di Orwell (che infatti viene citato), ma anche no.
Per il resto, ci sono tre tematiche principali che si intrecciano – tutte, per quanto mi riguarda, molto interessanti –: una Setta Religiosa dai molti risvolti oscuri, il romanzo-rivelazione di una scrittrice esordiente e piena di segreti, e i fantomatici Little People, che non mi è ancora chiaro che cosa siano o che cosa facciano. Quel che è certo è che non sono buoni e non hanno molto da spartire con il cosiddetto Piccolo Popolo, somigliando di più a malvagi parassiti... in compenso hanno un non meglio precisato legame con la Setta...
Alla fine del primo tomo rimango con più interrogativi che risposte, ma pure con molta voglia di proseguire. In principio ero convinta che la vicenda di Aomame fosse la trama de “La Crisalide d'Aria”, il libro dell'esordiente e bellissima diciassettenne Fukaeri (che in realtà è dislessica e non ha scritto il romanzo da sola: la storia è la sua, ma la stesura definitiva sarà quella di Tengo, scrittore capace, ma non troppo ispirato, cui il successo non ha ancora arriso)... I punti di contatto sono parecchi e inducono il lettore a quella favolosa vertigine stordente tipica di Murakami. Tuttavia... Tuttavia una serie di particolari mi ha indotta a sospendere il giudizio, in quanto la faccenda potrebbe essere più complessa.
Vi saprò dire dopo essermi cimentata con il secondo volume (di tre)!

venerdì 16 giugno 2017

Colori e testosterone

BUNRAKU
di Guy Moshe
(2010)


Iconico, coreografico, scenografico, curato nella fotografia e nell'estetica, sopra le righe, costellato di combattimenti spettacolari ed eleganti, è pure cromaticamente acceso, sovraccarico, e per giunta coniuga il piacere dell'affabulazione fiabesco-violenta ad un'ammiccante autoironia, con punte di simpatico compiacimento.
Dopo cinque minuti, mentre io ero già innamorata, MPM, con tono di sufficienza, mi interroga: “Ma ti piace?”, come ad intendere che non avrebbe dovuto. 
Al mio entusiastico: “Certo!!!”, lo sventurato ha sospirato: “Sembra un cartone animato russo anni 70...”
Sì, magari un po'. E un po' anche un Wuxiapian, ma giapponese, un western, ma senza pistola, e un fumetto... con un pizzico di Tarantino.
Tutto è calcato, eccessivo, saturo di colori e di testosterone. Si fa attenzione ai costumi (ai Kimono, ma più ancora agli abiti dei cattivi) e si sguazza fra i personaggi bizzarri (il Killer n. 2 e i suoi colleghi, Yoshi, e il Barista/Woody Harrelson, con l'hobby dei Pop-Up), che al contempo sono archetipi, ma con contraddizioni (il cowboy, si diceva, è senza pistola, il samurai senza spada).
La trama è avviluppata, ma classica nel suo dipanarsi, inclusi i momenti di svolta.
Certo, come film non farà la storia del Cinema, non esalta cuore e spirito, né è particolarmente intellettuale. La colonna sonora è quasi inesistente, a tratti il ritmo scema, però... ipnotizza e ammalia. 
Invero, in alcuni passaggi la pellicola sembra un videogioco anni 80 (a metà tra Mortal Kombat e quello con la pistola per sparare ai gangster), con tanto di cattivi disposti sui vari piani del palazzo, battaglia finale e conta dei nemici sconfitti, più spesso prevale l'impostazione teatrale. Le inquadrature sono caleidoscopiche, coprono tutti gli angoli, la regia è fantasiosa, impregnata di cultura Pop. Desiderosa di cogliere ogni scena nella sua ampiezza, compresi i contorni e i secondi piani.
Alla lunga tutto ciò è un po' estenuante, ma, su piccola scala, risulta altresì fonte di godimento. Fino a che lo sviluppo della storia diviene schematico e riscattato solo dall'arte figurativa e dalla potenza coreografica.
Indubbiamente, Bunraku sarebbe stato più incisivo con una quarantina di minuti in meno, ma ho apprezzato la fusione tra film di Bruce Lee e Western di consumo, con un eroe orientale e uno occidentale, più il Barista... E il Circo. Quello, in effetti, non me lo aspettavo. 
Ognuno ha la sua parte di agnizioni, rivendicazioni ed epifanie e alla fine è persino facile trovare un tramonto per uscire di scena...

P.S.
Buon Bloomday a tutti!

giovedì 15 giugno 2017

Il glorioso 13 luglio

RACCONTINI: NUOVA DATA


L'inevitabile si è compiuto: MPM non ce la fa e lo ha ammesso. 
In effetti è il Bloomday ad essere un po' pellegrino come data in quanto nello stesso periodo ci sono amene scadenze fiscali e il Mio Perfido Marito ha il bel vizio di ridursi all'ultimo, di qualunque cosa si tratti (ma, com'è ovvio, le questioni legate al lavoro vengono prima)...
Già che è almeno la seconda volta che capita di dover posticipare il mio eBook annuale e che, comunque, l'idea sarebbe quella di non farlo morire, il marito, ho deciso di stabilire una nuova data. Non solo per quest'anno, ma in pianta stabile.
(Auspicando, naturalmente, che per quella mon amour non mi rifili una scusa diversa. Non tanto quest'anno, quanto per i prossimi...)
Ebbene, la nuova data è il glorioso 13 luglio.
Glorioso per molte ragioni:
È il compleanno di Giulio Cesare, ossia il mio personaggio storico preferito.
È il compleanno di Harrison Ford, vale a dire il mio attore preferito.
Ma soprattutto è il mio compleanno (e io sono la mia persona preferita ;))
E poi, se non altro, non è troppo lontano e so già che cade di giovedì, senza bisogno di consultare il calendario.
Mi scuso per l'inconveniente, ma non punirò MPM.
Del resto, dal suo punto di vista, lo maltratto già tutti i giorni, tanto che quando lo presento a qualcuno come la mia dolce metà, lui obietta: “Non è vero, sono il maggiordomo”.
Se il terzo sorride replicando “Dai, non esagerare...”, io ribatto: “Non esagera. Deve servirmi, fa parte del contratto.”
Però io sono una buona padrona.
E' innegabile.

mercoledì 14 giugno 2017

Un libro denso

PRIMA I BAMBINI
di Toni Morrison


Romanzo brevissimo e complesso, ma dalla prosa vivida e insolitamente vivace, apparentemente caotica, feroce, fatta di “passaggi del testimone” senza schema tra i protagonisti e i comprimari, spesso alternati ad una narrazione più tradizionale, in terza persona. 
Non mi stupisce che l'autrice sia stata insignita del Nobel: al di là dello stile brioso ed essenziale, nudo e crudo, ma mai spoglio e sempre urgente, drammatico eppure ironico, o addirittura cinico, la trama spacca ed è ricca di spunti, alimentata da stravolgimenti, colpi di scena e, soprattutto, preziose dicotomie.
I temi centrali sono due: l'amore e gli abusi sui minori, specchio e contraltare l'uno dell'altro, indagati in modo diretto e indiretto. Veri, ma anche falsi. Comunque tali da inquinare il futuro, ossia il presente odierno.
Non si punta il dito, non c'è retorica, ogni ipotetico fronzolo viene defalcato. Piuttosto si pongono le basi per lo svolgimento di un problema e poi si osserva come si sviluppa, nella sua purezza granitica. Non in modo lineare. Al contrario, tra flashback e considerazioni ex-post, congetture e pentimenti, oltre che attraverso il mutamento frequente e talvolta repentino del punto di vista.
E all'inizio ci sembra una storia intensa, ma già sentita. Poi ci accorgiamo che non è così. Che ci sono peculiarità pazzesche – persino troppo pazzesche, forse, sul piano di coincidenze e specularità – gravide di strascichi, di conseguenze. Che il non detto fa male, come può far male l'amore, anche quello filiale, per incomprensioni o incapacità o assenze, a noi o a terzi. Che una bambina ha bisogno di essere abbracciata dalla mamma e che quando custodiamo segreti inconfessabili è meglio che invece li ammettiamo...    
Sembra tanto, ma non è ancora tutto.
Un libro denso, dunque, sconcertante e molto profondo.
Con uno di quei finali che poi ti costringono a ripercorrerlo da capo, perché la luce è cambiata.

martedì 13 giugno 2017

Lo spaccato di un decennio

QUANDO CADONO GLI ANGELI
di Tracy Chevalier


Scrittura eccelsa, d'atmosfera, in cui ti gusti la prosa, con le sue descrizioni e la sua scorrevolezza setosa, la rappresentazione puntigliosa dell'epoca e dell'intimità delle protagoniste, ma non a scapito della vicenda... Che è peculiare e ricca di temi e di eventi, nonostante la canonicità di fondo. 
Si comincia nel 1901, a Londra, al cimitero, dove due famiglie si incontrano. Sono molto diverse fra loro, ma in entrambe troviamo una bimbetta quinquenne, rispettivamente Maud e Lavinia, che, per quanto caratterialmente lontane, stringono  un'amicizia destinata a durare nel tempo... 
Che passa. Gli anni si avvicendano, e vi trovano spazio, tanto per citare alcuni fatti: il movimento delle suffragette, il carcere, l'adulterio, la morte, e la vita... con tanto di tragico e inaspettato crimine in mezzo.
Il punto di vista dei protagonisti (e più che altro delle protagoniste) si alterna, rompendo la linearità della narrazione e permettendoci di osservare il mondo secondo prospettive differenti, di colmare le lacune, di mutare sensibilità e valori di riferimento. Potrebbero non esserci tutti simpatici (Lavinia è odiosa e superficiale – nonostante la sua deliziosa propensione al melodramma –, sua madre limitata come poche, Kitty, la mamma di Maud, troppo concentrata su se stessa), ma non è escluso che proprio loro forniscano più pepe alla trama. E non tanto o non solo per le avventure in cui si trovano coinvolte, quanto piuttosto per il loro spirito, per il loro modo di giudicare le cose (anche se spesso non hanno una faccia sola), nonché, naturalmente, in forza del contrasto.
Il romanzo è incentrato soprattutto sulle figure femminili, di cui si indaga l'animo con rara abilità, e tra le quali, per quanto io mi sia affezionata soprattutto a Maud, spicca Kitty Coleman, bellissima, colta, moderna e bisognosa di stimoli, e per questo sostanzialmente infelice, seppur decisa a non arrendersi.
A legare il tutto, insolitamente, il cimitero, dove le due bambine amano giocare, dove si sono incontrate e dove conoscono Simon, di diversa estrazione sociale, e dove si consumano fatti pruriginosi e tragici.        
Una trama interessante, che, in realtà, è più che altro lo spaccato di un decennio storicizzato nella vita di alcuni londinesi, che contiene non una, ma più vicende che si intrecciano, raccontando – e mostrando – assai più di quanto non farebbe una narrazione più classica.

lunedì 12 giugno 2017

Efficace e graffiante

COMMA 22
di Joseph Heller


Pressapoco il paradigma è questo: secondo il comma 22 se sei pazzo hai diritto ad essere esentato dalle missioni e quindi a non andare in guerra. Ma se chiedi l'esenzione allora non sei pazzo...
Un romanzo divertentissimo, che si legge col sorriso a fior di labbra, ma che fa male, imperniato sul nonsense, sul paradosso, spesso portato allo stremo, che però conduce alla morte e fa rima con critica, sfogo e antimilitarismo.
La logica è questa, infatti, in certi ambiti: assurdo puro.
Quella in cui, inevitabilmente, annaspano/sguazzano gli impiegati statali che sanno giusto le quattro cose che gli servono per tirare avanti e, poveretti, non hanno né autonomia di pensiero né elasticità mentale, essendo abituati, come sono, a procedere per schemi vuoti, senza la capacità di andare oltre, nella convinzione di sapere tutto.
In effetti, la medesima logica che si respira in tanti uffici pubblici (e non), solo più esasperata...
E che è spassosa, se la pelle non è la tua o quella dei tuoi amici.
E se riesci a non indignarti.
Certo, a volte si può pensare che nel romanzo si calchi troppo la mano... Ma solo se non si sono sentiti racconti di amici che sono stati in caserma per il servizio militare,  o, tanto per fare un esempio, se non si ha mai avuto a che fare con certi uffici... 
La storia, densa di figure strampalate, è ambientata nel corso della Seconda Guerra Mondiale e riguarda un gruppo di avieri americani in missione in Italia, tra cui spicca Yossarian, il protagonista, anche se molti saranno i personaggi (e i momenti) indimenticabili. 
La trama pare suddivisa in raccontini, ma la continuity c'è. La successione temporale, però, è relativa (anche se non ci se ne accorge subito) e ci sono fatti che si chiariscono bene solo dopo i capitoli finali... Specie in ordine alla psicologia, apparentemente un po' sfasata, di Yossarian. In realtà tutto collima, e quello che sembrava solo un moto di ribellione dettato dalla paura (peraltro giustificata e dovuta al fatto che il Colonnello Cathcart continua ad aumentare arbitrariamente il numero delle missioni per conseguire i suoi squallidi obiettivi) è invece un trauma profondo e doloroso.
Un bel libro, davvero, efficace e graffiante.
Di quelli che si dovrebbero proporre a scuola, quanto meno alle Superiori, ma che invece ho scoperto per “vie traverse”, in quanto figura pressoché in ogni elenco di “Libri fondamentali da leggere prima di morire” in cui sia incappata fino ad ora...
A ragione.
Uno di quelli, infatti, che ti fa schiantare dal ridere, ma intanto ti sensibilizza e ti fa pensare. E capire.
Quasi quasi la prossima volta che mi capita di discutere con un Colonnello Cathcart gliene regalo una copia...
Anche se difficilmente, conoscendo il tipo, si sentirà chiamato in causa.  

P.S.
Guarda caso, il libro è ispirato a vicende vissute dall'autore in prima persona.

venerdì 9 giugno 2017

Aspettando i Raccontini...

ANNUNCIO RACCONTINI


Non faccio promesse, la questione non dipende da me.
Io sono stata di parola e al termine prefissato ho consegnato quello che dovrebbe essere il mio prossimo e-Book, ossia “Raccontini in via di guarigione”, a MPM.
Solo che MPM lo deve trasformare.
E scegliere la copertina.
E fare la sinossi.
E metterlo su Amazon.
MPM sa che io vorrei che l'eBook uscisse per il 16 giugno, in omaggio al Bloomday.
Sa che io odio la mancanza di puntualità.
Sa che piuttosto che consegnare in ritardo mi comprerei un divaricaocchi ed eviterei di andare a dormire.
Ma MPM è anziano, ha tante cose da fare, è stanco e malato, provato dalla vita, e pare quasi uscito da un romanzo di Dickens (sì, tesoro, è una supercazzola prematurata ;) Scusami, non potevo resistere)... 
E già l'anno scorso non siamo riusciti a rispettare la scadenza.
Questo librino è corto. I racconti sono 23, come quando erano malati, ma non so se arriviamo a pagina 80. Mi sa di no.
Ad ogni modo, memore della débâcle dell'anno scorso, ora evito di sbilanciarmi.
L'annuncio è: “Il 16 giugno dovrebbero uscire i miei “Raccontini in via di guarigione” in eBook su Amazon”.
Tra una settimana, quindi.
Ma voi incrociate le dita, per favore!

P.S.
Forza MPM!!!

giovedì 8 giugno 2017

Ne avevo proprio bisogno

IL MIO SECONDO DIZIONARIO DELLE SERIE TV CULT 
di Matteo Marino e Claudio Gotti


Comincio con un grazie.
Grazie perché ne avevo proprio bisogno.
Grazie perché, come il primo, è realizzato dannatamente bene.
...Personalmente li adoro 'sti dizionari Beccogiallo (anni '80, '90, un po' meno '70), ma questi sulle Serie Tv sono i migliori!
La formula è la stessa del primo, compresi i disegni di Daniel Cuello, per cui rimando al mio vecchio post del 3 marzo 2016... Le serie, però (ovviamente) cambiano. E si colmano un po' di buchi, e si procede ad un buon aggiornamento. Ecco che troviamo, quindi, Sherlock, Black Mirror, Downton Abbey, House of Cards, ma anche capolavori più recenti, come la stratosferica Stranger Things...
La cosa pazzesca è che a volte le opere sono migliori lette che vissute in televisione (ad esempio, di Fringe non sono riuscita ad andare oltre l'ottava puntata, con Sense8 credo di essermi arenata alla quarta, ma qui sembrano così affascinanti e pregne di significato che mi viene voglia di concedere loro una seconda chance, pur sapendo che mi addormenterò prima)! Gli autori, infatti, riescono a penetrare al di là del mero intrattenimento e finiscono per offrirci qualcosa che è più di un riassunto con dissertazione critica, e persino più di un'analisi accurata. 
Ci regalano la poesia, la passione, l'arguzia e la capacità di correlazione. Sgranano le trame, ma pure l'ordito, con competenza e acume, ma pure con ironia, senza fermarsi alla realtà dello schermo, preferendo spaziare, anche attraverso libri, film, fatti storici... Facendoti comprendere scelte e retroscena, e inducendoti a pentirti di aver liquidato “Una mamma per amica” o “Will & Grace”, di cui magari hai visto appena qualche stralcio, come semplici prodotti di massa... E poi, sì, ci sono le curiosità: ad esempio, non sapevo che tra gli autori di “Les Revenants” spiccasse addirittura Emmanuel Carrere (accipigna!). 
Traspare, poi, un gran rispetto per gli spettatori: come nel primo volume, gli spoiler sono segnalati, ma qui si va addirittura oltre, arrivando a mettere pagine al contrario o a scriverle come riflesse un uno specchio...
Se sono soddisfatta? 
La sono.
Ma ora che sono stata viziata, voglio anche il terzo! Per favore!!!   
Non potete mica lasciarci senza commentare la terza stagione di Twin Peaks, vi pare?

P.S.
Nonostante i numerosi rimandi il Secondo Dizionario può essere letto indipendentemente dal Primo...

mercoledì 7 giugno 2017

Allucinante al punto giusto

THE NICE GUYS
di Shane Black
(2016)


Come strana coppia Jackson Healy/Russell Crowe e Holland March/Ryan Gosling funzionano bene, ancora meglio con la piccola Holly/Angourie Rice (“Se uccidi quell'uomo non parlerò mei più con te”), la figlia del secondo, dato che il suo personaggio è il più in gamba e il più coraggioso della combriccola, nonché l'unico dotato di autentico senso morale.
Detroit, 1977. Un caso intricato e periglioso capitato fortunosamente a due sconosciuti, un detective e un picchiatore, che si alleano, a dispetto delle burrascose premesse, e, un po' completandosi a vicenda, un po' procedendo a botte di omega (ma anche di sventura), e molto grazie alla tredicenne Holly, ne vengono miracolosamente a capo.
Potrebbe esserci un po' più di ritmo, specie durante il primo tempo, ma nel complesso il film è davvero godibile, scalcagnato, ironico e permeato di una surrealtà incantevole e ben dosata (la scena di Mr. Bombo è una perla rara e anche Nixon in fondo alla piscina ha il suo perché) che risulta fresca e irresitibile.
Mi ricorda un po' “Kiss Kiss Bang Bang” (e infatti la regia è sempre di Shane Black), e se pure nessuno è simpatico come Robert Downey Jr. o favolosamente sopra le righe come Val Kilmer, il terzetto dei protagonisti (con Holly al posto di Michelle Monaghan) va alla grande, i dialoghi sono brillanti, mentre Kim Basinger, qui in un ruolo subdolamente ambiguo, è sempre bellissima...
In più ci sono alcune morti inaspettate e particolarmente carine, qualche colpo di scena degno di George R. R. Martin, un piacevole clima retrò e, nel complesso, una  trama assurda, ingarbugliata e allucinante al punto giusto, ma anche avvincente e spiritosa, costellata di splendidi momenti comici.

martedì 6 giugno 2017

Una fluidità perfetta

THE PRIVATE EYE
di Brian K. Vaughan, Marcos Martin, Muntsa Vicente


A parte il formato orizzontale – che adoro e che permette spaziature anticonvenzionali e ariose – la trama è una gioia di elementi che si incastrano: azione, colpi di scena, riflessioni e futuro distopico che fa rima con critica ai Social Media.
Il coinvolgimento è immediato ed è relativo alla vicenda (che sa di rivolta, di noir e di complotto), come al mondo in cui ci muoviamo e alla sua rappresentazione, originale, fantasiosa e stuzzicante.
Internet è fuorilegge da che, in un non meglio precisato passato, a seguito dell'esplosione del cloud, ogni dato sensibile è divenuto pubblico rovinando un sacco di gente. Il risultato è che ora la privacy viene tutelata sino alla paranoia e, per cercare di essere se stessi, si indossano – letteralmente – nuove identità, chiamate avatar. Costumi, in sostanza, e più se ne hanno meglio è, perché ad ognuno è abbinato un lato della nostra personalità. E' quindi normale vedere in giro per Los Angeles fanciulle vestite da vespe, uomini con il sembiante da vampiro, donne con un ologramma al posto del volto o in tuta spaziale.
Ed è un piacere osservare le tavole, valorizzate da splendide tinte pastello, magari prestando attenzione a che cosa avviene in secondo piano o sullo sfondo, per vedere che cosa si è inventato il disegnatore. 
A parte ciò, il ritmo è eccellente, di una fluidità perfetta, i protagonisti affiatati e gli scambi di battute – uno dei tipici punti forti di Vaughan – incalzanti. 
Una graphic novel strepitosa, a metà tra fantascienza e noir – di cui però ci si diverte a sovvertire i canoni –, godibile, accessibile, ma sorprendente e imprevedibile... 
Per chi cerca puro intrattenimento, come per chi pretende qualcosa di più.

lunedì 5 giugno 2017

Respiriamo Arte

LA LISTA DI LISETTE
di Susan Vreeland


Iniziamo nel 1937 a Rousillon, un paesino della Provenza, ma respiriamo Arte con la maiuscola, conosciamo Chagall e sua moglie Bella – imparado a vederli con uno sguardo nuovo – affrontiamo la Seconda Guerra Mondiale – da casa, ma non senza danni, timori o avventure –, rivediamo la nostra Parigi, ritroviamo i nostri dipinti (quasi tutti) – quadri di gente del calibro di Cezanne e Pissarro, per intendersi – e  ...sopravviviamo coraggiosamente, almeno finché non torniamo a vivere e ad amare, liberandoci dal nostro senso di colpa e dalla rabbia.
E' questo che ho apprezzato soprattutto del romanzo: gli elementi storici, fusi con l'amore per l'arte reinterpretato in modo personale, più emozionale che intellettuale, frammisto alla quotidianità di un tempo. Piena di tensioni, di pericoli, ma anche più a misura d'uomo, più lenta, in cui, per campare, mungi la tua capra, allevi le galline e impari a cucinare il marzapane, seguendo il ritmo della natura e del tuo dolore...
Sono sincera, di Susan Vreeland ho preferito “La passione di Artemisia” per periodo storico, struttura e argomenti.
“La lista di Lisette” è un po' troppo diluita, meno vibrante, non sempre percorsa da sufficiente pathos, con qualche cedimento qua e là (passaggi scontati, a volte stucchevoli, dialoghi banali, una sottile schematicità di fondo, ripetitività). 
Tuttavia, i pregi maggiori riscontrati in Artemisia – e in particolare il rapporto con l'arte e le bellissime descrizioni inerenti ai dipinti – si riscontrano anche qui. E Lisette, per quanto volutamente assai più ordinaria rispetto all'artista romana, è comunque una protagonista che suscita affetto e tenerezza e che ci piacerebbe avere come amica.
L'ambientazione provenzale, inoltre, è deliziosa, anche attraverso gli occhi di una parisienne, buona l'atmosfera e la puntualità della scansione temporale, che permette ampi respiri tra uno stato d'animo e l'altro.
Affascinante altresì il tema del lutto, e come viene a poco a poco superato. Con calma, senza fretta, ma anche senza autocommiserarsi. Con giusto quella punta di rabbia che è necessaria.
In ultimo, è assai mirabile molto la figura di Bernard, realistica e tridimensionale, benché in principio si presenti quasi come un triste stereotipo. Non lo è. Anzi, è il personaggio più interessante del libro. 
Consigliato alle anime romantiche dotate di buon gusto e di tenacia.

domenica 4 giugno 2017

Dove lo sport finisce

STUPIDO CALCIO, PIU' STUPIDI I GUFI
CHAMPIONS LEAGUE: JUVENTUS-REAL MADRID


Il calcio mi disgusta, anche se le poche volte in cui l'ho praticato (a livelli stradilettanteschi) mi sono divertita un mondo.
Il punto è che se il riferimento è il calcio di serie A ci gira troppa roba attorno e, come si suol dire, inizia dove lo sport finisce e viceversa.
Il problema non sono solo i soldi, le scommesse e la violenza ingiustificata. E' che sembra tutto incentrato sul tradimento, la scorrettezza e la viltà. Anche tra i tifosi. E questa cosa mi disgusta pure di più.
Mi spiego.
Ieri si è giocata la finale di Champions League. 
Di per sé non me ne importa una cippa (quando l'Italia ha vinto i mondiali nel 2010 io ero orgogliosamente al cinema a vedere Silent Hill), ma, ahimè, ho uno juventino in casa. 
Non Paco (Paco è un intellettuale e segue solo il Nobel e il Premio Strega), il Mio Perfido Marito (non è perfetto, lo so). 
Quindi, volente o nolente, in sottofondo la partita me la sono dovuta ciucciare. E anche tutti i patemi connessi.
Oggi si perde, domani si vince. Amen, non è un problema: il Real ha giocato bene e ha meritato la vittoria.
Quello che trovo fastidioso sono i gufi, che, come si dice a Twin Peaks, non sono quello che sembrano.
E infatti sono dei patetici mediocri.
Ce l'ho con quei poveri di spirito che anziché tifare per la propria squadra festeggiano le sconfitte degli avversari. Robe tipo: “Non mi interessa che la mia squadra abbia perso, mi interessa che venga sconfitta la Juve”. Così, per principio. 
Non per ricavarne qualcosa, si badi. Per genuina meschinità. Per invidia. Per bassezza d'animo.
Anche se quest'anno la Juve è giunta dove non è arrivata nessuna.   
L'antisport, si diceva...
Ma, io dico, i Romani non vi hanno insegnato niente? E i Greci? E le vostre mamme?
Inutili sfigati.
Quando la Juve ha perso in Champions, due anni fa, ad Alassio si sono sentiti i fuochi artificiali. Niente meno.
Quest'anno no, ma mi sono bastati certi commenti che ho sentito.
MPM se ne dispiace. 
Io sono del partito “molti nemici, molto onore” e non capisco nemmeno lui, ma abbiamo una sensibilità diversa.
Personalmente della Juve non mi importa un fico secco. E, in quanto ligure, se tenessi mai per una squadra sarebbe la Sampdoria non certo la Juve.  
Ma questo atteggiamento denigratorio e gratuito mi irrita e mi infastidisce perché è vile, nonché sinonimo di tragica pochezza. 
Oh, lo so... Il tifoso squallido medio replicherà: la Juve ruba.
Per quel che mi consta rubano anche le altre. Solo che la Juve gioca meglio. È più forte, più pericolosa e dà più fastidio.
Negli stralci di partita che ho visto è stata brava e non solo non ha rubato, ma non le sono stati riconosciuti falli doverosi. Ma quando subisce, anziché essere avvantaggiata, non se ne accorge nessuno.
Quest'anno ha vinto lo Scudetto e la Coppa Italia.
Ed è arrivata alla finale di Champions.
E' stata sconfitta, ma gli avversari erano in gamba.
La vostra miserabile squadra, stupidi gufi, che cosa ha fatto, a parte farsi battere dalla Juventus?
Frustrati.
Mediocri.

P.S.
Il gol di Mandzukic in rovesciata è stato un capolavoro.
Gnè gnè.

venerdì 2 giugno 2017

L’assoluto nelle tue mani

COSI’ PARLO’ ZARATHUSTRA
di Friedrich Nietzsche


Okay, non è facilissimo. Ma basta procedere poco alla volta, ci sono le note che aiutano e poi, alla peggio, si può sempre rispolverare un manuale di filosofia.
A parte ciò… questo libro è pura bellezza.
Concettuale ed estetica.
E ti fa sentire l’assoluto nelle tue mani. Te lo fa toccare, forgiare e ti innalza oltre ogni limite, dandoti un senso, dando un senso a tutto.
Dio è morto, professa Nietzsche. Con ciò alludendo al declino del valori tradizionali. Ma allo stesso tempo è come se dicesse: Dio sei tu. Siamo tutti. Il protagonista, infatti, è l’Oltre-Uomo, colui che perennemente cerca di superarsi, di migliorarsi, di rifuggire dalla mediocrità.
Di lui parla Zarathustra.
E dell’eterno ritorno…
Il libro è scritto in “stile biblico” e ogni sillaba risuona della potenza della folgore, di tripudio lessicale, è evocativo, profondo, e contiene immagini meravigliose, anche sotto il profilo della mera prosa.
Che diamine, è ricettacolo di frasi stupende (tra cui la mia prediletta: Bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella danzante).
Ma sono soprattutto i contenuti ad illuminarci. 
Di più, a scuoterci.
A farci tremare.
Il mio buon Prof. di filosofia del Liceo criticava Nietzsche, non gli piaceva. Era intimamente platonico e sosteneva che Nietzsche fosse uno scrittore, non un filosofo.
Può darsi. 
I nostri testi sostenevano il contrario, ma può darsi.
Ma, anche se fosse… forse che lo scrittore è meno del filosofo?
Nietzsche per sempre!!!