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sabato 10 settembre 2016

All'apice dell'estetica miyazakiana

LA CITTA' INCANTATA
di Hayao Miyazaki
(2001)


Lungometraggio animato eccezionale, almeno se lo si vede nell'era ante Cannarsi. Diversamente le traduzioni irritanti e pregne di umorismo involontario dell'estimatore del mondo nipponico, vuoi pure più fedeli all'originale, ci porteranno, purtroppo, fuori strada, sacrificando parte dell'indiscussa bellezza della pellicola.
Dal punto di vista estetico, peraltro, siamo all'apice, sia per cromatismo, che per ricchezza di immagini, disegni e immaginazione. Le scene pullulano di eventi, in primo piano come sullo sfondo, e, in generale, si resta paralizzati dall'incanto, non sapendo dove guardare ed avendo la tentazione di fermare il film di continuo per non rischiare di perdere nulla, inclusi i riverberi dell'erba, poiché ogni filo splende singolarmente.
Nemmeno a livello di trama restiamo delusi: addentrandoci in un romanzo di formazione in bilico tra fantasy e sentimento, assistiamo alla maturazione di Chihiro, una ragazzina di dieci anni che, a causa del comportamento sconsiderato dei genitori, si ritrova a dover lavorare in un complesso termale per spiriti, rischiando di smarrire la propria identità...
Se in principio tutto appare difficile e ostile (eccetto che per Haku, un personaggio ambiguo e fascinoso che riconoscendo la bambina decide di esporsi per lei) presto le cose miglioreranno: la piccola imparerà il mestiere e saprà destreggiarsi e conquistare amici, laddove gli stessi nemici dimostreranno di avere anche un'altra faccia...
Mentre noi ci troveremo sempre più avvinti da questo mondo fantastico, dai suoi personaggi incredibili e dalla sue regole, che per certi versi potranno apparirci sottilmente inquietanti, ma che per altri ci indurranno semplicemente a desiderare di essere lì.
Infine, non mancano il tema ecologico, tanto caro al regista, le critiche al capitalismo e l'abbozzo sentimentale, ancora implume, e per questo ancora più tenero e romantico, con i protagonisti innamorati, ma troppo giovani per sapere di essere qualcosa di più che amici.

La fine, quella sì, potrebbe apparire un po' amara, un po' incompiuta, laddove sarebbero bastati solo altri cinque minuti per infonderle un significare diverso, ma personalmente ritengo vada bene così, mantenendo l'incanto dell'infanzia, lasciando allo spettatore, se vuole, l'onere di immaginare una conclusione più soddisfacente in senso classico della vicenda “amorosa”.

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