Se ti è piaciuto il mio blog


web

venerdì 17 maggio 2013

Il tema del Nazismo in modo insolito...


IL PROFUMO DELLE FOGLIE DI LIMONE
di Clara Sanchez




 

Una piacevole lettura da treno.

Di questo si tratta, niente di più. Un romanzo gradevole, garbato, scritto con grazia, con uno stile attento ai particolari (suoni, rumori, odori), ma statico, misurato, introspettivo, impreziosito da un accento intimo e tenero.

Una storia che ha ritmo, che incuriosisce, ma che volte rallenta e si ferma. Aspetta. Incespica. Inciampa.

Un bello spunto di base, stimolante, originale, sviluppato, però, con superficialità, in cui il riferimento al Nazismo è un mero pretesto per rappresentare il male che si cela, subdolo, anche sotto l’apparenza più bonaria.

Un assioma un po’ facile, se vogliamo, che sfrutta e strumentalizza una tragedia immane, solo per destare la curiosità del pubblico. Ma senza malafede, oso affermare, solo con eccessiva indelicatezza e ingenuità. Perché, fondamentalmente, all’autrice l’Olocausto non interessa proprio: è solo occasione, sfondo, tappezzeria. Per esemplificare il male, dicevo… Ma anche per mettere a confronto due generazioni (Sandra/Juliàn, e Sandra/Karin e Fredrik), e due modi diversi di affrontare la vecchiaia, che, nonostante le similitudini d’obbligo, si contrappongono (Juliàn, con i suoi tormenti – anche economici –, i suoi scopi, la solitudine, i ricordi dolorosi, le angustie, l’accettazione della sua condizione… La coppia di anziani Nazisti, ambiziosa, nostalgica, arrogante e, talvolta, preda della paura del tempo che passa…).

La trama? Sandra, una ragazza incinta che non sa che fare della sua vita e che per questo si è concessa un momento di riflessione, incontra due amabili vecchietti che la “adottano” e la fanno entrare stabilmente in casa propria. Parallelamente Juliàn, un ebreo ormai anziano a suo tempo scampato ai campi di concentramento, sta indagando proprio sugli stessi nonnini che in realtà non sono che due ex Nazisti, che non hanno perso le antiche abitudini, ma vi hanno solo dovuto rinunciare per opportunità, in attesa di potersi in qualche modo riorganizzare.

Ovviamente Sandra e Juliàn faranno amicizia e decideranno di collaborare.

Tutto sommato, Juliàn è un personaggio abbastanza interessante, ma Sandra, per quanto piacevole, fresca, e briosa… Beh, risulta un tentino inverosimile… Troppo illogica, incoerente. Sembra che le sue decisioni scaturiscano dalle esigenza narrative più che da motivazioni interiori che, per quanto l’autrice si affanni a spiegare e a giustificare, proprio non appaiono naturali. Invece, sono stati resi con efficacia i vecchi Nazisti. Non solo Karin e Fredrik, ma anche gli altri. Cattivi, certo, a volte troppo, senza redenzione o spazio per il dubbio, altre con qualche sfumatura. A volte, solo patetici.

Il finale è approssimativo, frettoloso. Irrisolto. Ma nel complesso il romanzo è discreto, leggero, con una bella ambientazione. Propone il tema del Nazismo in modo insolito, che avrebbe potuto essere davvero interessante, se solo fosse stato indagato più a fondo.

In una parola: carino (aggettivo positivo, ma che contiene un pizzico di insulsaggine, e due di frivolezza). Ma che, come spesso accade, come caso letterario è del tutto ingiustificato.

giovedì 16 maggio 2013

L'amore assoluto del padre per questa figlia storta...


IL PAPA' DI GIOVANNA
di Pupi Avati

(romanzo e film)
[il post contiene spoiler!]


L'idea iniziale era quella di concentrarmi esclusivamente sul romanzo, scritto dal regista e da cui lo stesso ha tratto il film. Solo che, mi rendo conto, sono così simili, nonostante tutto, così fedeli l'uno all'altro, anche per linguaggio, per atmosfera, che alla fine risultano quasi complementari (mentre leggi il libro, rivivi le scene del film, mentre guardi gli attori sul set, senti la narrazione scorrere nella tua testa) per cui tanto vale che consideri entrambi...
 

Il tema è drammatico: l'amore assoluto del padre, Michele Casali, timido e dimesso insegnante di Liceo, per questa figlia storta, che non solo è brutta e sgradevole, ma anche cattiva e pericolosa. E, tuttavia, pur essendone conscio, lui non può che accettarla com'è, continuando ad amarla con dedizione e devozione totali, rinunciando a sé stesso e al mondo, senza rimproveri, senza rimpianti, ed anzi, addossandosi in qualche modo le colpe della figlia e trovando il suo tristissimo ritaglio di felicità.

Un personaggio che fa tenerezza, Michele Casali, quasi pena: un perdente, uno sconfitto... Ma, a suo modo, pateticamente, un uomo forte, generoso, sensibile, cui, tutto sommato, per realizzarsi, basta una cosa sola: sua figlia.

L'opera è divisa in due parti: la prima, intensissima e stupenda, inizia nella Bologna degli anni '30 e ci presenta Giovanna come una liceale sgraziata, bruttina, ma intelligente e dotata, che ha un rapporto privilegiato con il padre, fatto di complicità e piccole intese, il quale, però, a sua volta è preoccupato per lei, perché teme di averla illusa, di averla caricata di troppe aspettative, e che il suo amore, così sconfinato e protettivo, possa, alla fine, rivelarsi nocivo... E, infatti così avviene, nel modo più tragico e drammatico, più feroce, che porta la figlia ad affrontare un processo per omicidio volontario. E qui il quadro su Giovanna (e quindi anche su Michele, che per primo intuisce quel che sta accadendo e che, anziché inorridire o respingere la figlia, si ostina a proteggerla, e a giustificarla, pur cogliendo nella sua interezza l'enormità degli avvenimenti...) si amplia, si arricchisce, dimostrandoci che la diciassettenne ha sempre avuto una percezione alterata della realtà, e gravi scompensi psichici. A poco a poco l'autore ci fa scendere nell'abisso in cui Giovanna è sospesa, sconvolgendoci e disgustandoci. Solo in apparenza, infatti, Giovanna è un'adolescente fragile e quieta, perché si rivela un mostro gonfio di rancore, incapace, peraltro, di rendersene conto e di governare i suoi sbalzi di umore, ma non per questo più facile da scusare.

La seconda parte, invece, ci offre un affresco storico del periodo relativo alla Seconda Guerra Mondiale. Però l'attenzione si allenta, l'interesse cala.. L'affresco in sé non è sgradevole, non ci sono giudizi, condanne: il punto di vista cerca di essere oggettivo... Il problema, però, è che al lettore/spettatore della guerra adesso importa poco, e anche della vicenda di Delia (la madre di Giovanna) e del suo nuovo amore... Ciò che interessa sono piuttosto Giovanna e suo padre... Ma qui passano in secondo piano, si perdono, laddove dovrebbe essere il contesto storico a rimanere sullo sfondo... Peccato.

Una storia toccante, struggente, a tratti, forse, troppo, perché scade un po' nel sentimentalismo, mentre l'involuzione di Giovanna, una volta fatto il suo ingresso in manicomio, appare troppo repentina. Ma nel complesso, l'opera è pregevole, con un magnifico approfondimento psicologico dei due personaggi principali (mirabile la parte iniziale in cui in Michele si insinua il dubbio, che diviene tormento, e poi mal riposto sollievo circa le azioni della figlia), e con dei bei ritratti di contorno. Il dramma di una brutta tra i belli (la madre, la migliore amica...), e di suo padre, che crede di averle rovinato la vita, quando poi, invece, emergerà – ma appare evidente quasi da subito – che è stato soprattutto il rapporto con la madre (bellissima) a compromettere Giovanna, che si è sempre sentita rifiutata, ed al contempo era tragicamente consapevole di non poter eguagliare lo splendore materno.

Per quanto concerne il romanzo: la prosa è rapida, suggestiva, limpida, e al contempo nostalgica e dolente, con punte di immensa bellezza e profondità.

Il film, invece, vanta interpreti di prim'ordine: primi fra tutti Silvio Orlando (il papà) e Alba Rohrwacher (Giovanna), al cui cospetto gli altri attori scompaiono, compresi Ezio Greggio – nel suo primo ruolo drammatico - e Francesca Neri.

Magari non malaccio, di per sé, ma che a confronto appaiono rigidi e impostati.

mercoledì 15 maggio 2013

Un film delicato, onesto, spontaneo.


NOS JOURS HEUREUX
di Eric Toledano

(“Primi amori, primi vizi, primi baci”)



Non fatevi ingannare dall'imbarazzante titolo italiano – che quando il film è uscito nelle sale, nel 2006 (o 2007?), mi ha costretta ad evitare i cinema come la peste –... Sarebbe un errore, perché trattasi di una piccola leccornia, ingiustamente ignorata (credo, proprio a causa degli scriteriati traduttori)!

Non è un capolavoro, va bene, ma resta una di quelle pellicole per tutta la famiglia che sempre è bello rivedere insieme e che ti lasciano qualcosa di dolce e prezioso... Che continui a riassaporare con delizia e che senz'altro ti mettono di buon umore, anche in un giorno di pioggia...

La trama è semplicissima: un eterogeneo gruppo di adolescenti e bambini va in campeggio e, tra mille problemi che col tempo si risolvono da soli e disavventure tragicomiche, affrontano le loro prime esperienze a base di pianti e risate, alla scoperta degli altri e di sé stessi. E questo non vale solo per i ragazzini, ma anche per gli animatori, adulti che a volte sono più infantili dei piccoli, tragicamente inadeguati al loro ruolo. Tutti, però, si divertono un sacco!

Il film vanta una fantastica varietà di personaggi assolutamente sorprendenti (il mio prediletto è Timoty, il dodicenne belga, ma anche Caroline, l'animatrice timida, è uno spettacolo assurdo!), inclusi quelli che di primo acchito non si presentano benissimo...


Un film delicato, onesto, spontaneo. Tenero, ma privo di melensaggini o stucchevolezze. Spassoso – in qualche punto davvero da sbellicarsi –, ma senza demenzialità fini a sé stesse o volgarità gratuite.

Una bella commedia, con poche pretese, ma dai risvolti spesso inaspettati. Brillante, divertente, genuina, in cui tutto finisce bene, anche se non proprio nel modo che ci si sarebbe immaginati.

Lascia un po' di nostalgia, magari, in coerenza con il titolo francese (i nostri giorni felici), specie se si è tra i fortunati che al campo estivo almeno una volta ci sono stati davvero, come probabilmente è accaduto al sig. Toledano... che prima ti fa vivere questa straordinaria esperienza “da dentro”, come partecipante, e poi, nell'ultima scena, passati gli anni, ti porta invece ad osservarla “da fuori”, come qualcosa che è passato e non potrà più tornare, e da cui, ormai, sei irrimediabilmente escluso. Perché sei cresciuto, sei responsabile, sei un genitore. Sigh!

martedì 14 maggio 2013

Un inno alla natura...


ECHO
di Terry Moore



Mi è piaciuto.

E' diverso da “Strangers in Paradise” (attualmente la graphic novel più importante di quest'autore, nonché una delle più meravigliose del panorama mondiale): la trama è più lineare, si svolge in un'unità temporale meno ampia, il numero di personaggi è ridotto.

I momenti di introspezione non mancano, e sono belli, ben distribuiti: tuttavia ci sono meno spazi per autoanalizzarsi, meno silenzi da ascoltare, meno intimismo: l'azione, qui, è preponderante. Incalza, urge. A volte comanda.

Il montaggio è perfetto, come sempre nelle opere di questo autore, i tempi narrativi sono ben calibrati, i disegni espressivi al massimo: un solo sguardo contiene sentimenti, pensieri, concetti...

Regia eccellente, dialoghi realistici, credibili, ironici q.b., ma anche capaci di rendere ciò che non si può dire...

E la storia... La storia è interessante: un'applicazione di quanto può accadere se la scienza viene usata per gli scopi sbagliati. Più in potenza che in pratica, oltre un certo punto: nel senso che il piano ipotetico è sempre più funesto della realtà narrativa, in cui pure vengono ventilate continuamente conseguenze peggiori.

L'opera sa di denuncia sociale: tocca sia l'ambito scientifico, sia quello economico, politico e militare. Ma è anche relativa, più genericamente, alla natura umana, che critica aspramente e di cui però, contestualmente, esalta la bellezza.

Senza pedanteria, senza retorica. Senza troppa verbosità.

Non tutti sono cinici, avidi e senza scrupoli, c'è anche chi conserva alti ideali e vuole solo aiutare il prossimo.

Il ritmo è serrato, climax e anticlimax si alternano... Non è fantascienza: i richiami non mancano, ma ci sono ammiccamenti alla spy-story, e a tratti viene da pensare ad un action, ad un mystery, mentre l'atmosfera è un po' cospiratoria.

Soprattutto c'è un percorso, alla base, una riflessione. Scandita con citazioni di grandi scienziati (ma non solo) ad ogni inizio capitolo, e mostrata “empiricamente” con le vicissitudini di Julie, Dillon, Ivy... Personaggi profondi, dotati di spessore, di cui intuiamo, più o meno dettagliatamente, i retroscena familiari e caratteriali, a significarci che i nostri protagonisti sono persone, innanzitutto.

Echo, però, è anche “ecologia”, “ecosistema”... Un inno alla natura, come sottolineano i frequenti e bellissimi paesaggi che non puoi non “sentirti” dentro, proprio perché ti rendi conto, date le premesse narrative, di quanto sia facile distruggerli.

Un'opera notevole, davvero.

Qualche mistero rimane, alla fin fine: Caino, la scatola di Julie... Ma va bene così. Anzi, è meglio.

P.S.

Per i fan di “Strangers in Paradise” segnalo una sorpresa verso gli ultimi capitoli.

lunedì 13 maggio 2013

Un inedito giovanile...


RIESUMATO DAI TEMPI DEL LICEO...



...e mai pubblicato.

Parlo de “Lo Scarafaggio”, che propongo qua sotto.

L'avevo scritto in I° Liceo, se non sbaglio, e qualche mio vecchio compagno l'ha già letto.

Ovviamente da allora l'ho rimaneggiato parecchio, ma la trama è quella.

Avrei voluto inserirlo fra i “Raccontini Malati”, ma il MPM mi aveva costretto ad escluderlo perché ha uno stile narrativo troppo diverso dagli altri e avrebbe stonato.

Ma a me piace, quindi ve lo sparo oggi (forse è l'unico brano che salverei dalla mia, pur vasta, produzione giovanile... Questo e un romanzino demenziale scritto in III Media, che però, sob!, non è più in mio possesso da illo tempore, essendomi stato rubato – tecnicamente trattasi di appropriazione indebita – una ventina d'anni fa dalla mia terribile quanto adorabile ex prof. di francese...).

Et voilà.








LO SCARAFAGGIO





Pavimento bianco.
Lucido.
Appena lavato.

Il secchio dell'acqua sporca era ancora lì, vicino alle scale.

Una macchia nera.
Grossa. Improvvisa.


Attraversò il pavimento, velocissima.

Lei la vide.

«Che schifo» disse. «Se c'è una cosa che mi disgusta sono gli scarafaggi. Non perché siano repellenti, no... Anche se lo sono. E' che camminano maledettamente in fretta: è difficile prenderli. Scappano. Sono rapidi, veloci. Sgusciano via. Fanno schifo.»



La donna si diresse verso la macchia.

La macchia era immobile nell'angolo opposto alle scale. Guardava con interesse la parete sovrastante.

La donna si avvicinava.
Adesso incombeva sulla macchia.


«Sei in trappola!» disse con un misto di disprezzo e trionfo.

Le antenne dello scarafaggio si muovevano.
Il suo corpo era nero, lucido, quasi viscido.
Era grosso.
Schifoso.


La donna si chinò.«Vedi», disse, «quanto è brutto? Ma adesso è fermo. Non cammina più con quelle zampette schifose e veloci...»


Lo scarafaggio si voltò.
La guardò.


«...quelle zampette rapide e nere...»


La donna aveva in mano un cilindro allungato, con un beccuccio in cima e un ghigno sprezzante sulla faccia.


«...quelle zampette svelte e brutte...»


Lo contemplava.

Per un attimo i loro sguardi furono come incrociati.

Lei pregustava il momento in cui lo avrebbe ucciso, si capiva dalla voce.
Con il cilindro, probabilmente.

Ma non lo avrebbe schiacciato, a nessuno piaceva il rumore di una corazza di scarafaggio che si rompeva.

No. Semplicemente dal cilindro sarebbe uscito qualcosa, uno spruzzo. Probabilmente dal beccuccio che la donna rivolgeva costantemente verso di lui.



«Sei in trappola» ripeté.

Lui cominciò a camminare.
Verso di lei.


Lentamente.

Lentissimamente.

Lei si ritrasse indietro.

Lui avanzava.

Piano.

Pianissimo.

La donna scattò in piedi.

Lui avanzava.

Lentamente.
Lentissimamente.


La donna urlò.


Adesso c'era solo terrore.


domenica 12 maggio 2013

La migliore, direi, nel panorama letterario italiano...


MARGARET MAZZANTINI

(photo by IL CIRCOLO DEI LETTORI)

Un'autrice unica, dallo stile incredibile e gastrico, duro, che ti scava dentro provocandoti ferite e solchi indelebili.

La sola che mentre scrive ha degli orgasmi multipli (l'ho deciso io) perché non può che essere così vista la disperata passione di cui si nutrono le sue frasi, la sua sintassi, le sue trame.

Persino la scelta dei vocaboli colpisce: parole colte, termini tecnici, accostati con disinvoltura a lemmi gergali che però, così abbinati, si ridefiniscono acquistando nuovi significati e valori inediti.

Mentre scrive la Mazzantini ti pianta le unghie nella schiena e ti bacia il collo con dolcezza. Ti accarezza e ti morde, beve il tuo sangue, ti ama. E ti lascia esausto, col respiro mozzato.

Appagato, distrutto. Un po' crocifisso.

E' magnifica.

I suoi capolavori restano “Non ti muovere” e “Venuto al mondo”, che ti lacerano e affamano, arricchendoti, e che divori in un attimo, mentre ne sei a tua volta divorato.

Stupendi. Due vicende intense, autentiche, dolorose, che vivi in prima persona, volente o nolente, anche se neppure sai di che cosa si parli. “Venuto al mondo”, in particolare, riserva un pazzesco colpo di scena finale, che ti atterra e sconvolge, ma che conferisce a tutta la narrazione una patina di realismo in più, e una profondità diversa, cruenta, ma sotto certi aspetti rasserenante, in totale contrasto con l'interpretazione che non potevi dare al testo prima di decifrarlo nella sua interezza.

In quanto alle altre opere letterarie della Mazzantini...

“Manola” è più leggero, ironico, spiritoso, ma non mi ha entusiasmata (non so perché, ma patisco i riferimenti all'irsutismo!) e a tratti mi ha quasi infastidita, se pure nel complesso è un romanzo carino; “Il catino di zinco” mi è piaciuto, ma senza emozionarmi come i due successi principali, mentre “Mare al mattino” vanta uno spunto interessante, con un paragone molto efficace alla base. Risulta gradevole, a dispetto del tema trattato. Ma forse si consuma troppo in fretta e non mi ha conquistata.

“Nessuno si salva da solo”, infine, ha una struttura interessante, la storia di tutte le coppie in crisi, se vogliamo, ma non ti resta dentro. Non ti prende fino in fondo, e una volta terminato, fai presto a dimenticarlo.

La scrittura però è sempre la sua, più acerba, magari, ne “Il catino di zinco” sua opera prima, dai toni più sommessi, forse, ne “Il mare al mattino”, ma nel complesso un motivo valido, anche da solo, per scoprire anche le opere meno famose di questa meravigliosa scrittrice, la migliore, direi, nel panorama letterario italiano. Maschi compresi.

sabato 11 maggio 2013

Un film che può offendere, ma senza averne l'intenzione.


BLACK BOOK
(2006)


Un film ricco di sfumature, di dubbi, senza confini precisi, senza stereotipi, in cui si passano il testimone – e anche altro – partigiani cattivi ed infingardi, eppure aitanti e fascinosi, e ufficiali nazisti galanti e illuminati, che non sono buoni, ma nemmeno marci, e che sostanzialmente tentano solo di limitare i danni.

Peraltro non mancano neanche i i nazisti cattivi e i partigiani buoni, gli eroi, gli idealisti... Ma ci sono pure quelli che, pur essendosi adoperati (supponiamo) per il bene durante la guerra, dopo la liberazione dimostrano tutta la loro sete di violenza e bassezza morale.

E poi c'è lei, la nostra eroina, purissima, ma contaminata; innocente, fresca e sincera, ma corrotta, sebbene senza peccato, che passa di finzione in finzione, senza fingere mai e rimanendo se stessa. Coraggiosa, fredda, appassionata e indomita, divisa fra un nazista e un ribelle.


Un film melodrammatico, vagamente erotico, provocatorio e coinvolgente. Un film che può offendere, ma senza averne l'intenzione. Un film, piuttosto, che ci mostra come bene e male non siano ben definiti e come, alla fin fine, gli uomini siano solo uomini, a prescindere dalla parte da cui sono schierati.

Il ritmo è incalzante, gli eventi si susseguono rapidi, decisi.

Non ti danno il tempo di piangere e neppure di esitare. Con tutto che non ci riesci, non te ne vien la voglia: non c'è il tempo di fermarsi, di piangere i morti, di inorridire, nemmeno se c'è di mezzo la tua famiglia, che adoravi.

No, c'è solo il tempo di lottare, di andare avanti.

Di cercare vendetta, magari, ma anche di aiutare il prossimo affinché la tua tragedia non si ripeta.

Da vedere.

venerdì 10 maggio 2013

Una fiaba nera, però, che fa paura...


IL POPOLO DELL'AUTUNNO
di Ray Bradbury



Un capolavoro!

Di Bradbury ho amato i racconti – “Paese d'ottobre” più di “Cronache marziane” – e naturalmente “Farhaneit 451”, che sarà pure il suo romanzo più famoso, ma di certo non il migliore... perché il migliore è questo! Narrazione, costruzione testuale e prosa sono superiori: più rari, più magici, più originali... Così la trama, i personaggi, lo stile!

Misericordia! La verità è che quest'opera è qualcosa di unico, di irripetibile, che ti avvince dalla prima riga e assai dopo l'ultima, perché ti rimane impressa nel cuore, per sempre, con lettere calde, piene d'amore.

Un romanzo di genere, si potrebbe obiettare.

Ma sarebbe meglio stare zitti: quando un'opera è valida – e questa la è – è valida e basta, poco importa che non si apprezzi il fantastico. Tanto questo libro lo trascende, è letteratura!

Non lo affermo solo in quanto amante del Fantasy (nella sua accezione più vasta, comprendente anche horror e fantascienza), lo dichiaro come lettrice! Gialli e thriller – i generi prediletti dal mio Perfido Marito – in generale mi lasciano indifferente, però, se incappo in un thriller pregevole lo leggo comunque, perché lo merita.

Esattamente come “Il Popolo dell'Autunno”, che, a prescindere dal tema fantastico, risulta un classico senza tempo.

Non importa se è poco conosciuto, se passa in secondo piano nella produzione “bradburyana”. E' una lacuna, questa, che si dovrebbe colmare.

Fiabesco al massimo, suggestivo e profondamente lirico... con un che di nostalgico ad impreziosirlo. Una fiaba nera, però, che fa paura. Ma senza spruzzi di sangue o ammazzamenti. Una fiaba che scende in fondo ai tuoi desideri e li tramuta in incubi, perché sei tu che scegli così, ci scivoli dentro, ignaro, senza accorgertene... Una fiaba che non è una fiaba, ma molto di più: una storia di amicizia e di amore, un racconto sulle lusinghe del male, sull'innocenza e sulla corruzione... Una metafora sulla vita e sul suo significato ultimo. E anche su te stesso.

Personaggi stupendi, intensi, vibranti... Persino i cattivi: l'Uomo Illustrato, la Strega della Polvere... E che ne è stato del Venditore di Parafulmini?

La prosa, poi, è irraggiungibile: densa di simboli, scorrevole, limpida, tesa... Perfetta. Con un'attentissima scelta di vocaboli: ogni frase è poesia e ci incanta con un'atmosfera fatata, con un senso di sospensione perenne, di illusione, che può diventare terrore o sgomento. O un gioco di specchi.

Un sogno che si fa scrittura.

giovedì 9 maggio 2013

Probabilmente riporto l'equilibrio nel cosmo...


IL PUNTERUOLO ROSSO
(Rhynchophorus ferrugineus)



Mi diletto di entomologia dai tempi del Liceo: adoro i coleotteri, ed in particolare i Dinastini, che sono i più amorosi di tutti, specie il Dynastes hercules... Tuttavia non ero preparata all'incontro della settimana scorsa: di solito mi limito ad un approccio teorico.

Trotterellavo, dunque, in quel di Alassio, ignara e con la testa nell'Ottamondo, quando mi sono imbattuta in una deliziosa creatura che arrancava in mezzo al marciapiede.

Ne sono rimasta affascinata e non ho potuto fare a meno di trattenermi in contemplazione: di dimensioni modeste, ma non piccolissima, con una livrea rossa punteggiata di nero, ed una forma carina e tondeggiante, la bestiola mi ha guardata e poi è tornata alle sue faccende (nella fattispecie ispezionare il suolo).

L'ho identificato subito come un coleottero curculionide – il rostro è inconfondibile – e quindi immaginavo che potesse essere nocivo all'uomo o alle sue colture (prerogativa di questa famiglia)... Ma non mi aspettavo certo di essere al cospetto del famigerato punteruolo rosso!

Però la ero!!! Ohibò!
 

Una signora – che per tempestività e voce cavernosa pareva uscita da un film horror – si è premurata subito di avvertirmi, non senza biasimo (magari pensava volessi allevarlo), precisando che è un insetto cattivo, e sottintendendo che bisognava spolpettarlo senza pietà perché assassina le palme (chissà se la signora è conscia del fatto che noi siamo una piaga per l'intero ecosistema e che, secondo questo ragionamento, dovremmo essere i primi ad essere spolpettati??? Mi sa di no...).

Bop.

In parte, suppongo non avesse tutti i torti:

L’insetto vive all’interno della palma, dove compie tutto il suo ciclo vitale. A maturità la femmina della specie sfarfalla e va a deporre le proprie uova (circa 300) in piccole cavità del tronco o in corrispondenza delle superfici di taglio delle foglie. Dopo 2-5 giorni dalla ovideposizione nascono le larve che si introducono nella palma e si cibano dei tessuti della stessa. Le larve si spostano all’interno della pianta scavando tunnel e larghe cavità che diventano il luogo ideale per lo sviluppo dell’insetto. Le larve attive si possono rinvenire in qualsiasi parte della palma fino al colletto. Il periodo di sviluppo larvale varia, secondo la stagione, da 1 a 3 mesi. A maturità le larve si “impupano” in un contenitore cilindrico formato da strati fibrosi (pupario); generalmente questa fase avviene nelle parti più esterne del fusto e del rachide. Dopo 20-30 giorni l’adulto (lungo circa 3-4 cm) è sviluppato ma rimane all’interno della palma anche per diversi giorni prima di abbandonare la pianta ospite e infestare nuove piante. L’intero ciclo dura circa 4 mesi e nella stessa pianta si sovrappongono più generazioni dell’insetto fino a distruzione della pianta ospite.”

(da un sito relativo alla prevenzione dal punteruolo nella regione Campania)

Atroce, in effetti.

Ma io credevo che il punteruolo fosse una bestiolina bieca e rivoltante, tipo una Periplaneta americana (lo scarafaggio più abominevole di tutti quelli presenti sul suolo patrio) incrociata con una cavalletta, invece è beddissimo e ha pure un'aria amichevole!!!

Il Mio Perfido Marito è perfettamente concorde con la signora che mi ha ammonito, e ritiene che i punteruoli debbano essere sterminati e che io sia una criminale con una prospettiva distorta.

Io ho riflettuto sulla cosa e ho concluso che, mi spiace, non ci riesco a farli fuori così, gratuitamente, solo perché mi attraversano la strada.

E poi che 'cchifo-blé, dai! Sai che mondo di viscere esce quando gli schiacci la corazza? Sai che orribile rumore crocchiante? Io me lo sento già che mi si arrampica nelle orecchie... Il rumore, non l'insetto! Brrr!!!

E, comunque, mi sta bene eliminare blatte e tisanuri (che però, per la cronaca, mai spiaccicherei) se me li trovassi in casa, rei di nutrirsi di carta, di invadere il mio territorio, e per giunta bruttarelli e schifidi, e, nel caso degli scarafaggi, pure forieri di malattie... Ma come si fa a spiaccicare un insetto così bello? E a che serve ucciderne uno sperduto, solo perché di passaggio? Risolve forse il problema delle palme?

Sarà sbagliato, ma io non ce la faccio, e il massimo che posso impormi è lasciarlo lì, sul marciapiede, evitando di sottrarlo ai piedi delle persone.

Odiatemi!!! Ma sappiate che probabilmente riporto l'equilibrio nel cosmo: perché tutti amano gli alberi, ma degli insetti non importa nulla a nessuno!

E poi, fondamentalmente, mi limito a rispettare la legge di Darwin...

mercoledì 8 maggio 2013

La delicatezza che si fonde con il macabro...


DELICATESSEN
 
di Jeunet e Caro
(1991)
 

So che in pochi saranno d'accordo, ma per me è cento volte più bello, curioso, e originale de “Il favoloso mondo di Amèlie” (sarà la mancanza di Caro?)!!!

Un piccolo gioiello, sorprendente e meraviglioso!

Siamo in un palazzo fatiscente, in una Francia post-apocalittica dove il cannibalismo è la consuetudine.

Un orribile macellaio attira giovani disoccupati col miraggio di un lavoro e con l'intento di farli a pezzi. Niente di personale: vuole solo smerciare la loro carne nella sua bottega.

Si presente Louison, nostalgico e tranquillo ex clown, che però ormai è incapace di esibirsi, da quando il compagno con cui lavorava in coppia è stato mangiato, e deciso quindi a barcamenarsi come può...

Il compagno, collega talentuoso e amico fidato, era una scimmia.

Film grottesco, surreale, poetico. Ma un po' cattivello...

Devo ammetterlo: più che la trama – guastata dalla stucchevole, se pur deliziosamente goffa, storia d'amore tra il protagonista e la figlia del macellaio – amo i singoli momenti, la fotografia, le gags (i tentativi di suicidio di Aurore, l'omicidio della nonna), i personaggi di contorno, e, naturalmente, il trucido, viscido e disgustoso cattivo di turno: il macellaio.

E ancora i Trogloditi (adorabili!), e le trovate di cui la pellicola abbonda (ad esempio il particolarissimo strumento musicale di Louison), l'ambientazione – suggestiva, evocativa, ricca di dettagli – e la scena iniziale, buffa quanto crudele... La delicatezza che si fonde con il macabro, la levità dei dialoghi frammista all'efferatezza di certi stacchi, le immagini, indimenticabili e gradevolmente fumettistiche...

Una miscela micidiale!

Forse nel complesso è un pochino lento, ma se no come faremmo ad assaporarlo in ogni sfumatura?

Eccentrico, visionario, spassoso.

Consigliatissimo!

martedì 7 maggio 2013

Non c'è amore da parte dell'autore...


LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI





Bellissimo il titolo e il concetto in esso racchiuso (due persone speciali – nel bene e nel male –, uniche, vicinissime, e che, proprio in virtù di questo sono matematicamente assimilabili ai cosiddetti “numeri primi gemelli”, come 11 e 13, o 17 e 19: destinati a sfiorarsi, rimanendo però eternamente separati – c'è sempre un numeretto fra loro – incapaci di colmare la piccolissima distanza che li divide. Tuttavia continuano a inseguirsi, rincorrersi, cercarsi, in un gioco infinito che non possono vincere).

Bellissima la copertina, bellissimo l'incipit.

La bellezza, però, è tutta lì.

La storia parte bene, si complica dignitosamente, acquista spessore, ma poi si aggroviglia, inciampa e si appiattisce, senza arrivare da nessuna parte.

Una mia amica (Dany) l'ha definita “un giocattolino”. Ha ragione: la trama è costruita a tavolino ed incartata con un bel fiocco sgargiante, che sa tanto di corso per scrittura creativa e che non va molto più in là. Una storia che, anziché scaldarsi, si raffredda e si irrancidisce, e in cui, alla fine, mancano sia lo zucchero che il sale.

Si badi, non mi sto lamentando per la mancanza dell'happy end: quello non poteva esserci, è chiaro, o avrebbe disatteso il titolo, rendendo solo la vicenda più banale, impoverendola. E non sono nemmeno così superficiale da pretendere che la narrazione debba essere allegra per poterla apprezzare.

No, quello che lamento è che qui non c'è amore da parte dell'autore. Manca il suo personale vissuto, la sua esperienza. Manca lui. O comunque non si avverte.

I sentimenti vengono descritti, certo. Ma sembrano solo appiccicati ai personaggi, che non danno l'idea di viverli davvero, ma soltanto di accompagnarcisi casualmente.

Non sembrano fatti affrontati di persona, sulla propria pelle, ma ritagliati un po' qua e un po' là e poi assemblati in un collage.

L'ultima parte, poi, sembra frettolosa, come se ad un certo punto Giordano non sapesse bene che pesci prendere.

Si è fatto tanto clamore per questo romanzo, ma credo che sia solo perché è piaciuto alla gente che non legge (o che legge sei libri l'anno) e che non è abituata ad arrivare in fondo ad un'opera che può essere considerata – per l'argomento trattato, almeno – “impegnata”.

C'è di molto, molto peggio, sia chiaro (ad esempio: “Acciaio” della Avallone, “Va' dove ti porta il cuore” della Tamaro, o “Il codice da Vinci” di Dan Brown). Questo romanzo, se non altro, ha dei contenuti e dei motivi di interesse, e anche lo stile non è male: semplice, scorrevole, con qualche tocco di originalità grazie alla commistione con il linguaggio “della fisica”. Lucido, a volte quasi chirurgico.

Insomma, “La Solitudine dei Numeri Primi” si guadagna la sufficienza piena.

Ma il capolavoro... Quello è un'altra cosa.

lunedì 6 maggio 2013

Che infanzia traumatizzante, ho avuto...


TRAUMI INFANTILI



Quando ero piccula piccula, sui quattro-cinque anni, avevo un animo romantico: per salutare dicevo “Addio, mondo crudele!”, il mio colore preferito era il rosa (ora non so come sia possibile: giallo forever!), e passavo un mucchio di tempo davanti allo specchio ad inventare/interpretare tragiche storie di principesse.

Solo che senza capelli non venivano benissimo.

Eh, sì: quando ero piccula ero pelata (Pelata, misericordia!).

Non che avessi qualche terribile malattia... No, è che mia madre riteneva che un taglio minimale all'asilo mi avrebbe garantito una chioma fluente da adulta, “quando dei capelli ti importerà davvero qualcosa”.

Peccato che ora la faccenda mi sia indifferente – opto per il lungo solo in quanto richiede meno cure –, mentre da infanticella costituiva una questione vitale.

Infanzia rovinata, sigh!

Ad ogni modo, per sopperire all'infame carenza di peli in testa, avevo delle chiome finte: una tovaglietta bianca con un cuore rosso per simulare una capigliatura libera e selvaggia (per i momenti drammatici e i finaloni ad effetto) ed un foulard nero e arancione per le trecce.

Ogni tanto tra me e Mater si svolgevano dialoghi inquietanti, del tipo: “Otta, ho trovato i tuoi capelli sciolti sulla spalliera del divano!”, oppure: “Otta, metti le trecce in lavatrice!”.

All'inizio delle Elementari ho avuto il permesso di far crescere i capelli sino alle orecchie – Alleluja! –, e, nonostante mia madre mi affliggesse con pettinature ridicole (fontanelle che spuntavano in mezzo al cranio come piccoli ananas), io ero davvero contenta!!!

Poi, all'incirca a metà anno scolastico (credo), i miei sono partiti per una vacanza a Cuba e io sono stata lasciata in custodia alla nonna O (Chicca e Androide erano stati assegnati a nonna Nuccia, quindi io ero non solo temporaneamente orfana, ma pure senza fratellini).

Il primo giorno la nonna per consolarmi della solitudine che mi attanagliava, armata delle migliori intenzioni, mi ha data in pasto al barbiere (Barbiere!!! Per uomo! Non alla Parrucchiera!!!) che ha azzerato il mio accenno di chioma con un osceno taglio alla Bart Simpson!
 
Smacco, dolore, scandalo!

L'indomani a scuola ancora piangevo... (Ricordo la stupida madre – con i capelli che arrivavano fino alle spalle – di una mia stupida compagna di classe – con i capelli sino a metà schiena – che mi prendevano in giro perché era “assurdo frignare per una cosa così futile”. Maledette! Spero vi abbiano mangiate le cavallette! Spero che siate calve e brufolose! Che vi violentino i babbuini! E che vi venga un'infezione alla... Ehm... Dicevo...) …e per anni, ogni volta che lo incrociavo in Pietra, mi sono premurata di insultare il barbiere con la ferocia che imponevano le circostanze (l'idea di prendermela con mia nonna non mi era neanche venuta), con odio e livore totale.

Poveraccio.

Una volta Mater mi ha sorpreso a gridargli qualche truce augurio di morte e mi ha messo in punizione.

Com'è ovvio, nemmeno le punizioni erano normali in casa mia, e mi era negata una sana dose di ceffoni come agli altri bambini (che io invidiavo con tutto il cuore). No, i miei genitori erano più infidi e subdoli: niente TV per un mese! Oh my God!

Niente Cartoni Animati! Niente film! Neppure le ricette di Wilma De Angelis (non so per che, ma da piccula ne andavo matta)!

Che infanzia traumatizzante, ho avuto... Specie se si considera che ho potuto accedere alla biblioteca scolastica solo dalla III° Elementare!

Del resto, gli epiteti ingiuriosi che mi rivolgeva mia madre – piuttosto creativa in questo – riuscivano ad essere persino più umilianti: non gustose parole marroni, giammai! Mater prediligeva espressioni di sadismo mentale, quali: “Birbona!”, “Asinella!”, o – il peggio del peggio – “Viperetta rosa!”.

Alle Elementari passi, alle Medie ci ridevo sopra, ma al Liceo... Non so come ho fatto a non guadagnarmi una smutandata!

Gian me lo rinfaccia tutt'ora.

D'altro canto, ahimè, medio tempore lo stile di mia madre non è mica cambiato e tutt'ora, quando ne ha l'occasione, è fantastica nel creare situazioni imbarazzanti, magari deliziando un eventuale pubblico improvvisato, se possibile composto da sconosciuti, con pruriginosi aneddoti relativi alla mia gioventù.