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sabato 13 settembre 2014

In difficoltà


SONDAGGIO TITOLI
 
 
Auxilium!

Non so come sono messa con il mio romanzillo nuovo, non lo so perché sto scrivendo questo post in data 13 agosto, prima di cominciare a lavorarci davvero (del resto, così avevo annunciato nel post del 14 agosto, sigh, un mese fa – e ora magari, nel futuro, ossia nel presente vostro, potrei essere morta, in effetti al momento sono abbastanza esaurita... Mumble, mumble... Mi affascinano queste cose... ma è meglio che soprassieda o mi ci perderò dentro, come in un raccorto di Borges)... quindi mi faccio gli auguri da sola, sperando di non essermi portata sventura (non si sa mai) e magari tra un paio di giorni vi aggiornerò sul serio sulla situazione attuale.

Comunque...

Tutto questo panegirico per dire che sono in difficoltà con il titolo del romanzillo nuovo, di qui la richiesta d'aiuto.

Considerato che questa difficoltà risale ad oltre un anno fa, dubito di averla medio tempore risolta. E' che non ne trovo nessuno che mi faccia impazzire, indi, democraticamente, propongo un sondaggio.

O partecipate, o non avrete il diritto di lamentarvi.

Ecco le alternative (ma sono aperta ad altri suggerimenti):
                  1. Le palpebre tagliate;
                  1. Il passato che non nasce;
                  1. Quel che rimane;
                  1. Svegliandosi immemore in un mondo sfasciato;
                  1. Memorie smarrite, ricordi negati;
                  1. L'altro volto del male;
                  1. L'immemore
Non sono tutti farina del mio sacco, alcuni mi sono stati suggeriti (non svelo quali), altri sono davvero orribili o extra-banali, ma sono democratica, ho detto, e rispetto l'opinione di chi li ha appoggiati..

Ho ancora svariati mesi per decidere, indi, rifletteteci pure. Ma pronunciatevi!

Baci, e grazie a tutti.

giovedì 11 settembre 2014

La tematica delle pedine sulla scacchiera


LA FUTURA REGINA
di Philippa Gregory
 
 
Sono tornata a calarmi nella Storia inglese, ed in particolare nella saga dedicata alla “Guerra dei Cugini” e quindi alla Guerra delle due Rose (rimando al post del 24 marzo 2014 per maggiori dettagli), con questo romanzo, che si svolge parzialmente in parallelo con quello già recensito dedicato ad Elisabetta Woodville, “La regina della Rosa Bianca”.

Questa volta la protagonista è Anna Neville, figlia di Richard Warwick, il creatore di re, colui che ha messo sul trono Edoardo IV Plantageneto, spodestando Enrico IV. E poi si è pentito, alleandosi con Giorgio di Clarence, fratello del re, dandogli in sposa la primogenita Isabella con l'intento di metterla sul trono, attaccando così l'antico pupillo. Quindi, dopo una prima, cocente sconfitta, ha atteso il momento propizio per allearsi con la vecchia nemica moglie di Enrico IV, Margherita d'Angiò, e dare la sua secondogenita, Anna, in moglie al figlio di lei (un altro Edoardo).

E quando di nuovo Warwick incontrerà la sconfitta, venendo questa volta ucciso, Anna, ancora una bambina e già vedova (pure il principe Edoardo troverà la morte, si dice sul campo di battaglia), rimarrà con un unico amico, il fedele Riccardo, il fratello minore del re Edoardo IV Plantageneto, quello da lui più amato...

Come dicevo la trama e il periodo storico sono suppergiù gli stessi de “La regina della Rosa Bianca”, ma il punto di vista è diverso, e molto cambia, non solo la prospettiva. Si aggiungono particolari, si scoprono realtà taciute, gli elementi si incastrano con il romanzo precedente e la realtà risulta impreziosita, più complessa, più densa, stratificata.

Il personaggio di Anna all'inizio ci piace (seppur non quanto Elisabetta Woodville), ma gradualmente diviene più dura, ingiusta ed avida, e nonostante sotto certi aspetti ci susciti compassione, cominciamo a detestarla. Ugualmente troviamo Anna stimolante, mentre il romanzo, per quanto mi riguarda, risulta più interessante e vivace del precedente: ci sono più accadimenti, narrati con maggior verve, più movimento, meno ossessione e più paura. La scena del parto di Isabella sulla nave, ad esempio, è degna di un film dell'orrore. E tanti dei riferimenti alla magia di Elisabetta e sua madre fanno venire i brividi lungo la schiena.

Torna la tematica delle pedine sulla scacchiera, solo che Anna non ha alcun potere cui ricorrere, né tanto meno una mamma dotata e affettuosa cui rivolgersi. No, Anna ha solo se stessa.

Appassionante, poi, il rapporto fra le due sorelle, Anna e Isabella: schiacciato dall'ambizione (non sempre loro), il potere (di altri) e la gelosia, ma non privo di tenerezza, di affetto, di reciproca solidarietà, mentre intenso e traboccante d'amore è il ritratto di Riccardo.

Tra complotti ed assassini, prigionia forzata, dubbi, fughe, e menzogne, Anna finisce col prendere in mano il suo destino, senza però mai arrivare davvero alla felicità.

Ora, per completare il quadro, non mi resta che iniziare “La regina della Rosa Rossa”, su Margaret Beaufort (con tutto che l'opera è costituita altresì da un prima e un dopo, con “la signora dei fiumi”, incentrato su Jacquetta Woodville, madre di Elisabetta, e “Una principessa per due re”, che invece riguarda sua figlia, Elisabetta anche lei...).

martedì 9 settembre 2014

Questi omettini


BRAVI BAMBINI
di Tom Perrotta
 
 
Siamo in un quartierino per bene dell'America di provincia e facciamo la conoscenza di un bel po' di famiglie disfunzionali, e che già promettevano di rivelarsi tali se le scrutiamo fino a scandagliarne il passato: matrimoni nati come ultima spiaggia o per togliersi da situazioni trite, amore poco, calcolo troppo.

Conosciamo Richard lo sniffa-mutande, maniaco del porno in rete, e sua moglie Sarah, la quale non ne può più di badare alla capricciosa figlia di tre anni, si annoia a morte, trova le altre madri stupide e stereotipate (non che abbia torto), e vorrebbe più tempo per sé. Kathy, invece, stressa il marito Todd, ex bello del liceo, ex campione di football, ex sciupa-femmine, che non riesce a passare l'esame da avvocato o ad assumenrsi delle vere responsabilità, e che lei mantenere mentre lui finge di studiare e intanto bada al bimbo che hanno in comune, Aaron; incontriamo quel sociopatico di Larry, ex poliziotto, che si è eretto a vigilante di quartiere e nel mentre manda all'aria il suo matrimonio, e poi quella insopportabile Mary Ann, che non fa che ossessionare il figlio circa la sua ammissione ad Harvard, solo che il ragazzo ha... quattro anni. E poi, in mezzo a questo mare di sterco patinato di perfezione, c'è lui, più patetico che pericoloso, McGorvey, pedofilo esibizionista e forse l'assassino di una bambina, con la sua vecchia stanca madre che sconvolge gli equilibri del quartiere...

Noi li osserviamo, questi omettini, dall'alto della nostra non-superiorità, e analizziamo i meccanismi che si innescano, quando li poniamo in rapporto fra loro, pronti a detonare... In aggressioni in Chiesa, amori clandestini, confessioni shock, fughe inaspettate, e un tremendo senso di saturazione che investe il lettore, invitandolo a riflettere in primis sulla sua vita.

Ciò non significa che il romanzo sia brutto, o morboso, o pessimistico per forza. Significa che è onesto, graffiante, chirurgico, e che denota una stupefacente penetrazione psicologica mentre si dedica a studiare con attenzione e neutralità quei buffi animali che sono gli uomini, nelle prigioni dorate che essi stessi sono soliti costruirsi... Gli intrecci sono ottimi, semplici da seguire, i personaggi realistici e ben definiti, gli sviluppi coerenti, ma non scontati.

In un certo senso, l'impressione è che l'opera si scriva da sé, che i personaggi decidano da soli del loro destino, ma gli ammiccamenti a “Madame Bovary”, il capolavoro di Flaubert, e la gustosa reinterpretazione che ne dà Sarah al Club della Lettura, secondo cui la povera Emma cerca solo di fare quello che può per combattere la situazione soffocante e senza uscita in cui si trova, ribellandosi nel solo modo che le viene in mente (ossia tradendo il marito e passando da un uomo all'altro), ci dimostra che non è così, e ci indica quale potrebbe essere l'ermeneutica di “Bravi Bambini”.

Perché questo sono, alla fine, i protagonisti del romanzo: infanticelli mai cresciuti, che non è giusto giudicare troppo severamente.

domenica 7 settembre 2014

Dettagli da pittura fiamminga


IL CASTELLO ERRANTE DI HOWL
di Hayao Miyazaki
(2004)

C'è questo straordinario mondo fantasy dai paesaggi mozzafiato, con una guerra terribile che devasta tutto, le cui regole comprendiamo fino ad un certo punto, in cui la magia impera ed al contempo è una minaccia.
E poi questo castello mostruomeraviglioso, un incrocio tra la casa della Baba Yaga (la strega russa), un animale gigantesco e un mezzo di trasporto steam-punk, con una porta che si affaccia su città diverse... o sul misterioso Settore Nero (che un po' ci fa paura).
E poi abbiamo Sophie, una protagonista modesta, un po' bruttina, posata e ricca di buon senso, che nel dipanarsi della trama imparerà ad osare di più. La poveretta è costretta a lasciare la sua casa e il suo lavoro da cappellaia a causa di un maleficio che la porta ad assumere le sembianze di una novantenne.
La colpa, in un certo senso, è di Howl, il potente mago, un un figo ultraterreno, affascinante e vanesio, ma ardito, che, guarda caso, è anche il proprietario del castello errante...
La trama è davvero bella ed avvincente, metaforica, emozionante, carica di misteri e di fascinazione, di crescita interiore, di maturazione personale, con momenti dinamici ed attimi di contemplazione estatica, come di tenerezza, di solidarietà e di amore.
I personaggi sono splendidi, ed evolvono tutti, nel corso della storia, mettendosi in gioco e rivelandosi sempre più interessanti e complessi. I comprimari sono bellissimi (io adoro Calcifer, il dispettoso demone del fuoco), e ci sono immagini dall'incredibile potenza evocativa, ma che hanno altresì il potere di inquietare (la maledizione della Strega delle Langhe, la magia di Saliman, quando Howl chiama gli spiriti dell'oscurità...), con dettagli da pittura fiamminga, che inducono a rivedere la pellicola fotogramma per fotogramma, per non perdersi nulla. I disegni, poi, vantano una notevole profondità, anni prima che il 3D tornasse di moda.
E anche il linguaggio un po' antiquato finisce col piacerci, in armonia con l'incanto che ci trasmette la pellicola, e così l'efficace morale antimilitarista, che per una volta prevale sulla più Miyazakiana componente ecologista.
Tra i cartoni del Maestro, questo è uno dei miei prediletti, se non il mio preferito in assoluto. In poche parole: un capolavoro, di cui, tra l'altro, ho trovato soddisfacente anche la fine.
L'unico punto che mi ha lasciata un po' perplessa sono le motivazioni di Saliman, che mi sono parse poco comprensibili...

venerdì 5 settembre 2014

Dal sapore squisitamente antico


LE AVVENTURE DI PIERINO
di Piero Chiara
 
 
Alias Piero Chiara stesso, tra gli otto e i quindici anni (più o meno), alias un monellaccio impenitente e creativo, che avrebbe dovuto ricevere punizioni più severe, tra tentativi di furto, lanci di forchette, fughe, menzogne e furberie! Poveri genitori, specie la madre, che non fa che piangere!

Ma è così bello il modo in cui ci vengono descritte le sue bravate, in cui si mettono a confronto il modo sconsiderato di ragionare di Pierino e quello degli adulti, è così autentico, vivace e sorprendente, e non privo di velata commozione, di dolcezza e di sorridente indulgenza!

Il libro è diviso in due: la prima parte, la più bella e variegata, è “Pierino al mercato di Luino”, dove impariamo ad amare questa piccola città sul lago, sempre in fermento, in cui tutti si conoscono (e magari si fanno pure i dispetti), e la brulicante allegria del mercato, con le attrazioni, i cocomeri e le spagnolette...

Segue “Pierino non farne più!”, in cui il nostro eroe è un po' più grande e finisce in collegio dai Salesiani, ad Intra, sulla sponda piemontese del lago, ha qualche problema di disciplina a scuola ed è sempre più monello...

Altro pregio dell'opera è che si tratta di racconti di circa novant'anni fa, dal sapore squisitamente antico, familiare, ma vagamente desueto, di una realtà più semplice, più onesta, più genuina... persino i vocaboli oggi suonano un po' antiquati: il beccaio, il prestinaio, e quelle stesse spagnolette (tipo arachidi tostate) di cui Pierino è tanto ghiotto... lì per lì non capivo che cavolo fossero...

Personalmente, la prima volta che ho letto questo libro ero in prima Media e pur trovandolo gradevole ero rimasta un po' delusa dall'immoralità e dalla perfidia di questo birbante matricolato. A rileggerlo adesso, però, a distanza di anni, tante cose mi appaiono assai più perdonabili, più comprensibili, meno “tragiche”, e non posso fare a meno di volere bene al piccolo scapestrato.

Ora capisco perché la nostra insegnate di lettere di allora, la Prof. Sabina Minuto (che ci ripeteva sempre che le SabRine sono comuni, ma le Sabine no, e che lei, a 28 anni, era giovanissima come insegnante di ruolo, mentre io non comprendevo, perché per me 28, 38, o 48 non cambiava molto: sempre adulto – e quindi vecchio – eri), lo aveva scelto e devo dire che, a sorpresa, ho sentito una forte voglia di rincontrarla per dirglielo e per vedere come sta adesso. Anche se naturalmente sono troppo timidella per provare a rintracciarla, benché sospetti insegni in quel di Albissola, dove era stata trasferita, su sua richiesta, due anni dopo (la mia era stata la sua prima classe).

Tornando a Pierino, comunque, è senz'altro una lettura divertente e simpatica (il mulo del Sindaco e mi ha fatta davvero morire), scritta con grazia, con leggerezza, ma anche molta sensibilità e acume, nostalgica e dolce, con, di tanto in tanto, una lieve sfumatura amara (ad esempio riguardo alle condizioni economiche del venditore ambulante).

mercoledì 3 settembre 2014

Splendido e fulminante


I RE DEL MONDO
di Don Winslow



Prequel narrativo di “Le belve”, splendido e fulminante, forse ancora migliore del primo (sicuramente più gioioso), che poi è il secondo. Scritto ugualmente bene, suppergiù con il medesimo straordinario stile a flash, a punti, a definizioni, ma ... Ma andiamo con ordine: ho voluto leggere questo romanzo più che altro per affetto, per ritrovare dei vecchi amici, Ben, Chon e O, i protagonisti, più giovani e pazzeschi. Tuttavia ho trovato anche:
      1. una storia rutilante e rapida, piena di intrecci e di emozioni;
      1. le radici dei personaggi, di quelli che mi aspettavo e di quelli che non avevo previsto, in un senso duplice, strabiliante e ben costruito;
      1. nuova adrenalina sparata a mille, direttamente in vena (anzi, fumata);

      1. nuovi personaggi (o no?);

      1. un montaggio efficace e diversi colpi di scena;


      1. droga, affari, ambizioni, poesia (in un certo senso), svolte, sogni, anni '60...
Si comprende che significa che certe cose si ereditano, mentre il confronto con i propri genitori ha più spine e garbugli del normale; si capisce come si è arrivati lì, ne “Le belve”, e si resta stupiti per come prima le cose fossero le stesse per quanto in fieri, ed al contempo totalmente diverse; per come fossero differenti loro, i nostri eroi (e collaterali), seppur uguali a se stessi. Coerenti, fedeli. Amici. E nemici.
Si colgono tanti dettagli del passato dei protagonisti, che sono logici e naturali, ma che a volte ci scuotono come un pugno sul grugno, specie riguardo a Paqu, la madre di O, Passive-Aggressive Queen of Universe.
E non mancano neppure dei mini camei: Bobby Z e Frankie Machine (non ho ancora letto i romanzi di riferimento “Vita e morte di Bobby Z” e “L'inverno di Frankie Machine”, ma senz'altro provvederò presto).
E quindi, di che si parla?
Di tre ragazzi, una lei e due lui, che sono uno la famiglia degli altri, che mettono su (i due lui) una coltivazione di marjuana idroponica da leccarsi le dita, dei pericoli che affrontano, delle ruote che devono ungere e dei meccanismi che si innescano. Che affondano le loro radici prima della loro nascita. Di cose che ritornano, del presente e del passato. Di omicidi e cartelli della droga.
Soddisfatta e contentissima. Anche se... non importa se cronologicamente si colloca prima: per amare completamente questo romanzo, consiglio di cominciare con “Le belve”. Certe cose, è meglio posporle... Per cogliere tutto e perché alla fine resti una bella sensazione sul palato.

lunedì 1 settembre 2014

Un nano alla frutta


LIFE'S TOO SHORT

Santa patata fritta, questa è una delle serie Tv più divertenti, ciniche e cattive che abbia mai visto! Si tratta di un finto documentario che ha come protagonista Warwick Davis, l'interprete di “Willow” e del tenero Wicked di “Star Wars”, come ci viene continuamente ricordato (io, naturalmente – sì, lo preciso poco umilmente per vantarmi (orgoglio nerd!) – l'ho riconosciuto subito, visto che ero una fan, e adesso la sono cento volte di più!) esasperatissimo e senza ritegno, perennemente bisognoso di conferme ed attenzione.
I suoi film sono stati successi mondiali, è vero, ma di cento anni fa, e questa è una delle tematiche principali del mockumentary: Warwick Davis è (apparentemente) un attore alla frutta. Nessuno lo riconosce, nessuno sa chi sia, in più spesso ha recitato mascherato quindi non è neppure considerabile un vero attore (come gli viene rinfacciato ogni 2 X 3, da chiunque).
Altro dettaglio significativo è che Warwick Davis è un nano. Uno vero, come Peter Dinklage de “Il Trono di Spade”. Solo che P.D. cavalca l'onda del successo mentre Warwick stagna nel dimenticatoio.
Per giunta, anche come nano è alla frutta: colleziona figure tremende, sfrutta, deride e discrimina le altre persone di bassa statura, risulta pessimo tre volte su due, senza nemmeno comprenderne il motivo. Sì, perché, altra quaestio, questi attori di Hollywood sono dei mostri egocentrici, sgradevoli e irrispettosi, uno più (magnificamente) orribile dell'altro!
Abbiamo svariati cameo (almeno uno per puntata, che, ahimè, sono solo 7 di circa mezz'ora ciascuna) tra cui: Liam Neeson (il migliore!), Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Steve Carell... Interpretano se stessi e fanno a gara a chi è più prepotente, assurdo, spregevole, spesso andandoci giù davvero pesante (per il nostro sollazzo)...
C'è molta ironia, dunque, ma di quella feroce e politicamente... non scorretta: degna dell'inferno!
Gli autori sono i comicissimi Ricky Gervais e Stephen Merchant, e compaiono pure loro (tormentati da Warwick che vuole una parte in qualcosa, qualsiasi cosa) e che non si esimono dal prendersi in giro ed autolanciarsi frecciatine al vetriolo.
Insomma che vediamo Warwick, dall'ego assai più grande di lui, mentre affronta la sua svilente quotidianità (ma in cui lui è ancora peggiore), tra problemi ordinari come uscire da una toilette con la maniglia troppo alta, ma anche le tasse, la segretaria oltre i limiti dell'idiozia, il divorzio... E poi ci sono i suoi impegni da artista (e da impresario di nani), di solito umilianti e fallimentari, tra Comiconvention, partecipazioni a matrimoni a tema Guerre Stellari (in cui fa piangere la sposa), e collaborazioni bislacche e imbarazzanti...
Eppure... Eppure ci piace un mondo! Perché suo malgrado è simpatico, e talmente caricato e incredibile da risultare stupendo, benché, al contempo, sia così insopportabile, uno sproporzionato ricettacolo di difetti, da non poter suscitare troppa empatia, riuscendo quindi, grazie a questo mix perfetto, ad essere spassosissimo, anziché patetico.
Con genio ed intelligenza, ma anche con meschina perfidia, a volte piacevolmente morbosa, e senza farsi scrupolo di rompere i tabù più disparati.
Questa serie ha infine la capacità di sottolineare tante tristezze di Hollywood, le difficoltà insite nel passare di moda, mescola farsa e problematiche quotidiane, il dramma di essere piccolo e oggetto di scherno, di pregiudizi, di luoghi comuni, condendo il tutto con scene più che esilaranti.
Letteralmente, spettacolare!

sabato 30 agosto 2014

Una padrona fantastica


SCHIAVI
 

L'umanità spesso si sorprende per il mio bisogno di schiavizzare il prossimo, ma non tiene conto del fatto che io lo faccio per amore e che essere scelti da me è un'incommensurabile fortuna! Perché? Perché sono io (e io sono il tipo di persona che quando si arrabbia con qualcuno non cessa di fargli favori, ma smette di chiederli)!

Comunque sono una padrona fantastica, e quando impartisco un ordine lo faccio sempre con grazia! Non ci credete? Candidatevi e forse non vi scarterò, vi chiamerò “mio diletto” e vi concederò il privilegio di servirmi! Sarà magnifico, soprattutto per voi! Non pretendo nemmeno che cambiate nome.

Volete la prova?

A sei anni avevo fatto sottoscrivere un contratto di schiavitù perpetua ad Androide e Chiccachu, i miei fratelli (all'epoca ignoravo fosse nullo, essendo contra legem), e quando mia madre ha affrancato Chicca esercitando il malefico supremo potere genitoriale, lei (tre anni) si è messa a piangere finché Mater non ha acconsentito che fosse ripristinata la sua condizione. Visto? E' una meraviglia appartenermi!

Al liceo l'onore è toccato ai miei due migliori amici, che poi, dopo anni, ho affrancato per noia (uno, poveretto, dopo è morto. Non in senso fisico)... All'Università, mentre avevo ancora loro, ho ricevuto diverse richieste, ma mica accetto tutti: questi volontari non avevano i requisiti minimi! Per essere miei, bisogna anzitutto dimostrarsi persone interessanti! Brillanti, argute, spiritose! Se si è inutili e respirando si spreca l'ossigeno, addio! E anche se si è troppo servili (non posso farci niente se sono piena di contraddizioni) e ci si sottomette troppo in fretta...

Ogni tanto qualche mio collega si propone, ma ho già selezionato i modelli attuali, e per il momento li trovo soddisfacenti... Ma non voglio si adagino troppo sugli allori, ecco perché posso accettare un soggetto che li affianchi (non tra i miei colleghi, però... In generale, sono una categoria un po' noiosa e con scarsa immaginazione)... I suoi compiti saranno principalmente ossequiarmi, idolatrarmi, e reggermi la mano in pubblico, specie se indosso degli stupidi tacchi, sottolineando le mie entreé da creatura eccentrica. Naturalmente potrà anche inginocchiarsi davanti a me, se vorrà. Capisco che per uno schiavo sia stupendo e credo sia giusto fare qualche concessione a chi mi serve fedelmente.

Se ci fosse qualche anima interessata mi faccia avere il curriculum!

P.S.

Sì, oggi sono in vena particolarmente delirante...

giovedì 28 agosto 2014

Deliziati e a bocca aperta


ROSALIE BLUM
 di Camille Jourdy

Graphic novel francese in tre volumi, originale e delicata, gialla, sebbene priva di delitto (e un po' rosa, ma non in senso romantico), fatta di introspezione ed intimismo, di umanità e di grazia, ma anche di misteri, di dubbi, di colpi di scena.
C'è questo barbiere dall'aria simpatica e un poco goffa, Vincent, un tipo solitario, un uomo qualunque, che, chissà perché, comincia a seguire Rosalie Blum, una donna sulla cinquantina, che non conosce e che sembra tutto fuorché interessante.
La pedina proprio e si ostina imperterrito a seguirla, contro ogni ragionevolezza, pur non sapendo nemmeno lui per quale motivo (ma il motivo c'è, non è solo un pretesto narrativo, ed emergerà alla fine) solo perché ha l'impressione di averla già vista da qualche parte, ignorando dove.
Entriamo nella quotidianità e nella vita dei protagonisti, in punta di piedi, con discrezione, in un clima di dolce leggerezza. Ma ci sono anche questioni gravi, conflitti e tristezze... Se le guardassimo con occhio critico ci accorgeremmo di come sono spoglie, in apparenza, le loro vite, ordinarie, prive di fascino... Eppure ne siamo ugualmente attratti, persino ipnotizzati, proprio grazie al modo in cui ci vengono presentate: con un sorriso e un'alzata di spalle, illuminati da un raggio di sole.
E poi questo mistero, che a tratti dimentichiamo, ma che comunque ci incuriosisce. Quando lo risolviamo palpitiamo di entusiasmo: non ci aspettavamo qualcosa di così ben costruito e geniale. Non è solo per questo che siamo andati avanti, perché ci siamo goduti ogni pagina, perdendoci con piacere in ciascuna di esse, ma ora che sappiamo dove siamo andati a parare, ora che cogliamo il progetto narrativo nel suo insieme... be' siamo deliziati e a bocca aperta.
Nel corso della storia il punto di vista cambia, e questo è un motivo di fascino in più. La trama è bellissima e così i personaggi (la madre di Vincent ci rimarrà impressa in modo indelebile), la sua costruzione, l'atmosfera stuzzicante e briosa che si respira, così piena di verità sotto la superficie di zucchero, così grigia, sotto i colori pastello, ma vitale.
Peraltro, uno degli elementi di maggior suggestione e bellezza del fumetto, sono i disegni: particolarissimi, espressivi, incredibilmente ricchi di dettagli e di cose. Ci si smarrisce anche solo ammirando quel che c'è in un ambiente o appoggiato su un tavolo, si potrebbe restare ore a contemplarlo, scorgendo sempre qualcosa di nuovo. E quei colori delicatissimi, soffusi di tenerezza, ma capaci di incisività!
Uno di quei fumetti che vanno letti e straletti, e che ogni volta ci sembrano migliori.

martedì 26 agosto 2014

Piacevolmente adrenalinico e variegato


BENVENUTI A ZOMBIELAND
di Ruben Fleischer

(2009)
 

 
Perché qui, oltre ad ammazzare i morti viventi (e in merito a ciò ci vengono fornite un po' di utili regole per la sopravvivenza, che nei momenti cruciali, a mo' di manuale, risaltano sullo schermo) ci facciamo quattro risate!

Il film è ironico e parodistico, con un protagonista imbranatello, ma simpatico e peculiare (Jesse Eisemberg), affiancato da un red-neck (Woody Harrelson) coraggioso e battagliero e che alla fine si rivela pure tenero e generoso, e da due ragazzette furbette (Emma Stone e Abigail Breslin), alle quali inizialmente vorremmo torcere il collo, ma a cui tutto sommato poi ci affezioniamo. Stellare come cast per un horror, e davvero ben amalgamato, ma la vera perla deve ancora arrivare: Bill Murray, che qui interpreta se stesso (e forse è il suo ruolo migliore di sempre), sconvolgendoci e deliziandoci!

Se devo essere sincera, però, mi aspettavo di più da questo film: le premesse erano ottime, lo stile è brillante, il linguaggio creativo, i personaggi carini... Ci sono alcune trovate adorabili (ad esempio le bambine zombie dell'inizio) e delle sequenze persino migliori (la scena con la vicina di casa, la “battaglia finale”, quel che accade a casa di Bill Murray...), tuttavia, per quanto non si possa parlare di veri e propri cali di tensione, nel complesso la pellicola risulta un po' lenta, e a tratti eccessivamente sentimentaloide.

In parte questo può quasi essere considerato un pregio perché la morale di fondo, sebbene possa apparire scontata, nel contesto non la è così tanto, ci sta, ed è gradevole e accolta con gratitudine, però... Ecco, di per sé non basta e si poteva fare di più, specie a livello di risate, di spasso.

Il giudizio complessivo, peraltro, è più che discreto, e tra i pregi bisogna aggiungere la propensione a disarmare lo spettatore (le situazioni vengono spesso ribaltate), e il modo con cui è costruita la narrazione, con un montaggio un po' fuori dagli schemi.

Ci sono poi una buona dose di splatter (gli zombie, qui, sono di quelli veloci, rabbiosi, e pure ben allenati) e di tensione, e benché siamo più sulla commedia in salsa horror che su un catartico film di paura, io qualche spavento sono riuscita a prendermelo lo stesso.

Solo avrei voluto ridere di più, e magari anche un surplus di scene action. Quelle che ci sono, specie verso il finale, sono piacevolmente adrenaliniche e variegate, quindi abbondare un po' di più avrebbe potuto rivelarsi una scelta vincente.

Indubbiamente non siamo al livello de “L'alba dei morti dementi”, però non mancano tocchi di originalità e qualche momento spettacolare, e devo dire che alla seconda visione, a distanza di qualche annetto, la pellicola mi è persino piaciuta di più.

domenica 24 agosto 2014

La saga più bella di sempre


LA TORRE NERA
di Stephen King
 
 
L'uomo in nero fuggì nel deserto, il Pistolero lo seguì. Così inizia l'eptalogia di Roland, con il più bell'incipit della storia degli incipit! E continua ancora meglio, attraverso sette libri (e un romanzo, ma da collocarsi a metà, più un racconto-digressione), con una scrittura magistrale, personaggi sublimi, e la conclusione più splendida ed efficace di tutta la produzione kinghiana, che non solo non delude (a dispetto dei dubbi del Re), ma riempie il lettore di entusiasmo ed esaltazione!

Del resto, così deve essere, perché la Torre Nera non è solo l'asse attorno a cui ruotano tutti i mondi possibili, ma anche la saga attorno alla quale si pongono tutti i romanzi di zio Steve, che, di riffa o di raffa, ad essa sono collegati. Ne “La Torre Nera”, ritroviamo, a titolo di esempio: “It”, “Le notti di Salem”, “L'ombra dello Scorpione”, e poi quei volumi il cui legame è ancora più forte con il Medio-Mondo, evidente da subito, come “Insomnia”, “Cuori in Atlantide” o “La casa del buio”...

I libri sono sette più uno, più un racconto, dicevamo: nel primo, “L'ultimo cavaliere”, uno dei più belli, a cavallo tra Horror, Western e Fantasy, brevissimo e conciso (per i canoni di King), facciamo la conoscenza del nostro eroe, Roland di Gilead, dal passato doloroso, che ancora lo tormenta, e che è all'inseguimento di Walter, l'uomo in nero, appunto. Un cattivo tra i peggiori (ma non il più temibile di tutti), dall'aria pericolosa e ambigua, che in realtà già conosciamo, se siamo dei fan doc.

A colpirci sono soprattutto il mondo di Roland, tra il Far West e il Medioevo, in via di decadenza, l'atmosfera polverosa e i riferimenti velati a cose che in parte ci restano oscure. Come la Torre, appunto. O Roland stesso, così enigmatico e serio (mutuato sul Clint Eastwood dei primi film), straziante e romantico, un duro, ma pieno di contraddizioni.

Il secondo volume, invece, “La chiamata dei tre” è un po' noioso e lento, ma ha il pregio di presentare altri personaggi interessanti, che aiuteranno Roland a ritrovare un po' della sua umanità, a restituirgli parte di ciò che ha perduto. Qui ci muoviamo tra vari mondi, tra quello di Roland e il nostro, in diverse epoche.

Il successivo, “Terre desolate”, è forse il mio preferito, in cui cominciamo davvero a comprendere la missione di Roland, ad appassionarci alla sua missione, ad amarlo illimitatamente e a respirare il Medio Mondo nella sua pienezza. Del resto anche King sembra avere le idee più chiare, e ci fornisce coordinate più precise, più definite, mentre si alternano dialoghi splendidi a sequenze mitiche, che ci fanno godere fin nel midollo.

Per anni attendiamo il seguito, torturandoci e inseguendo le briciole che ci vengono gettate in pasto nelle altre opere di Zio Steve. E un po' lo odiamo, per quanto ci fa sospirare.

Poi, grazie al cielo, esce il quarto volume, “La Sfera del buio”, ed è meraviglioso, con un'incursione nel passato del nostro eroe, nella sua adolescenza (resa con delicatezza e magia) al fianco di Cutberth (che mi piace da pazzi) ed Alain, i suoi migliori amici, tra avventura e magia, crudeltà e terrori, innocenza, e l'amore per Susan Delgado, la fanciulla alla finestra, il cui nome rincorriamo sin dal primo volume... Una storia forte e dolorosa, che renderà Roland quello che è, e che innescherà i meccanismi che sono all'origine della Saga. In cui il Re Rosso, il padrone cui risponde l'uomo in nero, ci fa sempre più paura.

A seguire, tutti di fila, gli ultimi tre tomi: “I lupi del Calla”, “La canzone di Susannah” e “La Torre Nera”. Si leggono d'un fiato, a dispetto della mole, e le cose vanno velocissime (forse persino troppo). Quando finiamo siamo esausti, commossi, e ne vogliamo ancora, nonostante siamo al termine, sapendo che comunque non saremo mai sazi. A proposito, curiosità, tra i personaggi compare lo stesso King, e non in un cameo buttato lì...

Restiamo all'asciutto per qualche anno (consolandoci nel frattempo con gli adattamenti Marvel a fumetti, splendidamente illustrati, che, oltre a riproporre storie già vissute, colmano alcuni buchi narrativi, come la battaglia di Jericho Hill), poi, Zio Steve ci grazia, e ci regala “La leggenda del vento”, che, appunto, si colloca circa a metà saga. Non è niente di eccezionale, ma noi siamo contenti lo stesso, ci basta rivedere Roland e il suo Ka-tet (Eddie, Jake, Susannah, e il bimbolo Oy).

Nel complesso, dicevo, questa è la saga più bella di sempre: per la mitologia che ne è alla base, per le trovate, per l'impianto narrativo, percorsa da echi alla Tolkien e da riferimenti arturiani...

E poi ci sono alcuni fra i personaggi più belli mai conosciuti (Roland sopra tutti), che vediamo evolvere e instaurare tra loro legami sempre più forti... E ancora: descrizioni meravigliose, terrore totale, immaginazione, simbologia potentissima, epicità senza precedenti, momenti evocativi, ma anche ironia e divertimento, godimento puro, esaltazione eroica, colpi di scena Shakespeariani, la scrittura di King al suo meglio, profonda umanità, visioni da ucciderti, e un linguaggio creato per esprimere concetti peculiari che non trovano un corrispondente nella vita comune e che rendono la realtà narrativa più suggestiva (Ka-tet, Ka, Khef...) e... tante, tante, tante incommensurabili emozioni.

Dio, a pensarci mi viene da piangere di gioia e da masturbarmi insieme (no, arrangiatevi, non mi auto-censuro. Di norma evito espressioni volgari, ma in questo caso mi sembra il modo migliore per rendere il mio stato di venerazione).

A far parte della saga, comunque, c'è pure: “Le piccole sorelle di Eluria”, pubblicato per la prima volta nella collana “Legends”, in cui compare il solo Roland e che è un piccolo racconto horror a tema vampirico.

Tra le assonanze che si percepiscono nella saga, a parte i già citati Tolkien (e quindi “Il Signore degli Anelli” – si veda ad esempio l'occhio del Re Rosso) non posso non citare Thomas S. Eliot e la bellissima poesia di Robert Browning: “Childe Roland to the Dark Tower came”...

Misericordia, non ho detto neanche metà delle cose che dovevo dire, e ho già sforato di brutto come lunghezza... Concludo, allora, ricordando solo che i volumi sono meravigliosamente illustrati, e che la copertina de “La sfera del buio” e niente meno che di Dave McKean!

Lunghi giorni e piacevoli notti.

venerdì 22 agosto 2014

Un maleficio ufficiale standard


MALEFIZIO DA STAMPARE
 
 
No, è che questo è un periodaccio: non si trovano parcheggi e un po' sarà pure per il turismo, ma un po' è perché circolano un sacco di idioti. E di maleducati. E di maleducati idioti.

Gente che, per dire, occupa con una vettura lo spazio di tre, magari perché ha la fantasia, di mettersi in orizzontale, anziché di seguire le linee tracciate a terra con la vernice. Perché? Vallo a capire.

E, insomma, c'è chi mi ha chiesto se in questo caso è scriminato il comportamento di chi risponde con atti vandalici, minacce, danneggiamento od ingiurie. Eh, mi è toccato rispondere, moralmente può darsi di sì, giuridicamente no.

Quindi?

Quindi il consiglio è lasciare un malefizio.

Uno educato e proporzionato all'offesa, stampato su carta semplice o scritto a mano, divertente, ma deliziosamente evocativo, che permetta di recepire il messaggio, ma non distrugga psichicamente il destinatario.

Ed ecco che, dedita come sono al benessere sociale dei miei lettori, preparo qualche esempio già collaudato da stampare, ed eventualmente collocare sotto il tergicristallo del vostro persecutore.

Se voleste usare caratteri gotici probabilmente farebbero più effetto.



1

Questo è un maleficio ufficiale standard di tipo 1. Te lo sei guadagnato tenendo una condotta scriteriata ed irrispettosa dei bisogni altrui. E' peggio di una multa e si azionerà tre ore dopo che l'auto verrà messa in moto. Tanti auguri sadici e buone vacanze, a te e alle persone che viaggiano con te!

Si avvisa il destinatario che il maleficio di tipo 1 non può nuocere troppo gravemente alla salute. Si consiglia, peraltro, maggior urbanità per il futuro onde evitare di incappare in malefici di portata maggiore.



2

Invoco la potenza vermiforme della tenebra affinché punisca la tua condotta immonda e si abbatta su di te come il mare mugghiante sulla spiaggia catramosa. Pentiti! Redimiti! O il male si avvinghierà a te così profondamente che presto confonderai il tuo sembiante con quello di una putrida blatta, mentre la flatulenza rivelerà al prossimo la tua nerezza interiore.



3

A chi non rispetta il parcheggio,

potrebbe capitare di peggio,

ma per stavolta sei stato graziato,

perché solo un malefizio in rima hai guadagnato.

Abracadabra, un, due, tre,

che quel che fai agli altri spetti pure a te!


Baci e a dopodomani!

mercoledì 20 agosto 2014

Un meraviglioso spaccato della vita contadina


OTEL BRUNI
di Valerio Massimo Manfredi
 
 
Manfredi non mi piace. I suoi romanzi storici (quelli ambientati nell'Antichità Classica, di cui ho letto giusto “Lo scudo di Talos”, “Alexandros” o poco più) mi sono sempre parsi noiosetti, tipo compiti in classe mal strutturati, sterili, e pure pedanti e paternalistici. Insomma, non ero molto convinta di questo “Otel Bruni”, benché ne sentissi parlare con entusiasmo, anche da parte di gente del cui giudizio normalmente mi fido.

Eppure è stata una sorpresa.

Una bella.

Questo romanzo, diverso, per quanto ne so, dalla precedente produzione di Manfredi, offre un meraviglioso spaccato della vita contadina, dura e semplice, ma solida e concreta, e della famiglia Bruni, di cui ci narra le traversie, l'anima dolente, ma forte, e tanti personaggi dal sapore genuino (papà Callisto, mamma Clerice e la loro abbondante prole: due femmine e sette maschi, pur non riservando a tutti la stessa importanza). Un romanzo corale, dunque, che copre entrambe le Guerre Mondiali (con le loro tremende e sfaccettate implicazioni), affrontandole sotto profili inediti, straordinariamente umani e pieni di vigore, con brevità e profondità.

Lo stile dell'autore non mi fa impazzire, apparendomi a tratti un po' troppo manierato, un po' rigido, ma ci sono anche bei passaggi vibranti, molta intensità, e comunque ci si affeziona a questa famiglia, i Bruni, e a questo Otel senza l'acca, che in realtà è una stalla in cui si raccontano storie e ci si fa coraggio e compagnia.

Nel romanzo si scava nella memoria, antica e atavica, che ci pare manifestarsi sotto i nostri occhi, si lotta contro la povertà, si affronta la vita, si è solidali gli uni con gli altri, e, per quanto si può, si resta uniti, senza arrendersi e continuando a stringere i denti.

Non posso dire sia un capolavoro, non mi ha rapito il cuore o la mente, però sì, l'ho letto volentieri e l'ho apprezzato, anche nella sua ricostruzione storica che procede a pennellate veloci alternate a parentesi umane, dando spazio ai valori di un tempo, efficacemente resi, agli afflati superstiziosi e agli echi magici.

E comunque ci sono tanti dettagli rapidi e peculiari che mi hanno colpita e che conferiscono vividezza al quadro d'insieme, e che, quindi, si inducono a perdonare i piccoli nei. Senza contare che si legge in un attimo.

lunedì 18 agosto 2014

La trama regge ancora


V - VISITORS
(1983-1985)

Alludo alla serie Tv degli anni '80 (in realtà un TV movie, una mini serie e una serie televisiva) trasmessa su Canale 5, non al recente remake in due stagioni proditoriamente tagliato sul più bello.
Che diamine, cominciavo a tremare (in egual misura di piacere e di paura) sin dalla sigla, con quella musica in stile cuore che batte e la V rossa su sfondo nero, mentre mi faceva impressione (mandandomi in solluchero) assistere agli spuntini alieni a base di topini bianchi ingoiati vivi o alla pelle verde che rivelavano i Visitors in conseguenza di un graffietto!
Ho apprezzato l'aggiornamento del 2009, ma sono i vecchi personaggi e la vecchia trama, gustati quando ero piccula ed innocente, la mia vera passione!
Perché se la serie nuova è stata genialmente attualizzata con la paura del terrorismo a fare da sfondo, sostituendo così gli efficacissimi echi nazistoidi dei Visitors anni 80, restano comunque quelli a suggestionarmi davvero, a crearmi ansia e disagio, ed è solo lì che riesco ad interessarmi sul serio al destino dei malcapitati personaggi.
Poco importa che, a vederli ora, gli effetti speciali siano risibili (all'epoca, però – ero alle Elementari – mi provocavano autentiche urla, benché fossi assai meno fifona di adesso – una per tutte la lingua biforcuta della neonata Elizabeth, che per giorni mi era rimasta scolpita nelle pupille, e a seguire il parto – ora abbastanza ridicolo – del suo gemello verde e bitorzoluto, precocemente morto).
La trama, peraltro, regge ancora: ho rivisto le prime puntate (le migliori, più feroci e meno dispersive) una decina di anni fa, e le ho trovate ancora bellissime! La paura viene centellinata ad arte, secondo i ritmi televisivi, dosando al contempo la mole di brutalità e di orrore che lo spettatore medio può tollerare facendosi coinvolgere senza impazzire. Dandoci il tempo di affezionarci ai personaggi, prima di ammazzarli, ma tenendo in vita i più carismatici, offrendoci tante angolazioni e tante prospettive diverse, senza mostrare necessariamente tutto, ma lasciandoci immaginare molto.
Le puntate più belle sono proprio le prime (il TV movie, credo), in cui l'orrore arriva in sordina, la propaganda induce in inganno, il sospetto si fa strada in un crescendo di rivelazioni shockanti e gli scienziati vengono perseguitati (sono potenzialmente pericolosi, perché potrebbero scoprire che gli alieni pacifici appena atterrati, i visitatori, appunto, identici agli umani e portatori di tecnologia superiore e di un messaggio di pace, sono in realtà dei lucertoloni travestiti e assetati di carne... la nostra!). Il bello è che spesso i più crudeli sono proprio gli uomini, che colgono l'occasione per arruolarsi tra visitatori e schiacciare e sopraffare i propri simili. Per poi finir traditi. E magari mangiati o surgelati (sic!).
E' proprio in questa prima fase che si celano gli echi nazisti, perché i Visitors li evocano in tutto: dagli schieramenti armati ai metodi di rastrellamento, dalla seduzione che operano inizialmente sulle masse alle lusinghe. Del resto, ai tempi, si trattava del periodo più fresco tra quelli bui dell'umanità, e il parallelo risultava abbastanza fosco e immediato.
A poco a poco, però, gli umani capiscono l'antifona, cominciano a combattere e si organizzano nella Resistenza. Non senza perdite dolorose, tensioni, adrenalina, e stratagemmi.
Tuttavia, purtroppo, nel prosieguo, i toni si fanno più blandi e ci si perde un po' nel melodramma, nelle parentesi rosa, negli intrighi di palazzo (leggi astronave), anche se arrivano alcuni personaggi interessanti, come la Elizabeth adulta (Jennifer Cooke), figlia di un'umana (la stupida bamboccia Robin – Blair Tefkin) e di un Visitor, e dotata di poteri psichici e crescita accelerata.
Oltre a lei, ricordo soprattutto Mike Donovan (Marc Singer) e Juliet Parrish (Faye Grant), i principali protagonisti buoni, mentre a fare la parte del leone, tra i cattivi, svettava la perfida e fascinosa Diana (Jane Badler), che odiavo con tutta me stessa. E poi c'era Willie (niente meno che Robert Englud, ancora privo di artiglioni e faccia ustionata), timido e dolce, il Visitor buono, sebbene uno dei miei preferiti fosse l'umano Ham (Michael Ironside), ex delinquente che sapeva il fatto suo.
Però erano parecchi i personaggi ben caratterizzati che ti conquistavano pur durando pochi episodi, e per cui ti dispiacevi e soffrivi (la vecchia Ruby...).
In conclusione, per me questa serie, pur con tutti i suoi limiti e cali di tensione, resta immortale, e sinceramente non mi dispiacerebbe rivederla ancora una volta, da capo, per quanto rammenti molte scene a memoria...