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venerdì 20 marzo 2015

Un romanzo che graffia


IL BAMBINO CHE SOGNAVA LA FINE DEL MONDO
di Antonio Scurati


Il titolo è bellissimo, ma non allude ad un'opera horror o fantascientifica: il tema centrale, infatti, riguarda la pedofilia (o il Male, se vogliamo), ed è di ustionante attualità... Invero, siamo a metà tra un romanzo, un saggio ed un'inchiesta, con articoli di giornale che ogni tanto fanno da intermezzo... Eppure le descrizioni sono altamente evocative, tanto che spesso mi è parso di intuire echi leopardiani – ad esempio – opportunamente parafrasati...

Quello che ci viene presentato, dunque, è uno scorcio possibile, relativo alle conseguenze e implicazioni di una serie di abusi perpetrati ai danni di bambini dell'asilo in quel di Bergamo.

Ma è davvero così o è il clima da caccia alle streghe ad aver ingenerato il panico? Ad aver creato mostri inesistenti ingigantendo e snaturando la realtà? E quanto è degradata e sordida quella in cui viviamo?

Ci sono parallelismi, rimandi, richiami... E molte sono le accuse che finiscono nel mirino.

Il punto è che si tratta di questioni così delicate che non ci sentiamo di sottovalutarle, perché, davvero, dopo certi avvenimenti il mondo per un bambino può finire...

Oscilliamo dunque fra vari convincimenti, subito smentiti e ritrattati, alla ricerca della verità e attraverso svariate prospettive, che spesso, però, si contraddicono...

Abbiamo modo di riflettere e di mettere tutto in discussione (inclusi noi), vagolando nel dubbio e nell'incertezza...

Certo, non è un romanzo di intrattenimento, questo, pur ingentilito dallo stile. E' un romanzo che graffia, opprime e fa pensare, percorso da psicosi e ansie. E che ha i toni accesi della denuncia sociale, che analizza, che esamina, che giudica.

Antonio Scurati visto dal nostro vignettista


L'idea è indubbiamente interessante. L'unico neo (ma forse è voluto) è che il coinvolgimento emotivo – al di là di quello inevitabilmente determinato dall'argomento – è assai limitato. Non partecipiamo delle vicende dei protagonisti, semplicemente li seguiamo come seguiremmo una cronaca. Che sentiamo come vera, reale, a tratti confusa (non è un difetto: rispecchia il nostro modo di essere). Ma troppo distante. Perché segretamente e irrazionalmente siamo sempre convinti che questi fatti non tocchino noi, ma qualcun altro. Di lontano, remoto. Di sconosciuto.

Peccato.

Perché l'opera sarebbe stata probabilmente più efficace (e più facile) se avesse puntato di più sull'immedesimazione.

Nel complessso, comunque, l'ho letta volentieri e l'ho trovata stimolante.

Da leggere, anche solo per formarsi un'opinione.

giovedì 19 marzo 2015

La vita va così..

IL PRIMO ANNO DI MATRIMONIO DI WILLIAM WALKER
(a horror story)

di Matt Rudd


Non è un romanzo horror, eppure lo è: disperato e leggero, romanticocinico, autobiografico q.b. – per quanto inventato – divertente, e, sovente, foriero di preziosi consigli, nonostante la squisita (e a volte un po' eccessiva... eppure no) tendenza al delirio.
Il paragone con Bridget Jones sorge spontaneo, e se così non fosse viene comunque suggerito dalla copertina. In effetti gli elementi comuni non sono pochi: la narrazione diaristica, l'umorismo british, con picchi di assurdo, gli efficaci tempi comici (non siamo al livello eccelso della Fielding, ma nemmeno ne siamo lontani, anzi, in alcuni punti trattenere il sorriso è impossibile!), la professione del protagonista... solo che, finalmente, abbiamo il punto di vista di un masculo!
Non di uno particolarmente virile, va bene, ma chi li vuole, poi, quelli veramente virili? Il modello William Walker (intellettualoide, un po' schizzato, simpatico, premuroso, tenero e autoironico, con qualche momento di svergognata e goffa idiozia) è decisamente meglio!
In più, altra differenza rispetto a Bridget, William non è disperatamente single, ma felicemente sposato con l'amore della sua vita! Solo che non saranno ugualmente tutte rose e fiori quelle cui la coppietta andrà incontro!
Un po' perché, semplicemente, la vita va così... Un po' per sfiga, un po' perché il nostro ha “un problema con la gestione della rabbia” (ma non l'avremmo anche noi, al suo posto?), un po' perché... eh, ma qui svelo il colpo di scena finale!
Di cui, sinceramente, non c'era bisogno.
Non perché dia fastidio (tutto considerato ci sta, e spiega molte bizzarrie... e quella surrealtà esagerata che sovente fa capolino si amalgama bene col buffo contesto di fondo e crea un climax niente male, legato soprattutto alla “storia contenitore”), ma perché il libro si reggeva lo stesso e meravigliosamente sulle semplici sventure della quotidianità, che sono quelle di ognuno di noi, in fondo, e di cui è sempre bello poter ridere con qualcun altro!
Lo stile, poi, è delizioso, talvolta lapidario, talvolta impreziosito da amene digressioni (che, se opportunamente filtrate, possono persino rivelarsi utili: ai maschietti quanto alle femminucce). Non sempre le condivido e alcune mi sembrano addirittura folli... ma poi mi guardo attorno, e capisco che non è esattamente così...
C'è qualche calo di tensione ogni tanto, ma perdonabile, e poi forse dipende dal fatto che ho letto tutto di seguito, da brava ingorda!
Carinissimi anche i disegni stilizzati all'inizio di ogni capitolo, e le citazioni d'apertura...
E la conclusione, in fin dei conti, non è nemmeno così disperata come lasciava presagire il sottotitolo! Per fortuna, perché c'è stato un momento in cui ho pensato che la tensione mi uccidesse per la brama di sapere!

Curiosità: pare ci sia pure un seguito... Che mi propongo senz'altro di leggere!

mercoledì 18 marzo 2015

Una storia breve e semplice


UOMINI E TOPI
di John Steinbeck
E qual è la differenza tra gli uni e gli altri?
A volte nessuna... perché i sogni, i progetti di entrambi, sono piccoli e improbabili e comunque destinati ad infrangersi contro la realtà, che, purtroppo, sarà sempre più grande di loro...
Siamo di fronte ad una storia breve e semplice, tragicamente amara e dolorosamente metaforica, che ci toccherà per il suo lirismo e la sua intensità, per i suoi personaggi ingenui e innocenti, riempiendoci di significato.
Conosciamo dunque Lennie e George, due braccianti in cerca di lavoro nell'America rurale post '29: il primo un dolcissimo e sensibile ritardato mentale, costretto in un corpo enorme, dalla forza spropositata, che lui non sa controllare e che, nei suoi slanci d'affetto e di tenerezza, lo porta ad uccidere involontariamente gli animaletti che coccola... Il secondo, cui è legato da profonda amicizia, riflessivo e consapevole della miseria umana, lo indirizza e protegge, soprattutto da se stesso... Fino a che le circostanze non lo obbligano a prendere una decisione coraggiosa e crudele...
John Steinbeck, ritratto dal nostro vignettista

La storia è notevole, attraversata dalla fatica e dalla bellezza (che ci vengono mostrate, ma non descritte, come soltanto i grandi Scrittori sanno fare), ma è l'inevitabile finale che ci toglie il fiato: non solo perché è commovente e fa male, ma anche perché è “vero”, poiché esprime, in poche sintetiche sequenze, molte verità, difficili da ammettere, ma sempre brucianti... Perché è anticonvenzionale, inaspettato, in quanto ribalta i valori che abbiamo sempre coltivato, credendoli assoluti, e ci offre nuove regole, che, per quanto possano striderci a certi livelli, non possiamo che riconoscere come giuste e persino pietose...
Un romanzo che si legge in un'ora, dallo stile essenziale e privo di manierismi, ma che offre argomenti di cui discutere per una vita intera... E che anche quando ci sprofonda nella più nera solitudine, sembra in qualche modo illuminarci, riuscendo ad essere, al contempo, pieno d'amore...

martedì 17 marzo 2015

Anguille urlanti


LA STORIA FANTASTICA
di Rob Reiner

(1987)
 
 
Che sostanzialmente è una fiaba (piacevolmente parodistica e sopra le righe), mista ad avventura e ironia... Ed è fantastica perché c'è tutto: dall'Amore Vero, (la cui resa, anche concettuale, mi è piaciuta parecchio, benché i due innamorati siano abbastanza irritanti) alle tre classiche prove che l'eroe deve superare, il cattivo scialbo, la vendetta, e meravigliosi duelli!

Ho letto anche romanzo da cui è stato tratto il film (sempre di William Goldman, che qui fa lo sceneggiatore): non è proprio identico, ma, per una volta, ho preferito la trasposizione cinematografica! ...Così come per “Stand by me” (tratto da “Il corpo” del mio adorato Stephen King), sempre di Rob Reiner... e allora sarà forse merito del regista? Direi proprio di sì, quindi: lode a Rob Reiner!

Ad ogni modo... La pellicola è una di quelle della mia “infanzia”, una di quelle che ho amato e che continuo ad amare... Non tanto quanto “Star Wars”, “Indy” e “I Goonies”, magari, ma abbastanza per ricordarla con affetto e rivederla ancora adesso.

Rispetto al libro, il film è più rapido, divertente, e, per quanto la protagonista non sia proprio miss simpatia, anche i personaggi sono preferibili! E poi, diciamocelo, in questo caso i combattimenti “su carta” sono una gran flebo, mentre nel film... wow!!!

Certo l'escamotage del nonno (Peter Falk) che racconta la fiaba al nipotino malato (Fred Savage) è un po' datato (ma c'è anche nel libro), e all'inizio persino un po' noioso, ma è utile per saltare pezzi superflui, per accrescere il pathos, o per spezzare la scena... E anche a noi ad immedesimarci e contestualizzare!

Per il resto... Robin Wright, nei panni della più bella del reame (nel libro faticava a guadagnarsi il titolo), è un poco sciapa: insomma, anche se con qualche decina d'anni in più sulle spalle, è molto meglio ora...

Cary Elwes (alias Westley, il suo amato) è odiosetto e saputello, e sebbene il personaggio sia carino, di per sé, a me veniva spesso voglia di prenderlo a sberle...

D'altro canto, la cosa meno interessante proprio i due innamorati, sebbene la loro sia una storia appassionante. A spaccare, davvero, sono semmai i meravigliosi comprimari: sopra tutti Fezzik (il monumentale wrestler André the Giant), gigante buono e non troppo sveglio, e il mitico Inigo (Mandy Patinkin), sublime spadaccino che deve vendicarsi di chi gli ha ucciso il padre! Ma anche il cameo di Billy Crystal, che interpreta Max dei Miracoli, è adorabile, seppure si stenta a riconoscerlo con tutto quel trucco!

Alcune trovate, poi, sono deliziose, come anguille urlanti (ullanti) o le tre “T” della Palude del Fuoco... Gli effetti speciali ora sono inguardabili, ma pazienza, la trama regge e ci si fanno anche quattro risate, ci si emoziona (tanto) e non si vede l'ora di incontrare l'uomo con sei dita...

lunedì 16 marzo 2015

Uno di quei rari capolavori


RACHEL RISING
di Terry Moore
 

Che cosa amo di Terry Moore?

Tutto!

Il montaggio, la costruzione della trama, i disegni espressivi e intensi, la partitura delle vignette, varia e sorprendente, il mix di generi, e i personaggi, così incredibilmente umani, l'attenzione per “i diversi” (in molte accezioni), l'ironia, i cambi di registro, la coralità, i dialoghi incalzanti, le battute a raffica, la moltitudine dei punti di vista, e la positività che sempre, anche nelle situazioni più tragiche, fa da sottofondo a eventi e azioni...

E per questo, quando esce una sua nuova opera, sono sempre un po' titubante: da un lato fremo per le aspettative, dall'altro temo una delusione...

Ecco perché ho atteso così tanto per recensire “Rachel Rising”, perché paventavo di scivolare in facili entusiasmi... Ma, dopo aver letto il quinto volume, davvero ritengo che non sia più possibile avere esitazioni: “Rachel Rising” è fantastico!!!

Per tutti i motivi elencati su, e anche qualcun altro, magari, perché mi piace anche più di “Echo” (con “Stangers in Paradise” ancora non azzardo confronti, però)! Parecchio di più! E' più dinamico, più veloce, con personaggi più “speciali”!

Forse anche grazie al tema di fondo: le streghe, la morte, e quindi l'horror, il mio genere d'elezione! Con momenti di splatter assolutamente sorprendenti e prelibati, che soddisfano i sadici e deliziano i palati più esigenti!

Ma non è fine a se stesso: l'elemento di maggior interesse, come sempre, è dato dall'umanità delle protagoniste (sì, anche qui le donne ricoprono i ruoli principali), compresa la presunta futura madre dell'Anticristo!

In effetti, la graphic novel è perfetta fin dall'incipit, con Rachel che si risveglia morta e non sa perché... Ma i toni non sono sempre cupi (si parlava di mix di generi e di ironia): trovano spazio gag divertenti, affetti, sentimenti profondi, la quotidianità, e talvolta riflessioni etiche niente male...

E, naturalmente, più andiamo avanti, più siamo destinati a farci coinvolgere nella narrazione, ad incuriosirci, ad affezionarci ai personaggi...

Insomma, siamo al cospetto di uno di quei rari capolavori a più dimensioni, che solleticano la nostra immaginazione, soddisfano la brama di mistero, e intanto parlano al nostro cuore con franchezza, regalandogli emozioni e raccogliendone le confidenze...

Imperdibile!!!

venerdì 13 marzo 2015

Una riflessione sul lutto


THE RETURNED
di Jason Mott
 
 
Jacob è morto nel 1966, affogato.

Aveva otto anni.

Oggi ritorna dai suoi, Harold e Lucille Hardgrave, ormai anziani, e ha ancora otto anni, identico a com'era il suo ultimo giorno di vita.

Non è il primo morto che ritorna (il primo Redivivo), nemmeno nella nostra piccola cittadina americana. Il fenomeno, infatti, coinvolge il mondo intero, e non sempre è facile gestirlo: né a livello individuale, né a livello di politica mondiale... e spesso emergono isterismi di massa, paure, domande senza risposte e dolore. Troppo. Per il rinnovato cordoglio, per la fatica di accettare una realtà così assurda, così innaturale, perché non si conoscono né scopi né spiegazioni… Ma a volte i ritorni vengono accolti come seconde occasioni. Che, però, non tutti hanno, o non tutti vogliono avere...

La Serie Tv “Resurrection” vi si ispira, ma è come se non c'entrasse nulla. La questione non è data tanto dalla storia – che è diversa: come sempre la trasposizione televisiva è più complessa, con più personaggi e molte tracce e sottotrame parallele – quanto dal sottotesto.

Il telefilm è classificabile come fantascienza mescolata a drammi familiari, cogitazioni e azione. Il romanzo è condito allo stesso modo – con meno segreti e meno misteri – ma è soprattutto una riflessione sul lutto e su come affrontarlo, uno studio antropologico, individuale e generale, sulla morte e, se vogliamo, sulla tolleranza e sull'amore (e c'è persino qualche eco “nazista”).

E' intimo e profondo, pur non riuscendo ad azzannarti il cuore: ci sono punti in cui appare troppo ponderato, troppo placido e descrittivo. C'è della pesantezza, intorno alla storia, della dolcezza rarefatta, e a tratti affiora l'odio. Ma è come se mancasse qualcosa... una scintilla, forse. O un personaggio da amare incondizionatamente. Non che quelli che ci sono siano brutti... è solo che restano dei personaggi, appunto, senza riuscire ad elevarsi oltre alla dimensione meramente cartacea.

Bellissima, tuttavia, la spiegazione finale (che nella Serie Tv manca) sul perché ci siano persone che tornano e altre no. Potrà non soddisfare i più, ma costituisce il paradigma del romanzo, e, per quanto mi riguarda è coerente e onesta: la sola possibile per non “barare”...

Da sola vale l'acquisto, così come l'idea di base e alcune interessanti trovate nel mezzo, senza contare, che, comunque, la lettura è piacevole e fluida, e che l'argomento è davvero stimolante e meriterebbe ulteriori approfondimenti.

giovedì 12 marzo 2015

Amo follemente Borges!


LIBRO DEL CIELO E DELL'INFERNO
di Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares
 
 
Opera multiforme, onirica, divertente, squisitamente soggettiva, ma anche sagace e sognante...

Culturalmente divertente, spesso assurda, improntata sulla mai irrispettosa varietà, sull'erudizione e sulle strizzate d'occhio, a tratti permeata da risonanze psicologiche... Insomma, un milione di cose insieme!

Come ci informano gli autori nel prologo, è un'antologia necessariamente incompiuta, ma per questo ancora più stimolate!

Consiste in una raccolta di brani famosi, saggi, fiabe, poemi, ma anche di pseudobiblia, tra i cui autori, ad esempio, figurano personaggi di racconti di Borges (che, decisamente, se la spassa)...

Si spazia fra le varie tradizioni e mitologie (cristiana, norrena, ebraica, greca, araba...), soffermandosi sui cataloghi di inferni e paradisi (più didascalici e meno avvincenti, ma ugualmente interessanti), alternando osservazioni spirituali e riflessioni filosofiche, più o meno ciniche, di lunghezza diversa.

Il top si tocca con “Avvenire sferico” di I. A. Ireland (altro autore fittizio), logicamente ineccepibile, eppure foriero (per la gioia degli autori, che si fanno delle grasse risate) di adorabile non sense.

Anche se di norma non amo riportare i brani, per questo faccio un'eccezione, perché davvero meritata (è a pag. 88 del libro):

“Il Giorno del Giudizio Universale, le porte del Cielo si apriranno ai beati. Ed essi vi entreranno rotolando, giacché saranno resuscitati nella forma più perfetta: quella sferica. Così rivela Origene.”

In conclusione, e per onestà intellettuale, però mi tocca trascriverne anche un altro dal contenuto più elevato, che faccia da contraltare al primo: “Preghiera di una santa” di 'Attar, Memorie dei Santi, XII Secolo (pag 25 del libro):

“Signore, se ti adoro per timore dell'Inferno, bruciami all'Inferno, e se ti adoro perché spero il Paradiso, escludimi dal Paradiso, ma se ti adoro per te stesso, non negarmi la tua bellezza eterna.”

Consigliato.

E non solo perché amo follemente Borges.

mercoledì 11 marzo 2015

Bello da leggere


THE DOME
di Stephen King

L'idea di partenza è spettacolare: una cittadina americana, quella di Chester's Mill, che all'improvviso viene divisa in due ed isolata dal mondo a causa di un'enorme cupola invisibile, che vi viene calata sopra e che per fortuna lascia filtrare l'aria.
Come? Perchè? Ad opera di chi?
Non lo sappiamo: quel che è certo è che chi è fuori è fuori, e che chi è dentro è dentro, e che la faccenda genererà un sacco di problemi! Lotte per il potere, morti improvvise, domande, ribaltamenti di equilibrio...
E allora ci soffermiamo sul microcosmo in crisi, così caro allo scrittore del Maine, sulla cittadina della provincia e sulla sua nuova realtà allo sfascio...
Ad essere interessanti, infatti, non sono tanto le elucubrazioni legate alla cupola (a differenza del telefilm da cui è stato tratto, “Under the Dome”, che sinceramente trovo di una noia mortale, per quanto sia scritto da Brian K. Vaughan, che annovero tra i miei fumettisti prediletti), quanto piuttosto le dinamiche che si innestano tra gli abitanti rimasti all'interno, anche perché abbiamo un discreto numero di mine vaganti...
Non mancano il ragazzino psicopatico e assassino, il cattivone subdolo e manipolatore che brama il comando (niente meno che un venditore di auto usate, anche se con altri lucrosi e disdicevoli “hobby”) e, per quanto il romanzo sia fantasticamente corale, neppure l'eroe: Barbie, al secolo Dale Barbara, un ex-militare.
A differenza che nella Serie Tv, in cui i personaggi sono piuttosto piatti e irritanti, e in particolare il protagonista (che non regge il confronto con il carisma dell'infido rivale), come sempre in King costituiscono invece uno dei motivi di maggior propulsione narrativa. Semplicemente perché vogliamo stare con loro, amarli, conoscerli meglio, e affrontare insieme il destino cui andranno incontro.
Notevoli, dunque, gli approfondimenti psicologici e le loro descrizioni, splendido il contesto, belli gli sviluppi, tante le emozioni, anche se...
Ad un certo punto la storia pare arenarsi. Verso la fine, quando arriva il cliffhanger e si preparano le spiegazioni. Che di per sé, nella fattispecie, non sono neanche terribili, eppure... eppure guastano qualcosa. L'esaltazione scema. E non si tratta solo del finale in sé, ma proprio dell'atmosfera, che pare prendere una china di stanchezza (in questo senso Vaughan ci lascia sperare in qualcosa di più)... Peccato.
Ma il romanzo è bello da leggere, nel complesso è più che valido, seppur con qualche pagina di troppo, e su tutto troneggia l'umorismo di King, che ci strizza continuamente l'occhio. A partire dai nomi che sceglie per i suoi antagonisti: perché se da un lato abbiamo Barbie, dall'altro troviamo... niente meno che Big Jim!

martedì 10 marzo 2015

Un cumulo di sofferenze


IL TUO NOME SULLA NEVE
di Clelia Marchi

(Gnanca una busia)
 

Misericordia!, questo ho sospirato all'inizio.

Sia perché non è facilissimo leggere un libro così sgrammaticato (i curatori non hanno voluto intervenire sul testo per non alterarne l'autenticità), sia perché, di fatto, è un vero catalogo di disgrazie.

Sta povera donna, la scrittrice, una vecchietta che ha fatto appena la seconda elementare (e se ne scusa), ci racconta di se stessa, della sua vita, che, decisamente, è stata un cumulo di sofferenze.

E' nata nel 1929 in una famiglia povera, circondata da gente ancora più povera, in cui si patiscono freddo e fame, e l'unica prospettiva è spaccarsi la schiena tutto il giorno per poter patire altro freddo e altra fame.

A sedici anni, la signora Marchi si è “sposata” con uno al cui confronto i suoi erano benestanti. A questo punto ha cominciato a scodellare figli, a ripetizione. E se lei comunque era contenta, perché amava i suoi bambini, al contempo i piccoli rappresentavano un problema, una bocca in più da sfamare, tanto che il buon senso (e i familiari acquisiti) consigliavano “l'abbordo”. Naturalmente, col tempo, quattro degli otto figli muoiono. Naturalmente poi il marito, l'unico grande amore dell'autrice, viene investito da un'auto e muore pure lui (e da lì nasce la brama di scrivere, per affrontare il dolore della perdita). Gesù! Da tagliarsi le vene.

Ma allora perché leggere questo libro?
 
 
Personalmente del fatto che sia scritto su un lenzuolo non mi importa un bel nulla. Ma questo non significa che non abbia apprezzato la lettura. E' notevole, infatti. A prescindere dal lenzuolo.

Intanto ha un grande valore come testimonianza di un tempo che non è più, di una realtà che noi a stento riusciamo ad immaginare, di un diverso modo di essere, di vivere, e di pensare. E alla fine, nonostante il mio fastidio iniziale, condivido persino la scelta dei curatori di non alterarne il linguaggio, che comunque non è privo di una sua rozza poeticità, e che, soprattutto, è sincero da far male, accorato, dolcissimo, vibrante, denso di afflati lirici, a suo modo. Bello, persino.

Inoltre l'opera costituisce un valente spunto di riflessione. Per due motivi, essenzialmente: il primo è che ci permette di realizzare davvero che la nostra, chiunque noi siamo, nonostante tutto, è sul serio una vita di svergognato benessere, in cui diamo ogni cosa per scontata e ci rammarichiamo se, che ne so, possiamo andar a mangiar fuori solo una volta a settimana (sapete che facevano i bambini quando le mucche defecavano per strada? Ci andavano a mettere dentro i piedi, per scaldarseli almeno un momento). In secondo luogo, e soprattutto, perché la signora Marchi risponde per noi ad una domanda di quelle cruciali, con la “d” maiuscola: ossia, a che pro vivere se non facciamo che patire e tribolare?

Per l'amore, ecco perché.

Perché l'amore vale tutto.

E la nostra coraggiosa vecchietta è così sincera che non possiamo che crederle.

lunedì 9 marzo 2015

Tom Cruise diventa se stesso


EDGE OF TOMORROW
di Doug Liman
 
 
Della serie repetita iuvant, sia ai fini della prosecuzione della trama, sia per il nostro goduto diletto! Siamo, infatti, in un film a metà fra “Fanteria dello spazio” (lottiamo contro alieni aracnoidi ultrapotenti che vogliono conquistarci... solo che qui non sono su Marte, ma in Europa – sebbene, suppongo, dal punto di vista di un americano la solfa non cambi poi molto –) e il buon vecchio “Ricomincio da capo” (con il medesimo giorno che si replica all'infinito)...

Ma non è una vacua, trita riproposta di antichi fasti: la pellicola funziona, ed è notevole! La trama, nonostante le premesse, è stuzzicante, persino innovativa, il ritmo galoppa, spruzzato di gag (e, sì, a volte ho ridacchiato), e anche se siamo al cospetto di un blockbuster (con tanto di effettoni speciali, seppur non invadenti) non possiamo ricondurlo ad un freddo polpettone senz'anima!

E' vero, è costellato di richiami videoludici, ma per una volta non guastano, soprattutto grazie all'ottimo montaggio e alla considerevole dose di adrenalina che ci inoculano in corpo! Persino la trama è ben costruita: le ripetizioni non pesano ed anzi vengono sfruttate al meglio!

Invero, se vogliamo, nelle sequenze iniziali possiamo scorgere persino una denuncia antimilitarista quando ci viene mostrato quell'infame carnaio che è la guerra (seppure sia “giusta”, inevitabile e determinata dalla sopravvivenza) in cui squadre di uomini non adeguatamente addestrate vengono, di fatto, miseramente condannate a morte... Qui c'è la circostanza che il nemico era proditoriamente informato (più o meno), okay, ma fioccavano altresì i decessi dovuti al malfunzionamento delle tute o altre amenità... Per tacere della consueta, snervante ottusità in seguito dimostrata dai militari!

Mirabile, poi, la progressiva ed esaltante evoluzione del protagonista, il Maggiore Cage: da vigliacco ad eroe, che potremmo riassumere con un: Tom Cruise diventa se stesso (o quello che ormai ci ha abituati a percepire come sé) e comincia a spaccare, in ogni senso... Ma, bisogna riconoscerlo, anche nella parte del codardo era credibile dal punto di vista recitativo e se la cavava benone!

Inoltre, altro pregio, ci viene risparmiata la pallosa storia d'amore con Rita/Emily Blunt... Tuttavia il legame in fieri s'intuisce, aggiungendo qualcosa alla pellicola, sempre più avvincente man mano ci avviciniamo al finale (bella la faccenda della squadra).

Bravi gli interpreti, bravi “i ragazzi” dietro la telecamera!

venerdì 6 marzo 2015

Il mio amico Gian


GIAN MARIA FERRARIS
 
 
Oggi mi sento particolarmente buona, e ho deciso di fare un regalo all'umanità!

Va beh, il regalo non lo faccio io, però io lo segnalo, da brava promotrice di cultura e di bellezza quale sono (Ha! Ha!).

Dovete sapere, infatti, che il mio Gian (mio nel senso che, insieme alla Scimmia, è il mio migliore amico) canta... Ma non come un comune mortale: la sua è una delle voci più potenti, meravigliose e belle che abbia mai sentito e ascoltarlo equivale ad avvicinarsi all'Assoluto, al Noumeno kantiano: non importa quanto tu sia barbaro e musicalmente ignorantello, Gian ti fa vibrare l'anima!

No, non sto esagerando, per quanto di consueto mi esprima con un linguaggio iperbolico! Non ci credete? Verificate! Perché, ehi, Gian è andato in sala di registrazione e ha inciso la sua voce per noi!

Naturalmente, sentirlo dal vivo è un'esperienza più trascendentale, ma anche così restano ferme le mie considerazioni!

 
Questo è il momento
 
 
Go the distance
 
Le jazz hot


Calling you


Nuovo cinema paradiso
 

(se il MPM non avesse provveduto a miracolare il collegamento con i suoi poteri tecnologici, basta andare su You Tube e digitare “Gian Maria Ferraris”... Ma se MPM fosse particolarmente buono e ispirato potrebbe mettere i video direttamente sulla pagina...)

 
Per chi fosse ancora qui, ecco un po' di "dati tecnici" e due aneddoti:



Gian, al secolo, è Gian Maria Ferraris, un tenore leggero (nonché prof. di filosofia), che studia canto da mille anni, e ha all'attivo diverse esibizioni: una delle più coinvolgenti lo ha visto partecipare, nel 2007, in Piemonte – in quel di Verbania e dintorni – al musical “Cats”. E anche se le sue capacità di ballerino erano così deprimenti che la regista lo aveva piazzato su un masso con l'ordine di rimanerci, la sua voce era indimenticabile!



E ora veniamo agli aneddoti:

Il primo risale all'infanzia... Io, 6 anni, aspiravo (tra le altre cose) a fare la cantante, ma ero alquanto stonatella. La madre di una mia amica – che suonava il piano e un po' “se ne intendeva”– si era premurata di farmelo notare, precisando che io ero un disastro (confermo) e semmai il cantante avrebbe potuto farlo il bambino-fenomeno vicino all'altalena, quello che, a richiesta degli amichetti, intonava la canzone di Mary Poppins incantando tutti gli astanti, inclusi gli adulti.

Ovviamente ho storto il naso, disgustata, ma sono andata anche io ad ascoltare il bambino-fenomeno. Mio malgrado, ho constatato che aveva una voce stupenda, così gli ho giurato odio eterno facendo dentro di me una risata come Fantaman, ma cattiva. Odio eterno, HA! HA! HA!

E poi il maledetto era antipatico, poco ma sicuro!

Al Ginnasio, a distanza di otto anni, ho conosciuto Gian e un giorno l'ho sentito cantare. Gli ho fatto presente che prima di allora mi era capitato solo una volta di udire una voce all'altezza della sua... secoli prima, nei pressi dei giardinetti dell'asilo di Loano: un mocciosetto malefico (io non lo conoscevo, ma si vedeva dalla faccia) che si dilettava con Mary Poppins...

Ebbene, il mocciosetto era lui.

L'irritante bambino-fenomeno.

Lo abbiamo scoperto qualche minuto dopo...

'Cipigna.



Il secondo aneddoto, invece, riguarda i tempi dell'università: una sera siamo andati in un pub-karaoke, con degli amici... Era pieno di fumo e di caos, e nessuno badava a chi impugnava il microfono, se non per fare il conteggio di quando sarebbe toccato a lui. Poi si è esibito Gian.

Si sono zittiti tutti e quando ha finito è calato il silenzio.

Il tempo sembrava essersi fermato.

Poi il locale è esploso in applausi fragorosi e hanno cominciato i “bravo”, i “fantastico”, le urla di giubilo e le richieste di bis! Non importava a nessuno che ad ogni tavolo spettasse un turno solo: Gian doveva cantare di nuovo!



E con questo, baci e a lunedì!

Vado a riascoltarmi Gian, che mi è proprio venuta voglia.

giovedì 5 marzo 2015

Dialoghi rapidi e perfetti


MILDRED PIERCE
di James M. Cain
 
 
Di quest'autore avevo già letto “Il postino suona sempre due volte” e dato che lo avevo apprezzato parecchio, anche per ragioni stilistiche, non ho potuto resistere all'acquisto di questo secondo romanzo (che per quanto ne so potrebbe pure essere precedente), con il quale, peraltro, i punti in comune non sono tantissimi... Oppure sì, a seconda di come lo si guarda.

Per i miei gusti “Mildred Pierce” vira un po' troppo sul melodrammatico, ma confermo che mi è piaciuto per la sua prosa dettagliata, ma asciutta, capace di creare atmosfera, per i suoi dialoghi rapidi e perfetti, e per l'ambientazione, ossia l'America provinciale negli anni immediatamente successivi al 1929, benché, a suscitare autentico interesse sia la protagonista, Mildred Pierce, appunto, una donna intraprendente, rispettabile, pratica e volitiva, la cui colpa maggiore è di amare troppo – e pure morbosamente – la spregevole figlia Veda, autentica serpe infingarda (o soprano di coloritura, che, secondo la definizione di uno dei suoi maestri, è pressoché la medesima cosa)...

I temi del romanzo, infatti, sono principalmente due, intimamente legati: in primis, la riscossa economica della protagonista che, cacciato il marito adultero, ex benestante, e rimasta sola con due bambine con una casa ipotecata su cui gravano debiti e nessuna specifica competenza, forte solo del fatto di essere un'ottima cuoca e una brava casalinga, riesce a tirarsi su le maniche e a mettere su un'impresa più che fiorente... E, in secondo luogo, il rapporto con la figlia maggiore, Veda, altera, calcolatrice e perfida (a dir poco), che, appena dodicenne (ma presto crescerà... peggiorando), disprezza il lavoro della madre, che pure l'adora e non le fa mancare nulla...

Naturalmente non è tutto qui: ci sono amori (complicati e intrecciati ai filoni principali, con almeno un risvolto prevedibile e, insieme, atrocemente scioccante) e amicizie, unitamente al bel quadretto, non sempre idilliaco, dell'epoca... e poi, pur senza omicidi, una ferocia graffiante, tutta donnesca, che a tratti lascia basiti.
 
James M. Cain, nella caricatura del nostro vignettista

Un romanzo appassionante e stranamente femminista, in cui gli uomini non sono mai personaggi positivi (nonostante la tenerezza che talvolta ci induce Bert) e tendono anzi ad essere strumentalizzati, fagocitati e a collezionare ben magre figure... Specie se paragonati a Mildred, su qualunque piano!

In quanto a sua figlia... è così ingrata, spocchiosa e vuota da risultare persino poco verosimile (nonostante i suoi meccanismi mentali siano descritti magistralmente). Ma non per questo risulta meno interessante...

mercoledì 4 marzo 2015

Quel freddo senza speranza

FORTITUDE

Secondo il Mio Perfido Marito io ho una propensione per le serie lente in cui non si capisce niente. Può darsi che sia vero, perché in effetti sono quelle che più di tutte riescono ad incuriosirmi. Con “Fortitude” siamo a metà stagione (in totale gli episodi saranno 12), quindi è possibile che presto i nodi vengano al pettine (qualche mistero si comincia ad intuire fin d'ora) e che le contraddizioni divengano l'altra faccia della logica, ma non posso negare che al momento ci siano parecchi punti oscuri, ed infatti mi sta avvincendo tantissimo!
Mi piacciono: l'atmosfera rarefatta della regione artica; quel freddo senza speranza, che ti gela le ossa e l'anima e che amplifica il tempo e lo spazio, sin quasi a dissolverli, ricostruendoli in una dimensione nuova, con esigenze altre, permeate dal sublime e dal silenzio; la piccola comunità fuori dal mondo con le sue regole a parte (se per qualunque necessità si vuole tornare nel continente bisogna chiamare l'elicottero) e che, naturalmente, è sempre vissuta in una bolla di apparente tranquillità... come in una di quelle pallette di vetro in cui, quando le scuoti, precipita la neve; il pericolo costante dato dagli orsi polari (guai a girare senza armi!); il modo con cui viene costruita la trama, che ammassa quesiti su quesiti, lasciando ipotesi sospese, più che fornire risposte e che, in un certo qual senso, si frammezzano al ghiaccio perenne e poi si sommano ad altre piccole stranezze, a volute incongruenze... ma, forse, ciò che apprezzo di più, come sempre nelle serie riuscite, sono i personaggi, meravigliosamente “chiaroscurati”, quasi tutti biechi peccatori...
Intendiamoci, non ce n'è uno che mi sia simpatico (con l'eccezione di Eugene Morton alias l'eclettico Stanley Tucci, ossia il motivo che ha spinto il MPM a propormi questo telefilm, che, peraltro, non è del paese), ma sono così “veri”, così “brutti”, così lontani da quella sterile patinatura americana che ce li fa apparire tutti uguali e privi di spessore, rea di farceli sentire come immensamente distanti!
Al centro della vicenda, come spesso avviene, un omicidio.
Ma forse non solo uno, e in più dei reperti misteriosi, fossili, e un'epidemia che va diffondendosi. E intanto – e prima, e non solo dopo, come di solito accade, quasi che la rete degli avvenimenti avesse cominciato a spiegare i suoi rotoli di seta in anticipo, rendendo il tutto inevitabile – noi possiamo sbirciare nelle vite degli altri: negli amori non corrisposti, nei tradimenti, nei sensi di colpa, nei tormenti di questo piccolo microcosmo (715 abitanti) in cui noi saremo sempre degli intrusi.
Come Morton, appunto, detective inviato da Londra (in questi casi, come in “Twin Peaks”, “Top of the Lake”, “Broadchurch”, etc., c'è sempre un detective che viene “dalla grande città”) e accolto con diffidenza, se non addirittura ostilità. Eppure capiamo subito che è uno in gamba, più avanti di noi, un poco sopra le righe, e che di lui ci possiamo fidare...

P.S.
Nel cast anche Christopher Eccleston, ex Doctor Who, e qualche altra chicca per i regolari fruitori di Serie Tv!

martedì 3 marzo 2015

Tanta adrenalina


MORTE E VITA DI BOBBY Z
di Don Winslow

Un romanzo che è una scheggia: azione pura, con in mezzo dialoghi spiazzanti e veloci... davvero godibile, nonostante i colpi di scena prevedibili (a parte il bambino... chi diavolo se lo aspettava il bambino?). Inoltre, noi lo sappiamo, è sempre possibile che tutto finisca male (con Don non si sa mai, ogni tanto si diverte a strapparci il cuore, sebbene non arrivi ai livelli di sadismo di George R.R. Martin)!
Originale e stimolante, invece, il punto di partenza: Tim, detenuto ed ex marine, che si è appena beccato una condanna per omicidio volontario (e quindi, ergastolo e conseguente promessa di uccisione da parte degli amici del defunto), fa un accordo con i federali: spacciarsi in per Bobby Z, re della marijuana di Laguna Beach. Il patto prevede che verrà essere consegnato a Don Huertero, temibile boss messicano, in cambio della libertà. Ma le cose non sono così semplici... E nessuno ha detto a Tim che Huertero, di Bobby, vuole innanzitutto vendicarsi...
Insomma, ci sono tutti gli ingredienti classici di Winslow: droga, violenza (questa volta più quella paventata di quella mostrata), sparatorie, belle donne di carattere, soldi, ma soprattutto tanta, tanta, tanta adrenalina.
Don Winslow ritratto dal nostro autore
Azione pura, dicevo, che scorre sulla carta più veloce di un film, grazie allo stile dell'autore: asciutto e rapido, frizzante, condito con battute brillanti, dal sapore squisitamente verace.
Questa volta, in più, c'è anche un bambino di sei anni, dicevamo, ed è un capolavoro: nel suo coraggio come nella sua ostinazione...
Uno dei libri migliori di Don, per quanto mi riguarda: ti conquista da subito e non ti lascia un istante di respiro!

lunedì 2 marzo 2015

Crudeltà ed eroismo in un'ambientazione steampunk


SARIA 1 e 2

di Jean Dufaux, Paolo Eleutieri Serpieri e Riccardo Federici


Venezia. Non la nostra, una a metà fra futuro e passato, in cui ancora governano i dogi, ma non c'è alcuna verità storica: “solo” immaginazione, potente e fantasmagorica, dal sapore esoterico, misterioso e soprannaturale.

Il prinicipe Asanti, ormai agonizzante, consegna alla figlia Saria (naturalmente bellissima) le preziose Tre Chiavi: una si apre sul nulla, le altre conducono rispettivamente all'inferno e al Paradiso. Manco a dirlo, la detenzione di queste è pericolosa: sulle loro tracce l'angelo Galadriel (che ci ricorda più un demone) e il doge di Venezia, spietato e malvagio...

C'è tanto di già sentito, ma anche tanto di originale: epicità, avventura, bellezza e mostruosità, crudeltà ed eroismo, mescolati in un'ambientazione steampunk, in una trama che è piacevolissima da leggere, raccontata con il tipico stile dei fumetti franco-belga...

Certo, a colpire sono soprattutto i disegni: plastici, intensi, magniloquenti, dettagliati e con una colorazione perfetta!

Nel secondo tomo Federici sostituisce Serpieri, ma lo fa egregiamente, in un trionfo di visionarietà e morbidezza... e se, pur apprezzando Dufaux dai tempi di “Murena”, in principio avevo l'acquolina in bocca soprattutto per via dell'autore di “Druuna”... alla fin fine Federici mi ha entusiasmata persino di più, per la sua maggior dinamicità!

Le tavole di entrambi, ad ogni modo, sono meravigliose ed ogni vignetta pare un quadro incorniciato sulla pagina... Da avere.