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lunedì 23 novembre 2015

Persone che ci fanno compagnia


L'UOMO CHE SCAMBIO' SUA MOGLIE CON UN CAPPELLO
di Oliver Sacks
 
 
Mi aspettavo buffi racconti surreali, invece ho avuto degli acuti saggi neurologici... Veri. E mi sono piaciuti moltissimo!

In principio si presentano come storie bizzarre, alcune non troppo preoccupanti, persino divertenti, sotto un certo profilo, altre... altre meno. Ma sono sempre affrontate in modo clinico e umano insieme, con rigorismo scientifico, acribia e attenzione, ma anche dolcezza, comprensione, e solidarietà.

In alcuni punti viene quasi da commuoversi.

Per giunta Sacks scrive bene, con semplicità screziata di purezza poetica, e benché molti riferimenti medici mi sfuggano, posso consolarmi con quelli letterari (in particolare al mio Borges) e filosofici...

Oliver Sacks ritratto dal nostro vignettista

E intanto ci vengono aperte le porte di un mondo nuovo, la neurologia, che, prima, non distinguevo più di tanto dalla psichiatria.

Ciò che mi ha colpito, in particolare, è come certe patologie possano essere atroci e invalidanti, creando conseguenze più dannose di una disabilità, anche sul piano emotivo, e di come, tuttavia, siano misconosciute e ignorate, perché rare, e finiscano addirittura per privare chi ne è affetto del sostegno del prossimo (si veda, ad esempio, la disincarnata, la coraggiosa ventisettenne che ha perso la propriocezione, ossia la capacità di riconoscere il proprio corpo nello spazio)...

E di come altre, invece, finiscano per arricchire la personalità del soggetto, offrendogli, in qualche modo, una vita più ricca, più intensa, tanto che alla fine il paziente si affeziona al suo disturbo e rifiuta di essere curato (ad esempio Ray – per il week-end, almeno – con la sindrome di Tourette).

Ma la verità è che Sacks non si limita ad illustrarci casi affascinanti e a discuterli con noi, conservando lo stupore dello scienziato e la volontà di trovare una soluzione... Piuttosto ci permette di conoscere delle persone, e a molte noi ci affezioniamo, altre ci riempiono di luce. E ci dispiace salutarle, a fine capitolo, perché vorremmo continuare a far loro compagnia.

Un volume splendido e profondo, da evitare, però, se si è ipocondriaci...

venerdì 20 novembre 2015

Anche il the aiuta

IL LAGO
di Banana Yoshimoto


Al di sopra della media degli ultimi romanzi della Yoshimoto, non eccezionale, ma gradevole e poco impegnativo.
Almeno sulla superficie.
Sotto, invece, ci sono diverse cose che nuotano e si dibattono. Che non bastano a fare di questo un romanzo irrinunciabile, ma che comunque si fanno apprezzare.
La storia è quella di un legame che assume le forme dell'amicizia, ma che poi si scopre di essere amore, benché non si riesca subito a chiamarlo col nome giusto, vista l'impalpabilità dei sentimenti più profondi e la natura stessa dei protagonisti.
I due innamorati, infatti, Chihiro e Nakajima, sono entrambi anime tormentate e peculiari, quindi, per prima cosa, dovranno sforzarsi di affrontare i loro traumi, possibilmente attraverso la condivisione e la fiducia (con un piccolo aiuto dal passato)...
Come al solito lo stile della Yoshimoto è fresco e leggero, dall'incedere tranquillo, frantumato nell'indeterminatezza, in cui le ferite, pur evidenti, in un certo senso si ricompongono, pur bruciando ancora, e vengono accettate e lasciate procedere secondo il loro ritmo.
Ci sono tocchi soprannaturali, non spaventosi, ma vivificanti, ed echi disturbanti, che, pur evitando l'esagerazione, ti lasciano basito e contribuiscono ad amalgamare la trama in modo coerente.
E poi c'è la natura (il lago specialmente), contemplativa, mutevole, dalle valenze esistenziali, che ti aiuta a riflettere e a trovare la dimensione che stai cercando, magari senza esserne conscio. Ma anche il the aiuta, quando è buono e viene consumato nel contesto giusto.
All'inizio ho faticato un po': mi pareva sempre la solita solfa, la trovavo poco appassionante, banale. Ma poi... qualcosa si è smosso, forse mi sono semplicemente sintonizzata, e la scrittura ha cominciato a scorrere velocemente, la storia ad ingranare.
In qualche punto mi ha persino colpita.
Senza illuminarmi, va bene.

Ma, in fondo, basta accontentarsi.

giovedì 19 novembre 2015

Il pianeta dalle inquietanti domande

IL PIANETA PROIBITO
di Fred McLeod Wilcox
(1956)


Capolavoro del Cinema e della fantascienza, con echi shakespeariani e qualche risvoltino in salsa horror, una fanciulla innocente e discinta, e grandi domande filosofiche (e psicoanalitiche) che spaventano e fanno riflettere, regalando un profondo quid pluris alla trama.
Siamo in piena missione spaziale (e al comando abbiamo un Leslie Nielsen figo, serio e giovane, che se la cava egregiamente in questo ruolo drammatico) quando atterriamo su Altair IV, un lontano e misterioso pianeta, nonostante l’unico superstite della precedente spedizione, il Dottor Morbius, stabilitosi in loco, ci diffidi e ci inviti ad andarcene… Il nostro scopo, tuttavia, è proprio quello di capire che è accaduto alla Bellerofonte, appunto la precedente spedizione, partita vent’anni prima e di cui non abbiamo più sentito nulla…
Facciamo la conoscenza di Morbius, dunque, del mitico e stupefacente Robby il Robot (chi non ne vorrebbe uno, viste le sue straordinarie caratteristiche?) e di Alta, la figlia di Morbius, una sorta di versione bionda e giuliva di Biancaneve, solo più ingenua e svestita, che, naturalmente, non ha mai incontrato un uomo dal vero, a parte suo padre… Ebbene, ora ce n’è una navicella piena, di masculi, tutti giovani e aitanti, che non vedono una donna da un circa un anno e che quindi non potranno che spasimare per lei…
A parte questa buffa parentesi (peraltro trattata con grazia) veniamo a conoscenza degli stupefacenti studi del Dottore, dei tragici e improvvisi decessi degli altri uomini e donne atterrati vent’anni prima, mentre ci poniamo alcune inquietanti domande e… di nuovo iniziano le morti. Apparentemente inspiegabili e violente.

Il fascino de "Il Pianeta Proibito" nell'illustrazione del nostro artista.

In realtà, se in principio la pellicola può apparire datata (anche per gli ovvi limiti degli effetti speciali – all’epoca, invece, rivoluzionari), nel prosieguo acquisisce fascino, rivelando una notevole attenzione per la fotografia e conquistando definitivamente lo spettatore con le vicende narrate, ricche di interrogativi, che, quando si dipanano, si dimostrano ancora più stimolanti di quanto ci si sarebbe spettati.
Pure le varie trovatine (le proiezioni di Alta, la sua immunità, le performance di Robby…), i colpi di scena e l’arredamento stesso della casa di Morbius sono ragguardevoli, inoltre si passa frequentemente da un registro all’altro, seppur in modo gradato, affrontando quasi l’intero spettro delle emozioni umane (stupore, gelosia, ribellione, invidia, diffidenza, amore, rabbia e soprattutto curiosità e paura…).
L’elemento più interessante, però, è costituito dalle spiegazioni finali che, nel contesto, risultano ancora oggi incisive, soprattutto in quanto sostenute da un impianto coerente e ben preparato.

Da recuperare.

mercoledì 18 novembre 2015

Umorismo ebraico doc

LAMENTO DI PORTNOY
di Philip Roth


Un libro tragico, una lunga seduta psicanalitica (non ancora cominciata!) in cui il sofferente protagonista sulla trentina ci racconta la sua miserevole vita, ma... Santa patata fritta, quanto ho riso!!!!!!!!!!!!!
La verve del narratore ha dell'incredibile, e ci sono alcuni passaggi, specie quelli relativi alle avventure onanistiche adolescenziali del nostro o alla Scimmia (la, diciamo, sua “fidanzata” in età adulta) che mi hanno proprio fatta piegare in due!
Umorismo ebraico doc, un po' come ne “La versione di Barney”, colto, amabilmente volgare, nevrotico, e percorso da una ferocia graffiante e compiaciuta che fa scintille e stilla acido insieme.
Che, dannazione, tra una contraddizione e l'altra, è davvero un capolavoro!

Philip Roth ritratto dal nostro disegnatore

Ed è un capolavoro anche sto personaggio squinternato, Alexander Portnoy (che però spesso e volentieri preferisce farsi chiamare Port-Noir), dal difficile rapporto con la figura materna (anche lei, niente da dire, un bel personaggino, che, tra le varie facezie e preoccupazioni, ai tempi dell'adolescenza di lui insisteva pure per controllargli le feci), e dall'assurdo approccio, fatto di amore/odio, complesso di inferiorità/orgoglio, che ha con le tradizioni ebraiche, per soprassedere sulla sua conclamata, svergognata, ultra-godibile erotomania senza freni.
Misericordia, le confidenze che ci vengono fatte non sono solo intime (e deliziosamente ironiche), ma pure un po' storte, e ci fanno quasi vergognare di essere tanto... normali.
Anche se poi, per dirla tutta, tra una perversione e una mania, tutto ciò a cui ambisce il povero Pornoy è proprio la normalità...
Solo che non ci fa compassione, piuttosto ci carica di sentimento dell'assurdo, ci dà una scrollata, e ci fa sentire... come spurgati, alla fine. Come liberati, finalmente, da un peso, dalla paranoia, dalla sconfitta, dalla vita.

Perché a volte non serve essere felici... basta potersi lamentare!

martedì 17 novembre 2015

Una fantasticosità pluristratificata

IL CELESTIALE BIBENDUM
di Nicolas De Crécy


Il mio commento in sintesi? Gesù!
Oh sì, non può che essere questo.
E “Gesù” è inteso come interiezione, dinnanzi all'opulenta magnificenza di queste tavole architettonicamente imponenti e le sfumature intense e fiabesche, alla libertà della composizione, a questa trama surreale e involuta, inevitabilmente circolare, che in parte mi fa pensare ad Hegel, in parte a “Il Maestro e Margherita”, che mi avvolge nelle sue spire, confondendomi e inebriandomi, alternando seriosità (a proposito di Bene e di Male o di speculazioni filosofiche, ad esempio...), piccole genialità dai molti risvolti (come la rivolta dei cani) e assurdità (il protagonista, Diego, è una foca, tanto per dire, e ha difficoltà a deambulare...) e di cui, tutto sommato, non credo neppure di aver colto ogni riferimento. O il suo paradigma per intero, se è per questo...
Ma “Gesù” è inteso anche come Gesù, personaggio storico e figlio di Dio... perché sì, questa, se vogliamo, è la storia di Cristo rivisitata da De Crécy, che è laico e comunque non bigotto, e che è pure divertente, visto che la questione ruota attorno all'assegnazione del Nobel per l'Amore... Echeccavolo, c'è pure lo dimonio, con tutte le sue allegre schiere infernali (e implicazioni concettuali), che vuole mettersi in mezzo! E non siamo nemmeno arrivati a definire la punta dell'iceberg.
La verità è che sto fumetto è una fantasticosità pluristratificata e prima o poi dovrò necessariamente rileggerlo perché sospetto che siano più le cose che mi sono sfuggite di quelle che ho afferrato. E questo, in fin dei conti, è il suo pregio maggiore, perché... che gusto c'è se è tutto ovvio e lineare?
Quindi “Gesù” anche nel senso di... smarrito interrogativo, di “Gesù, aiutami”, perché, diamine, fatico a raccapezzarmi!

Ed è stupendo.

lunedì 16 novembre 2015

C’è da soffrire parecchio


INSURGENT
di Veronica Roth
Dove si ampliano gli orizzonti, si conoscono meglio le Fazioni dei Candidi e dei Pacifici, ma anche gli Esclusi, cominciano ad arrivare un po’ di risposte, saltano fuori inaspettati colpi di scena, e si combatte…
In questo secondo capitolo della Saga di Divergent si acuiscono i pregi e si evidenziano i difetti dell’opera.
Cominciamo con i pregi: le emozioni.
Il romanzo sembra mirare soprattutto a questo, a suscitare l’intera gamma emozionale nel cuore del lettore. E devo ammettere che ci riesce: il coinvolgimento è totale, e ci si addolora anche per la perdita di un personaggio incontrato poche pagine prima. Non per solidarietà umana, ma perché l’autrice, pur con pochi tratti, ha saputo caratterizzarlo abbastanza da indurci a volergli bene, a rimpiangerlo, ad accusarne la mancanza. Talento notevole, questo, che, in fondo, permette di perdonare anche il resto.
Certo, c’è da soffrire parecchio, qui. Ma, come nel primo tomo, le “cose grandi” vanno come devono, e alla fine siamo contenti lo stesso.
Ci sono alcune scene molto belle, in effetti.
E anche il ritmo è da dieci e lode: nessuna stasi, nessuna pausa (beh, a parte le atroci menosità amorose, ma di quelle, temo, non si può proprio fare a meno in uno “Young Adult”), il volume, che pure consta di oltre 500 pagine (scritte larghe, okay), si finirà tranquillamente in un pomeriggio, principalmente perché si è consumati dalla brama di sapere, di andare avanti.
L’opera è, inoltre, meno schematica rispetto a “Divergent”, più libera nei suoi sviluppi, che, letteralmente, possono prendere qualunque direzione, e sono pregni di ribaltamenti, tradimenti, inversioni…
Lo stile mantiene intatta la sua freschezza, ma anche la sua forza, e la trama riprende dall’esatto momento in cui si conclude il primo tomo. Qua e là apprezziamo l’ironia dell’autrice, c’è qualche battuta “ben assestata” e in generale ci divertiamo.
Però…
Però la storia diviene poco plausibile, le motivazioni dei personaggi spesso appaiono pretestuose e poco convincenti, e l’impressione è che Veronica Roth parta un po’ per la tangente… Altre soluzioni, invece, ed in particolare quella relativa a ciò che c’è oltre la recinzione, sanno terribilmente di già sentito, tanto che ci viene quasi da sospirare, e anche la spiegazione circa l’odio di Janine verso i Divergenti è un po’ farraginosa, così le vere ragioni che hanno determinato la guerra…
Quindi?
Il mio giudizio nel complesso non è negativo: i pregi ci sono e numerosi. Ma certamente non siamo dinanzi ad un libro immortale.
Resta, però, la curiosità di conoscere il seguito…
Da leggere, quindi.
P.S.
Questa è una domanda che avrei dovuto porre in calce a Divergent, ma meglio tardi che mai: ebbene, nessuno ha notato l’incongruenza del nome di Quattro? Il nome si sceglie all’inizio, non dopo aver terminato l’iniziazione, è Quattro stesso a dirlo a Tris, e a precisare che dopo non si potrà più cambiare! Ergo?

venerdì 13 novembre 2015

Le cosette più carine

COSE INTERESSANTI IN CUI MI SONO IMBATTUTA SU TWITTER NELL'ULTIMO ANNO

Da un annetto a questa parte Sogni di Ragni e Pizza Mannara (che ha festeggiato il suo primo twitterversario il 1° novembre) è anche su Twitter, appunto, come Sogni di Ragni...
All'inizio ero un po' titubante, ma devo ammettere che si è rivelata una bellissima esperienza (in buona parte gestita dal MPM), che mi ha dato modo di “espandermi” grazie ai ritweet delle Case Editrici e che, talvolta, mi ha persino permesso di ricevere dei brevissimi grazie dagli autori recensiti (emoziooone!!!)...
A parte ciò, ecco le cosette più carine in cui sono incappata:

  1.    Photoshop Master: un genio! Costui prende dei quadri famosi e bellissimi e li rende pazzeschi effettuando abili commistioni con i personaggi di “Star Wars”, de “Il Trono di Spade” e dei fumetti! 
  2. Gli articoli de “Il Libraio”, strabordanti di curiosità relative ai libri e ai lettori, e “Fumettologica”, che, a mio parere, vanta le recensioni migliori nell'ambito della letteratura disegnata. Entrambi fantastici promotori culturali...
  3. Le facezie di Tyrion Lannister, sui personaggi di “The Game of Throne”, ma non solo (e, in particolare, la lattina di Coca-Cola col nome di Hodor)...
  4. All of Twin Peaks, perché ne avevo bisogno!
  5. Varie tenerezze sugli animali... Stranamente al primo posto non posiziono i coniglietti, ma alcune foto con un gattino e un gufo, twittati da Poems Porn. Da uccidersi d'amore!
  6. Più o meno tutto quel che trovo su Space Cats... Spaziale: provare per credere!
  7. Gli ingegnosi ometti ritwittati da L'imbranauta... Mi fanno uscire di testa!
  8. Le amenità disneyane (personaggi maschili al femminile, principesse osé, baffuti sbaffati...)

E poi molto altro, che non menziono perché più occasionale, ma che, in qualche modo, è reperibile sulla mia pagina.

Baci e Deliri!

giovedì 12 novembre 2015

Lo stravolgimento della quotidianità

LA PESTE
di Albert Camus


Dove la peste è la malattia che si abbatte sulla città algerina di Oran, con i suoi risvolti umani e sociali, con i suoi diversi modi di affrontarla e combatterla, oppure di rassegnarsi, tra una riflessione, l'isolamento e la paura del contagio, ma anche una metafora amara, profonda, ma tutt'altro che invadente e fine a se stessa...
Perché la peste è un'allegoria del male, ma più specificamente del Nazismo, che prima si insinua e si nega, e poi travolge tutto, fino a che, finalmente accettato e chiamato col suo nome, è pronto per essere sconfitto.
Si tratta di una storia corale, con molti protagonisti e troppi momenti infelici. Ma, nonostante i singoli epiloghi cupi, non lascia frustrati e arrabbiati, alla fine, al contrario: ogni morte è significativa e consolatoria ed è come se restituisse al lettore qualcosa che ha perduto.

Albert Camus nel ritratto del nostro vignettista

Il romanzo non è eclatante, non sfrutta l'orrore o la tragedia, ma narra lo stravolgimento della quotidianità, il mutare delle prospettive, la perdita di ciò che sempre si considera scontato e che invece è primario e importante... In questo senso fa male. In modo sottile, dolce e impotente.
Ma al contempo è lucido, cristallino, e ti induce a guardare le cose come sono, nel bene e nel male, stimolando la tua solidarietà e il tuo amore per il prossimo.
Non è un libro lungo, e nemmeno troppo impegnativo a livello stilistico. Scorre bene, invece, pur non essendo feroce e crudo come “Lo Straniero”, e spesso colpisce per la bellezza delle sue descrizioni, per l'introspezione psicologica e per la linearità dei suoi sviluppi.
Un romanzo acuto, con svariati piani di lettura, che rappresenta un'umanità variegata e dolente, che in qualche modo, nonostante gli sbagli, gli egoismi e il sacrificio, ci sentiamo in dovere di accettare come parte di noi. Di amarla, addirittura.
P.S.

Curiosità nerd: in uno dei capitoli iniziali viene esplicitamente menzionato “Lo Straniero” sottoforma di notizia di cronaca.

mercoledì 11 novembre 2015

Un tuffo nel passato

DIZIONARIO DELLA FIABA
di Teresa Buongiorno


Avevo proprio bisogno di un'opera così!
Intanto è un tuffo nel passato, fatto di nostalgia e di “pezzi di me” dimenticati, ma restituiti in forma semplice, lieve, immediata, senza divagazioni o giri di parole, che è davvero stupendo poter rispolverare!
In secondo luogo è divertente, stimolante, e persino utile per scoprire cose nuove o rammentarne di vecchie... Ad esempio, quando avevo letto “Nessundove” di Neil Gaiman, il nome del Marchese de Carabas mi aveva evocato qualcosa... Ebbene, il padrone del Gatto con gli Stivali si chiama Marchese Di Carabas... Una coincidenza? Forse, ma dubito, conoscendo il nostro Neil, e comunque io all'epoca non rimembravo l'assonanza, pur avvertendone l'eco, e sono contenta di aver colmato un vuoto!
Ma soprattutto... una full immersion nelle fiabe, con le loro regole bizzarre e crudeli, spietate (ancor più terribili, di solito, nelle varianti riportate)... Un'esplorazione sistematica nell'immaginazione dei popoli e nelle astuzie contadine, negli incanti, fra principesse e creature fatate, con morali più o meno discutibili, insegnamenti, o semplicemente nella fantasia, nell'evasione, nella spensieratezza... Nella memoria e nel cuore del mondo...
E, sinceramente, c'è pure qualche storia che non avevo mai sentito, se non filtrata attraverso altre fonti!
Ma non ci fermiamo qui, perché siamo al cospetto di un volume di critica letteraria, non solo di un passatempo per bambini vecchi (come me). E così, ad esempio, ci viene spiegato perché nelle fiabe i genitori hanno l'abitudine di abbandonare i bambini nel bosco (si tratta di residui di antichi riti iniziatici)... E ci sono pagine sulla teoria della fiaba: ci vengono spiegate le nuove tendenze in merito, il continuo rinnovarsi delle trame e degli intenti, le funzioni della fiaba, le tesi di chi ritiene che non debbano essere spaventose, o di chi invece è convinto di sì. O scopriamo i risvolti autobiografici dei racconti di Andersen e i salotti letterari francesi...
Ma non ci sono solo storie di tanti anni fa: trovano spazio altresì opere moderne, che magari non sono fiabe in senso stretto: ad esempio Harry Potter, i romanzi di Bianca Pitzorno, o “Stardust” di Gaiman...
In principio l'autrice passa in rassegna storie e personaggi (corredati da qualche illustrazione in bianco e nero), fornendoci non solo un breve riassunto, ma anche informazioni sulla fortuna, le varianti, le origini di ogni opera, frammiste, talvolta, a curiosità e riflessioni critiche.
Da pagina 240, invece, troviamo autori (scrittori, ma anche disegnatori e teorici) e opere, e così fino a pag. 380... In ultimo, un piccolo glossario.
Insomma, sono entusiasta e mi dichiaro soddisfatta (a parte qualche minima mancanza che accuso per nerditudine): per contenuti, scritti con amore, passione e devozione, ma anche per la squisita veste grafica (e che bello quando c'è il segnalibro di stoffa)!

Accipigna, non so nemmeno come ho fatto finora a vivere senza!!!

martedì 10 novembre 2015

Una spruzzata di poesia

BATMAN ATTRAVERSO LO SPECCHIO
di Bruce Jones e Sam Kieth


Generalmente, a parte i fondamentali (“Il Cavaliere Oscuro”, “Arkham Asylum”, “Kingdom Come”, “Marvels”, etc.) non sono una grande consumatrice di fumetti supereroistici, ma questo... questo è irrinunciabile!
Intanto per i riferimenti ad “Alice attraverso lo specchio”, da sempre uno dei libri che considero più significativi, e poi per i disegni di Sam Kieth: coloratissimi, caricaturali, multiformi, esagerati, ipertrofici... In una parola: miei, ossia perfetti per me!
E dunque l'ho comprato, constatando che la storia è assolutamente all'altezza, nonostante qualche indugio, e si sforza di essere introspettiva e intima, approfondendo le presunte fragilità di Batman, inserendo all'uopo un altro doloroso trauma nella sua già travagliata infanzia, peraltro risolto – parzialmente – in modo positivo, tramite la rielaborazione fantastica.
Naturalmente c'è pure l'elemento thriller/giallo, con l'immancabile omicidio misterioso, e una spruzzata di poesia, il tutto annegato (mirabilmente) in un favoloso trip psichedelico.
Ed è proprio questa dimensione, propria del romanzo di Carroll, a cavallo tra onirico e lisergico, a fornire il vero motore della miniserie, a renderla peculiare e imprevedibile, divertente e straordinaria.
Ma pure fiabesca, disturbante, con autentici momenti di inquietudine e gradevoli cambi di registro.
Buffa, talvolta, soprattutto grazie al Robin di Dick Grayson...

In sostanza, dunque, un fumetto interessantissimo, fedele al personaggio di Batman, ma anche alle suggestioni di Alice attraverso lo Specchio (e, a conferma di ciò, chi chi può interpretare il cattivo di questa amena vicenda se non il Cappellaio Matto, già supercriminale e protagonista carroliano?), imperdibile per i fan sfegatati, ma godibile anche per i lettori stra-saltuari, come me, che si limitano a simpatizzare con l'eroe più oscuro della DC.

lunedì 9 novembre 2015

A dir poco spiazzanti


LA VENDETTA
di Agota Kristof
 
 
Folgorante come un colpo apoplettico!

“La vendetta” è solo uno dei venticinque monologhi/racconti che occupano quest’ottantina scarsa di pagine… Racconti brevissimi, quindi, concentrati (e bisogna essere bravi per potersi far bastare una manciata di righe per creare qualcosa di completo)…

Paradossali, ironici, alienanti, grotteschi, surreali.

Perennemente sul filo dell’aberrazione.

E tremendamente incisivi.

Per come sono raccontati, con una narrazione ridotta all’osso, lavata di riverberi e di emozioni, e poi acuminata.

Per le trame stesse, a dir poco spiazzanti.

A volte semplici, prevedibili, di cui immediatamente intuiamo la fine (e che pure ci ipnotizzano e sono inconsueti).

Più spesso stranianti e pluridimensionali.

Stratificate.

Di cui afferri al volo il senso, ma che ti sembra ne nascondano anche un altro, più sotto, e poi un altro ancora, che però non sei sicura di scorgere bene, perché magari è solo un’ombra, e non sai se tua o la sua.

Concludi in fretta la lettura, e istantaneamente ti viene voglia di ricominciare, magari in un ordine diverso, perché, inanellandosi in modo differente, questi racconti possono potenzialmente offrirti altri paradigmi.

Questo, sembrano, in effetti.

Paradigmi.

O falene nere, con le antenne lunghe e i corpi setosi.

Per un attimo ti chiedi se non siano velenose.

E giacché ne vuoi ancora, necessariamente, non vedi l’ora di acquistare il prossimo libro…

Mi ispira “Trilogia della città di K.”, di più ampio respiro.



P.S.

Il mio racconto preferito è “Il ladro di appartamenti”.

venerdì 6 novembre 2015

Un nuovo modo di vedere la Tv

E GIUNSE NETFLIX...


In Italia è accaduto il 22 ottobre, giusto perché io già mi lamentavo di essere subissata dalle Serie Tv... Così, adesso, ci affogo!
Ebbene, Netflix è sostanzialmente un sistema per vedere legalmente film, telefilm e altro in streaming, o, se vogliamo un nuovo canale a pagamento.
Onestamente è una figatina.
Costa 9,00 Euro al mese (senza costi aggiuntivi o fregaturelle varie), ma il primo è gratis, e c'è sopra l'impossibile, e pure di più.
Si vede benissimo, scarica alla velocità della luce, ma soprattutto è una meraviglia perché presenta le serie Tv non per episodio, ma per stagioni intere, per cui non si è costretti né a videoregistrare, né ad aspettare i comodi del network...
Non solo, ci sono altresì amene funzioni (che subito MPM ha dovuto togliere per puro sadismo) come: sbarazzati delle sigla, dei riassunti, del “che succederà nella prossima puntata?” e via dicendo!
Insomma, un nuovo modo di vedere la Tv (sì, ho deciso consapevolmente di ignorare “Infinity” di Mediaset Premium)!
Ovviamente il MPM ci sta sballando e abbiamo iniziato a guardare lì un sacco di serie nuove (arriveremo a finirne qualcuna? Boh)...
Ad esempio quella di “Scream”, nata sulla falsa riga del film e aggiornata con i parametri attuali... considerato che già nella prima puntata c'è un discreto macello di adolescenti, ignoro come si potrà arrivare oltre i tre episodi, però, per quanto non sia un'amante degli slasher movie, devo ammettere che per ora la realizzazione non è niente male...
O “Unbreakable Kimmy Schmidt”, scritto da Tina Fey, che, nei primi due minuti, ci regala la sit-com più pazzesca di sempre: c'è stata l'apocalisse e le uniche superstiti, sciroccate e vestite come ne “La Casa della Prateria”, festeggiano il Natale sulle note di “O Tannenbaum”, divinamente rivisitata (“O Apocalypse, o Apocalypse”) chiuse in un bunker...
Purtroppo pochi attimi dopo vengono liberate... Nessuna Apocalisse (purtroppo) le signore sono state ingannate/rapite dal capo di una setta... Kimmy, ovviamente, è una di loro.
Prossimamente cominceremo “Daredevil” e “Jessica Jones”, mentre ci siamo già trasferiti lì con “Orphan Black” e “Penny Dreadful”...
E ciò, oltre a qualche piccola delizia a casaccio, come il filmettino di “Lego Marvel Super Heroes: Maximum Overload”.
W Netflix!

(Sebbene sarà la mia dannazione!)

giovedì 5 novembre 2015

Difficile scollarsene

DIVERGENT
di Veronica Roth


Il capostipite della saga fantascientifica per adolescenti ambientata in un futuro distopico in cui la città di Chicago del futuro è suddivisa in Fazioni: gli Abneganti, votati all’altruismo; i Pacifici, che hanno come obiettivo la pace; gli Eruditi, dediti alla conoscenza; gli Intrepidi, i coraggiosi, sostanzialmente dei soldati; i Candidi, che dicono sempre la verità.
Gli Abneganti governano, ma gli Eruditi vogliono il potere per loro…
La protagonista, Beatrice/Tris, ha sedici anni, è un’Abnegante per nascita, e ora deve scegliere a quale fazione apparterrà la sua vita. C’è un test, una simulazione, che aiuta i candidati a decidere: peccato che quello di Beatrice risulti inconcludente. Lei, infatti, è una Divergente, non ragiona secondo schemi prestabiliti, e questo è un problema, perché può decretarne la morte. Fortunatamente viene aiutata… e opterà per gli Intrepidi.
Ebbene?
Ebbene, il romanzo mi è piaciuto.
Sì, è per ragazzine ed a tratti è un poco scontato, con molti risvolti videoludici, però… però è coinvolgente, appassionante, e in alcuni elementi si discosta dagli stereotipi del genere: Beatrice stessa, ad esempio, non è la tipica bellona depressa, anzi è di aspetto insignificante: bassina, minuta, con il naso troppo lungo e gli occhi troppo grandi…
Anche l’impianto fantascientifico è interessante, al di là dello schematismo iniziale (come si è arrivati alle Fazioni? Che c’era prima? Che c’è oltre la recinzione?) e spero che nel prosieguo verranno approfonditi.
Lo stile dell’autrice è semplice e diretto, la narrazione in prima persona favorisce l’immedesimazione, ma di tanto in tanto compare qualche sfumatura originale, qualche espressione particolarmente secca e felice, che aggiunge valore.
Ma soprattutto è avvincente la trama, che dà spazio all’azione, ma altresì all’introspezione, al sentimento: all’amicizia, alle sue asperità, all’amore, e ai suoi risvolti oscuri, ai legami parentali e alla loro fragilità (la Fazione prima del sangue) o forza… Non è un romanzo unidimensionale, dunque, presenta ribaltamenti, insinua dubbi. Ma ha pure un ottimo ritmo, senza cali di tensione, e più ci si avvicina alla fine, più è difficile scollarsene. Anche perché, persino nei momenti in cui risulta più prevedibile, riesce sempre a tirar fuori qualcosa di nuovo dal cappello, che inevitabilmente attirerà la nostra attenzione.
D’accordo, ricorda un po’ “Hunger Games”, ma le differenze sono maggiori dei punti in comune, e poi… e poi chi se ne cale? “Hunger Games” assomiglia a “Battle Royale”…

L’importante è che “Divergent” sia riuscito a trovare un suo spazio e una sua dimensione!

mercoledì 4 novembre 2015

Insetti! Insetti!

MINUSCULE – la Valle delle Formiche Perdute
di Hélène Giraud e Thomas Szabo
(2015)


Semplicemente meraviglioso!
Questo lungometraggio animato sembra fatto per me: non solo perché i disegni sono strepitosi (espressivi, simpaticissimi, teneri, malvagi – le formiche rosse –, eternamente sbalorditi), non tanto perché l’animazione è fantastica (cartone animato impiantato su realtà coloratissima), o per l’originalità di fondo, quanto perché i protagonisti sono… insetti! Insetti! Insetti!
Yeah!
Io adoro gli insetti!
Beh, il mio personaggio preferito non è un insetto, ma il ragno (no, non quello arancione in stile Halloween, ma l’altro quello peloso e nero, che pare abitare nella casa di Norman Bates in miniatura), così adorabile e premuroso (unico rammarico, avrei voluto che la storia a lui relativa si sviluppasse in modo diverso: che il cucciolo non si riducesse, insomma, a poco più di un comprimario), però anche gli altri sono carinissimi: le coccinelle, le formiche nere, e, sì, pure le bieche rosse e le orride mosche (anche se avrei apprezzato una maggior varietà di conoscenze)…
Altra particolarità interessante: il film è praticamente muto, se non fosse per i buffi strombettii che le bestiole utilizzano per comunicare… Non ci sono voci, narratori, o che: le immagini sono sufficientemente eloquenti da sole! E questo conferisce leggerezza, ma anche poesia, profondità e realismo… In effetti, a parte gli occhioni e i versi, la vita entomologica è rappresentata in modo abbastanza veritiero per essere un cartone animato, non senza qualche tocco di velata crudeltà (la scena in cui la nostra coccinella si smarrisce, ad esempio, e poi non riesce più a volare, è davvero straziante).
Anche la storia è carina, semplice, ma appassionante e ricca di emozioni: un po’ romanzo di formazione, un po’… inseguimenti e guerra tra formiche!
E non facciamo fatica a decidere con chi schierarci…
Le battaglie, in particolare, sono un concentrato di stupefacente inventiva: si utilizza di tutto, dalle catapulte all’insetticida, dai fuochi d’artificio alle banconote da 500 Franchi!
E allo spettatore viene trasmessa vera e propria apprensione, e poi rabbia, ansia, brama di vendetta! Per tacere del sense of wonder che permea l’intera pellicola, anche nei punti maggiormente descrittivi, che sono comunque una gioia per gli occhi e per lo spirito!
Gli insetti, tra l’altro, (e il mio ragno), nonostante la loro “insettità” sono umanissimi, e noi non possiamo che affezionarcisi!

Imperdibile!

martedì 3 novembre 2015

Il Galateo del delitto


GREEN MANOR
di Fabien Vehlmann e Denis Bodart
 
 
Davvero imperdibile, sia per la lussuosa edizione antichizzata (con tanto di segnalibro in stoffa), sia, e soprattutto, per i suoi contenuti, appartenenti al genere “Galateo del delitto”...

Come ho già ridetto e ripetuto, il Giallo non è la mia passione (ma solo il mio colore preferito), tuttavia questi sedici brevi e fulminanti raccontini sono di una tale sagacia che penso possano entusiasmare qualunque palato!

Alcuni sono davvero originali, altri meno, ma riescono a risultarlo ugualmente a prescindere dalla trama grazie ai continui cambi di prospettiva e ai finalini a sorpresa, per tacere delle molte disquisizioni sopra le righe.

Sinceramente, dei finalini, sono riuscita a prevederne a malapena due, e solo dopo svariate pagine, nel senso che per farcela sono prima dovuta entrare nell'ottica...

Si consideri, però, che li ho letti tutti di seguito, quindi se si riesce, invece, a centellinare, è possibile che possano apparire persino più stupefacenti.

D'altro canto, tuttavia, è difficile trattenersi perché uno tira l'altro, come le ciliegie.

Ci sono anche un po' di riferimenti ai gialli classici, una comparsata di Conan Doyle e svariati ammiccamenti, che probabilmente io ho colto solo in parte, quindi presumo che per un amante del genere la faccenda risulti ancora più gustosa.

Ad ogni modo, il traît-d'union delle varie trame (a parte la trascurabile cornice) ruota, appunto, attorno a Green Manor, dove vengono abitualmente a convegno distinti (e spesso un po' folli) gentiluomini per conversare di delitti... E dunque dove potevamo essere se non nell'Inghilterra di fine 800?

I toni, nonostante le morti frequenti, sono leggeri, ironici, sornioni e il lettore, volente o nolente, a dispetto dello sfondo pseudo-drammatico, si ritroverà spesso il sorriso sulle labbra.

In questo anche i disegni (efficacissimi) aiutano, oltre a dare all'opera una patina in più, in parte vintage, in parte adorabilmente beffarda...

Anche per i non amanti della Nona Arte.

lunedì 2 novembre 2015

Il potere/valore della scrittura


CHI PERDE PAGA
di Stephen King
 
 
Bah.

Ecco il mio commento.

Questo libro non mi è piaciuto, ho faticato a leggerlo e non mi ha dato niente.

E' scritto bene, certo, ma l'impostazione è farraginosa e ci sono veramente troppe spiegazioni superflue ripetute e insistite, che finiscono con l'esasperare. Inoltre la trama è eccessivamente diluita, senza grandi innovazioni o novità.

Con duecento pagine in meno questo avrebbe potuto essere un discreto romanzetto di intrattenimento, impreziosito da qualche pregio. Così... è una pizza, impreziosita da qualche pregio.

Perché, lo ammetto, i pregi ci sono. Solo che da soli non bastano.

E' il seguito di “Mr. Mercedes”, indi tornano Holly, Jerome e Bill Hodges, benché in un ruolo secondario, visto che gli autentici protagonisti sono Pete Saubers e il cattivo Morris Bellamy e prendiamo le connessioni alla lontana.

Mi ha fatto piacere rivederli, ma un piacere distratto, disamorato, ben lontano dall'entusiasmo che si prova a rincontrare personaggi che davvero hai amato.

C'è anche lui, Mr Mercedes, alias Brady Hartsfield, ormai ridotto ad un vegetale, anche se... Clac! Temo che nell'ultimo tomo della trilogia si sveglierà e questo sarà davvero un escamotage stantio. Tanto per tirarla alla lunga ancora un po'. Tanto per tirare ancora un po' la corda.

Comunque, dicevamo dei pregi...

Ci sono tematiche interessanti (in particolare riguardo al potere/valore della scrittura), alcune discussioni letterarie stimolanti (pocherelle, in realtà), lo stile di Zio Stevie, qualche bella descrizione, specie inerente alla follia e agli stati d'animo dei protagonisti, un finale piacevolmente adrenalinico e costruito con sapienza, mentre il personaggio di Pete, tutto sommato, è carino, e fa tenerezza il suo rapporto con la sorellina Tina, sebbene, forse, il più riuscito sia l'orribile Andy della libreria, che, nonostante fondamentalmente non sia davvero pericoloso – soprattutto rispetto a Morris – è così viscido da risultare disturbante e... vero.

Il problema è che non andiamo molto più in là e la maggior parte degli elementi non è che una variazione di idee già sfruttate dal Re, non sostenute, soprattutto, da nessuna magia. Perché è proprio la magia che spesso solleva King oltre la semplice stesura di un libro, a prescindere, magari, dagli scivoloni verso il finale (si veda “It”), o dalle eccessive lungaggini iniziali (esempio, “L'ombra dello scorpione”).

La verità è che se l'autore riesce a dar corpo alla magia, a quel quid pluris che ti fa immedesimare nella vicenda e fare dei suoi personaggi dei tuoi amici, allora gli si può perdonare tutto.

E sovente King ci riesce,

Qui, purtroppo, abbiamo solo un esercizio di stile, nemmeno della fattura migliore.

Amen, non si può far sempre centro.

Confidiamo nel futuro.

(E in titoli migliori).