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lunedì 9 marzo 2015

Tom Cruise diventa se stesso


EDGE OF TOMORROW
di Doug Liman
 
 
Della serie repetita iuvant, sia ai fini della prosecuzione della trama, sia per il nostro goduto diletto! Siamo, infatti, in un film a metà fra “Fanteria dello spazio” (lottiamo contro alieni aracnoidi ultrapotenti che vogliono conquistarci... solo che qui non sono su Marte, ma in Europa – sebbene, suppongo, dal punto di vista di un americano la solfa non cambi poi molto –) e il buon vecchio “Ricomincio da capo” (con il medesimo giorno che si replica all'infinito)...

Ma non è una vacua, trita riproposta di antichi fasti: la pellicola funziona, ed è notevole! La trama, nonostante le premesse, è stuzzicante, persino innovativa, il ritmo galoppa, spruzzato di gag (e, sì, a volte ho ridacchiato), e anche se siamo al cospetto di un blockbuster (con tanto di effettoni speciali, seppur non invadenti) non possiamo ricondurlo ad un freddo polpettone senz'anima!

E' vero, è costellato di richiami videoludici, ma per una volta non guastano, soprattutto grazie all'ottimo montaggio e alla considerevole dose di adrenalina che ci inoculano in corpo! Persino la trama è ben costruita: le ripetizioni non pesano ed anzi vengono sfruttate al meglio!

Invero, se vogliamo, nelle sequenze iniziali possiamo scorgere persino una denuncia antimilitarista quando ci viene mostrato quell'infame carnaio che è la guerra (seppure sia “giusta”, inevitabile e determinata dalla sopravvivenza) in cui squadre di uomini non adeguatamente addestrate vengono, di fatto, miseramente condannate a morte... Qui c'è la circostanza che il nemico era proditoriamente informato (più o meno), okay, ma fioccavano altresì i decessi dovuti al malfunzionamento delle tute o altre amenità... Per tacere della consueta, snervante ottusità in seguito dimostrata dai militari!

Mirabile, poi, la progressiva ed esaltante evoluzione del protagonista, il Maggiore Cage: da vigliacco ad eroe, che potremmo riassumere con un: Tom Cruise diventa se stesso (o quello che ormai ci ha abituati a percepire come sé) e comincia a spaccare, in ogni senso... Ma, bisogna riconoscerlo, anche nella parte del codardo era credibile dal punto di vista recitativo e se la cavava benone!

Inoltre, altro pregio, ci viene risparmiata la pallosa storia d'amore con Rita/Emily Blunt... Tuttavia il legame in fieri s'intuisce, aggiungendo qualcosa alla pellicola, sempre più avvincente man mano ci avviciniamo al finale (bella la faccenda della squadra).

Bravi gli interpreti, bravi “i ragazzi” dietro la telecamera!

venerdì 6 marzo 2015

Il mio amico Gian


GIAN MARIA FERRARIS
 
 
Oggi mi sento particolarmente buona, e ho deciso di fare un regalo all'umanità!

Va beh, il regalo non lo faccio io, però io lo segnalo, da brava promotrice di cultura e di bellezza quale sono (Ha! Ha!).

Dovete sapere, infatti, che il mio Gian (mio nel senso che, insieme alla Scimmia, è il mio migliore amico) canta... Ma non come un comune mortale: la sua è una delle voci più potenti, meravigliose e belle che abbia mai sentito e ascoltarlo equivale ad avvicinarsi all'Assoluto, al Noumeno kantiano: non importa quanto tu sia barbaro e musicalmente ignorantello, Gian ti fa vibrare l'anima!

No, non sto esagerando, per quanto di consueto mi esprima con un linguaggio iperbolico! Non ci credete? Verificate! Perché, ehi, Gian è andato in sala di registrazione e ha inciso la sua voce per noi!

Naturalmente, sentirlo dal vivo è un'esperienza più trascendentale, ma anche così restano ferme le mie considerazioni!

 
Questo è il momento
 
 
Go the distance
 
Le jazz hot


Calling you


Nuovo cinema paradiso
 

(se il MPM non avesse provveduto a miracolare il collegamento con i suoi poteri tecnologici, basta andare su You Tube e digitare “Gian Maria Ferraris”... Ma se MPM fosse particolarmente buono e ispirato potrebbe mettere i video direttamente sulla pagina...)

 
Per chi fosse ancora qui, ecco un po' di "dati tecnici" e due aneddoti:



Gian, al secolo, è Gian Maria Ferraris, un tenore leggero (nonché prof. di filosofia), che studia canto da mille anni, e ha all'attivo diverse esibizioni: una delle più coinvolgenti lo ha visto partecipare, nel 2007, in Piemonte – in quel di Verbania e dintorni – al musical “Cats”. E anche se le sue capacità di ballerino erano così deprimenti che la regista lo aveva piazzato su un masso con l'ordine di rimanerci, la sua voce era indimenticabile!



E ora veniamo agli aneddoti:

Il primo risale all'infanzia... Io, 6 anni, aspiravo (tra le altre cose) a fare la cantante, ma ero alquanto stonatella. La madre di una mia amica – che suonava il piano e un po' “se ne intendeva”– si era premurata di farmelo notare, precisando che io ero un disastro (confermo) e semmai il cantante avrebbe potuto farlo il bambino-fenomeno vicino all'altalena, quello che, a richiesta degli amichetti, intonava la canzone di Mary Poppins incantando tutti gli astanti, inclusi gli adulti.

Ovviamente ho storto il naso, disgustata, ma sono andata anche io ad ascoltare il bambino-fenomeno. Mio malgrado, ho constatato che aveva una voce stupenda, così gli ho giurato odio eterno facendo dentro di me una risata come Fantaman, ma cattiva. Odio eterno, HA! HA! HA!

E poi il maledetto era antipatico, poco ma sicuro!

Al Ginnasio, a distanza di otto anni, ho conosciuto Gian e un giorno l'ho sentito cantare. Gli ho fatto presente che prima di allora mi era capitato solo una volta di udire una voce all'altezza della sua... secoli prima, nei pressi dei giardinetti dell'asilo di Loano: un mocciosetto malefico (io non lo conoscevo, ma si vedeva dalla faccia) che si dilettava con Mary Poppins...

Ebbene, il mocciosetto era lui.

L'irritante bambino-fenomeno.

Lo abbiamo scoperto qualche minuto dopo...

'Cipigna.



Il secondo aneddoto, invece, riguarda i tempi dell'università: una sera siamo andati in un pub-karaoke, con degli amici... Era pieno di fumo e di caos, e nessuno badava a chi impugnava il microfono, se non per fare il conteggio di quando sarebbe toccato a lui. Poi si è esibito Gian.

Si sono zittiti tutti e quando ha finito è calato il silenzio.

Il tempo sembrava essersi fermato.

Poi il locale è esploso in applausi fragorosi e hanno cominciato i “bravo”, i “fantastico”, le urla di giubilo e le richieste di bis! Non importava a nessuno che ad ogni tavolo spettasse un turno solo: Gian doveva cantare di nuovo!



E con questo, baci e a lunedì!

Vado a riascoltarmi Gian, che mi è proprio venuta voglia.

giovedì 5 marzo 2015

Dialoghi rapidi e perfetti


MILDRED PIERCE
di James M. Cain
 
 
Di quest'autore avevo già letto “Il postino suona sempre due volte” e dato che lo avevo apprezzato parecchio, anche per ragioni stilistiche, non ho potuto resistere all'acquisto di questo secondo romanzo (che per quanto ne so potrebbe pure essere precedente), con il quale, peraltro, i punti in comune non sono tantissimi... Oppure sì, a seconda di come lo si guarda.

Per i miei gusti “Mildred Pierce” vira un po' troppo sul melodrammatico, ma confermo che mi è piaciuto per la sua prosa dettagliata, ma asciutta, capace di creare atmosfera, per i suoi dialoghi rapidi e perfetti, e per l'ambientazione, ossia l'America provinciale negli anni immediatamente successivi al 1929, benché, a suscitare autentico interesse sia la protagonista, Mildred Pierce, appunto, una donna intraprendente, rispettabile, pratica e volitiva, la cui colpa maggiore è di amare troppo – e pure morbosamente – la spregevole figlia Veda, autentica serpe infingarda (o soprano di coloritura, che, secondo la definizione di uno dei suoi maestri, è pressoché la medesima cosa)...

I temi del romanzo, infatti, sono principalmente due, intimamente legati: in primis, la riscossa economica della protagonista che, cacciato il marito adultero, ex benestante, e rimasta sola con due bambine con una casa ipotecata su cui gravano debiti e nessuna specifica competenza, forte solo del fatto di essere un'ottima cuoca e una brava casalinga, riesce a tirarsi su le maniche e a mettere su un'impresa più che fiorente... E, in secondo luogo, il rapporto con la figlia maggiore, Veda, altera, calcolatrice e perfida (a dir poco), che, appena dodicenne (ma presto crescerà... peggiorando), disprezza il lavoro della madre, che pure l'adora e non le fa mancare nulla...

Naturalmente non è tutto qui: ci sono amori (complicati e intrecciati ai filoni principali, con almeno un risvolto prevedibile e, insieme, atrocemente scioccante) e amicizie, unitamente al bel quadretto, non sempre idilliaco, dell'epoca... e poi, pur senza omicidi, una ferocia graffiante, tutta donnesca, che a tratti lascia basiti.
 
James M. Cain, nella caricatura del nostro vignettista

Un romanzo appassionante e stranamente femminista, in cui gli uomini non sono mai personaggi positivi (nonostante la tenerezza che talvolta ci induce Bert) e tendono anzi ad essere strumentalizzati, fagocitati e a collezionare ben magre figure... Specie se paragonati a Mildred, su qualunque piano!

In quanto a sua figlia... è così ingrata, spocchiosa e vuota da risultare persino poco verosimile (nonostante i suoi meccanismi mentali siano descritti magistralmente). Ma non per questo risulta meno interessante...

mercoledì 4 marzo 2015

Quel freddo senza speranza

FORTITUDE

Secondo il Mio Perfido Marito io ho una propensione per le serie lente in cui non si capisce niente. Può darsi che sia vero, perché in effetti sono quelle che più di tutte riescono ad incuriosirmi. Con “Fortitude” siamo a metà stagione (in totale gli episodi saranno 12), quindi è possibile che presto i nodi vengano al pettine (qualche mistero si comincia ad intuire fin d'ora) e che le contraddizioni divengano l'altra faccia della logica, ma non posso negare che al momento ci siano parecchi punti oscuri, ed infatti mi sta avvincendo tantissimo!
Mi piacciono: l'atmosfera rarefatta della regione artica; quel freddo senza speranza, che ti gela le ossa e l'anima e che amplifica il tempo e lo spazio, sin quasi a dissolverli, ricostruendoli in una dimensione nuova, con esigenze altre, permeate dal sublime e dal silenzio; la piccola comunità fuori dal mondo con le sue regole a parte (se per qualunque necessità si vuole tornare nel continente bisogna chiamare l'elicottero) e che, naturalmente, è sempre vissuta in una bolla di apparente tranquillità... come in una di quelle pallette di vetro in cui, quando le scuoti, precipita la neve; il pericolo costante dato dagli orsi polari (guai a girare senza armi!); il modo con cui viene costruita la trama, che ammassa quesiti su quesiti, lasciando ipotesi sospese, più che fornire risposte e che, in un certo qual senso, si frammezzano al ghiaccio perenne e poi si sommano ad altre piccole stranezze, a volute incongruenze... ma, forse, ciò che apprezzo di più, come sempre nelle serie riuscite, sono i personaggi, meravigliosamente “chiaroscurati”, quasi tutti biechi peccatori...
Intendiamoci, non ce n'è uno che mi sia simpatico (con l'eccezione di Eugene Morton alias l'eclettico Stanley Tucci, ossia il motivo che ha spinto il MPM a propormi questo telefilm, che, peraltro, non è del paese), ma sono così “veri”, così “brutti”, così lontani da quella sterile patinatura americana che ce li fa apparire tutti uguali e privi di spessore, rea di farceli sentire come immensamente distanti!
Al centro della vicenda, come spesso avviene, un omicidio.
Ma forse non solo uno, e in più dei reperti misteriosi, fossili, e un'epidemia che va diffondendosi. E intanto – e prima, e non solo dopo, come di solito accade, quasi che la rete degli avvenimenti avesse cominciato a spiegare i suoi rotoli di seta in anticipo, rendendo il tutto inevitabile – noi possiamo sbirciare nelle vite degli altri: negli amori non corrisposti, nei tradimenti, nei sensi di colpa, nei tormenti di questo piccolo microcosmo (715 abitanti) in cui noi saremo sempre degli intrusi.
Come Morton, appunto, detective inviato da Londra (in questi casi, come in “Twin Peaks”, “Top of the Lake”, “Broadchurch”, etc., c'è sempre un detective che viene “dalla grande città”) e accolto con diffidenza, se non addirittura ostilità. Eppure capiamo subito che è uno in gamba, più avanti di noi, un poco sopra le righe, e che di lui ci possiamo fidare...

P.S.
Nel cast anche Christopher Eccleston, ex Doctor Who, e qualche altra chicca per i regolari fruitori di Serie Tv!

martedì 3 marzo 2015

Tanta adrenalina


MORTE E VITA DI BOBBY Z
di Don Winslow

Un romanzo che è una scheggia: azione pura, con in mezzo dialoghi spiazzanti e veloci... davvero godibile, nonostante i colpi di scena prevedibili (a parte il bambino... chi diavolo se lo aspettava il bambino?). Inoltre, noi lo sappiamo, è sempre possibile che tutto finisca male (con Don non si sa mai, ogni tanto si diverte a strapparci il cuore, sebbene non arrivi ai livelli di sadismo di George R.R. Martin)!
Originale e stimolante, invece, il punto di partenza: Tim, detenuto ed ex marine, che si è appena beccato una condanna per omicidio volontario (e quindi, ergastolo e conseguente promessa di uccisione da parte degli amici del defunto), fa un accordo con i federali: spacciarsi in per Bobby Z, re della marijuana di Laguna Beach. Il patto prevede che verrà essere consegnato a Don Huertero, temibile boss messicano, in cambio della libertà. Ma le cose non sono così semplici... E nessuno ha detto a Tim che Huertero, di Bobby, vuole innanzitutto vendicarsi...
Insomma, ci sono tutti gli ingredienti classici di Winslow: droga, violenza (questa volta più quella paventata di quella mostrata), sparatorie, belle donne di carattere, soldi, ma soprattutto tanta, tanta, tanta adrenalina.
Don Winslow ritratto dal nostro autore
Azione pura, dicevo, che scorre sulla carta più veloce di un film, grazie allo stile dell'autore: asciutto e rapido, frizzante, condito con battute brillanti, dal sapore squisitamente verace.
Questa volta, in più, c'è anche un bambino di sei anni, dicevamo, ed è un capolavoro: nel suo coraggio come nella sua ostinazione...
Uno dei libri migliori di Don, per quanto mi riguarda: ti conquista da subito e non ti lascia un istante di respiro!

lunedì 2 marzo 2015

Crudeltà ed eroismo in un'ambientazione steampunk


SARIA 1 e 2

di Jean Dufaux, Paolo Eleutieri Serpieri e Riccardo Federici


Venezia. Non la nostra, una a metà fra futuro e passato, in cui ancora governano i dogi, ma non c'è alcuna verità storica: “solo” immaginazione, potente e fantasmagorica, dal sapore esoterico, misterioso e soprannaturale.

Il prinicipe Asanti, ormai agonizzante, consegna alla figlia Saria (naturalmente bellissima) le preziose Tre Chiavi: una si apre sul nulla, le altre conducono rispettivamente all'inferno e al Paradiso. Manco a dirlo, la detenzione di queste è pericolosa: sulle loro tracce l'angelo Galadriel (che ci ricorda più un demone) e il doge di Venezia, spietato e malvagio...

C'è tanto di già sentito, ma anche tanto di originale: epicità, avventura, bellezza e mostruosità, crudeltà ed eroismo, mescolati in un'ambientazione steampunk, in una trama che è piacevolissima da leggere, raccontata con il tipico stile dei fumetti franco-belga...

Certo, a colpire sono soprattutto i disegni: plastici, intensi, magniloquenti, dettagliati e con una colorazione perfetta!

Nel secondo tomo Federici sostituisce Serpieri, ma lo fa egregiamente, in un trionfo di visionarietà e morbidezza... e se, pur apprezzando Dufaux dai tempi di “Murena”, in principio avevo l'acquolina in bocca soprattutto per via dell'autore di “Druuna”... alla fin fine Federici mi ha entusiasmata persino di più, per la sua maggior dinamicità!

Le tavole di entrambi, ad ogni modo, sono meravigliose ed ogni vignetta pare un quadro incorniciato sulla pagina... Da avere.

venerdì 27 febbraio 2015

Il diavolo che fa paura


IL DIAVOLO
di Alfonso Maria DI NOLA
 
 
Un saggio pazzesco, che considera tutti gli aspetti immaginabili (o quasi) relativi allo dimonio: quello della tradizione popolare, quello cristiano, quello dei bestiari medievali, dalle origini ai giorni nostri... Ma anche quello delle altre religioni o della mitologia greca (intendendo con esso il povero dio Pan, dai piedi caprini), senza tralasciare il cinema o la letteratura...

Insomma: il diavolo che fa paura, che è terrificante, o romantico, ma anche quello un po' ingenuo che può essere buggerato dallo scaltro contadino!

Il Diavolo nelle sue molteplici manifestazioni: alcune anche decisamente simpatiche o demitizzanti!

Del resto, il suo autore, era uno storico delle religioni e un antropologo, e se pure affronta l'argomento con esaustiva professionalità non ci affligge con uno stile troppo forbito o difficile da seguire!

Un'opera colta, dunque, stuzzicante, che avevo letto mille anni fa in un'edizione della Newton Compton che, purtroppo, mi avevano prestato (e che sono intenzionata a recuperare alla prima occasione, ora che mi è tornata in mente, perché la brama di possederla mi consuma... sperando, naturalmente, che sia ancora a catalogo), che aveva il pregio di costare pochissimo, vantando comunque caratteri abbastanza grandi da soddisfare una cieca come me, e che, per giunta, era corredata da immagini e disegni...

Anche l'indice mi piaceva, perché era ben impostato e metteva subito in chiaro quello che sarebbe stato “il tenore” del capitolo!

E va bene, lo ammetto, a me l'argomento è sempre interessato in modo particolare, tanto che ero andata in solluchero già dal titolo, ma credo che anche un lettore occasionale possa apprezzarlo, ed infatti ricordo che ai tempi anche mia sorella minore lo aveva letto ed infatti la copia presa in prestito era la sua!

giovedì 26 febbraio 2015

Raccontino non ancora “Malato”


Bu! Oggi, a sorpresa, ecco a voi un breve racconto scelto tra quelli scartati per un'eventuale prossima raccolta di “Raccontini Malati” (cui sto meditando forse per il 2016...):
 
La prova dell'esistenza di Dio

(Dio in un disegno del vignettista spagnolo L'Avi)
 
Non sempre il Processo di Rieducazione riesce, ed è per questo che a volte il Leader (mi inchino al Suo nome) ci mette alla prova. Lo fa per noi, per il nostro bene: essere ammessi nella Setta è un onore, ci consente di celebrare i Riti, di prestare il nostro lavoro per il Dio, di venerarLo e amarLo e pregarLo, ma bisogna meritarselo, e la devozione deve permanere. Non sono importanti le privazioni a cui ci sottoponiamo: ci conducono solo più vicini alla Santità. Il Leader (mi inchino al Suo nome) lo sa, per questo è così severo con noi. Perché ci ama.

Oggi ci ha convocati e ha chiesto chi tra noi volesse offrirgli la prova empirica dell'esistenza del Dio. Siccome nessuno si proponeva come volontario, il Leader (mi inchino al Suo nome), nella sua immensa magnanimità, ha provato a stimolarci: «Chi risponde con saggezza riceverà un premio», ha detto. «Quello che vorrà.»

Si è fatto avanti il Confratello Diciassette, si è schiarito la gola e ha annunciato:«Se do la risposta esatta voglio l'accesso ad Internet per un mese. Illimitato e senza condizioni.»

«Sia», ha sorriso il Leader (mi inchino al Suo nome). «Chiedi molto: il tuo desiderio contravviene alla Regola n. 23. Ma se rispondi correttamente ti sarà concesso.»

E Diciassette ha azzardato: «L'Arte è la prova. Perché è creativa, eterna e va oltre il singolo. Se il Dio non esistesse non si potrebbero produrre opere d'arte.»

Il Leader (mi inchino al Suo nome), magnanimo, ha sorriso della sua stoltezza: «L'arte è opera dell'uomo», ha osservato. «Dio non c'entra. Dovrai essere punito. Non mangerai. Né oggi, né per il resto della settimana.»

Il Confratello Diciassette ha annuito, mesto. Ma non è una punizione grave la sua, il Leader (mi inchino al Suo nome) è buono e giusto, e il premio succulento.

Anche il confratello Settantanove si è offerto di tentare: «La bellezza della Natura è la prova», ha azzardato. «La vastità del mare, la perfezione dei corpi, la vertigine dei monti...»

«Che cosa vuoi se hai detto il vero?», lo ha interpellato il Leader (mi inchino al Suo nome) con voce suadente.

«Giacere con la consorella Trentadue. Lei non mi brama, ma se tu la obbligassi...»

A Trentadue, che è bella e giovane, laddove Settantanove è vecchio e pustoloso, è sfuggito un gemito e i suoi occhi si sono allargati per il terrore.

«Purtroppo hai sbagliato», ha sorriso il Leader (mi inchino al Suo nome), comprensivo. «Non scorgo il nesso causale tra Dio e la Natura, e quindi questa non può costituire una prova empirica della sua esistenza. Però sei stato coraggioso: terrò conto del tuo desiderio per il futuro», ha assicurato, generoso, guardando Trentadue dritta in faccia e gustandosi la sua espressione sconvolta. «Però, Settantanove, anche tu meriti una punizione... Rompetegli un dito! Anzi, rompetegli il polso!», ha ordinato ai Confratelli della Guardia, quelli deputati di eseguire le sue sentenze. «Naturalmente», ha precisato ancora il Leader (mi inchino al Suo nome), sempre rivolto a Settantanove e sempre sorridendo, «questo non ti esenta dall'assolvere i tuoi compiti.»

Settantanove, riconoscente, ha teso il braccio alla Guardia affinché proceda. Ma non è dispiaciuto, non troppo. In fondo gli è andata bene.

Ed è a questo punto che decido di farmi avanti io. «Tu sei il Dio», mormoro rispettoso e genuflesso. «Sei il Primo Confratello, hai potere di vita e di morte su di noi, e sei misericordioso e compassionevole.»

«Bravo, Due», mi loda il Leader (mi inchino al Suo nome), compiaciuto. «Hai risposto bene. Dimmi che cosa vuoi.»

Io esito, tentenno. Il mio cuore accelera. «Lasciami libero», lo prego. «Ho risposto correttamente, lo hai riconosciuto. Restituiscimi i miei beni e lasciami libero. Per favore.»

Il Leader (mi inchino al Suo nome) ride, la bocca ampia, lo sguardo divertito: «L'hai detto tu, Due. Sono Dio. Indi posso fare quello che voglio, anche infrangere le promesse... Spezzategli le gambe, così che non sia più tentato di fuggire!»

mercoledì 25 febbraio 2015

Un Grande! Un Eroe!


GIACOMO LEOPARDI
 
(Leopardi ritratto dal nostro vignettista)
 
Questo post si è reso necessario per tutte le dolorose corbellerie e i pregiudizi che mi tocca sentire su questo meraviglioso poeta: che era un debole, una mezzacalzetta, un menagramo, un codardo, un solitario e altri deliri... Ma le avete mai lette le sue poesie, io dico? O vi siete limitati a studiare “Il sabato del villaggio” e “La quiete dopo la tempesta” in Terza Elementare?

Come insegnava la mia esimia Prof. di lettere del Liceo, su un autore si può dire quel che si vuole, a patto di avere un'impostazione critica, ossia di motivare le proprie affermazioni e partire dai suoi testi. Ebbene, Leopardi cantava: “erta la fronte, armato, E renitente al fato” (“Amore e Morte”). Insomma, è vero che denunciava i mali del mondo (del resto, chi può negare che ci siano?), ma non era il tipo da arrendersi! Al contrario, aveva un atteggiamento eroico, coraggioso, e non era certo facile, e non solo per via dei suoi numerosi problemi fisici, ma soprattutto per la sua sensibilità superiore (del resto Lisa Simpson ci insegna che la felicità è inversamente proporzionale all'intelligenza)!

Trascrivo gli appunti della Signora (la mia nobile Prof.):

“La formazione del L. è Illuminista, ma viene sentita in chiave Romantica: la Ragione, per L. ha ragione, ma ciò che gli fa vedere è Male. Vanità, caducità, dolore.

Foscolo diceva: okay, muoio, ma posso vivere nella Poesia che mi restaura la realtà, nell'illusione. L. rifiuta l'illusione, la nega.

La sua è quindi una condotta onesta, dignitosa, e coraggiosa.

La sua Poesia evoca la bellezza, ma la consapevolezza razionale la nega. Anche nelle cose belle si cela il male.

L'illusione nasce a dispetto di questo, ed è intensa e assoluta, emerge a forza.

La visione di L. è coerente. E' vero che c'è un pessimismo di fondo, ma percorso da una volontà di lotta, una brama di non cedere, ma, al contrario, di denunciare il male!

Se Foscolo è coraggioso perché lo accetta, Leopardi è coraggioso perché lo rifiuta.”

E dunque, aggiungo, io, non è fico da morire?

Sì, lo è! Fico e titanico, e ti devasta con la sua magnificenza, con la sua consapevolezza e lucidità. Con il suo coraggio. E con la bellezza trionfante che tutto questo genera.

E non può essere certo tacciato di esser stato un solitario solo perché la stupida gente lo respingeva!

Leopardi era prima di tutto un Coraggioso. Un Grande! Un Eroe!
 
 
Insomma, mi rendo conto che non si può spiegare tutto in poche righe, ma ci sono fior di saggi sull'argomento (la mia esimia Prof. consigliava il Gioanola)... e se proprio vi sembrano troppo impegnativi, rileggetevi almeno “La Ginestra”! (Dagli appunti della Signora: “L. accetta l'illusione negandola. Afferma il suo pessimismo. Qui scompare la poetica del vago, ma resta la dimensione eroica!!!”)

martedì 24 febbraio 2015

Tre racconti bellissimi


IL CAVALIERE DEI SETTE REGNI
di George R. R. Martin
 
 
E anche se, contrariamente a quanto promette la copertina, non è vero che “Il Trono di Spade è cominciato qui”, resta comunque un gran bel libro da leggere.

Si tratta tre storie, tre racconti, ambientati diversi decenni prima della saga in questione, ma non è che costituiscano un vero e proprio prequel: semplicemente ci permettono di guardare Westeros da un altro punto di vista, in un'altra epoca, attraverso gli occhi di due personaggi nuovi, Egg e Dunk. Che però ritroveremo, seppur incidentalmente, citati nella “Saga madre”...

Invero, il primo racconto, “Il Cavaliere errante”, era già contenuto ne “I Re di sabbia”, antologia di Martin che spazia fra i vari generi e, se non sbaglio, nella collana “Legends”. Il secondo, “La Spada Giurata”, come il primo, era inoltre già stato pubblicato in Italia sottoforma di graphic novel (cui avevo già dedicato un post il 22 aprile 2014 e a cui dunque ora mi richiamo per quanto riguarda l'analisi dei personaggi e l'abbozzo di trama).

La vera novità, dunque, è data solo dal terzo, “Il Cavaliere misterioso”...

Nel complesso, comunque, sono tre racconti bellissimi e coinvolgenti, che ti innalzano lo spirito e ti avvolgono nelle loro spire fino a farti dimenticare che quel mondo descritto tanto dettagliatamente e realisticamente non è il tuo...

C'è molto pathos, specie nella prima storia, qualche curiosità sul passato dei Sette Regni (ad esempio le parentesi su Acreacciaio), che poi ritroveremo esplicata ne “Il Mondo del Ghiaccio e del Fuoco” (si veda post del 30 gennaio 2015) e riferimenti a personaggi che conosciamo, ma che qui erano più giovani, se non infanti (Aemon Targaryen, il malefico Walder Frey...).

Attenzione, però, perché come sempre con Martin nulla è scontato e i momenti commoventi si alternano a quelli crudeli: la vita del Cavaliere errante, poi, è durissima (o anche quella della spada giurata di un povero Lord decaduto, se è per questo), e spesso si trova a fare i conti con la fame, il freddo, la povertà...

Nelle Cronache frequentiamo soprattutto grandi Lord, qui, invece, c'è di tutto e di più, e comportarsi con onore è più difficile, benché i nostri eroi sempre ci riescano.

Certo, rispetto all'Opera Maxima, nonostante tutto, siamo più tranquilli perché – conoscendo già quel che accadrà ad Aegon/Egg e Ser Duncan L'Alto/Dunk – almeno per una volta possiamo star sicuri che i nostri beniamini non moriranno all'improvviso, nonostante rischino la pelle più o meno di continuo e non si lesini sulle situazioni spinose!

lunedì 23 febbraio 2015

Dal sapore edipico


KAFKA SULLA SPIAGGIA
di Haruki Murakami
 
 
Non tanto per un'allusione a Franz Kafka, quanto alla parola “corvo”... Kafka, dunque, è uno pseudonimo, ma “Kafka sulla spiaggia” è un quadro...

Mentre il romanzo che ci racconta la sua storia è... un urban fantasy?

Non lo so, in parte: Murakami è particolare. Geniale. Ricco di immaginazione. Misteri. E il quadro, tutto sommato, ha un ruolo secondario.

Tamura Kafka, invece, è un quindicenne che fugge da casa per sottrarsi ad una fosca profezia...

E poi c'è Nakata, che seguiamo in parallelo, un anziano signore che parla con i gatti, ma non sa né leggere né scrivere e, a quanto pare, non è granché intelligente...

Tamura sembra un adulto, Nakata un bambino.

E infine, c'è questo reportage relativo ad un episodio accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale: una maestra che conduce gli alunni in un bosco... Di colpo i bambini perdono i sensi. Solo loro inspiegabilmente, risvegliandosi ore più tardi, senza riportare danni. Uno soltanto non si desterà che dopo tre mesi e, come gli altri, non ricorderà nulla...

La trama è stimolante e molto originale, dal sapore edipico e sconcertante, evocativa, esistenzialista. Onirica.

Ci sono delle assonanze con “La fine del mondo il paese delle meraviglie”, sempre di Murakami (le due storie che scorrono alternate, ma che sono collegate; la biblioteca; le ombre; i teschi degli animali; le anime; la musica; la simbologia...) e con gli altri romanzi dello scrittore appartenenti al “filone sentimentale” (le riflessioni, l'intimismo, l'amore “travagliato”). Ma è anche un volume a sé, che merita di essere letto. Alla fine l'impressione è di non aver decifrato tutto, ma non crea alcuna delusione, anzi, è come se aggiungesse qualcosa in più. Perché non è importante la conclusione, ma come ci si arriva.

Lo stile, inoltre, è scorrevole, ma in modo personale.

Il primo aggettivo che sovviene è “lento”, ma è inesatto perché non coglie la sfumatura di inesorabilità e di calma che infonde, né la serenità che contempla, che non è priva di ritmo, ma ne ridefinisce i confini.

Significativo.

venerdì 20 febbraio 2015

Una malinconia dolorosa e delicata


MELVILE – La storia di Samuel Beauclair

di Romain Renard
 
 
La trama è incentrata su questo giovane scrittore in crisi creativa, Samuel Beauclair, appunto, che si trasferisce nella vecchia casa del padre (a sua volta un romanziere di successo) nella speranza di ritrovare l'ispirazione...

Troverà altro, invece.

E lì per lì noi non ce la sentiremo di scusarlo, penseremo che è stato sleale da principio, che sua moglie è incinta, che lui è un irresponsabile, un inconcludente, anche se la sua vita coniugale non sembra proprio lietissima e la vicenda che vive abbonda di tenerezza, come ogni amore autentico quando sboccia...

Il punto, tuttavia, è che le cose non stanno così come credevamo, e anche se forse la storia non è la più originale del mondo, è ugualmente emozionante, intensa, profonda, metaforica, dalla semplicità complessa e dalle molteplici rifrazioni.

Ci viene raccontata senza parole di troppo, con immagini stupende, dai colori autunnali, vibranti, permeata da una malinconia dolorosa e delicata, che percepisci, che ti attraversa, anche quando non sai esattamente motivarla, e una coerenza micidiale, che cogli solo verso la fine: il modo incredibile con cui ogni dettaglio si coniuga con il resto, rendendolo logico, naturale, devastante, anche se sul momento ti è parso la spia di qualcos'altro.

Una trama radicata nel tessuto stesso del sentimento, che fa male, ma fa crescere e al contempo lenisce, medica, conforta... ma prima devi accettarlo e comprenderlo e guardarlo per come è davvero, senza filtri.

Con due shock, almeno, e due risoluzioni drammatiche, una delle quali ci viene spiegata con un racconto...

E le tematiche, dunque, sono soprattutto tre: affrontare la perdita, superare il senso di colpa, e trovare se stessi, reagendo alla deriva dell'essere, aldilà del destino che gli altri hanno pensato per noi. A volte basta poco (che pure è molto): imparare a guardarsi attorno e sapersi riconoscere e accettare. A volte per farlo bisogna recidere i legami con il passato, arrivando ad ucciderlo per non vivere nella sua ombra e in base alle sue – vero o supposte – aspettative...

Davvero una storia superba, che sarebbe tale anche se non parlasse di nulla, per la sua eccezionale forza estetica, ma che invece è pregevole soprattutto per l'atmosfera e per i contenuti, i quali, a distanza di una settimana, continuano ad agitartisi dentro con la loro pienezza emotiva.

Altra particolarità, abbastanza stuzzicante: la realtà aumentata. Pare che tramite iPad e simili si possa accedere a contenuti speciali: musiche, inediti, etc. L'idea è molto carina, ma non ho ancora tentato l'esperimento. Lascerò passare un po' di tempo, per il piacere di rivivere la trama in modo diverso una volta che avrò terminato di assimilarla.

giovedì 19 febbraio 2015

La convivenza di concetti antitetici


SI ALZA IL VENTO
di Hayao Miyazaki
 
 
O meglio, come spesso ci viene ripetuto citanto Paul Valéry: “Le vente se lève, il faut tenter de vivre”: bisogna provare a vivere...

Ed è questo il senso principe dell'ultimo film del regista giapponese: la vita, la sua, quella di Miyazaki... Non è un 'autobiografia, eppure, artisticamente parlando, sì, perché la trama è la Vita stessa, appunto, e con i suoi elementi più importanti, quelli che la rendono tale, elevandola oltre la mera esistenza: i sogni e l'amore... Solo che, accipigna, e restando in tema, qui ce ne vuole perché si decolli!

Capisco che si tratta di un film intimo, profondo e personale, capisco che quando qualcuno deve aprirsi con gli altri (come l'autore fa totalmente e liberamente con questa pellicola) abbisogni del tempo per trovare il ritmo del suo respiro, e che noi dobbiamo, a nostra volta, riuscire a sintonizzarci con lui, entrando in sinergia, diventando uno, con pazienza e comprensione, rallegrandoci delle pause per poter assimilare...

E capisco anche che la vita è fatta soprattutto di attese, e silenzi, e momenti di contemplazione... E ammetto che qui contemplare è bellissimo, perché i disegni sono meravigliosi, i colori pieni, rotondi, brillanti, e ogni filo d'erba ondeggia, e i dettagli trionfano, le parentesi oniriche sono suggestive, l'atmosfera delicata, con picchi di pathos, e ci sono immagini di pura bellezza, che ti cantano dentro, alternate a grandiosi momenti mozzafiato...

Ed è stupendo constatare, per una volta, la convivenza di concetti antitetici che non si elidono, ma si completano, assumendo nuove sfumature, creando una nuova sintassi, offrendoci un innovativo significare...

Ma, sinceramente, sarà che per me gli aerei sono solo macchine che volano e non esercitano alcun fascino, nemmeno de relato, per quanto possa riconoscerne l'eleganza, ma il film impiega troppo a sbocciare...

E, per carità, poi sboccia. Ed è stupenda la storia d'amore tra Jiro e Nahoko, ed è bello e coraggioso il finale... E lo spettro dei crimini ideologici sullo sfondo, l'ombra della guerra e della tubercolosi... E certe decisioni prese di getto, così luminose e commoventi... E i personaggi, così pacati, tranquilli, ma solo in apparenza, perché in realtà ardono dentro... Ma per arrivarci ho davvero faticato. Sarà che ero stanca, sarà che occorre la giusta disposizione d'animo, sarà colpa mia... Ma a tratti mi perdevo, specie all'inizio...

E mi piace quel linguaggio un po' desueto che caratterizza i dialoghi, come nei precendenti successi del Maestro, ma se di solito comunica una sensazione di incanto, questa volta i “noi altri” e i “gentilmente” in alcuni punti mi sono apparsi forzati, artefatti, eccessivi e talvolta alcune espressioni mi sono sembrate a rischio di umorismo involontario (anche se, plausibilmente, è solo un problema di traduzione).

Intendiamoci, nel complesso è un bel film, assolutamente da vedere (e, sì, persino da rivedere), e certamente come ultima e definitiva pellicola è perfetta, in rapporto alla precendente produzione, ma... Dio, come avrei auspicato un montaggio diverso... Un taglio di almeno quaranta minuti. O cinquanta.

So che rinunciare anche ad un solo fotogramma del Maestro sembra blasfemia, ma sarebbe bastato inserirlo nel bluray come contenuto speciale, per non perderlo ed eternizzarlo, soltanto con un equilibrio diverso...

mercoledì 18 febbraio 2015

Sapide stilettate e riflessioni profonde


IL DANNO
di Josephine Hart
 
 
Quello che ha subito lei, Anna, la protagonista. Quello che le è stato inferto e l'ha fatta marcire da dentro, rendendola quello che è. E quello che a sua volta infligge. Perché è come se fosse infettivo e destinato a propagarsi.

E si propaga, infatti. A te.

Un danno tremendo e solo parzialmente previsto.

Alla tua vita, a quella dei tuoi figli, di tua moglie...

Un danno a tutto ciò a cui hai tenuto finora (o, più esattamente, a ciò a cui avresti dovuto tenere, ma che in realtà non ti interessava abbastanza, passandoti accanto, anziché tangendoti davvero).

Oppure, si potrebbe dire superficialmente, semplicisticamente e in modo parzialmente erroneo, una storia di corna e di passione, che ridefinisce le tue priorità e fa luce sul vuoto sospinto con cui hai sempre convissuto. Un caso di colpa cosciente, in cui hai ritenuto, sbagliando, di poter correre il rischio... O del cui rischio, in realtà, non ti sei veramente avveduto perché l'ebbrezza ti divorava e a cui ad ogni modo, anche volendo, non ti saresti potuto sottrarre. Perché tu eri tu, e lei era lei. Ed era inevitabile. Nemmeno tornando indietro avresti potuto farci niente, perché non ci avresti creduto.

Oppure, chissà, forse sì, se avessi saputo in anticipo.

Perché, invero, non è una qualsiasi storia di corna, questa.

No.

Ahimè, è una di quelle tragiche, con “più implicazioni del normale”, come accadeva nell'antica Grecia, quando si amava e quando non si amava. E' una di quelle che travolgono tutto e tutto fagocitano, lasciando ferite perpetue e insanabili. Come per Mirra, come per Edipo.

L'adulterio, infatti, si consuma tra il padre e la sua futura nuora.

E non importa se l'uomo ha cinquant'anni suonati ed è apparentemente realizzato e vincente: lei è irresistibile, fatale, e lo domina sessualmente e psicologicamente. E lui, dal canto suo, prima di oggi ha condotto una vita di finzioni.

Niente male, dunque.
 
Josephine Hart, nella caricatura del nostro vignettista

Poco importa se tu odi i personaggi e sei tentato di puntare il dito (ma se lo fai o no dipende dalla tua sensibilità). Poco importa che ti susciti indignazione, nervosismo o ansia. Il bello è anche questo, perché il romanzo ti scuote, ti urta. Ti chiarifica alcune cose e ti sbarazza di altre, illusorie. Ti spiega certi meccanismi, ti illustra a che cosa portano, analizzandoli.

Una trama torbida, feroce e ben scritta, cosparsa di sapide stilettate e riflessioni profonde. Ma che non si esaurisce in questo. Perché non conta il sesso, ma la sue conseguenze. E sono gravi, tragiche, e ci sfuggono di mano.

Un romanzo magnificamente distruttivo.

E costruttivo per reazione.