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martedì 13 ottobre 2015

L'Urban Fantasy di Murakami


L’UCCELLO CHE GIRAVA LE VITI DEL MONDO
di Haruki Murakami
 
 
Un romanzo lungo, che inizia lento, introspettivo, con più parentesi, ripetizioni e digressioni del solito, e che ha indotto mio fratello – che pure è un discreto lettore – ad abbandonare attorno a pagina 200.

Se si supera questo traguardo, però, si sarà premiati: perché presto tante cose acquisiranno un senso, il ritmo inizierà ad aumentare, diverrà seduttivo, e si comincerà ad intuire il mistero attorno a cui ruota la trama, a comprendere per quali meandri vuole condurci l’autore, e quali sono i presupposti da accettare nella realtà, rarefatta ed evanescente, del romanzo, che, sotto numerosi profili (pur non avendo, invero, nessun punto in comune con esso), mi ha ricordato l’universo di Twin Peaks, con i riferimenti alla Loggia Nera… Ed in effetti, sembra sempre di essere lì, dietro la tenda rossa…

Haruki Murakami visto dal nostro illustratore.

Ci troviamo, dunque, nel filone di Murakami dedicato all’Urban Fantasy: come spesso accade il protagonista si chiama Toru, e questa volta il suo gatto sparisce. Poi sua moglie. Compaiono, però, strani personaggi, alcuni per aiutare, altri per infittire il caos. Avvengono fatti curiosi, e altri sono avvenuti anni fa, apparentemente slegati, ma che ovviamente non lo sono, e a poco a poco si potrà dar loro un senso, tracciare una “mappa”, mentre sopra tutto aleggia un uomo, un uomo oscuro, il cognato del protagonista, che non è quello che sembra, ma qualcosa di tremendo, che va accumulando potere (e qui, un po’, mi è sovvenuta “La zona morta” di Stephen King) e che ha a che fare, in qualche modo, con la funerea Casa degli impiccati…

Personalmente, c’è stato un punto in cui anche io ho esitato, ed un altro, più avanti, in cui sono stata tentata di disertare: non per noia o mancanza di movimento, ma per fastidio… Non entro nei dettagli, ma c’è una situazione – che si protrae per giorni – che coinvolge Toru, May (una ragazza di sedici anni molto particolare) e un pozzo, che mi ha innervosita parecchio. Non si immaginino sconcezze o altro, è piuttosto un fatto mentale, legato ai rapporti fra i due personaggi, e in particolare alla logorante reazione di lei, dinnanzi alle peculiarità del (come lei chiama Toru) Signor Uccello Giraviti… Dopo arrivano blande giustificazioni (anche piuttosto fascinose), ma la questione non mi è comunque parsa meno intollerabile, e ho fatto davvero fatica a mandarla giù (e ciò rivela la bravura dell’autore).

Per il resto devo ammettere che ci sono molte scene forti, decisamente di più rispetto ai soliti parametri di Murakami (lo zoo, Boris lo scorticatore…), e che una delle scene finali (quella in cui il protagonista scende nel pozzo per l’ultima volta), è davvero sublime: ci sono tantissimi dettagli che sanno di sogno, dei paralleli stupendi, simbolici, che sarebbero da indagare a fondo (e che, ancora una volta, mi hanno fatto pensare all’Uomo Pecora), che danno i brividi lungo la schiena e deliziano allo stesso tempo (quei tizi nella sala d’attesa, ad esempio).

Fiabesco, onirico, metafisico.

Con un nonsoché di irrisolto, che però costituisce non una pecca, ma un valore aggiunto.

lunedì 12 ottobre 2015

Il cane meno cane che ci sia


MR. PEABODY E SHERMAN
di Rob Minkoff

(2014)
 
 
Che splendore!

Questo cartone animato mi è piaciuto un mondo, ma dubito sia troppo adatto a dei bambini! Non perché sia violento o simili, ma perché… è straordinariamente strabordante di ammiccamenti, citazioni e riferimenti storici! Ci sono il Faraone Tutankhamon, Maria Antonietta, Robespierre, la guerra di Troia, Leonardo da Vinci, Einstein e Gandhi (solo per citare i principali)… Tutto in chiave simpatica, certo, ma anche relativamente specifica! E anche la trama è deliziosamente complessa: Mr. Peabody – che è il cane meno cane che ci sia, nel senso che è un genio in qualunque campo dello scibile umano, un fine erudito, un azzimato “gentiluomo”, nonché consigliere di capi di Stato, ed un valente atleta/artista in pressoché ogni disciplina, oltre al padre adottivo di Sherman, un precoce bambino di sette anni – ha inventato una macchina del tempo con cui è possibile viaggiare per i vari Quando...

Ma bisogna procedere con discernimento: se si torna in una realtà in cui già si esiste, c’è il rischio di creare paradossi temporali …che naturalmente si verificheranno, ingarbugliando un bel po’ la vicenda.

La trama è divertente e avventurosa, ricca di gag e trovate irresistibili, ma richiede un minimo di concentrazione… Con tutto che, oltre a promuovere la possibilità di imparare divertendosi, affronta con sensibilità anche altri temi interessanti, quali le liti fra compagni di classe, le dinamiche dell’amicizia, il rapporto padre/figlio, le difficoltà insite nel crescere e, dall'altra parte, nell’accettare che la propria prole si renda indipendente… Se vogliamo, c’è pure il tema del diverso, della solitudine, e, velatamente, una generica polemica nei confronti delle istituzioni (solo il Tribunale sembra funzionare ed essere retto da persone illuminate)…

I due protagonisti, poi, ognuno a suo modo – e insieme ancora di più – sono davvero speciali: Mr. Peabody per le sue innumerevoli risorse e aplomb, Sherman per quanto è magnificamente bambino: tenero e ubbidiente, candido, ma anche incline (quasi involontariamente) a combinar marachelle.

Anche i comprimari, peraltro, sono ottimamente caratterizzati: l’orrida signora Grunion, e Penny, che in principio è a dir poco un’odiosa bulletta, ma che poi finisce per conquistarci...

Un film entusiasmante, che si fonda più sull'ironia intelligente che sullo slapstick!

venerdì 9 ottobre 2015

Si alternano gioiosamente avventura ed orrore


ODISSEA
di Omero
 
 
Seguito ideale dell’Iliade, questo poema narra, com’è noto, delle traversie di Ulisse, reduce dalla Guerra di Troia, per tornare a casa, a Itaca, dalla povera moglie Penelope, insidiata dai Proci, e dal figlio Telemaco… L’eroe, infatti, in balia del volere degli dei, è il solo greco che, dopo nove anni, non sia ancora riuscito a congiungersi con i suoi cari…

Per valorizzare al meglio i pregi dell’opera, soprattutto a livello poetico, consiglio la traduzione del Pindemonte, davvero indispensabile nei cosiddetti “punti noiosi” (e qui mi richiamo al post del 12 febbraio 2014 relativo al’Iliade, perché più o meno la questione è la stessa)…

Intendiamoci, la parte vera e propria dedicata al viaggio di Ulisse è una meraviglia e non richiede particolari sforzi: ci sono splendide creature mostruose (Scilla, Cariddi, le Sirene…), maghe tremende e possessive (Circe, ma se vogliamo anche la Ninfa Calipso), e persino amene perle splatter (si vedano le descrizioni relative a Polifemo), in più si alternano gioiosamente avventura ed orrore, incursioni “fantasy” e sense of wonder, e la lettura è avvincente e piacevolissima… La difficoltà, però, è arrivarci, qui, perché ci vuole un po’ per giungere al fatidico viaggio.

Omero nell'interpretazione del nostro vignettista

All’inizio, infatti, più che di un’Odissea (e qui cito la mia vecchia letteratura greca) si tratta di una Telemachia, visto che il poema, nei primi quattro libri, è incentrato, appunto, sul personaggio di Telemaco e sulle sue difficoltà con i malvagi Proci... E, personalmente, per quanto interessante sotto molti profili (ad esempio quando andiamo a bussare alla porta di Menelao, per avere notizie), non è proprio appassionante.

La faccenda, però, si ribalta in fretta, a partire dal V libro (fino al XII), quando, appunto, Ulisse narra delle sue peregrinazioni (e devo dire che ci sono alcuni passaggi davvero potenti e magistrali)!

L’ultima parte, d’altro canto, dedicata al ritorno dell’eroe (con abbondanza di momenti sentimentali e commovente), e, soprattutto, alla macchinosa (per i miei gusti), ma esaltante, vendetta nei confronti dei Proci, vanta un ritmo più altalenante, ma complessivamente buono, nonostante alcune lungaggini superflue... tuttavia sempre sublimate dalla poesia.

Il più, dunque, è superare la Telemachia, poi si va abbastanza in discesa, e con entusiasmo!

Sinceramente, in gioventù l’Odissea mi piaceva assai più dell’Iliade: mi appariva più varia, più movimentata, più “fantastica”… Adesso, invece, forse perché mi sono resa conto che la parte fantasiosa non è poi così cospicua (sebbene più bella di quanto mi fossi immaginata), sono più orientata per l’altro capolavoro omerico, soprattutto grazie al montaggio più efficacie, al maggior numero di personaggi e alla maggior varietà di vicende umane…

Ma ovviamente l’ideale è leggerli entrambi, magari di seguito, sebbene, a mio avviso, anche a livello poetico (forse grazie all’eccezionale traduzione di Vincenzo Monti), l’Iliade risulti comunque superiore (ma questa è la mia opinione).

giovedì 8 ottobre 2015

Una pellicola cerebrale

INTERSTELLAR
di Christopher Nolan
(2014)


Un film che mi è piaciuto, ma che mi ha lasciata perplessa.
Sicuramente è troppo lungo, di almeno una quarantina di minuti buona, ma paradossalmente, a visione finita, pur accusando il peso di questi minuti in più, sono contenta non sia stato tagliato.
Per apprezzarlo, naturalmente, bisogna accettare le speculazioni relative alla fisica quantistica come potenzialmente plausibili e non liquidarle quali “assurdità”, diversamente la pellicola può sembrare un’enorme boiata... Al di là di ciò, la trama è affascinante, benché abbastanza prevedibile nei suoi sviluppi (colpi di scena inclusi) e un po’ retorica in certi passaggi (altamente diseducativa in altri), ma non priva di originalità e davvero ricca di substrati e contenuti.
E sono così suggestive le tempeste di sabbia dell’inizio, il personaggio di Murph, i legami familiari, la crescita degli individui e il motivo per cui il mondo è destinato a finire! La storia, per quanto sappia di preconfezionato in certi punti e sia eccessiva in altri (troppe spiegazioni, intellettualismi, polpettoni), è altamente emozionante e ti commuove… Inoltre si sfiorano parecchie tematiche interessanti, quali specie e individuo, l’etica dei sentimenti (e della scienza), la solitudine… Si può non condividere il modo in cui vengono sviluppate, ma ciò che è più interessante è proprio aver posto il dilemma. Inoltre, si avverte potente l’amore… l’amore che lega tra loro i protagonisti nelle loro varie accezioni, reazioni, passioni, l’amore che sa essere crudele, ma anche tanto forte da permetterti di superare qualunque ostacolo e che si fa ancora più fragoroso in una pellicola che, tutto sommato, può essere definita come “cerebrale”.
La trama, per quanto dilatata, non è mai statica e la prima parte, in particolare, è davvero ben realizzata, sia per quanto ci viene rivelato, sia in ordine al “non detto” relativo al destino e al presente terrestre. Stupendi i personaggi e l’atmosfera, che nella seconda parte si smorza un po’, soffocata da troppi ragionamenti e troppe parole superflue, sebbene… sebbene siano perdonabili, e forse utili per rimarcare percorsi e concetti (ma senza, gli stessi non sarebbero stati più efficaci, invogliando, magari, gli spettatori ad una seconda visione?).
Ottimi gli interpreti, e numerosi i momenti riusciti. Ad esempio la parentesi con Matt Damon o le peculiarità del “pianeta con le onde”, per tacere dei bellissimi sfasamenti temporali o della rivelazione del Professore in punto di morte.

Insomma, alla fine il mio giudizio è sicuramente positivo, ma non nego che il film sarebbe stato perfettibile.

mercoledì 7 ottobre 2015

Quei momenti di esaltazione...


COMPIACIMENTO ACQUISTI!
 
 
Io ce li ho questi momenti di esaltazione, quelli in cui il grigiore del mondo viene spazzato via dallo shopping, e io sono felicefelicefelice, a prescindere da tutto, anche se non dovrei… A patto che si tratti, è ovvio, di shopping di libri!

Ebbene, in questo periodo c’è stato abbastanza da rallegrarsi: le librerie Feltrinelli sino a pochi giorni fa facevano lo sconto del 15% su tutto (inteso su tutto quello che mi interessa, per altre amenità – musica e film1 – si arrivava al 30%), la casa editrice Fazi, ancora fino al 9 ottobre, addirittura il 25% (wow!) sull’intero catalogo... Per cui, da brava risparmiatrice, ecco che cosa ho comprato ultimamente:

“Anima” di Wajdi Mouawad: non ho idea di come sia, semplicemente mi attraeva: su Twitter ne ho intercettato stralci e opinioni, e, mi sono detta: mmm… perché no?

“House of Cards 3” di Michael Dobbs. E’ il capitolo finale: dovevo averlo (e già da troppo rinviavo, in attesa della IV stagione televisiva…)!

“Lamento di Portnoy” e “La macchia umana” di Philip Roth: non ho mai letto nulla di suo, e mi pareva una buona occasione per porre rimedio alla lacuna… Ho scelto questi due romanzi in particolare sulla base di un articolo pescato su Twitter, che riepilogava le 5 opere di P. R. più rappresentative, indicandone il perché. Ho trovato le motivazioni relative a queste due più interessanti rispetto alle altre (benché la Signora della Feltrinelli abbia obiettato che la più bella è “Pastorale americana”);

“Chi prende paga” di Stephen King: ossia il suo ultimo romanzo, il secondo della trilogia cominciata con “Mr. Mercedes”. Che non mi ha lasciato niente, né mi ha entusiasmata. Inoltre è un thriller – e io non amo i thriller – e… insomma, non mi ispira. Ma è del Re: non potevo non comprarlo!

“La famiglia Karnowski” di I. J. Singer: è da un po’ che mi solletica. Ho dato una sbirciata alla trama ed è promettente;

“La vendetta” di Agota Kristof: idem.

“Dizionario della fiaba” di Teresa Buongiorno. Mi ci sono imbattuta per caso e mi è sembrata una ghiotta meraviglia! Intanto non possiedo nulla di così specifico sull’argomento, e poi, a sfogliarlo, ha una buona impostazione grafica, precisa le varianti, e, oltre ai classici (Grimm, Andersen, Perrault), comprende pure autori moderni (es. J. K. Rowling e il buon vecchio Neil)… Forse, proprio perché non preventivato, è l’acquisto di cui vado più orgogliosa!

“L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” di Oliver Sacks. Il titolo è spettacolare (e mi ha indotta a pensare a Neil Gaiman, e al suo “Il giorno che scambiai mio padre con due pesci rossi”), e anche la quarta di copertina, con il commento di Citati, è invitante… Non mi è chiaro se si tratti di narrativa (il reparto dove l’ho scovato) o di un saggio neurologico (secondo Wikipedia)… Probabilmente una via di mezzo, ma poco cambia: mio, mio, mio! 

“Il lago” di Banana Yoshimoto;

“Divergent”; “Allegiant”, “Insurgent”, ossia la “Divergent Saga”, di Veronica Roth. Oh, lo so… Si rivolge ad un pubblico adolescenziale e mira ad un mero, immediato, intrattenimento. Ma il film di “Divergent” era complessivamente gradevole e comunque sono romanzi che si leggono in un lampo, indi, chi se ne cale?

…Ammettiamolo, per le stesse ragioni, avrei voluto comprare altresì la trilogia di Maze Runner… Non ho potuto solo perché l’avevo già ordinata altrove (perciò aspetto che arrivi)!

 
Ad ogni modo… a presto con le recensioni!
 


1 Beh, non è che non mi interessino: è che sono appannaggio del Mio Perfido Marito: in famiglia un consumatore seriale è sufficiente...

martedì 6 ottobre 2015

La minaccia del Male


OUTCAST
di Robert Kirkman e Paul Azaceta
 
 
“The Walking Dead” (il fumetto, non la Serie Tv) mi piace molto, tuttavia ero un po’ titubante rispetto a questa nuova graphic novel, più che altro perché temevo fosse la stessa minestra riscaldata.

Non la è.

Gli zombie non c’entrano nulla.

Ma soprattutto l’impostazione è diversa, decisamente più realistica (la finzione può benissimo confondersi con la realtà, la realtà può essere spiegata con la finzione).

L’opera è piacevolmente innovativa, per quanto classica nei suoi connotati, e potenzialmente può ancora crescere parecchio.

Il protagonista, Kyle Barnes, è una sorta di reietto con un passato travagliato, estremamente ingombrante, che gli viene continuamente rinfacciato, e con un carico emotivo difficile da portarsi appresso. Scopriamo la sua storia a poco a poco (ma mai del tutto), e a poco a poco ci incuriosiamo…

Solo che, per quanto la vicenda, in principio, si dipani umanissima e plausibile, Kyle non è il solito marito/padre violento, pentito dopo l’inevitabile, quanto piuttosto un poveraccio che ha, in qualche modo, il potere di cacciare il demonio… E che, per questo, è spesso costretto ad effettuare scelte difficili, suscettibili di essere fraintese.

Siamo nel campo delle possessioni diaboliche, dunque.

Ma non è tutto qui.

I risvolti oscuri sono numerosi, le questioni ancora non chiarite parecchie, e la minaccia del Male assai più terribile di qualche occasionale episodio isolato…

C’è un disegno, infatti, dietro alle varie possessioni. E non sempre i soggetti che paiono sanati, lo sono davvero (non se è stato il Reverendo Anderson da solo ad operare l’esorcismo).

E poi che cos’è esattamente Kyle? Come fa ad avere questi poteri? Che cosa è accaduto nel suo passato?

Al momento siamo all’albo numero cinque (mi pare), e sebbene i numeri successivi non eguaglino l’incisività del primo, devo riconoscere che il livello si mantiene alto.

I pregi sono soprattutto tre: l’efficacia del montaggio, il ritmo eccellente, e il contesto disturbante, che pare “storto” in ogni dettaglio. Anche i disegni, spigolosi e sporchi, sono perfettamente intonati alla trama.

Questo, ad un primo sguardo.

Ad un secondo, ciò che apprezzo di più va oltre la storia e la narrazione in sé per sé, e riguarda piuttosto l’ambiguità delle varie situazioni: la realtà che fa da specchio all’immaginazione, e viceversa.

E poi, e questo, sì, è tipico di Kirkman, le reazioni umane.

Indagate in profondità, ma senza parentesi superflue.

Notevole.

lunedì 5 ottobre 2015

Riflessioni e salti temporali


L’AMANTE
di Marguerite Duras
 
 
Una storia dolce e delicata, malinconica, in parte autobiografica, che però viene avvolta, almeno in apparenza, in una confezione diversa, fatta di carne e di fisicità.

Che c’è, che è importante, ma in fondo, nemmeno così tanto…

Non se avulsa dal contesto.

Siamo in Indocina, alla soglia degli anni ’30, la protagonista, di cui non sappiamo il nome (ma che probabilmente si chiama Marguerite, come l'autrice), ha quindici anni, è francese, ed è una studentessa non proprio benestante, con una madre vedova, afflitta da disturbi mentali, e due fratelli (il maggiore cattivo, il minore buono, ma dalla salute precaria).

La fanciulla viene adocchiata da un ventisettenne di origine cinese, decisamente facoltoso, che presto ne fa la sua amante.

Le famiglie non sono d’accordo (ci sono la differenza d’età, la differenza di ceto…), ma l’attrazione è forte e lei finisce per approfittarne, si fa pagare…

Ma si tratta davvero di questo? Di approfittarne?

Una giovane Marguerite Duras, immaginata dal nostro vignettista

Una storia romantica, ma tutt’altro che melensa.

Cruda, semmai.

E in lotta con il mondo, le convenzioni, i sentimenti.

Romantica nell’accezione più preziosa del termine e stupendamente contraddittoria. Perché ci si scontra con la realtà, ma anche con se stessi.

Perché non sempre è facile esprimersi ed essere onesti, nemmeno nei propri confronti.

Perché a volte, per non soffrire, si è disposti ad autoingannarsi, proteggendosi con il cinismo, di cui però si finisce per pagare il prezzo…

Che a volte è il rimpianto, a volte l’amarezza, e va oltre ciò che comunque sarebbe stato inevitabile.

Si tratta di un romanzo davvero breve, che si legge nell’arco di poche ore, ma intenso, lucido, profondo, denso di riflessioni e salti temporali, intimo e introspettivo.

Che prima conquista per il suo stile spontaneo e trasparente, poi avvince per la sua sincerità, ed infine, quando si rivela, affascina in modo indissolubile.

Soprattutto quando davvero comprendiamo, oltre ogni dubbio.

venerdì 2 ottobre 2015

Banalotto, con una trama trita

ANNABELLE
di John R. Leonetti
(2014)


E qui, in primo luogo, mi sorge spontanea una domanda: ma chi diavolo potrebbe comprarsi una bambola così ripugnante? Forse giusto Chucky (ovvero l’orrido bambolotto della saga de “La bambola assassina”)!
Annabelle, infatti, è terrificante da subito, già da prima di essere “contaminata dal male” e io proprio non mi spiego come Mia Gordon, la gatta morta protagonista della pellicola, potesse desiderarla… Io avrei urlato appena disfatto il pacchetto, e non sono una fanciulla perbene, tutta pizzi e merletti!
A parte ciò, devo rilevare problemi di continuity. “Annabelle” è il prequel/spin-off del valido “The Conjuring – L’evocazione” (vedi post 17 aprile 2014), indi, per l’occasione, ne ho recuperato il blu-ray, che nel prologo ci presenta, appunto, il caso Annabelle. Ebbene, ci sono diverse discrasie, che, anche facendo qualche sforzo immaginativo e concedendo agli autori abbondanti licenze poetiche, non riesco a colmare: in “The Conjuring” Annabelle viene spacciata per un demone, mentre la bambina Annabelle, dicono i coniugi Warren, gli indagatori, non è mai esistita. Nel prequel, però, scopriamo che è esattamente l’inverso: Annabelle (che talvolta compare sotto forma di bambina) è una persona reale, la figlia spostata dei vicini di casa di Mia e John Gordon, che si è affiliata ad una setta satanica e, dopo aver compiuto l’opportuno rito (con tanto di sacrificio umano), ha iniziato a possedere/infestare la bambola…
Okay, alla fine la solfa cambia poco, però che ci voleva a coordinare un po’ meglio le due opere? Il buco narrativo si sente e dà fastidio!
A parte ciò il film non è brutto, ma nemmeno bello.
Ci sono alcuni spunti suggestivi, inquadrature estremamente efficaci (specie nel primo tempo), dei discreti effetti speciali e molti momenti tremarellosi, ma… l’impianto di base è banalotto, con una trama trita e per nulla innovativa, un finale scontato e tempi troppo dilatati, soprattutto nella seconda parte.
Vada per i richiami a Charles Manson e a Rosemary’s baby, ma ci vorrebbe anche qualcosetta di più, o almeno un ritmo più incalzante.
Non che il film sia noioso… non lo è, e io un po’ di urli li ho fatti (del resto, quando mai non ne faccio?), però, sinceramente, i dieci minuti dedicati alla bambola nel prologo di “The Conjuring”, da soli, valgono più di tutto “Annabelle” nel suo complesso, e sono molto più spaventosi, anche perché riescono ad andare oltre gli strilli di repertorio.

Ahimè, occasione mancata.

giovedì 1 ottobre 2015

Il punto è che...


RISPOSTA UFFICIALE AL QUESITO...

MA PER LEGGERE “L'IMMEMORE” DEVO OBBLIGATORIAMENTE RILEGGERE “CORPI NUDI”?
 
 
È una domanda che periodicamente qualcuno mi rivolge, e di recente sempre più spesso, per cui, una volta per tutte, ecco la risposta ufficiale: nì.

Naturalmente a nessuno viene puntata una pistola alla tempia, per cui, in definitiva, ciascuno farà quello che vuole, però...

Ecco... Inizialmente avevo pianificato “L'immemore” come un romanzillo indipendente dal primo, poi mi sono resa conto che a concepirlo così rischiavo di duplicare troppe spiegazioni peccando di eccesso di verbosità, per cui ho corretto il tiro... Ne consegue che, per chi non ha letto l'antecedente, orientarsi diventa difficile.

In quanto al doverlo rileggere, invece, dipende dalla propria memoria, tuttavia, alla luce dei commenti che sto man mano raccogliendo, anche in forma privata, ritengo sia consigliabile.

In generale, chi fa la fatica di rileggersi prima “Corpi Nudi” (o lo ha appena finito e quindi lo ha ancora “caldo” in testa), apprezza molto di più il seguito (e di norma, per quanto ho potuto rilevare, lo preferisce al primo...).

Il punto è che ci sono un sacco di “incastri”, riferimenti, ammiccamenti... e se non si ha una memoria prodigiosa si rischia di non coglierli. Il senso generale si dovrebbe comprendere comunque, a prescindere, ma ci sono alcuni agganci/battutine/situazioni che se no quasi sicuramente sfuggiranno, col risultato che alcune parti sembreranno qualcosa diverso da quello che sono in realtà.

Secondo me si potrebbe anche leggere prima “L'immemore” e poi rileggere “Corpi Nudi” (ma lo afferma una che ha una profonda avversione per la linearità, e che spesso si diverte a cominciare contemporaneamente più capitoli di uno stesso libro per il puro piacere di frammentarne la storia).

Ad ogni modo, ne “L'immemore” segnalo quando “comincia” il Diario di Paul, per cui, volendo, si potrebbe persino azzardare una lettura in parallelo...

Sarò stata esauriente?

Speriamo.

Baci a tutti!

mercoledì 30 settembre 2015

E vattelapesca


IL GIOVANE HOLDEN
di J. D. Salinger


Un romanzo che avevo letto in gioventù e che mi era piaciuto molto, non tanto per i pregi letterari (benché ne avessi senz'altro apprezzato lo stile colloquiale e disinvolto, seppur vulnerato dai troppi, voluti, “vattelapesca” e la freschezza espressiva), ma soprattutto per lui, per Holden Caufield, questo sedicenne in fuga da se stesso che rifugge ogni ipocrisia, tremendamente solo, ma anche tremendamente simpatico e spigliato, fragile ed emotivo, divertente, che ogni tanto ti sorprende con la sua perspicacia, con la sua ferrea logica, e ogni tanto ti spiazza per il suo candore!

L'ho adorato, sto ragazzino, con la sua dissimulata solitudine, con il bagaglio tragico che si porta appresso, il cui unico, dolcemente inadeguato, punto di riferimento è la sorellina Phoebe, di dieci anni!

Certo, mi si dirà, è un classico della letteratura... vero, ma è anche qualcosa di più: un amico fidato, con cui confidarsi e da cui accettare ogni apparente stravaganza...

Non c'è una vera e propria trama: questo è un romanzo di formazione e quel che ci interessa è il percorso di maturazione di Holden.

Che è straordinario, proprio perché il protagonista non matura.

Siamo negli anni Cinquanta, il giovincello viene espulso da scuola per il cattivo rendimento e gironzola per New York, andando alla deriva, senza confessare l'accaduto ai genitori: incontra gente, vive esperienze, e a poco a poco si rivela, esternandoci il suo disagio, la sua sensibilità, ma anche dimostrandosi straordinariamente fresco e autentico.

Come se anche Salinger fosse rimasto un ragazzino di sedici anni.

E pure noi.

E alla fine della fiera forse è questo il punto, che lo differenzia da tutti gli altri romanzi di formazione: ad Holden gli adulti non piacciono, li considera falsi e bugiardi, e noi, nel finale, non assistiamo al suo proverbiale ravvedimento, non lo vediamo affrontare le sue difficoltà, i suoi insuccessi scolastici, i genitori... ma soltanto guardare la sorellina Phoebe mentre va sulla giostra.

Perché Phoebe è una bambina, e in fin dei conti, vuole rimanerlo pure Holden.

Perché l'infanzia è innocenza, mentre essere adulti è sinonimo di corruzione...

Ed è un ragionamento sbagliato, immaturo...

Ed è bello così.

E vattelapesca.

martedì 29 settembre 2015

Non vi lascerà indifferenti!


CINEMA PANOPTICUM
di Thomas Ott


Avete una moneta?

Entrate nel Luna Park, non spaventatevi se è un po' fatiscente, dentro ci sono degli schermi tutti vicini, vagamente vintage e demodé (questo è il Cinema Panopticum!), che hanno in sé qualcosa di curioso, ma pure di inquietante. Sceglietene uno: se inserirete una moneta, vi consentirà di affacciarvi sulla vita di uno sconosciuto, in tutta la sua nudità e crudezza...

L'episodio sarà breve e rapido, ma, lo prometto, non vi lascerà indifferenti!
 
Si tratta di un fumetto che avevo letto qualche anno fa: un volume unico, che mi aveva colpito per originalità, finezza e lampi di genio!

Per quanto ci sia una cornice comune (di cui in qualche modo noi facciamo parte), si tratta di una serie di storie fulminanti e mute, prive di spiegazioni, in cui a farla da padrone sono il montaggio efficace, le inquadrature intimistiche e deformanti, e i disegni, così peculiari che mi avevano ricordato l'Espressionismo: grotteschi, un poco claustrofobici, ma senza dubbio densi di spessore.

Rigorosamente in bianco e nero (e realizzati con una tecnica particolare, che parte da fogli neri per ricavarne il bianco) è come se portassero i colori dell'anima dentro di sé, regalandoci spunti onirico-surreali e impennate cerebrali... Che disorientano, ma incidono altresì qualcosa sulla nostra pelle...

L'atmosfera, infatti, è lugubre, kafkiana, e ci fa pensare a sostrati suggestivi, inconsci, annidati nelle pieghe del nostro essere, ma “sbagliati”, “storti”, che però sono inesorabilmente così, benché offrano più piani di lettura, prestandosi a molteplici interpretazioni: amari e annichilenti, ma pure straordinariamente ipnotici.

Dello stesso autore, consiglio altresì l'eccezionale “Il numero 73304 – 23 – 4153 – 6 – 96 -8”, forse ancora più sottilmente folle ed angosciante, e intanto spero che il mio prode fumettivendolo riesca a procurarmi “Exit”...

Eccezionale!

lunedì 28 settembre 2015

L’Ordine della Motosega d’Oro


SHARKNADO 3 – Oh Hell No!
di Anthony Ferrante
(2014)
 
E qui, ahimè, si comincia a perdere un po’ di smalto…
Gli squali tornano, arrabbiatissimi; il Tornado si fa più grande e pericoloso; Fin/Ian Ziering è sempre più in gamba, e conosciamo pure altri membri della sua superfamiglia (che tra gli altri annovera Bo Derek nei panni della madre di April/Tara Reid), torna Nova (dal primo film), mezza isterica e mezza nuda; ci sono i cameo di Lou Ferrigno e Lorenzo Lamas (che, devo dire, con l’età è migliorato); la moglie è incinta e incappiamo in numerose chicche (ad esempio George R. R. Martin divorato al cinema, con dovizia e simpatia), però…
Però questa volta ci vengono propinate un sacco di spiegazioni prolisse che inficiano parzialmente il delirante ritmo della pellicola… Per tacere del finale patetico con il padre di Fin (David Hasselhoff, niente meno, che dopo la deliziosa performance in “Pirana 3DD”, in cui interpreta se stesso, non poteva non fare un salto anche in Sharknado!) che ci ricorda un po’ “Armageddon” e un po’ un carico di zucchero raffinato…
Una volta rimasto nello spazio ci aspettavamo almeno che il papà venisse sbranato, ma niente: il nostro ex bagnino si limita a contemplare rapito il panorama!
Eh, sì, a proposito: nel terzo capitolo gli squali finiscono nello spazio (come capiterà a Machete)!
Per il resto, abbiamo una pre-sigla alla James Bond e viene finalmente insinuato il dubbio che Fin porti sfiga – visto che gli squali lo seguono anche a Washington D.C. (dove il nostro eroe viene premiato, diventa il primo membro dell’Ordine della Motosega d’Oro – gliene viene conferita una a non so quanti carati, funzionante – e salva il Presidente USA) e dopo lo precedono sulla Costa Est... Ci sono anche un po’ di scene gustose: tipo lo squalo infilzato dalla bandiera americana.
Amena, nel prosieguo, la fine di ... (non dico chi), davvero ai confini della demenza, laddove, in the space, c’è invece la motosega laser, tipo lightsaber di Star Wars…
Ma i fasti dei primi due episodi sono lontani…
In realtà pure il finale-finale non è malaccio (benché resti aperto e non ci riveli l’effettiva conclusione): questa volta, dallo squalone finale, Fin non trae una ragazza, né l’anello di fidanzamento per sua moglie, ma… April/Tara Reid esce da sé (ricordate che le avevano mozzato la mano? Indovinate con che cosa l’ha sostituita!) e già che c’è, ha pure partorito (sì: in volo, nella pancia di un carcarodonte che stava arrostendo, e… con i pantaloni!). Consegna dunque il pupo al padre, abbraccia la figlia e…
AIUTOOOOO!!!
Per il seguito dovremo aspettare Sharknado 4…

venerdì 25 settembre 2015

Una visione più cupa delle cose

STONEHENGE
di Bernard Cornwell


Non è bello come “Excalibur”, ma sicuramente è il romanzo di Cornwell che preferisco fra quelli letti successivamente.
In effetti, presenta alcune caratteristiche simili all'epopea su Artù (“Storia” romanzata, ma verosimile, che si intreccia con la magia; parallelismi fra parecchi personaggi), ma qui ci sono meno protagonisti e, in generale, una visione più cupa delle cose… Anche se forse affermo questo perché ho sofferto per il destino riservato al mio personaggio preferito, Derrewyn, benché sotto alcuni profili ciò rappresenti la “quadratura del cerchio” e lo abbia apprezzato molto dal punto di vista narrativo.
Siamo in Britannia, nel 2000 a.c.: la realtà del piccolo villaggio di Ratharryn viene sconvolta a causa dell’oro… La storia si dipana per parecchi anni (anche se è la parte iniziale del romanzo quella che ho prediletto) e coinvolge, in particolare, tre fratelli, il cui ruolo sarà molto diverso: Saban, il protagonista; Camabam, potente sacerdote; e Lengar, che possiamo tranquillamente etichettare come l’antagonista avido e cattivo. Ma ci saranno delle sorprese riguardo ai ruoli che giocheranno gli altri personaggi, e dei bellissimi ribaltamenti (di cui uno, per quel che mi riguarda, davvero apprezzato, visto che concerne quella sgualdrina di… Okay, taccio. Niente spoiler.)
Seguono drammi, ambizioni, sacrifici, passioni, crudeltà, efferatezze (c’è almeno una scena che non scorderò mai), cadute e risalite. Si potrebbe anche affermare che, nonostante le varie traversie, tutto finirà per il meglio. Ma non è esattamente così, e il prezzo da pagare potrebbe rivelarsi troppo alto, benché, noi lo sappiamo, la profezia su Saban sia destinata ad avverarsi…
Il romanzo mi è piaciuto: i personaggi sono carismatici, e ad alcuni ci si affeziona mentre per altri si prova un forte sentimento di odio; la trama è interessante, e, per quanto scontata in alcuni passaggi, non si può negare che ci siano anche delle sorprese; il ritmo è buono e così la rappresentazione del periodo storico, dettagliata, seppur in bilico tra verità e suggestione. Peraltro non si esagera troppo, e, se si accettano alcune premesse, può persino risultare semi-credibile.
Le questioni afferenti la magia e i culti druidici, comunque, sono state capaci di destare il mio interesse e di indurmi ad approfondire, e naturalmente è affascinante la “versione alternativa” che ci viene suggerita riguardo alle origini di Stonehenge…
Per certi aspetti, insomma, il classico bestseller scorrevole, che appassiona e intrattiene, per altri, però, qualcosina di più.

Qualcosina di emotivamente pesante, che scava con gli artigli e lascia cicatrici sottili.

giovedì 24 settembre 2015

Niente minorenni, per favore!


CANNIBAL FEROX
di Umberto Lenzi

(1981)
 
 
Sarà in onore dell'uscita di “The Green Inferno”... Sarà perché ho recentemente terminato la lettura di “Guida al Cinema Horror Made in Italy!” di Antonio Tentori e Luigi Cozzi (Ed. Profondo Rosso), che mi ha solleticato i sensi... Sarà perché mon amour è di là che guarda la stupida partita... ma stasera (23 settembre 2015, ore 21.33) faccio una cosa che capita di rado: rimando la “programmazione ufficiale” (era prevista la recensione di “Interstellar”), per un'edizione straordinaria... dedicata a “Cannibal Ferox”, un classico del filone cannibalico!

Ebbene: paura zero, disgusto tanto, alcuni preziosissimi gioiellini splatter, e anche impagabile umorismo involontario, con compiaciuti tocchi d'exploitation... La verità è che se non fosse per le atroci scene con gli animali (niente, comunque, in confronto alle oscenità di “Cannibal Holocaust”, per cui non posso che lanciare un “J'accuse”), sto filmaccio sarebbe davvero una perla!

Ecco perché, contrariamente al solito, vi racconterò la trama per filo e per segno, più che buttar giù un commento (l'ho visto più di una settimanella fa, ma durante la visione avevo preso appunti – giuro – indi posso essere precisa).

Dunque, preparatevi: questo sarà un post assai più lungo del solito. E più disgustoso.


TRAMA

Partiamo con una gagliarda musichetta tipicamente anni 70, che un po' ci fa pensare ai vecchi cartoni animati con i robottoni e un po' ci induce a temere di aver sbagliato film... L'inizio, infatti, è in stile poliziesco, col il tossico newyorkese, appena uscito dall'ospedale, che si reca a casa dello spacciatore Mike e qui viene freddato da due malviventi, i quali, da tempo, cercavano invano di rintracciare lo stesso Mike.

Stacco: Rio delle Amazzoni.

Eh? Cu fu?

Rimaniamo un attimo spiazzati, ma... tranquilli!, la musichetta riattacca: il film è sempre lo stesso.

Conosciamo Gloria, una svenevole lobotomizzata che non ha niente di meglio da fare che scrivere una tesi di laurea per confutare il mito dei cannibali, sostenendo che è solo un'invenzione del colonialismo razzista (della serie, andiamocele a cercare), suo fratello Rudy e Pat, una studentessa sgualdrina (e non è un modo di dire, giacché la fanciulla esercita il mestiere), dalla fantastica fascetta hippy sulla fronte, che non perde occasione e va giustappunto a farsi la doccia a casa di un pittoresco poliziotto locale...


Tanto per non farci mancare niente, mentre viaggiamo sul battello alla ricerca del popolo dei Manioca (presunti cannibali), ci imbattiamo in una farfalla grande e bellissima, dalle ali variopinte.

Subito la uccidiamo e ce la mangiamo.

Gloria rimette.

Soprassederò sulle altre questioni inerenti agli animali perché non mi aggradano. Segnalo solo una cosetta: ad inizio pellicola, quando mi ha visto armata di penna, mon amour mi ha pregato di non insultare Umberto Lenzi. Dopo circa un quarto d'ora, ha ritrattato: “Insultalo pure”, ha detto.

Seguono paesaggi esotici, un viaggetto sulla jeep e poi i tre idioti finiscono fuori strada. E allora qual è la cosa più sensata da fare? Sbevazzare superalcolici. Per motivi inspiegabili i tre si sono addentrati nella jungla con una discreta riserva di bottiglie, 5.000 dollari, e nessuna guida o cognizione. Va mu.

Proseguiamo a piedi, a colpi di machete, troviamo un indigeno imperturbabile, che non si capisce se stia andando di corpo o solo pasteggiando con bei larvoni extra pasciuti, mentre i suoi compagni stanno nascosti nella verzura, rivelandosi appena i tre procedono ignari.

L'indomani incocciamo altri due poveri indios massacrati da stranissime trappole che ci spiace non riuscire ad osservare più attentamente, mentre Pat ha un'inevitabile crisi isterica, curata con sonori schiaffoni in stile Bud Spencer.

Ma le emozioni non sono finite: dal verde emergono due occidentali, piuttosto malmessi, che chiedono aiuto, lamentando di essere stati assaliti dai cannibali. E... Pubblicità! Che recita: “Vivi il Festival Verde”!

No, sul serio. Mica scherzo...

Comunque...


Quando il film ricomincia i tizi spiegano di essere in fuga, e uno è... Mike, guarda un po'! Lo spacciatore! (L'altro si chiama Joe.) Ed infatti è cocainamunito: la paura viene accantonata e ci si fa in allegria...

Mike e Joe raccontano la loro vicenda (ma ci accorgiamo subito che qualcosa puzza), descrivendo, tra l'altro, l'evirazione subita da un loro compagno indigeno, i cui testicoli sono poi stati mangiati dai cannibali.

Cala la sera, Pat va in calore e si ripassa Mike (Giovanni Lombardo Radice, che somiglia un po' ad un Owen Wilson con l'espressione intelligente), mentre Gloria sembra pascersi del pensiero dell'evirazione.

Al mattino Gloria è scomparsa: gli altri si dividono in due gruppi e vanno a cercarla (Pat ha sempre la sua triste fascetta in testa).

Rudy e Joe arrivano al villaggio dei selvaggi (tra le proteste di Joe): ci sono bei cadaverelli malridotti, l'evirato legato ad un palo, semidecomposto e mangiato da larve di insetti preistorici, e gli abitanti del luogo, curiosamente infarinati, che osservano i nuovi venuti seduti, muti e impassibili.

Intanto Pat e Mike individuano Gloria, precipitata in un buco, una trappola (siamo nella jungla e la cretina ha pensato bene di andarsi a rinfrescare senza avvertire nessuno).

Nel mentre Rudy osserva che i selvaggi senza espressione paiono terrorizzati da loro (ignoro da che cosa lo deduca), e che sono solo vecchi e bambini. I giovani, plausibilmente, sono temporaneamente lontani, ma torneranno...


La prudenza imporrebbe quindi di filarsela, ma prontamente Joe sviene. Mike propone di abbandonarlo, Gloria e Rudy si oppongono.

Naturalmente restano tutti, Joe viene curato, i selvaggi restano impassibili e ci si trastulla con sesso e droga.

Passiamo sopra il triste livello dei dialoghi (peraltro perfetti per questo film), e decidiamo (Mike e Pat) di rapire una ragazzina india per stuprarla in coppia. E magari prima la torturiamo un po', già che ci siamo. Ma, ohibò, la piccola cerca di scappare, così Mike la uccide con un colpo di pistola, a tradimento.

Eravamo già abbastanza convinti prima, ma ora preghiamo che i cannibali li macellino tutti.

Al solo scopo di rafforzare la nostra risoluzione, ci viene raccontata la verità su quel che ha indotto Mike e Joe a fuggire: sono stati loro (più che altro Mike) a divertirsi a massacrare e torturare gli indigeni, ed è stato Mike a perpetrare l'evirazione sull'ex compagno.

Quando finalmente Rudy e Gloria comprendono che forse sarebbe opportuno lasciare il villaggio a gambe levate, scoprono che Pat e Mike si sono già allontanati, derubandoli simpaticamente...

Stacco... New York! Myrna, la fidanzata/inquilina di Mike, viene fermata dalla polizia e interrogata. Al momento il senso di questa parentesi ci sfugge completamente.

Torniamo al villaggio: Joe è spirato (Alleluja!), Rudy e Gloria si imbattono in una papaya marcia, che sinifica maledizone (sic!), e i giovani indios rincasano (infarinati pure loro), trovano il cadavere di Joe e lo squarciano estirpandone i visceri.

Gloria si nasconde in una capanna col fratello, ma il MPM la ammonisce: “Eh no, devi fare la tesi!”. Lei però non lo ascolta, e i due se la svignano. O almeno ci provano: presto vengono catturati e ricondotti al villaggio e... chi altro c'è!? Ma i nostri amici fedifraghi, Pat e Mike!



E FINALMENTE COMINCIA LA PARTE SUCCULENTA (benché la recitazione degli attori sia desolante)...

Mike viene appeso al palo dell'evirazione, gli altri infilati in una gabbia di bambù posta nel fiume, in compagnia di affamate sanguisughe.

Per migliorare i rapporti diplomatici, Mike sputa sugli indigeni e loro, in risposta, gli tagliano il pipino (oh, yeah!). La scena è piuttosto dettagliata e si conclude con una merendina a base di salsiccina cruda. Gloria delira le sue ridicole teorie e...

Et voilà New York.

Myrna viene menata e quasi accoppata dai due malviventi che cercavano Mike, ma la polizia, che la sorvegliava, la salva. Lei, in cambio, confessa i tragici trascorsi con spacciatore e della sua partenza, oltre tre settimane fa, per Panaguayà... La dichiarazione seguente è volta ad informarci che pure tre studenti sono recentemente spariti nei paraggi. La situazione è così sfrontata, disinvolta e grossolana che MPM mi chiede se questo è il momento comico.

Cannibalilandia. Gli indigeni cauterizzano la ferita di Mike (ricordiamo che è stato evirato) per protrarne il supplizio. Dopo che sorge il sole i quattro protagonisti vengono portati sul fiume: Rudy e Gloria elaborano un piano di fuga geniale, che ovviamente si conclude con una spassosa parentesi con i piranha e il decesso di Rudy.

Il commento sonoro è fantastico.

Villaggio: Mike viene chiuso in una gabbia scavata nel terreno; Gloria e Pat in una sorta di capanna di fango. Si ripetono le crisi isteriche di repertorio mal recitate, mentre Gloria si diletta con le sue teorie sull'antropofagia. Dall'alto viene calata una prelibatissima frattaglia cruda e le fanciulle, digiune, hanno famina, ma Gloria diffida Pat: “No! Può essere il cuore di Rudy!”, e suggerisce una bella cantata (già!), così si procede in tal senso (davvero). Gli indios ascoltano impassibili e infarinati.

Intanto sono iniziate le ricerche dei dispersi: ritroviamo il poliziotto della doccia e poi conosciamo il console americano (Urrà!).

Quando il regista ci riporta a tra gli indios, Mike, più vitale che mai nonostante tutto, cerca di scappare, e anche le due ragazze paiono prossime all'evasione grazie ad un ragazzino indio pietoso (l'amico della fanciullina uccisa da Mike), ma per ragioni inspiegabili Mike lo impedisce e se va da solo.

Contemporaneamente le ricerche continuano in aereo (Dio, come si farebbe volentieri a meno di 'ste parentesi), e Mike viene raggiunto dai selvaggi subito dopo aver avvistato il mezzo in volo. Poi gli viene amputata la mano.

Gloria e Pat avviliscono gli spettatori con le loro frasine patetiche e noi ringraziamo quando finalmente i cannibali le ripescano dal buco e piantano un gancio nelle poppe di Pat (che ce le ha già mostrate in tutte le salse).


Naturalmente, nel frattempo, scorgiamo di nuovo l'areo che sorvola la zona. Il Console avvista la Jeep finita fuori strada, ma gli indigeni gli raccontano che i ragazzi sono stati divorati dai coccodrilli e bye bye alla speranza.

Pat, appesa per le poppe, agonizza dissanguandosi; Mike viene scalpato (anzi, salutiamo pure la sua calotta cranica), ed è di nuovo l'ora della merenda, giacché i selvaggi ne spiluccano il cervello.


Durante la notte, però, il ragazzino compassionevole torna alla carica, libera Gloria e la aiuta a fuggire. Ovviamente il poveraccio schiatta malamente a causa di una trappola costruita dai suoi compagni (qui, anche se ho riso, un pocherello mi è dispiaciuto).

Gloria medita di suicidarsi, ma poi ci ripensa e si addentra nel verde, trovando la salvezza...

Stacco.

Musichetta gagliarda dell'inizio.

Colonna Sonora Originale di Roberto Donati

Cerimonia di Laurea di Gloria (c'è anche Myrna, perchè?). E qui Umbertone Lenzi ci fa un bello scherzetto perché Gloria dimostra nella sua tesi che l'antropofagia non esiste. Complimenti! E le danno pure la medaglia d'oro (mentre io assegno ufficialmente un OTTA AWARD a Lenzi)!

Inquadratura sulla faccia dolente di Gloria, e vai con la musichetta anni 70!



E dunque? Dunque sono le 23.11, la partita di là è finita, e io ho un poquito sonno (e... è vero, questo post è vergognosamente lungo)... Ma mi è così piaciuto ripercorrere il film dal principio! E mi è pure venuta fame...

Non so perché ma quando ci sono di mezzo i cannibali mi capita sempre!

P.S.

Tra il poliziotti spicca il tenente Rizzo, che ha recitato pure in Cannibal Holocaust! Zora Kerowa, invece, la gioiosa Pat, era nel cast di Antropophagus di Joe D'Amato...