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lunedì 9 febbraio 2015

La dimensione di una fiaba


LA SIGNORA DEI FIUMI
di Philippa Gregory
 
 
Questo romanzo ha la dimensione di una fiaba, con il Re Addormentato e la Regina Lupa, sempre più affascinante e sempre più feroce... ma una fiaba raccontata con realismo, con teste decapitate e stomaci aperti, in cui le viscere hanno odore e non si limitano ad incutere spavento o a creare atmosfera... Ed ugualmente si tratta, come sempre quando si parla di Philippa Gregory, di una storia tutta al femminile, che denota sensibilità e passione, in cui il punto di vista è quello della protagonista di turno, una donna forte e determinata, benché, per una volta, non ossessionata dall'ambizione, ma protesa verso l'amore, l'amicizia e la lealtà...

Prequel della saga della Guerra dei Cugini (e quindi antecedente, soprattutto, de “La Regina della Rosa Bianca”) è incentrato sulla splendida figura di Jacquetta Woodville, donna bellissima, madre di Elisabetta, la futura moglie di Edoardo IV, Re d'Inghilterra, nonché amica e dama di compagnia di Margherita d'Angiò, principessa francese e Regina attuale... ma, soprattutto, discendente della stirpe di Melusina, e, come tale, dotata di poteri magici e preveggenza. Innamorata e decisa, nonostante la propensione magica, a divenire artefice del proprio destino.

Per chi, come me, ha seguito nelle sue letture l'ordine di pubblicazione si tratta di un personaggio già noto, conosciuto, appunto, in qualità di comprimaria della protagonista nel volume dedicato ad Elisabetta. Il principale motivo di interesse, quindi, almeno in principio, è scoprire “il prima”, conoscere nel dettaglio quei fatti cui nelle opere cronologicamente successive (Rosa Rossa e Rosa Bianca) viene solo fatto cenno. Nel complesso, tuttavia, si legge volentieri, e sin da subito la trama acquisisce caratteristiche proprie, dovute sia alla personalità della protagonista, sia al momento storico.

Straordinario il personaggio di Margherita D'Angiò, dinnanzi alla quale talvolta solidarizziamo, mentre altre non possiamo che inorridire, ma ci sono altre chicche sparse, ad esempio l'interpretazione di Giovanna D'Arco, nelle prime pagine, e poi di Eleonor Cobham, con il cane nero che la segue... e che non è reale, ma solo ciò che vede Jacquetta...

Trovano spazio, poi, l'amore, romantico, ma anche coniugale, e la passione, ma pure l'amicizia e il legame verso i figli... Ci sono guerre sanguinose – con qualche tocco grandguignolesco ogni tanto – e, naturalmente, la Storia Inglese...

Rispetto agli altri volumi della saga è più vario, più dinamico. Solo le prime pagine possono risultare poco incentivanti perché la personalità di Jacquetta non si è ancora formata del tutto.

venerdì 6 febbraio 2015

La guerra è una realtà che ci travolge tutti


IL SERGENTE NELLA NEVE
di Mario Rigoni Stern
 
 
Nato come semplice memoriale, è invece un libro bellissimo e intenso, scritto con umanità e vigore, ricco di frasi esteticamente alte e notevoli pregi stilistici, per quanto non ricercati né manieristici, con un linguaggio purissimo che, nei dialoghi, mescola il dialetto (o i dialetti?).

Narra l'esperienza del Sergentmagiù Rigoni, l'autore stesso, impegnato come alpino in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale.

L'opera è divisa in due parti: “Il caposaldo” e “La sacca”. La prima più statica, con pentole in cui si cuociono i pidocchi, la paura, le raffiche di mitra e cacce al gatto; la seconda più dinamica, in cui il gelo si fa davvero sentire (anche se tu sei al caldo), e ti strazia le carni, in cui la marcia diviene interminabile, ma se sei fortunato, mentre agogni la tua meta, puoi trovare rifugio in un'isba, dove potrai farti “una cuccia” per terra e magari ti verrà pure offerto qualcosa da mangiare.

Non ci sono cattivi, qui, non ci sono condanne, e la giustizia spesso è diversa, più sostanziale, più vera, nonostante la guerra, che è una realtà, ma che ci travolge tutti, a prescindere dalla nazionalità, soldati e civili, come una catastrofe naturale... Non sono cattivi i russi, che hanno le facce compunte, ma nessuna traccia di malvagità, e che, in certe situazioni, anzi, possono persino invitarti a sedere a tavola con loro. Non i tuoi commilitoni, tra cui hai cari amici, e anche quelli meno cari, una volta caduti, ti sembrano comunque dei buoni diavoli... L'unico che ad un certo punto ci fa tremare è infatti uno dei nostri, uno di quelli che dovrebbero guidarci e comandare... Ma non lo condanniamo, perché forse è solo impazzito per il freddo e la fame, e non è davvero cosciente di quello che dice e impone (e a cui il nostro Sergentmagiù non obbedisce)...

E' una vita dura quella che si conduce al fronte, e, davvero, c'è sempre il terrore di morire o di assistere al trapasso di un compagno: a volte non si fa in tempo a conoscere una persona che già si è costretti a piangerla. E neve, neve ovunque, a mozzarti il respiro, a tagliarti le mani, fino a che non ti senti nemmeno più gli arti.
 
Mario Rigoni Stern, visto dal nostro vignettista

Un libro scritto con semplicità, di poco più di cento pagine, ma di una profondità assoluta e straordinaria, che ti fa andare in guerra, anche se non ci sei mai stato.

Che ti fa comprendere, con lucidità, che, sia che tu guardi ai tuoi compagni che al nemico, le somiglianze valgono più delle differenze e quel che conta è che siamo tutti uomini e donne e il nostro dovere principale è aiutarci a sopravvivere.

P.S.

In fondo al volume della Einaudi un saggio di Eraldo Affinati: non saltatelo!

giovedì 5 febbraio 2015

Un percorso di maturazione interiore


IL DOLORE, LE OMBRE, LA MAGIA
di Banana Yoshimoto
 
 
Sapevo che si tratta di una tetralogia (nella fattispecie intitolata “Il Regno” di cui questo è il secondo volume), ma non pensavo che tornassero gli stessi personaggi. E' vero, di norma nelle tetralogie funziona così, ma non necessariamente, e, chissà perché, io immaginavo che qui il legame tra un volume e l'altro fosse più labile.

A livello concettuale, per esempio, o per analogie contenutistiche...

Invece “Il dolore, le ombre, la magia” inizia esattamente da dove termina “Andromeda Heights”. Le tematiche cambiano leggermente, pur restando sostanzialmente le stesse: ora Shizukuishi deve adattarsi alla lontananza dal caro amico Kaede, anziché da quella della nonna, peraltro sempre presente nei suoi pensieri, mentre la storia placida e serena con il suo fidanzato progredisce e la dedizione verso la natura, e i cactus in particolare, continua...

Invero, c'è ancor meno movimento che nel primo romanzo (la cui conclusione, tra l'altro, come spesso capita con la Yoshimoto, era piuttosto scioccante e inaspettata), ma resta la suggestione di fondo tipica di questa scrittrice, il suo stile scorrevole e tranquillo, che si mantiene tale anche quando si affronta la sofferenza, di qualunque genere sia.

Seguiamo allora il flusso di coscienza della protagonista, le sue riflessioni, su se stessa e sugli altri – che siano le persone in generale, o Kaede e Kataoka (il ragazzo di lui, piuttosto burbero e acidello, ma fondamentalmente buono) – e soprattutto il suo percorso di maturazione interiore.

Shizukuishi, infatti, acquisirà sempre di più la capacità di accettare la vita e le sua piccole asperità, il prossimo e se stessa, divenendo sempre più indipendente e sicura di sé.

Complessivamente non è uno dei libri migliori dell'autrice. Più volte ho ribadito quanto la Yoshimoto tenda e ripetersi e replicarsi, ma trovo che questo secondo volume sia abbastanza superfluo in tutti i sensi possibili (ma forse la colpa è anche mia, che ne ho letti due di seguito).
 
Banana Yoshimoto nella caricatura del nostro vignettista

Ugualmente leggerlo non mi è dispiaciuto: è stato bello ritrovare personaggi già conosciuti, e, come sempre, ho apprezzato l'atmosfera di calma e sensibilità in cui mi sono sentita immergere.

mercoledì 4 febbraio 2015

Tragedie fastose e festose


FARGO – LA SERIE TV
 
 
Si ispira all'omonimo film del 1996 dei fratelli Coen, ma non è la stessa minestra riscaldata. Ci sono, sì, tanti elementi in comune, a partire dall'efferatezza (a tratti sconvolgente) di certe uccisioni, dal gusto per la commedia nera e per la sublime e ottusa banalità del male. Gratuito, atroce, violento. Tuttavia non si tratta di un remake: cambiano le situazioni e i protagonisti, e la storia, se possibile, riesce ad assumere accenti ancora più surreali.

Minnesota, 2006. Tutto inizia quando Lester (Martin Freeman), un assicuratore sulla quarantina dal matrimonio infelice e il carattere eccessivamente remissivo, considerato un perdente pressoché da tutti, inclusi i suoi familiari, subisce le prese in giro (pesantine) di un vecchio compagno di scuola e dei suoi due figli idioti.

Lester finisce col farsi male e si reca, allora, al Pronto Soccorso... qui incontra Lorne Malvo (Billy Bob Thornton), un tipo simpatico, fascinoso, ma anche un pericolosissimo killer di professione...

Non si fraintenda, Lester non lo incarica di nulla.

Non proprio.

E le tragedie si susseguono veloci, fastose e festose, quasi con allegria, scomodando persino le cavallette. ...La serie, insomma, è meravigliosa!

Intanto la trama è ricca di intrecci, astuta, sorniona, ironica, e assai più complicata di come può apparire dal mio abbozzo, dai toni che oscillano tra il drammatico e il grottesco, che ti spiazzano e ti deliziano ad un tempo, solleticando perpetuamente la tua curiosità o facendoti sghignazzare.

L'incedere non è rapidissimo, ma te lo godi, per via dei dettagli e della tensione, e ogni due per tre ti copri gli occhi, per precauzione, paventando l'ennesimo truce omicidio, che tuttavia, magari, questa volta, non avviene.

Poi ci sono i personaggi: tutti ottimamente caratterizzati, anche i comprimari. Volutamente stereotipati e mediocri, alcuni, sorprendentemente bizzarri altri, ma mai scontati, sempre credibili, e sovente in evoluzione. Lester, in particolare... E anche se non è che sia buono (au contraire) in certi momenti tifi lo stesso per lui...

Gli interpreti, poi, sono assolutamente all'altezza, e tra tutti troneggia Billy Bob Thornton: irresistibile, seducente, ma, al contempo, terrorizzante. Anche solo con uno sguardo.

Insomma, non ho ancora visto l'ultimo episodio (ma non manca molto e nella prima stagione, altro pregio, sono solo dieci), ma è altamente probabile che questa sia la Serie che prediligerò quest'anno...

martedì 3 febbraio 2015

Sublime paesaggio e descrizioni fluide


LA NOTTE DEL LEOPARDO
di Wilbur Smith
 
 
Del povero Wilbur ho già parlato abbastanza male nel post del 18febbraio 2014, quindi ora vedrò di dire qualcosa di più carino.

“La notte del Leopardo” non è male.

Non è neanche un capolavoro, ma, dopo qualche resistenza iniziale, segui volentieri le peripezie dei personaggi, partecipi dei loro sentimenti, ti immedesimi, ti godi il sublime paesaggio, le belle descrizioni fluide, il momento storico, almeno a livello narrativo (a proposito, siamo nel pieno della Guerra Fredda, tra gli anni 70 e 80, nello Zimbabwe, che rivendica la sua indipendenza), le sfaccettature dell'Africa, l'azione e l'avventura, che qui si complica e ha sfumature alla James Bond.

Il romanzo non fa vibrare le corde del tuo cuore, ma ti intrattiene, ti emoziona, ti avvince e , a suo modo, ti conquista.

E non lo dimentichi nemmeno troppo in fretta, per quanto gli ingredienti siano sempre i soliti: non sto a ribadirli (mi richiamo al post già citato) anche se, lo riconosco, lo Zimbabwe cantato qui è molto diverso rispetto a quello dei tre romanzi precedenti appartenenti allo stesso ciclo ed, è vero, è molto più interessante.

Ad ogni modo, un po' sono sleale, perché questo non è il miglior romanzo di Smith che abbia letto. Ci arriverò agli altri, prima o poi.

Se oggi mi è venuta voglia di recensirlo è perché, a suo modo, nonostante il drammatico copia e incolla di cui ho già parlato, è stata una sorpresa.

Fa parte del ciclo dei Ballantyne, ma si può leggere tranquillamente da solo, atteso che i riferimenti ai precedenti volumi sono abbastanza labili.

Il punto, però, è che io, invece, li ho letti tutti di seguito, e se per i Courtney (l'altra grande genealogia di cui lo scrittore ci ha narrato le gesta) ho sempre provato immediata simpatia, i Ballantyne, invece, non li ho mai digeriti. Non so perché.

E non ero prevenuta, chiedevo solo di amarli.

Non c'era verso.

Invero, qualche personaggino apprezzabile nel corso dei vari volumi si è anche incontrato, ma mai che fosse uno dei protagonisti. E spesso finiva pure male.

Craig Mellow, invece, l'eroe de “La notte del Leopardo”, benché in principio non mi abbia entusiasmato manco lui, tutto sommato è apprezzabile.

Non lo ricordo come un tipo particolarmente carismatico, né lui né i comprimari (rammento come significativo solo Tungata Zebiwe, ad essere onesti). Ma nemmeno si presentava come tale. E più che altro mi ero stupita perché non mi stava sull'anima e seguivo volentieri le sue vicissitudini, che a tratti erano sinceramente appassionanti, augurandomi che ogni cosa si risolvesse per il meglio.

Forse, dico ora, con cattiveria, perché dei Ballantyne Craig è un parente lontano, tanto che non ne porta neppure il cognome...

E... Maledizione. Avevo detto che non sarei stata cattiva, oggi.

Sarà per la prossima volta.

Quando recensirò “Il dio del Fiume” o “Il Settimo Papiro”, magari.

lunedì 2 febbraio 2015

Remoto e dolce


Educazione Siberiana
di Nicolai Lilin
 
 
Un romanzo particolare, questo, fintamente autobiografico, che procede in prima persona viaggiando nel passato del protagonista, Kolima (Nicolai), ragazzo siberiano, talentuoso tatuatore, ed ex buon criminale, che ci racconta di sé, della sua infanzia, della sua adolescenza (fino ai diciott'anni circa), e delle sue pittoresche conoscenze... Buon criminale nel senso che i siberiani sono una grande famiglia e hanno un ferreo codice morale e ferree regole di vita: non scritte, ma molto complesse, stratificate, e dense di significato e tradizione, che prevedono come parlare, come pensare, e che spesso sono condivisibili e lodevoli (solidarietà, rispetto per i disabili – detti “voluti da Dio” – e per gli anziani), altre no, ma comunque affascinanti e sovente bizzarre (almeno per noi).

L'elemento più interessante del libro è costituito proprio da questo essere introdotti nella subcultura criminale della Transinistria (regione della ex URSS), nel mondo assurdo e a sé stante dei siberiani: non esattamente realistico, ma coerente e dal sapore forte, fatto di violenza, di brutalità, ma anche di sentimenti luminosi, pieni di grazia e di passione.
 
Nicolai Lilin, ritratto dal nostro vignettista
 
Lo stile dell'autore mi piace: dal sapore remoto e dolce, proprio degli amici dotati di capacità affabulatorie, che non sono dei professionisti, ma non si limitano nemmeno a precipitarci negli eventi: ci illustrano con pazienza tutte le loro implicazioni, permettendoci di cogliere le sfumature e, persino, di “divenire altro”, imparando un nuovo modo di ragionare e di essere.

La trama non è lineare, procede come ad episodi più o meno collegati, con gustose digressioni aneddotiche, esattamente come se Kolima fosse presente dinanzi a noi e si stesse confidando... E' tutto fluido, immediato. Alleggerito da qualche guizzo ironico. Una volta che sei dentro fatichi ad andartene, ma poi devi ritrovare il giusto umore per deciderti a tornare, perché alla lunga l'incedere sinuoso un pochino risulta stancante.

In fondo ad ogni capitolo un disegno (un tatuaggio) che non è solo un l'opera d'arte su pelle (con tutto che, in generale, a me i tatuaggi non garbano molto), ma una realtà multiforme, da interpretare...

Per il resto, beh, siamo al primo capitolo di una trilogia... e dunque presto, su questi schermi, il secondo tomo: “Caduta libera”!

venerdì 30 gennaio 2015

Chiarificatrice


IL MONDO DEL GHIACCIO E DEL FUOCO

La Storia Ufficiale di Westeros e del trono di Spade

di George R. R. Martin, Elio M. Garçia Jr., e Linda Antonssen
 
 
Non mi aspettavo che quest'opera fosse così interessante, paventavo la solita operazione commerciale senz'anima e senza sugo, realizzata ad hoc per spillare soldi ai fans di George Martin e de “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”, in astinenza per la tragica attesa… Ma invece... è straordinaria, chiarificatrice, dettagliatissima, e, in molti punti, addirittura appassionante!

In teoria, è la riproduzione del prezioso volume che Tyrion ha regalato al nipote Joffrey, sovrano dei Sette Regni, per il suo matrimonio – con tanto di dedica –, contenente la storia (aggiornata a dopo la morte di Joffrey stesso) di Westeros...

La maggior parte delle informazioni è già contenuta nei romanzi di Martin, ma seminata ovunque, spesso in lacerti narrativi, parentesi, o sottoforma di vaghi accenni... Qui è raccolta con organicità, si colmano molti buchi, si tolgono curiosità, senza dimenticare gli antecedenti, ovvero Egg e Ser Duncan l'Alto, al secolo Aigon l'Improbabile e il suo Primo Cavaliere, conosciuti per la prima volta ne “La Spada Giurata” e nei successivi racconti...

Certo, in sostanza e semplificando, la Storia in oggetto è un susseguirsi di guerre, invasioni, sconfitte e conquiste (sebbene la parte dedicata alla dinastia Targaryen sia molto di più e valga da sola l'acquisto)... Ma non è forse così anche la nostra, in fondo? Quella vera?

Senza contare che in molti punti, pur sapendo in anticipo dove si andrà ad approdare, la narrazione riesce pure ad essere emozionante, e non meramente didascalica...

Ed è gustosa la “finzione letteraria” con dubbi sparsi su eventi “realmente avvenuti”, “verità” e leggenda che si sovrappongono, e qualche mistero seminato ad hoc.

Talvolta si possono cogliere con chiarezza gli spunti mitologici (che attingono di qua e di là) che hanno offerto parziale ispirazione, sebbene costantemente arricchiti con una personalizzazioni e rielaborazioni... Per tacere poi, a pagina 303, degli esaltanti (per me) e inaspettati ammiccamenti alla mitica Carcosa e al Re Giallo...

In ultimo, il volume è impreziosito da disegni spettacolari, ampie tavole colorate, alberi genealogici, cartine e curiosità, con pagine spettacolarmente grandi e un'impostazione grafica chiara e accattivante.

Ma si badi, non è un Art Book: il testo è decisamente preponderante.

Insomma, in qualità di appassionata mi sento di definire quest'opera una figatina!

giovedì 29 gennaio 2015

Un soliloquio disperato


LETTERA DI UNA SCONOSCIUTA
di Stefan Zweig
 
 
Più un racconto che un romanzo, davvero breve, circa 80 paginille da leggere in un'oretta scarsa.

Narra di uno scrittore che riceve una lettera spessa e corposa da una sconosciuta, una donna cui è appena morto il figlioletto... Nel prosieguo, tuttavia, emergono alcuni dettagli: ad esempio che la sconosciuta, pur restando tale, invero proprio tale non è...

Si tratta di una storia d'amore bizzarra, straziante, un poco crudele, nutrita di illusioni e fantasticherie, in cui i due amanti non si conoscono, eppure sì, a livello “biblico”... Il che, per certi versi, la rende melodrammatica e patetica (ma non necessariamente in senso negativo), tanto che appare quasi strano che in realtà l'autore sia un uomo.

La verità, infatti, è che il protagonista ha pur fugacemente frequentato l'ignota corrispondente da bimba, l'ha incrociata da donna, in varie occasioni, e con diversi esiti, e mai l'ha riconosciuta.

Quello che ci troviamo dinnanzi, dunque, è un soliloquio disperato e palpitante, che a tratti può essere tacciato di eccesso, a momenti arriva addirittura ad essere irritante, o a farci a puntare il dito (contro di lui, incurante e superficiale, contro di lei, maniaca e senza stima di sé), ma se ci si lascia trasportare, se si accetta la drammatica inverosimiglianza di fondo (o la sua ossessionante follia) e il carattere assurdo dei protagonisti, si finisce con l'apprezzarne la sensibilità e il pathos, la delicatezza, l'eleganza, i molti accenti riusciti, la scrittura squisitamente fine... Fino a che qualche velo viene finalmente scostato e allora affiora il senso autentico della missiva, che fa breccia in noi, trafiggendoci e lasciandoci allibiti, spogliati di qualcosa che neppure sapevamo esserci, proprio come accade al suo ignaro destinatario.

Le ultime frasi sono le più belle e ti lasciano sensazioni profonde e contrastanti, che ti fanno desiderare di ripercorre tutto da capo.

Anche se, magari, non hai davvero la forza di farlo...

mercoledì 28 gennaio 2015

Meraviglioso


JE SUIS CHARLIE

Matite in difesa della libertà di stampa

Ed. Rizzoli Lizard
 
 
Sinceramente?

L'ho comprato solo perché i proventi delle vendite sono destinati alla redazione di “Charlie Hebdo” e mi è parso doveroso.

Ma ora che l'ho letto, sono contenta dell'acquisto: come collezionista, come lettrice di fumetti, come lettrice e basta e, soprattutto, come persona.

Perché questo è un libro meraviglioso, che ti travolge con un'ondata di emozioni, di contrasti, di coraggio. Ma non si limita ad intrattenere o a commuovere, perché, tra una lacrima e una risata, porta con sé una molteplicità di riflessioni.

E' vero, tante vignette le conoscevo già, ma a leggerle tutte insieme, una di seguito all'altra, fanno un effetto diverso: sfaccettato, completo, cerebrale... Non ci si sbellica, solo perché ci vuole ancora un po' di tempo, per questo.

E l'elemento più sorprendente è che per quanto ci siano molte bellissime illustrazioni di autori che amo e stimo da sempre (Uderzo, Manara, Ortolani...), sono quelle degli artisti che non conoscevo ad avermi colpita di più.

La mia preferita in assoluto è quella di Christian Andersen a pagina 27: “Vignetta approvata dagli estremisti “. Andate a vederla. E' geniale. Ed in effetti, se tanti autori sono stati dolci, sensibili e rispettosi, altri, semplicemente, hanno prodotto autentiche stille di genio. Ad esempio, Lucille Clerc a pagina 79. Spettacolare. E mirabilmente positiva.

Ma forse, il migliore di tutti è stato Joe Sacco con la sua acuta e profonda riflessione sulla satira, che ho trovato illuminante.

Diversa da tutti e, sotto molti profili, ardita.

E se ci sono pensieri che si assomigliano o si fondano sulla stessa idea, va bene lo stesso, perché ognuno aggiunge comunque qualcosa di prezioso a questo strabiliante affresco di sentimenti e reazioni.

Dunque, grazie.

Anche a Rizzoli Lizard, per averci regalato questa splendida edizione, elegantissima e davvero curata.

Come al solito.

Grazie.

martedì 27 gennaio 2015

Divieto di ingresso agli infradiciottenni


IL DEMONE DEL SEXY SHOP
 
 
Il Mio Perfido Marito mi ha imposto la censura in qualità di Mio Perfido Editore, ma io credo nella libertà di stampa, nella libertà di idee, e che certe paturnie bigotte vadano sfatate!

Tutto è iniziato quando hanno trovato il biglietto da visita di un Sexy Shop nella mia borsa: hanno iniziato a farmi il terzo grado e io – ovviamente – ho iniziato a ridere...

Quel che cercavo nel negozio, oltretutto, era semplicemente un paio di guanti di raso per un matrimonio (ho provato in qualche guantificio, ma i guanti della lunghezza che mi serviva non sono più in produzione ed è stata proprio la commessa – distinta e sulla sessantina – a suggerirmi di tentare in un Sexy Shop)...

Non so davvero che si aspettassero, ma di certo i miei conoscenti non sono gli unici con la fobia per questo tipo di esercizio!

La fatidica mattina in cui ero andata in missione, infatti, ero insieme ad un mio amico/collega, e, com'è logico, visto che tanto era obbligato ad aspettarmi, l'avevo invitato ad accompagnarmi... Quando ha saputo in quale negozio dovevo recarmi per 'sti poveri guanti, però, è rimasto shockato, mi ha chiesto più volte se sono pazza o semplicemente amo vivere pericolosamente, e ha preferito aspettarmi a distanza di sicurezza, in mezzo al nulla, con niente da fare se non contarsi le dita, pregandomi per giunta (per il mio onore) di fare un largo giro prima di entrare e di lasciare a lui la mia 24ore, che non stava bene mostrarsi in “veste lavorativa”... Misericordia! Ma tutti i malatini di mente li frequento io?

Ma che si credono che ci sia in un Sexy Shop? Una virago divora pipini? Un'associazione di depravati demoni recluta anime? Sodomiti in cerca di paradisi del cacao o spiragli proibiti?

No, c'eravamo io e una signora di una certa età, molto elegante, alla ricerca di un baby doll per rendere felice suo marito... A vista, l'unica differenza, rispetto a quelli di Intimissimi o Yamamay, era la maggior varietà e le tinte più accese...

Già, perché, naturalmente, nonostante il divieto di ingresso agli infradiciottenni, è un negozio come tutti gli altri, con una ragazza gentile e competente alla cassa (beh, allora non proprio un negozio come tutti gli altri...), che mi ha mostrato la merce richiesta illustrandomene le caratteristiche con cognizione di causa e precisione.

Per il resto ho notato soprattutto completini e gadget divertenti (muniti di faccia) per addii al nubilato e simili. Per intendersi, gli stessi, che erano reperibili da Cultimo anni fa...

Indubbiamente ci sarà stato anche altro (soprattutto dvd, suppongo), ma nessuno ti sbatte nulla in faccia, e di certo non ho trovato vecchi satiri bavosi, donne impudiche o stupratori in agguato...

In compenso, però, c'erano i miei guanti!!!

Ricordo, invece, quando il Ragno era piccolo (quattro anni circa), di essere andata con lui in una delle edicole più grosse di Pietra e, mentre io facevo incetta di Bonelli, lui, che mi zampettava vicino, tra la meraviglia, la delizia e lo scandalo, aveva cominciato a strillare, con gli occhioni fuori dalla testa: «Ma c'è una donna nuda!!! Anzi, ce ne sono un sacco!!!».

Il settore dedicato alla pornografia era proprio davanti ai fumetti...

lunedì 26 gennaio 2015

Commovente e lacerante


UNA TOMBA PER LE LUCCIOLE
di Nosaka Akiyuki
 
 
Pensavo si trattasse di un romanzo, invece è un racconto di appena 55 pagine. A seguire un secondo racconto, un poco più lungo, dello stesso autore: Alghe Americane.

Sono significativi entrambi, ma è stato il primo, quello dà il titolo all'opera e di cui avevo già visto la bellissima trasposizione animata, a determinare il mio acquisto. La storia è pressoché identica al lungometraggio, e, anche se ho visto l'anime tanti anni prima, nel leggere l'antesignano cartaceo mi è parso di avere le immagini disegnate dinnanzi.

La storia è commovente, lacerante... e, anche se frutto di fantasia, plausibilissima, e, temo, uguale a tante altre, che magari sono accadute davvero.

Lo stile è asciutto, pulito, ma molto accurato, e rende benissimo l'idea dei due fratellini, Setsuko e Seita, che lottano contro la fame. Sappiamo già che sono destinati a morire, ci viene rivelato subito, fin dal principio, ma ugualmente continuiamo irragionevolmente a sperare che ce la facciano, nonostante siano costretti ad affrontare un escalation di orrori, a partire dall'effetto devastante delle bombe, a continuare con la maledetta vedova che si approfitta di loro. Avvertiamo la loro sofferenza e lo sconforto... La narrazione è fulminea e molto incisiva, ma, forse proprio grazie al fatto che i protagonisti sono due fanciulli, non è priva di tenerezza o di minuscole, tristissime, gioie, che splendono flebili tra privazioni e avversità... Le lucciole sono una di queste.

Alghe Americane, invece, racconta di questa coppia di giapponesi che, a distanza di circa vent'anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, si trova a dover accogliere nella propria abitazione due anziani turisti americani per ricambiare le premure che questi hanno riservato alla moglie del protagonista mentre era in vacanza alle Hawaii. La storia presenta numerosi flashback e riflessioni e sostanzialmente verte sulla ritrosia del marito, Toshio, ad accogliere gli ospiti in casa propria. Egli ricorda bene, infatti, prima le bombe e poi gli aiuti degli americani, somministrati con quel detestabile senso di superiorità che lo ha indotto tante volte ad umiliarsi...

Paradossalmente, benché qui la sofferenza sia alle spalle ed appartenga al passato, e non ci siano lo struggimento e la crudezza presenti in “Una tomba per le lucciole”, il tono è più amaro e mette in luce sentimenti complessi e contraddittori, che vengono analizzati con acribia.

I due racconti rappresentano un binomio efficace, vivissimo, che ci aiuta a conoscere la Storia e le sue recrudescenze come sono davvero.

venerdì 23 gennaio 2015

La solita lapide similmaledetta


GHOST STORM

Il trailer poteva sembrare interessante: mi aspettavo un bel film horror-trash, pieno di esagerazioni e assurdità (sullo stile malato di “Black Sheep”), invece è una miserabile schifezza senza sugo né fascino... E tutt'ora non so che cosa sia peggiore o più imbarazzante: se la trama (un luogo comune dopo l'altro, infarcito di buchi narrativi, di facilonerie e di pseudo misteri senza capo né coda) o gli effetti speciali, indegni persino di scatenare genuine risate...

E' un Tv movie, certo, non un film destinato alle sale cinematografiche, ma le mie pretese, alla fin fine, non erano mica elevate!

La cosa peggiore, peraltro, è che non fa paura (a differenza, ad esempio, dei buoni vecchi filmacci caserecci e a basso budget di Lucio Fulci), neanche se si è dei fifoni cronici come me... al più, se si è in tanti e si commenta ad alta voce, si può godere dell'umorismo involontario della pellicola e farsi qualche risatella, se no solo sbadigli...

Per dirla tutta, si vedono morire tragicamente un bel po' di persone (sempre allo stesso modo, eppur senza logica alcuna) e a noi non importa nulla di nessuno di loro, nemmeno quando c'è stato un vago tentativo di caratterizzazione... Anzi, ci auguriamo crepino tutti, possibilmente in fretta (su questo nessun pericolo: di norma le vittime vengono polverizzate da una sorta di fumo grigiastro) almeno la pellicola volgerà al termine prima... In quanto al gore, è praticamente inesistente.

La trama?

Oh, beh. La trama...

C'è quest'isoletta con il solito cimitero, con la solita lapide similmaledetta, da cui il solito adolescente idiota rimuove accidentalmente il talismano di protezione di cui nessuno sapeva nulla... Secondo la leggenda locale qui giacciono i membri di una setta di plagiati psicopatici, arsi vivi da un vecchio religioso deceduto nell'impresa (o qualcosa del genere, non è che fossi proprio attenta)... Casualmente l'uomo è il bisnonno di una delle protagoniste, che scopre solo adesso, in diretta per noi, dopo che il suo fidanzatino (l'adolescente idiota di cui sopra) è divenuto cenere, del suo parente defunto (peraltro stranoto a tutti gli altri isolani). Facendola in breve: le anime dei morti bramano vendetta e l'adolescente telefona....

Riassumendo: farraginoso, insulso, ingenuo, noiosillo.

Da evitare.

giovedì 22 gennaio 2015

Energia e positività


ANDROMEDA HEIGHTS
di Banana Yoshimoto
 
 
Il solito libro di Banana Yoshimoto?

Sì.

E quindi: spirituale, intimo, ben scritto, dalla struttura semplice e fresca, ma capace di toccare corde profonde. Il difetto, semmai, sta nel fatto che, dopo un po', i romanzi della scrittrice giapponese ti sembrano tutti uguali e ti si confondo in testa... Ma è davvero un problema?

In fondo, no.

Perché ogni tanto leggerne uno fa davvero bene: ti intiepidisce il sangue e ti riscalda il cuore. Oltre a farti respirare una brezza fresca e incontaminata, in una giornata luminosa, creando per te una dimensione diversa, scandita non dai minuti, ma dal soffio del vento, dall'erba che cresce, dal canto degli uccelli...

Da segnalare, peraltro, nella fattispecie, che questo romanzo è il primo di una tetralogia chiamata “Il Regno”, di cui ho già acquistato il secondo volume, ma di cui devono ancora essere pubblicati (e presumo scritti) i successivi due.

La protagonista, come quasi sempre capita, è una ragazza giovane, con una certa fragilità di fondo, ma molte risorse inaspettate, che svolge un lavoro alternativo e si ritrova a dover dare una nuova direzione alla sua vita.

Ci sono scelte importanti da compiere, momenti di tristezza e di malinconia, elementi soprannaturali (soft), ma tutto viene affrontato in maniera serena e tranquilla, senza drammi...

C'è poi un bel rapporto con la natura, intesa in senso quasi panteistico con sfumature animistiche, descritto in modo plausibile, con qualche ingenuità di fondo, magari, ma che conferisce allo scritto levità e dolcezza, anziché stridere... Una delle caratteristiche che amo di più della Yoshimoto è che, in generale (e comunque anche qui), ti trasmette “un altro modo” di percepire le cose, sia a livello interiore che nei confronti del mondo...

Infine, segnalo, la poesia/canzone iniziale: bellissima! Non tanto per i pregi letterari, quanto per i sentimenti che racchiude e che sembrano danzare sul foglio, mentre la leggi, pieni di energia e positività...

mercoledì 21 gennaio 2015

Vecchiette e bambini


LA CASA DELLE NONNE
 
 
Secondo la definizione di Patapiccula, ovvero della mia nipotina di tre anni e mezzo, è la Casa di Riposo, che, tra l'altro, ospita anche la mia, di nonna (per la cucciolina, la bisnonna)...

Ebbene, un paio di settimane fa, quando sono andata a trovarla con i fratocugini, è voluta venire anche Patapiccula, spiegando con tenerezza: “Perché è tanto che non la vedo”... Benissimo, allora: spedizione di gruppo!

Io e la cucciolina abbiamo raggiunto gli zii (dal suo punto di vista) con una mezz'ora di ritardo, e giacché, una volta arrivata, io sono rimasta senza sedia, la nonna mi ha invitato a cercarmene una... Ho iniziato quindi ad aggirarmi per il corridoio quando una vecchietta mi ha chiamata. Ho sentito il Ragno sibilare un “Otta, no!” dalla stanza della nonna, ma non vi ho badato: ho pensato, povera signora, che mi costa darle retta? Insomma che ho risposto.

La simpatica signora ha iniziato a farmi una carrellata di domande sugli argomenti più disparati (tanto per cominciare voleva sapere chi diavolo fossi), nel mentre mio fratello è sopraggiunto alle mie spalle (attento a non farsi scorgere dalla vecchietta e a restare fuori dalla sua stanza) e ha iniziato a sussurrare: «L'infermiera ha detto di non considerarla! Otta! Otta! L'infermiera ha detto di non considerarla!» premurandosi di adottare un adeguato tono da sibilla, tipo film horror, della serie “Lasciate ogni speranza voi ch'entrate”, fino a che la signora non si è accorta pure di lui: «Chi è quel ragazzo!», ha indagato.

Io: «Mio fratello!»

La Signora: «Ma non lo conosco! Me lo faccia vedere?»

Al che le ho mostrato il Ragno.

La Signora: «Ah! Che bel ragazzo!» E poi, a me, scettica: «Ma è bravo?»

Io: «Sì... Studia...»

Alla prima occasione, il Ragno mi ha trascinata via. Se ci fosse stato Androide, probabilmente la faccenda sarebbe stata più spassosa, perché quasi di certo avrebbe replicato qualcosa sul genere: “Ma sì, è da almeno cinque giorni che non picchia una delle operatrici di rettilineo che lavorano per lui...”, per poi fornire gustosi particolari immaginari e truci, senza vergogna né ritegno, e riuscendo a mantenersi assolutamente serio.

A quel punto, noi siamo allora stati un po' con la nonna nostra, chiacchierando del più e del meno, fino a che lei non è voluta scendere nella saletta ricreativa con le altre signore. Ed è allora che... si è scatenato l'inferno!!! Nel senso che le bimbe sono piuttosto rare nelle Case di Riposo (a quanto pare) e Patapiccula era gettonatissima e le signore non facevano che rivolgerle complimenti, domande, reclamare baci e attenzioni... la cucciola, terrorizzata, si è nascosta dietro la mia gamba, mi si è aggrappata alla mano, e si è sigillata la bocca.

Le vecchiette si sono galvanizzate ancora di più, peggio di uno stuolo di adolescenti al cospetto di una boy-band, facendo a gara per conquistarla... Patapiccula, poveretta, era sempre più smarrita... L'unica soddisfazione che ha dato, dal momento che le più arzille si accucciavano per parlare con lei, è stato accucciarsi a sua volta, fissandole con intensità, ma senza cedere di un centimetro alla richiesta di rivelare il suo nome.

Quando ce ne siamo andati era talmente stordita, che invece di dare un bacetto sulla guancia della nonna, le ha schioccato un cauto smack sulla schiena ed è fuggita.

Non so se deciderà di tornare in tempi brevi... Quel che è certo è che è difficile trovare qualcosa di più buffo e di più dolce di vecchiette e bambini insieme!

martedì 20 gennaio 2015

In una parola: letteratura


I RAGAZZI BURGESS
di Elizabeth Strout
 

 
Dove lo stupido scherzo di un ragazzino triste (perché di quello si tratta) diventa un crimine d'odio, e come tale viene affrontato dalla giustizia e dai Media, fino a che il tessuto della quotidianità si sfalda, e tu (chiunque sia tu, dei tre protagonisti principali) ti accorgi, seppur per motivi diversi, di aver sempre vissuto in una quieta disperazione... E sullo sfondo, a complicare ulteriormente le cose (che sono la somma dell'oggi, ma anche dei molti ieri) un trauma del passato... Non poi così misterioso, ma diverso da come ci si ricorda.

E allora, a guardarti dentro, ti scopri differente dall'idea che avevi di te, oppure ti senti un bluff (e magari lo sei davvero), dinnanzi alle aspettative o al giudizio degli altri, che, plausibilmente, sino ad ora ti hanno mitizzato, accecati dall'ammirazione e dall'affetto...

Il romanzo indaga su quel che si cela tra i rapporti fra fratelli (e sorella), sul peso del silenzio, del non detto (classico tema della Strout), e su quel che si trova grattando sotto la patina della superficie... Ma non ogni prova finisce male: gli equilibri si ricompongono e le dinamiche familiari trovano un nuovo ordine; ciò che si è diviso si unisce in una forma più genuina, più autentica; e ciò che si è unito si divide, seppur, come abbiamo appreso, nulla sia per sempre.

Nel complesso, l'opera risulta più lineare rispetto alle precedenti della Strout, più immediata, e sì, più semplice, più piacevole, ma non meno profonda, acuta e perspicace. La storia ti avvolge nelle sue volute, come fumo, ma anziché allungarsi, e biforcarsi (come è accaduto, ad esempio, in “Olive Kitteridge” o in “Resta con me”), va sempre più in fondo, scoprendo che cosa c'è dopo ogni strato... Come a dimostrarci – anche con il confronto somali/americani – quanto molteplici siano le spigolature di ogni verità, che non è mai una, nemmeno per le questioni del passato, sempre date per assodate e certe.

In una parola: letteratura.

lunedì 19 gennaio 2015

Boccoli assassini


Caro MPM,
mi chiamo Candita Candita (ehhh, lo so che il doppio nome fa un po' sfigata, ma allora cosa dovrebbe dire Mario Mario?) Comunque sia, il mio problema è il seguente: da quando sono uscita dall'orfanotrofio, ho avuto modo di conoscere un sacco di uomini (non per vantarmi, ma ero soprannominata "la boccolona della casa del pony"), eppure le mie relazioni non possono certo dirsi indimenticabili, tutt'altro. Infatti, quando il Fato finalmente si è degnato di pormi dinnanzi alcuni esemplari di maschio che non fossero a) vecchi maniaci, b) attori falliti, c) sadici incestuosi e d) patrigni lussuriosi, ho avuto la sfortuna di imbattermi in ragazzi di salute talmente cagionevole che neanche Julian Ross avrebbe palleggiato con loro. Indi, la mia domanda è la seguente: sono solo sfigata io, o porto rogna anche a chi mi circonda? Grazie MPM (ti manderei un bacio, ma non vorrei anticipare così la chiusura della tua bellissima rubrica).

Candita

(guardacheprocione@orfanotrofio
dellesuore.com)









Cara Candita,

una mia vecchia conoscente, un'arzilla scrittrice del Maine, tempo addietro mi pose la stessa domanda. Arrivammo insieme alla soluzione più logica del problema: allontanarsi dal luogo natio può chiarire ogni dubbio. Purtroppo a J.B. le cose non sono andate meglio, anzi chiunque la conosca finisce inevitabilmente sotto terra, non importa dove avvenga l'incontro. Pensa che ora la chiamano Giona B. Fletcher, il gelido tocco del Maine. A te auguro, naturalmente, maggior fortuna. Sappimi dire, ci sono un sacco di bei posti da visitare (non l'Italia, mi raccomando, perché abbiamo già i nostri problemi).

Un'amichevole stretta di mano
(hai visto mai...)

MPM