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venerdì 3 novembre 2017

Jackie Brown

PUNCH AL RUM
di Elmore Leonard


Delusa.
Da questo romanzo è stato tratto il film di Tarantino “Jackie Brown”, non uno fra i miei prediletti, ma senza dubbio carino, intelligente, coinvolgente.
Il romanzo invece… non mi ha detto nulla.
Ma nulla proprio.
La trama è la stessa, per quel che ricordo, e così Jackie – anche se non si chiama Brown, bensì Burke – però… niente, non siamo entrati in sintonia.
E pensare che ho visto altri film tratti dai romanzi di Leonard (Out of Sight, Get Shorty…) e mi sono piaciuti tutti. Insomma, credevo che come autore lo avrei adorato. Ma no. Nada.
I personaggi che nella pellicola con Pam Grier, Michael Keaton, Samuel L. Jackson e Robert de Niro mi sembravano ricchi di spessore e di carisma qui sono poco più dei nomi con attaccata qualche peculiarità trascurabile. Il montaggio serrato e ammiccante di Tarantino è ridotto ad un incedere stringato, ma senza sugo. Lo stile di Leonard, soprattutto, è sciatto, funzionale, ma privo di… qualunque cosa. Non sono una che necessita per forza di lunghe descrizioni, ma qui ci sono solo dialoghi e azione, azione e altri dialoghi. Come se tutto nel mezzo fosse superfluo. Solo che non lo è. Serve a creare atmosfera, contesto, a delineare i caratteri dei protagonisti, a sedurci e farci innamorare…
Qui c’è un buon impianto di base, una storia piacevole, di per sé anche ben costruita, ma non ce ne importa nulla, perché siamo completamente indifferenti a quel che capita ai personaggi. Vivono, muoiono, sono buoni, cattivi… Embè? Chi se ne cale.
Certo, le scene scorrono veloci e fluide. Comprendono sparatorie, truffe, ammazzamenti, traffico d’armi… Ma, per quanto mi riguarda, non facevo che sbadigliare.
Brutto? Magari no.
Ma da un libro sono abituata ad aspettarmi qualcosa di più. Emozioni e fascinazione, ad esempio.
Dubito che leggerò altro di Elmore Leonard.

giovedì 2 novembre 2017

Suggerimenti per vivere bene

QUESTIONE DI TEMPO
di Richard Curtis


C’è la questione dei viaggi nel tempo, dunque, dato che i maschi della famiglia di Tim, Tim incluso, hanno il potere di rivivere ogni momento della loro vita quante volte vogliono.
Ma non si tratta di un film di fantascienza: non si bada né al rischio di paradossi spazio temporali, né a possibili ripercussioni sul piano psicofisico.
Semplicemente è un film leggero, delicato, divertente e dolcissimo che parla di amore e relazioni familiari, in cui sì, c’è la questione del cronotrasporto, ma finalizzata al sentimento e a nulla più. Non si può, infatti, andare in esplorazione delle varie epoche, ma solo ritornare a se stessi. Non per arricchirsi o per avvantaggiarsi, ma per essere più felici (magari, come ha scelto il padre di Tim, dedicando la propria vita ai libri, leggendo il più possibile). E dunque incontriamo una ridda di personaggi meravigliosi, attraversiamo le tappe dell’esistenza, ci facciamo un mucchio di risate, ascoltiamo una splendida colonna sonora, e abbiamo occasione di riflettere su tante cose e di imparare ad apprezzarne altre.
Non vi basta?
Guardate il trailer. 
Quando mon amour mi ha parlato di questa pellicola ho sbadigliato. Ma ho riso da matti con il trailer, e allora mi sono lanciata. Il film è un susseguirsi di sorrisi e risate a crepapelle, specie nella prima parte, e anche le vicende più drammatiche vengono stemperate con positività e ottimismo: la pellicola, per giunta,  non si limita a regalare una piacevole serata in allegria, ma offre qualcosa di più duraturo, di tenero, ma solido, che continua a emanare calore, come una piccola fiamma.
Certamente “Questione di Tempo” non è esente da difetti: è troppo lungo e forse qua e là c’è qualche buchetto narrativo. Ma gli interpreti sono eccezionali (Domhnall Gleeson, Rachel McAdams – che di norma trovo antipatica, ma che qui è adorabile – e Bill Nighy su tutti), l’atmosfera impeccabile, frizzante e non stucchevole. E quanto si ride! Se si riesce ad andare oltre, però, si scorge qualcosa di più: una serie di suggerimenti per vivere bene, anzi, per vivere davvero, senza farsi sfuggire nulla. 
Straconsigliato!

mercoledì 1 novembre 2017

Una casa che non esiste

I CUSTODI DI SLADE HOUSE
di David Mitchell


Un romanzo a racconti, per la precisione, horror vecchio stile, con qualcosa a metà tra demoni, vampiri e fantasmi, ma che si iscrive benissimo nel novero delle Ghost Stories. 
Di nove anni in nove anni, infatti, vediamo che accade a Slade House. Una casa che non esiste. E i cui ospiti spariscono misteriosamente, divorati.
Rispetto agli altri romanzi che ho letto di Mitchell, meno complesso, più lineare, fluido e immediato. Meno originale, forse, ma ben lungi dalla banalità, cattura e mantiene viva l’attenzione del lettore, e si diverte a sorprenderlo e spiazzarlo, ingannandolo ogni volta, per quanto stia sull’attenti, in attesa, appunto, di una trappola. Che puntualmente arriva, ma mai allo stesso modo.
Il rischio insito nel romanzo avrebbe, al più, potuto essere la ripetitività, visto il ciclo dei nove anni, ma Mitchell non ci casca, e di volta in volta crea collegamenti, corrispondenze tra i personaggi, specifica nuovi dettagli e moltiplica i punti di vista, precipitandoci, di fatto, anche questa volta, in un rutilante caleidoscopio di situazioni,  pensieri e approfondimenti psicologici, seppur costruito in modo diverso dal solito.
La prosa è squisita, corroborata da un linguaggio corposo e liquido, molto curato, il montaggio eccelso. 
E anche se, stringi stringi, alla fine l’opera, forse, non arricchisce il lettore a livello intellettuale od emotivo, di sicuro lo seduce, lo incanta e gli infligge una discreta sequela di scosse elettriche.
Se fa paura?
Strictu sensu no, specie per un pubblico ormai aduso a qualunque orrore.
Più sottilmente sì, nella misura, stupenda, in cui ammalia e disorienta.

martedì 31 ottobre 2017

Null'altro conta

STRANGER THINGS 2


Non c’era niente che aspettassi con altrettanta ansia a livello cinematografico, televisivo, fumettistico e persino libresco. La domanda da un milione di dollari, dunque,  è: siamo all’altezza della prima serie?
La risposta non può che essere che un bel… dipende.
Se posso farmi vincere dall’emotività, infatti, devo strillare: Sì, sì, sì!!!, con gioia assoluta. Con la differenza che ormai conosciamo i personaggi e li amiamo da matti, e più si aggiungono nuove sfumature a definirli, più ancora li ameremo! Inoltre ci sono nuovi protagonisti cui affezionarsi, tra i quali, ehi, spicca niente meno che Sean Astin!!! Esatto, il Mickey de “I Goonies” (che infatti ci regala qualche strizzata d’occhio giocando sul suo vecchio ruolo). Le atmosfere, poi, restano le stesse e ci consentono, ancora una volta, tra ammiccamenti e citazioni, di rivivere una bellezza profonda e struggente che credevamo perduta, che ci apparterrà per sempre, ma che, al contempo, non è più nostra. Salvo quando seguiamo le vicissitudini di Undici, Mike, Lucas e Dustin… insomma, tutti i lati positivi della prima stagione restano intatti, ma la storia va avanti ed altra carne (carne di Demogorgone) viene messa sul fuoco, fornendo risposte che ci mancavano, creando sviluppi e sotto trame… oltre a bizzarre quanto splendide collaborazioni (vedi Dustin e Steve), che lo scorso anno ci sarebbero parse impossibili. In particolare "vanno a posto” alcune cose che alla fine della prima stagione ci erano piaciute, ma sentivamo come sbagliate... Insomma, per quel che mi riguarda, questa serie contiene felicità allo stato puro ed è la cosa più bella vista quest’anno, dolce, incalzante, avventurosa e intrisa di sentimenti vividi e non edulcorati e melensi.
Però, a voler cercare il pelo nell’uovo…
Per quanto mi sia goduta ogni istante, e avrei sofferto dovendo rinunciare anche ad un solo fotogramma, penso che se fossi onesta ammetterei che la serie sarebbe stata maggiormente incisiva con almeno tre episodi in meno. Quello dedicato ad Undici/Jane, in particolare, ristagna un poco e ci sono momenti che mi disturbano a livello intimo (ad esempio, quando si ruba nell’emporio)… Ogni tanto si intuisce qualche piccolo, sottile “sgarruppamento” narrativo (possibile che Steve, solo con la sua mazza, sia più efficace di tutti i militari alla base?) e c’è almeno un incontro – meraviglioso e sospiratissimo – che avrei voluto si svolgesse prima, per godermelo più a lungo...  
Ma, in fondo, pazienza. Fa lo stesso.
E’ stato fantastico e mi sono divertita, sorprendendomi a constatare che, mentre guardavo Stranger Things 2, null’altro contava. Nemmeno MPM. Se non come interlocutore con cui condividere nerditudini e fonte di calore. 
Al momento non posso che pregare per una terza stagione…

lunedì 30 ottobre 2017

Il Ragno e un sacco di scimmie

IL RAGNO IN THAILANDIA


E’ che oggi è il compleanno del cucciolo, ma lui non c’è. E’ in Thailandia. Da due settimane. E non tornerà prima che ne sia trascorsa una terza. 
E, insomma, mi manca, il mostriciattolo. E’ il mio piccolino, nonostante ormai sia vecchio (anche se non avesse compiuto gli anni, oggi). E certamente sta meglio lì dov’è che qua, tuttavia sento la lontananza. 
E allora, per esorcizzare, racconto un po’ di lui.
Che si diverte, a quanto pare, e ogni tanto mi invia una foto o mi degna di una telefonata. 
Ecco, in soldoni, che cosa ha raccontato:

Che ci sono un sacco di scimmie, peggio che i piccioni qua. Molto socievoli e ingegnose. Se ti distrai, una può arrampicartisi su una gamba o salire sulla tua canoa e farsi dare uno strappo da te, per dove non si sa. “Che carine!”, ho commentato io, ingenua,  “come sono tenere”. “No”, ha replicato il Ragno: “E’ che cercano sempre di rubarti qualcosa, qualunque cosa possano”.
Per il resto, appena arrivato, un signore gli ha messo in braccio un lemure, che teneva come animale domestico, indi, nei giorni successivi, mio fratello è stato in groppa ad un elefante per un giretto nella giungla, ha messo un piede in un formicaio e ha detto che ci sono un sacco di ragni e farfalle giganti che ti volano in faccia.
Le spiagge sono bellissime, anche se, quando mi ha mandato la prima foto, l’ho scambiata per Alassio. Marty, invece, la sua amica, si è beccata una medusa su una gamba, che le ha fatto malissimo, ma non ha subito gravi conseguenze. E questa è una buonissima cosa, visto che le spiagge sono costellate di cartelli che invitano, in caso di punture, di recarsi subito in ospedale. A urticare, infatti, può essere una cubomedusa e gli esiti possono rivelarsi potenzialmente fatali!!!
Poi c’è il cibo… Non è male, all’inizio, ha detto il Ragno, colazioni come piccoli pranzi, frutta saporita, insalate fantasiose, ma alla lunga la cucina comincia a stancare. Troppo stucchevole, troppo dolce… 
Stando alle sue testimonianze, però, i thailandesi sono gentili e fiduciosi (porte aperte, soldi lasciati incustoditi, registratori di cassa di plastica, perennemente aperti), ma anche tremendamente insistenti e se vogliono farti un massaggio, ti prendono per sfinimento finché non dici di sì. I panorami naturali sono stupendi e ti riempiono l’anima, le città, invece, non lo hanno entusiasmato. Tutto ciò che è artificiale, mi ha detto, qui è brutto e fuori posto, inclusi i templi. 
In compenso le attività divertenti sono un’infinità: snorkeling, surf, gite nella giungla, canoa…
Mu, accludo un po’ di foto, che MPM posizionerà ad arte. Tra queste, la mia preferita è ‘sta scimmietta che cerca di aprire il tappo. Ho chiesto spiegazioni. Mi è stato risposto: “Mah, niente… C’era ‘sto furgone incustodito e la scimmia voleva sapere cosa c’era nei contenitori…”
Che altro dire?
Tanti auguri, Ragno. Torna presto!

venerdì 27 ottobre 2017

Femminismo e satira sociale

THE HANDMAID'S TALE


Ho visto il film, ordinato il romanzo, ma qui parlo principalmente della serie tv, i cui dieci episodi mi sono sparata alla velocità della luce. 
Il merito è da ascriversi soprattutto alla trama, potente e meravigliosa, incalzante, irta di femminismo e satira sociale. 
Non rivelo nulla al riguardo, dico solo che siamo in un futuro distopico fra i più agghiaccianti, alienanti e spersonalizzanti. Ne ho riassunto le prime puntate ad alcune amiche, che già così, solo ad ascoltare a me, si sono dette rapite ed ipnotizzate, tanto che non riuscivano a smettere di farmi domande e a voler conoscere particolari.
La storia è dunque molto coinvolgente di suo: non procede linearmente, ma ci mostra in modo progressivo il terrificante presente e come ci siamo arrivati. Non di colpo, ma a forza di atroci avvisaglie, aggiungendo, rispetto alla pellicola cinematografica omonima, parecchi dettagli, sia sui personaggi che sul contorno, specie a livello di politica internazionale, oltre a modificare e aggiornare diversi particolari (ad esempio, la questione razziale viene completamente obliata, anzi, come ormai di consueto, molti protagonisti cambiano persino etnia).
L'unico problema è che, se nel romanzo, scritto nel 1985, e nel film, del 1990, tutto risulta abbastanza coerente, qui è difficile concepire certi sviluppi alla luce di Internet e dei Social Media, specie considerando che il tutto è ambientato in America... 
Inoltre, rispetto al film (non ho ancora letto il romanzo di Margaret Atwood), ci sono alcune licenze che si potevano evitare, ad esempio la faccenda del “doppio parto” è davvero una pagliacciata.
Altro grosso pregio, invece, è Elisabeth Moss, l'interprete principale, alias Difred. In un primo tempo potrebbe farci storcere il naso: è brutta come poche, a tratti sembra una rana, è troppo vecchia per essere credibile come ancella e persino troppo cicciotta. Ma è di un'intensità senza pari e presto si fa perdonare ogni difetto.
Per il resto l'opera è senza dubbio magnetica, soprattutto nelle puntate iniziali (MPM ha patito tantissimo, lamentando di “sentirsi offeso come donna” e che la sua anima si stava spezzando – sic!), curatissima anche a livello di fotografia e scenografia, mentre superbi sono i costumi, su tutti quelli delle ancelle, che, rispetto al film (passato in sordina, ma con un cast notevole, con attori del calibro di Robert Duvall e Faye Dunaway) costituiscono un enorme passo avanti.
Curiosità: nella serie Tv spiccano: Samira Wiley (la mia adorata Poussey di “Orange is the new black”), Yvonne Strahovski (dalla serie televisiva “Chuck”) e Joseph Finnes, invero, piatterello e inespressivo come al suo solito. Ma nel contesto non si nota troppo.

giovedì 26 ottobre 2017

Un'esperienza cromatica

LE RAGAZZE NELLO STUDIO DI MUNARI
di Alessandro Baronciani


Bruno Munari, il designer. Ma anche grafico, pittore e scultore.
Esattamente come questo non è solo un fumetto, ma... un'esperienza. Figurativa, cromatica, tattile... nel flusso della memoria, nell'arte di raccontare, sperimentando suggestioni e azzardando confronti e speculazioni. 
E così, se una pecorella ci dice: “Toccami!”, noi dovremmo accarezzarla e scopriremo il suo morbido vello, come i bambini con i loro libri. E se l'opera è in bianco e nero, talvolta potremo sorprenderci di come il mondo cambia, sul piano comunicativo e delle sensazioni, a seconda di luce e colori, mentre riflettiamo sui film di Antonioni...
Pazienza se il protagonista è odioso (o, se vogliamo essere più o meno generosi, affetto da problemi relazionali o fortemente immaturo) e non ci suscita empatia: le pagine sono così ampie e belle, il modo di narrare così fluido e affascinante – e non solo per “gli effetti speciali”, ma soprattutto per scelte lessicali, digressioni e “dolce ponderatezza”, ricca di grazia e di soavità, che si trasfonde altresì nei disegni, semplici, ma incantevoli – che seguiamo volentieri il dialogo che Fabio, libraio e collezionista di volumi, intesse con noi dopo che la sua fidanzata lo ha lasciato... E confondiamo la sua storia con altre, riempiendole di riflessioni e riferimenti (l'aspetto più interessante del libro), giocando con tutto ciò che il foglio e la matita possono offrire.
Un'opera colta, intelligente, fatta di introspezione e strizzate d'occhio, utile per confrontarsi con se stessi, per dare concretezza al passato personale, anche quando non è il nostro, perché qualcosa di noi inevitabilmente sempre si affaccia...
Non particolarmente originale, magari, sotto il profilo della mera trama, e originale proprio per questo. Perché è la storia di tutti, ma non assomiglia a quella di nessuno.

mercoledì 25 ottobre 2017

Un bestione che toglie il fiato

KONG: SKULL ISLAND
di Jordan Vogt-Roberts
(2017)


Un reboot, non un remake. E come tale, per quel che mi riguarda, la più adorabile, coinvolgente e rutilante opera sullo scimmione.
Per tre motivi fondamentali: il primo è che, essendo un antefatto non è ancorato al canone, non completamente, e ci riserva diverse sorprese; il secondo, connesso, è che ci risparmia il patema e non finisce male (non proprio), dato che non si arriva a New York, ma si resta sull'Isola del Teschio (anche se i temi della solitudine di Kong e dell'amore in possibile per la bionda di turno in qualche modo vengono riproposti). Il terzo, ma non per importanza, è che ci sono un sacco di bellissimi mostri!!! Non solo in primo piano, a volte si percepisce un movimento nell'acqua, un guizzo lontano verso l'orizzonte, un tentacolo, una pinna sullo sfondo... In effetti, sotto il profilo degli effetti speciali questo film è una gioia per gli occhi, e, ovviamente, il primo ad essere realizzato ad arte è proprio Kong: espressivo, terrificante o tenero, secondo le esigenze, e quasi vero... Oltre che... monumentale! In effetti, complici i progressi della computer graphica, io il bestione così gargantuesco non lo avevo mai visto! Ed è strabiliante, da togliere il fiato! 
Per il resto, nonostante la prima mezz'ora un po' statica, il film rispetta le caratteristiche pregnanti dell'opera, riuscendo però anche ad essere un meraviglioso viaggio avventuroso, colmo di azione e di meraviglia, con momenti comici e altri di tensione, con picchi commoventi e altri che sfiorano l'epicità. 
La pellicola mette in luce la fragilità dell'uomo dinnanzi alla natura, denuncia avidità e ambizione, oltre alla follia dei militari, non rinuncia ai sentimenti, ha un buon ritmo, ed è grandioso... in tutto! Dalla manifestazione di violenza antiecologica dei soldati alla simpatia di Hank Marlow/John C. Reilly, la cui storia è una delle innovazioni più riuscite.
Persino gli indigeni (che, ad esempio, nella pellicola del 2005 con Jack Black, facevano più paura di Kong) sono buoni e ospitali, oltre a regalare più o meno involontari momenti lieti.
Se lo consiglio? Eccome!!!

martedì 24 ottobre 2017

Un'esperienza originale

LE STANZE DELL’ARMONIA
- Nei Musei dove l’Europa era già unita -
di Philippe Daverio


Daverio ci regala un viaggio nei principali Musei della cultura occidentale (America inclusa), con il suo consueto approccio tra l’erudito, il curioso e il divulgativo, commisto di simpatia e strizzate d’occhio, questa volta, però, rinnovando il metodo, cambiando la prospettiva, tornando, così, a solleticarci e a farci desiderare che il gioco continui e continui e continui ancora…
E insieme alla storia dei Musei (ad esempio: Ermitage, Prado, Louvre, Uffizi, Pinacoteca di Brera, MoMA) e dei loro temi, ci narra, di volta in volta, la Storia della città, dell’arte, del Paese e dell’Europa… 
Lo ammetto, benché avessi smesso di crederci, quest’opera è tornata ad entusiasmarmi come fosse la prima che leggo di Daverio, fresca e piena di sorprese, stuzzicante e amena.
Come esperienza è originale e, per quanto mi riguarda, mi aiuta a colmare un grosso buco. Da sempre, infatti, leggo libri di Arte, ma non mi sono mai documentata circa i percorsi dei Musei, tanto meno in ordine alla loro origine, sviluppo, e aneddotica, qui, per giunta, infarcita di ardite connessioni…  
Dopo una bellissima ed emozionante introduzione, volta a spiegarci che cosa facciamo “qui” e come ci siamo arrivati, andiamo, dunque, a scoprire le varie raccolte, a cominciare da quelle italiane, e in particolare i Musei Vaticani.
Ad ognuna viene dedicata circa una decina di pagine corredate, come sempre, da grandi fotografie a colori di ottima qualità, in cui, appunto, l’autore crea un contesto e ci vengono illustrate genesi e caratteristiche, saltabeccando, talvolta – e con estremo divertimento – da un’epoca all’altra. 
Segue il “Passepartout”, ove Daverio propone, per ogni Museo, percorsi alternativi, insoliti, meno battuti, o, semplicemente, peculiari, senza trascurare scultura o manufatti vari.    
Come di consueto il volume scorre snello e rapido, tanto che, come in tutte le occasioni in cui lo si fa davvero, quasi non ci si accorge di apprendere.

lunedì 23 ottobre 2017

La storia appassionante

L’AMANTE DELLA REGINA VERGINE
di Philippa Gregory


Seguito de “Il Giullare della Regina”, incentrato su Elisabetta I Tudor dopo la morte di sua sorella Maria, detta la Sanguinaria, cambia però punto di vista, ed infatti la nostra adorabile Hannah Green, dismessi i panni del giullare, è ridotta ad un fugace cameo. 
Peraltro, ritroviamo Elisabetta, ora Regina, Robert Dudley, assurto a protagonista, e la sua povera moglie Amy, che ci fa talmente pena da farci superare persino l’antipatia nei suoi confronti… la trama, infatti, tra i francesi che minacciano di invadere la Scozia e la necessità per l’Inghilterra di nuovo conio, è incentrata soprattutto sull’amore adulterino che lega la sovrana e del suo ambizioso Maestro di Stalla, Robert Dudley, appunto, che però libero non è…
Personalmente, avevo trovato più interessante, ricco e avventuroso il volume precedente, qui, per quanto si inventi, infioretti e romanzi, lo spazio di manovra dell’autrice è ridotto visto che i protagonisti sono tutti personaggi realmente esistiti… Necessariamente, allora, sappiamo già dove si andrà a parare e che cosa potrà o non potrà succedere.
Senza dubbio il volume si legge comunque volentieri, riesce lo stesso ad essere appassionante, e, come al solito, è ben rappresentato sia sotto il profilo Storico (a tutti i livelli), sia sotto il profilo umano. Preponderante, certo, è la vicenda amorosa, ma, com’è ovvio, le sue ripercussioni non sono quelle della solita banale tresca e ad essa si affiancano tematiche molteplici, relative alla difficoltà di regnare e di scegliere, e alla paura che ogni mossa comporta, e che può scatenare complotti o attentati... che si aggiungono a quelli già in corso.
Nessuno dei protagonisti esce benissimo dalla vicenda: Elisabetta è egoista, vanesia e fifona; Robert Dudley è odioso quanto seducente; Amy è puro tedio e pura pena… Per fortuna che dietro a tutti, con abilità e lungimiranza, si muove William Cecil, il Consigliere della Regina. Nemmeno lui, invero, è esattamente un soggetto piacevole, ma non può che suscitare la nostra ammirazione.
Nel complesso, ad ogni modo, il volume scivola via velocemente, tenendo ben desta l’attenzione, assorbendoci completamente e facendoci desiderare, poi, di approfondire sui libri di Storia quanto abbiamo appena vissuto.   
A presto con “L’Eredità della Regina”.

venerdì 20 ottobre 2017

Il piacere di (ri)scoprire canzoni

DYLAN LYRICS


Tre volumi con tutte le canzoni di Bob Dylan, dal 1961 al 2012: finalmente!
Che poi, magari, sono usciti da tempo, ma io li ho rinvenuti per caso, curiosando in libreria... 
Sono cartonati, dall'ottima veste grafica, scritti grandi, come piace a me, con il testo originale e, a fronte, la traduzione in italiano. La carta sembra riciclata, ma è bella spessa, mentre il prezzo, rispetto al numero di pagine, è davvero modico. In fondo a ciascun tomo le “note del traduttore”, che si impegnano a tener conto di varianti, aneddoti e riferimenti.
Da parecchio mi ripromettevo di approfondire il discorso Dylan, non tanto per la faccenda del Nobel (che, anzi, avevo criticato, rimanendo tuttora sulle mie posizioni), quanto perché De André, il mio cantante preferito dell'eternità, ha sempre ammesso un debito nei suoi confronti...
E infatti, oltre a canzoni bellissime che non conoscevo e a racconti in musica (anche se li si legge in silenzio e non si ha idea di come li abbia interpretati Dylan, la musica, in qualche modo, fa sempre eco e sempre si affaccia tra un verso e l'altro), oltre a storie di vita, di uomini e di donne, di sentimenti e satira sociale, ho ritrovato con godimento e nostalgia tante delle radici del mio Faber, a volte esplicite e dichiarate (“Desolation Row”, qui tradotto con “Vicolo della Desolazione”, ossia “Via della Povertà” di “Canzoni” FdA o “Romance in Durango”, divenuto “Avventura a Durango” in “Rimini” FdA) a volte più sottili (“John Brown”, pur molto diverso sotto tanti aspetti, per altri versi mi ricorda, invece, parecchio “La Guerra di Piero”).
A ciò, si è aggiunto il piacere di scoprire la traduzione (diversa e talvolta irriconoscibile da quella che avrei fatto io, che l'inglese lo mastico poco, anche solo per questioni lessicali) di testi che adoro da tempo. 
Leggere tutto di seguito, peraltro, conferisce ad ogni strofa un valore ultroneo e nuovo, permette di cogliere meglio le sfumature, le evoluzioni stilistiche, la poetica,  e, intenzionalmente o no, delinea un percorso intellettuale e umano che man mano diviene più avvincente.    
Grazie Feltrinelli!

giovedì 19 ottobre 2017

Anna è sempre Anna

L'ETA' MERAVIGLIOSA
di Lucy M. Montgomery


Chi non conosce Anna dai capelli rossi?
Chi non l'ha amata?
E in quanti sanno che Anna non è solo la protagonista di uno splendido cartone animato e del romanzo da cui è stato tratto, ma di un'intera saga?
Io l'ho scoperto qualche anno fa, ma mi ci è voluto il Mio Perfido Marito per farmi coraggio e per indurmi ad andare avanti: dopo aver visto insieme la Serie Tv di Netflix, infatti, mi ha regalato tutti i libri... 
Questo è il secondo. Quello che si spinge ove il cartone animato non ha mai osato...
Inizia con Anna adolescente, impegnata in mille attività e prossima ad incominciare il suo lavoro di maestra nella scuola di Avonlea, decisa a farsi amare dai suoi studenti e ad aiutare Marilla (specie ora che due nuovi giovani membri entrano a far parte della loro famiglia), e continua con mille avventure, grandi e piccole, con tanti vecchi e affezionati personaggi, come Diana e Gilbert, e nuovi, favolosi tipi bizzarri, che, spesso, finiremo con l'amare più dei vecchi. 
Anna, pur cresciuta e più responsabile, è sempre Anna – anche se qui, in un'ottica più fedele all'originale, dobbiamo abituarci a chiamarla Anne – e ci piace da morire apprendere nuove cose di lei, vederla crescere e maturare, pur conservando le sue peculiarità, ed anzi scorgendole di riflesso in altri accanto a lei...
Il volume, sostanzialmente di raccordo tra il primo e il terzo, mantiene intatta l'atmosfera sospesa fra soavità, divertimento e incanto del suo epigono, strappandoci spesso sorrisi e risate, ma, se devo essere onesta, sarà che Anna bambina su di me esercitava maggior fascino – forse perché l'infanzia è in assoluto l'età a cui sono più legata (e che per me è assai più meravigliosa dell'adolescenza) – ma mi sembra che ogni tanto la nostra beniamina ecceda per logorrea e voli pindarici e la narrazione manchi un po' di ritmo e tenda a ristagnare... Di sicuro, però, si riprende alla grande nella parte finale, con la romantica storia della signorina Lavender, promettendo cambi di scena e novità per il prosieguo! 
A presto, dunque, con il terzo tomo: “Il baule dei sogni”.

mercoledì 18 ottobre 2017

Un milione di anni fa

LA BAMBOLA CHE DIVORO' SUA MADRE
di Ramsey Campbell


Capolavoro.
Horror, naturalmente.
E io non sono una sfegatata fan di Ramsey Campbell, che, intendiamoci, non mi dispiace, ma qui ha raggiunto le vette della sua produzione, le ha superate, e poi è andato più in là.
O meglio, che non le ha più raggiunte, dato che questo è il suo romanzo d'esordio ed è stato scritto nel 1976.
Anche se...
Diavolo, non è che me lo ricordi granché. 
Dico sul serio, l'ho letto un milione di anni fa, al Ginnasio, credo, per giunta in tipo uno o due giorni. Quindi, forse, averlo dimenticato non è poi così strano.
E allora perché recensirlo?
Perché mi sembrava doveroso.
Perché, invece, ricordo con precisione che la trama mi aveva sorpresa ed entusiasmata.
Rammento perfettamente che mi ero detta: “Con un titolo così stratosferico, non potrà che deludermi: come potrà la storia esserne all'altezza?”. Ma la era stata. E, benché io fossi una creatura tutto sommato piuttosto fredda, rammento che mi ero inquietata parecchio e in modo gustoso. Mi era parso, infatti, che il romanzo contenesse tutto quello che porta un libro ad essere classificato come pietra miliare horror: un buon incipit, la capacità di scavare senza pietà nell'animo umano, mettendo il lettore a nudo, in bilico sopra le sue angosce (angosce che magari non sapeva di avere e che non appartengono a lui come singolo, ma come membro di una collettività), e, dopo averlo sbatacchiato con forza, incuriosendolo con cose arcane e striscianti - magari un poco morbose, ma non necessariamente eclatanti - di farlo ruzzolare a terra, svelando il mistero, che, mio Dio, si dimostra ancora peggio di quel che si era portati a credere, terrificandoci in via definitiva.
Ma allora perché in rete ci sono tutte 'ste recensioni negative?
Non me lo spiego, e mentre le leggo non mi ci ritrovo e mi pare parlino di altro.
Appena avrò tempo (che mi occorre per ritrovare la mia copia nel mare magnum della mia povera biblioteca sovraffollata) sarò lieta di rituffarmici e fornire un secondo e più ragionato parere, ma nel mentre... non potevo non dare il mio contributo di ex quattordicenne estasiata.

martedì 17 ottobre 2017

Nessuno può mettere Baby in un angolo!

DIRTY DANCING
di Wayne Blair
(2017)


Remake del cult anni 80, ne rinnova e aggiorna la simbologia, trasformandolo in un simpatico musical.
Premetto che, pur avendo da adolescente apprezzato l'orginale, non sono una di quelle pazze invasate innamorate di Patrick Swayze che hanno rivisto il film un migliaio di volte. Io ero una di quelle pazze invasate innamorate di Harrison Ford che hanno visto un migliaio di volte Indiana Jones. Anzi, se non fosse che ci teneva MPM, credo che io il remake l'avrei evitato.
Detto ciò, mi pare che le critiche nei confronti di questa pellicola siano troppo severe, nel senso che a me, nonostante l'eccesso di sentimentalismo (peraltro presente anche nel cult del 1987), complessivamente è piaciuto: per quel che ricordo, le atmosfere sono più o meno intatte, le scene di ballo stupende, il finale corale una genialata, la sorella fatua (interpretata dalla Sarah Hyland di Modern Family) è decisamente più amabile rispetto alla vecchia Lisa, il nuovo Johnny, va bene, ha meno carisma di Swayze (ma Colt Pratters è un ballerino, non un attore) e per quel che mi concerne risulta adeguato... Anche se, lo ammetto, Baby/Abigail Breslin non si può vedere, è grassa come un porcello, ma io credo che la faccenda sia voluta.


Di solito la Breslin, per quanto in carne, non è così strabordante. E comunque ha un bel faccino, laddove, lo rammento benissimo, la longilinea Jennifer Grey aveva invece un viso orripilante, che mi dava fastidio guardare. Ma il tema è proprio questo, no? Contro ogni convenzione, il bello si mette con la bruttarella, la ricca con il povero, la ragazza colta e intelligente con lo scapestrato con precedenti penali, e intanto ognuno cerca il proprio posto nel mondo, imparando che siamo noi gli artefici del nostro destino.
Un filmetto, certo, ma gradevole, senza pretese, e che, in teoria, dovrebbe far contente quelle madri che non fanno che lamentarsi per i modelli di bellezza inarrivabile inculcati alle proprie figlie e che per giunta si sforza – tra un cliché e l'altro – di distruggere ogni etichetta. 
Unico vero neo, per quanto mi riguarda: far vedere i due amanti anni dopo, con annessi e connessi al seguito. Sa di realismo, ma anche un po' di prosaico, visto il contesto nostalgico... Che le cose dovessero andare così era ovvio, nessuna illusione. Ma, in effetti, proprio questo sarebbe stato un buon motivo per non farcelo vedere. Pazienza. Nel complesso il prodotto è godibile.

Curiosità: nel cast anche Billy Dee Williams/Lando Calrissian.

lunedì 16 ottobre 2017

Prima le persone

PRIORITA'


Giusto per chiarire le cose.
Giusto perché, è vero, io amo i libri sopra ogni cosa e ho la tendenza ad usare un linguaggio iperbolico. E ogni tanto mi diverto a contraddire, a scandalizzare, a urtare.
E anche chi mi conosce bene talvolta è colto da dubbi e mi attribuisce la conclusione sbagliata.
Ebbene, si sappia che, in generale (giacché il quesito mi viene posto di frequente, e spesso nemmeno in forma interrogativa), se mi trovassi a scegliere tra salvare il Mio Perfido Marito e la mia adorata biblioteca, non sceglierei la mia adorata biblioteca, ma il Mio Perfido Marito (pazienza se passerei il resto della mia esistenza a piangere).
Se l'alternativa fosse tra la mia adorata biblioteca e un familiare, o un mio caro amico,  o una persona che stimo, ad essere sacrificata sarebbe sempre e comunque la mia adorata biblioteca.
Ad essere sacrificata sarebbe sempre e comunque la mia adorata biblioteca anche se dall'altra parte ci fosse un perfetto sconosciuto, magari nemmeno tanto gradevole.
Così se, addirittura, ci fosse gente che detesto e che ritengo uno spreco di ossigeno.
Posso essere una fanatica esaltata (e sì, la sono), ma i libri sono sempre e comunque oggetti. Gli oggetti migliori del mondo, i più straoridinari e preziosi, ma oggetti. 
E, sin da piccola, Mater mi ha insegnato che prima vengono le persone.
Prima di tutto.
Poco importa che io odi la maggior parte di loro.
Prima le persone.

P.S.
Certo, la faccenda potrebbe essere diversa se parlassimo dell'ultima copia al mondo di quel particolare libro... che magari è un classico della letteratura... che adoro e che non è più disponibile nemmeno in traduzione o in edizione virtuale... che quindi rischierebbe di perdersi per sempre... 
Ma dubito che mi si prospetti mai un dilemma simile.

venerdì 13 ottobre 2017

Quanta crudeltà e decadenza

I MELROSE
di Edward St. Aubyn


Sembra un tomo monumentale, in realtà sono quattro romanzi bravi riuniti in un unico libro.
I protagonisti sono l’aristocratica famiglia Melrose e in particolare il figlio Patrick, che conosciamo bambino, che ritroviamo ragazzo e poi uomo, e infine padre di famiglia.
Tuttavia non si tratta della solita saga familiare. 
Da un lato, infatti, c’è lo stile raffinatissimo dell’autore, dall’altra… Dio, quanta crudeltà e decadenza e perfidia e superficialità e dolore. Sul serio, ogni tanto, specie durante la lettura del primo volume, dovevo tornare indietro per verificare se davvero era successo quel che avevo inteso. Ed era successo. E io avevo comunque bisogno di un paio di attimi per riprendermi e procedere oltre.
Abbastanza scioccante, dunque, e di sicuro non per tutti.
L’amica che me lo ha consigliato (entusiasta) mi ha detto che la madre glielo ha restituito dandole della pervertita. Io l’ho prestato a mia zia, per cui vi saprò dire che ne pensa lei.
In quanto a me, invece, posso affermare che mi è piaciuto, e che, nonostante l’impatto sia intenso, non lo trovo gratuito, al contrario. Ogni azione viene ripresa ed analizzata (solo un po’ più tardi di quel che ci si potrebbe aspettare) e c’è un incredibile approfondimento psicologico, una complessità che si rinnova e si fa cangiante di romanzo in romanzo, una volontà critica e feroce, ma anche un’ottica sottilmente ironica, e un lirismo di fondo, frammisti al cinismo e alla solitudine.
Vediamo insieme, velocemente, i quattro libri.
Il primo, “Non importa”, è il più traumatizzante, il più annichilente, ma anche il più bello, quello che contiene i semi di quanto avverrà poi.  
Il Secondo, “Cattive Notizie”, è il meno avvincente, ma comunque importante come tappa intermedia per la crescita del protagonista, nonostante, nella fattispecie, Patrick non faccia che passare da una droga all’altra, da un vuoto ad un altro vuoto.
Il terzo, “Speranza”, è piuttosto affascinante, anche perché ritroviamo personaggi che credevamo perduti e che sono, invece, parecchio cambiati. C’è sempre una certa freddezza di base, ma nel complesso ci sembra di tirare una boccata d’aria.
Il quarto “Latte Materno” è piuttosto desolante, ma intriso di riflessioni e con qualche punto fermo.
C’è anche un quinto volume, quello conclusivo, ma devo ancora procacciarmelo…