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domenica 14 luglio 2013

Pura esaltazione!


RAGAZZI PERDUTI

(1987)

 
In assoluto, uno dei miei horror preferiti! Perché non è solo orrore, ma anche amicizia, umorismo, e la più goduta meravigliosa nerditudine (il dialogo nella fumetteria tra Sam e i Fratelli Ranocchi è pura esaltazione)! Pure la colonna sonora è bella, e il rapporto tra Sam e suo fratello, e l'atmosfera, e la rivelazione sul finale... E poi, certo, ci può anche essere la questione del disagio giovanile e la storiella d'amore (di cui avrei anche fatto a meno)...

Ad ogni modo, per quanto faccia paura, il film ti lascia un senso di innocenza e di felicità, come “I Goonies”, per dire, o “Grosso Guaio a Chinatown”, che ti rimane appiccicato addosso e ti conforta anche dopo che è finito. Insomma, se non si è proprio impressionabili, lo consiglio per una visione familiare!

I personaggi sono stupendamente caratterizzati e, in molti casi, meravigliosi: Sam (Corey Haim), il protagonista, tipico adolescente con il cane, simpaticissimo e nerd, i Fratelli Edgar e Allan Ranocchi (Corey Feldman e Jamison Newlander), folli e fanatici, sono una forza della natura, e valgono da soli tutto il film, e poi c'è il nonno, amabilmente fuori di testa! ...nche se immagino che le ragazze normali preferiscano quel bellimbusto di Michael (Jason Patric), fratello di Sam e bel tenebroso, o il fascinoso David (Kiefer Sutherland), nella parte del vampiro fico e malvagio. Ed è proprio questo il nucleo orrorifico della pellicola: succhiasangue!, perché Santa Carla, la città californiana in cui Sam e la sua famiglia si sono appena trasferiti, è un covo di vispi vampiri che mietono vittime ogni piè sospinto.

Se Sam si chiarirà in fretta questa verità, Michael impiegherà un po' di più a capire e dovrà sbatterci personalmente la faccia.

Il ritmo è incalzante, scene splatter alternate a momenti d'atmosfera, il tutto costellato di gag e di battute spassose... La parte più divertente, però, è quella finale, in cui i nostri eroi si preparano per affrontare i mostri e si dà luogo alla battaglia!!! Adrenalica, spassosa, e con qualche bel colpo di scena!

sabato 13 luglio 2013

Molestata da cotanta petulante insistenza...


PERSECUZIONI TELEFONICHE...

 
Io ho un numero di cellulare da oltre dieci anni con la stessa compagnia telefonica.

Ogni tanto capita che la compagnia in questione mi contatti per propormi una vantaggiosissima offerta come premio per la mia fedeltà.

A febbraio sono stata costretta a rifiutare, in quanto, data la mia situazione personale (odio parlare al cell.), la proposta non mi risultava conveniente. L'ho spiegato alla signorina e ho ringraziato.

Mio malgrado, nelle successive due settimane, sono stata costretta a reiterare cordialmente il mio rifiuto per una trentina di volte, nel corso di (circa) una decina di telefonate.

Bhe, non sempre cordialmente.

L'ultima volta, colta da esasperazione, credo di aver urlato in faccia alla signorina dall'altra parte, rappresentandole che mi sentivo molestata da cotanta petulante insistenza e chiedendole se dovevo ricorrere alle vie legali.

Potrei persino aver proferito un paio di insulti, confidando nella scriminante per fatto ingiusto.

Poi non mi hanno più seccata.

Fino a fine giugno.



A fine giugno la compagnia telefonica ha avanzato un'altra vantaggiosissima promozione. Ho fatto presente alla signorina che la vantaggiosissima promozione in oggetto, date le mie esigenze e le mie abitudini, non sarebbe stata vantaggiosissima, semmai costosa ed antieconomica, e che quindi non ero interessata.

Nei giorni successivi la signorina – mi pareva sempre la stessa – mi ha richiamata non so quante volte per ripropormi la stessa identica cosa.

Ho continuato a dire di no. A volte non rispondevo (mi sono salvata il numero), altre riattaccavo. Altre ancora rispondevo sbuffando e riattaccavo.



Alla fine, esasperata, e memore dei fatti di febbraio, ho deciso di cambiare strategia e magari anche di divertirmi.

Quando mi hanno ritelefonato per l'ennesima volta ho finto di essere una bambina piccola e ho sostenuto, all'incirca, questa conversazione:



  • Ciao!
  • Buongiorno Signora, parlo con la titolare della scheda telefonica?
  • Io sono piccola!
  • Mi scusi, è la titolare della scheda?
  • Nooo. I miei non vogliono che abbia un cellulare. Lei è la tito... Lei è della scheda?
  • Per favore, avrei bisogno di parlare con la titolare della scheda!
  • Eh... Ma io non so chi è!
  • E come mai ha risposto, scusi?
  • Perché ho trovato questo telefono, e adesso è miooooo!!!!! Yeah!
  • Ah.
  • Parli con me, signorina? Sono sola in casa!


Purtroppo la signorina ha riattaccato.



A questo punto mi sono preparata altri canovacci, aspettandomi di essere richiamata ancora: ho immaginato di essere una donna prossima ad essere accoltellata e che abbisognava di soccorso, un'aspirante suicida in cerca di affetto, una finta voce registrata che annunciava la morte dell'interlocutrice di lì a sette giorni, una pazza bramosa di sangue umano, un coniglio dotato di favella in vena di chiacchiere, una ragazza in preda ad una mutazione fisica, una bambina rinchiusa in uno scantinato, la Fata Dentina...



Ma la signorina non mi ha più richiamata...

Adesso aspetto con ansia la prossima promozione telefonica.

Non vedo l'ora!

venerdì 12 luglio 2013

Una ribellione che trapela all'esterno...


RAGAZZO NEGRO
di Richard Wright

 
Romanzo autobiografico ambientato nell'America del Sud, smaccatamente razzista, degli anni 1912-1930, che inizia descrivendo un'infanzia traumatica dominata dalla paura – non solo dei bianchi, ma specialmente di questi, visti come un pericolo incombente e non ben definito –, dalla povertà, dalla violenza e dal bigottismo. Ma che poi riesce a riscattarsi attraverso una ribellione che trapela all'esterno ma che è soprattutto interiore.

Non per questo meno difficile, meno intensa, meno sofferta.

Quello che cerca Richard, il nostro protagonista, il nostro ribelle, è in primis la propria identità. Non gli sta bene quella grigia e limitata che gli attribuiscono i bianchi – ma anche gli altri neri, rassegnati alla loro presunta inferiorità –, non può accettarla: è soffocante e non gli corrisponde. Spesso neanche capisce perché non lega con nessuno, perché non comprende gli altrui meccanismi mentali – che sente come estranei –, o quello che il prossimo sottintende, accusandolo di aver compiuto peccati di cui neppure conosce il nome.

Richard è solo, ed è appena un ragazzino. Consumato da quella solitudine devastante che ti viene da dentro, che ti isola dal mondo, che ti schiaccia. Alieno per i bianchi, ma anche per i neri, che non possono accettarlo per quello che è, perché è troppo diverso da loro, perché non si incasella in nessuno schema precostituito. Perché non si conforma, non si adegua, non si adatta. Addirittura, alieno per la sua stessa famiglia.

Ma Richard è forte e determinato. Intelligente.

E a poco a poco riesce ad affermare se stesso. Ad acquisire consapevolezza, a scegliere chi vuole essere. Grazie allo studio, ai libri, alla cultura. Perché le parole sono come armi e lui ne scopre il potere. Perché leggere equivale a vivere la vita che vorrebbe, a trovare uno spazio per sé, alla felicità. Perché scrivere significa farsi sentire ed è l'unico mezzo che ha per entrare in contatto con il prossimo, per comunicare, per dire chi è. Per rifiutare il silenzio che tutti (bianchi e neri) sembrano volergli imporre.

L'autore analizza in modo esaustivo e affascinante il suo pensiero, infantile prima e giovanile poi, ne coglie le cause, le sfumature, le implicazioni, illustrandoci dettagliatamente i passaggi mentali, permettendoci di entrare nella testa di Richard e di fare il suo sentire il nostro.

Nella prima parte, invece, quando ci narra i ricordi di quando aveva quattro-cinque anni, ricorre alle anafore, ai polisindeti, per racchiudere ciò che non può spiegare, per evocare ciò che non può cogliere nella sua contezza. Eppure riuscendoci comunque.

Una scrittura poetica, di sfavillante bellezza; un personaggio stupendo, profondamente morale, scosso dalla rabbia e dalla brama di conoscenza, che sopravvive, cresce, matura, e ci abbaglia con la sua forza e con la sua giovinezza.

giovedì 11 luglio 2013

Non si tratta di un romanzo pessimistico...


IL NEGOZIO DEI SUICIDI
di Jean Teulé

 
Lo spunto iniziale è pura delizia: un negozietto francese a conduzione familiare, assai fornito, che vende articoli per aspiranti suicidi... C'è di tutto: dalle classiche funi di canapa, già munite di nodo scorsoio, all'ambaradam per fare seppuku (sul kimono è stata ricamata una croce rossa per infilare la spada nel punto giusto), ai “prodotti freschi”, quali i baci della morte, somministrati direttamente ai clienti, al kit Turing, tutto da scoprire...

L'attività è fiorente e la famiglia bislacca: tutti depressi e scontenti, cronicamente tristi, eccetto Alan, l'ultimo nato, che, a poco a poco, porterà una ventata di freschezza e rinnovamento in casa, in negozio, ovunque...

La storia si dipana con ironia e risulta graziosa e divertente, nonostante gli ammiccamenti truci, ed anzi proprio in virtù di questi, per l'effetto comico che suscitano... I congegni per suicidarsi sono ingegnosi; i nomi, tutti – da quelli dei protagonisti a quelli delle vie – richiamano suicidi famosi; le poesie di Baudelaire e di Aragon si fanno prosa, integrandosi perfettamente con lo stile di Teulé...

A tratti il ritmo rallenta, il gusto dell'inventiva risulta un po' fine a se stesso, troppo insistito, ma poi viene riscattato da momenti elevati, ad esempio Marylin, la figlia, che scopre la sua fisicità, o il finale, per cui ancora non trovo aggettivi.

Non si tratta di un romanzo pessimistico: il suicidio è usato come mezzo per cantare la vita, e gradualmente anche la famiglia Tuvache, che gestisce la bottega, lo comprende, ma senza rinunciare alla propria identità...

Nel complesso definirei l'opera molto carina, surreale, decisamente simpatica, ma piuttosto semplicistica... se non fosse per il finale. Quello mi ha lasciata basita e forse non l'ho ancora capito del tutto, dato che nel giro di un giorno gli ho già attribuito tre interpretazioni diverse...

Sicuramente da leggere.

P.S.

Da questo romanzo è stato tratto un cartone animato, “La Bottega dei suicidi”, in Italia vietato ai minori di 18 anni. I disegni sono adorabili e mi perderei volentieri ad esaminare gli articoli del negozio; le canzoni – eccetto la prima – orribili e fastidiose, mentre la trama, semplificata in alcuni punti, inutilmente “addizionata” in altri, talvolta lacunosa poiché salta dei passaggi logici, si distacca da quella del romanzo ed ha un finale diverso, che, dopotutto, ci permette di respirare meglio, ma sottrae qualcosa alla complessità dell'opera.

mercoledì 10 luglio 2013

Auguri, Corto!


CORTO MALTESE
di Hugo Pratt

 
Intanto gli facciamo gli auguri perché oggi è il suo compleanno: Corto, infatti, è nato il 10 luglio del 1887, a La Valletta (Malta), ed è un gentiluomo di fortuna (un modo carino per definire un pirata).

La sua linea della fortuna, però, era terribilmente breve così, quando era ancora un bambino, se l'è allungata lui con un rasoio, rischiando di morire dissanguato. E' un bel tipo Corto: talvolta lo sorprendiamo a “recitare per un pubblico invisibile”, come dice lui, ed è perennemente in cerca di un'isola che sia sempre un po' più in là... In effetti, è una testa di beep, ma in un modo che risulta irresistibile.

A prima vista appare cinico, disincantato, ironico... Uno che pensa solo a sé. A conoscerlo, meglio, però, salta fuori che ha uno spiccato senso di giustizia, che predilige prendere le parti dei deboli, ed è leale, anche verso i nemici. Certo, non è detto che sia disposto ad ammetterlo.

E poi non sempre è facile capire quali siano i suoi nemici e quali i nemici, forse non lo sa nemmeno lui: i suoi rapporti umani sono spesso ambigui, specie con Rasputin, un pirata e malvivente russo, spregevole quanto divertente, che sovente si presenta come suo antagonista, ma con il quale ha scontri perpetuamente a metà tra l'affetto e la brama di uccidersi.

La verità è che basterebbe il carattere di Corto, così multiforme e ricco di bellissime contraddizioni (già nel nome che, come ci informa Pratt, può significare “furbo”, ma anche “tonto”), per avvincere i cuori dei lettori per l'eternità. Ma c'è dell'altro: il nostro eroe (o antieroe?) ha girato il mondo e si è mosso nella storia regalandoci incontri interessanti e pieni di emozioni, ad esempio con Jack London, Butch Cassidy e Sundace Kid, Stalin, Herman Hesse... Ha conosciuto donne interessanti e molto diverse fra loro, da Pandora a Venexiana Stevenson... E non sempre è stato il protagonista assoluto: semmai ha diviso democraticamente la scena con gli altri personaggi e ne “La ballata del mare salato”, dove fa il suo esordio, doveva essere solo un comprimario...

Le trame, peraltro, non si riducono a mera avventura, ma sono introspettive, radicate nel contesto storico, che viene indagato in tutte le sue componenti, e recano in sé qualcosa di inespresso, di indefinito, che non finisce con la vignetta, ma che si affaccia sull'immaginazione del lettore. Sono cariche di suggestioni magiche e misteriose, di riferimenti mistico-esoterici, percorse da tensioni poetiche e da elementi profondamente letterari, spesso sopra le righe. I personaggi sono variegati, dotati di una forte umanità, e di solito riservano qualche sorpresa che ci fa scoprire lati del loro carattere insospettati.

Corto Maltese, fuori schema e fuori standard, è stata definita, a ragione, la prima graphic novel italiana. Ed, infatti, è meravigliosa.

Tra le mie avventure preferite “Una ballata del mare salato” (preferisco questo titolo), “Favola di Venezia”, “Le Celtiche”, “Le Elvetiche” e “Mu”.

P.S.

Da notarsi che il disegno, che in “Una ballata” è estremamente dettagliato, nelle storie più recenti diviene più essenziale: questo per una precisa volontà dell'autore, deciso a privilegiare le trame. Grazie Hugo!

martedì 9 luglio 2013

Un classico estremamente romantico...


ORGOGLIO E PREGIUDIZIO
di Jane Austen

 
Un classico estremamente romantico, in cui, con “romantico”, non alludo a “stucchevole e denso di ridicole melensaggini”, ma a coinvolgente e passionale, con una profonda vena di struggimento e di irraggiungibilità.

La protagonista, dunque, lungi dall'essere un'inutile bella in pericolo, è invece una giovane brillante e vivace, con la lingua piacevolmente velenosa, che tuttavia, per raggiungere la felicità (come sempre sinonimo di amore), dovrà affrontare diversi ostacoli: il suo stesso carattere per primo.

A dividere gli innamorati – che per la maggior parte del romanzo ignorano di esserlo – si stagliano, infatti: l'orgoglio di classe, il pregiudizio di lei verso di lui, avversità varie, e conflitti interiori... Una storia d'amore, quindi, ma non soltanto...

Siamo nel 1800 e quest'opera vi è magnificamente ancorata offrendo, tra l'altro, un divertente spaccato della società contemporanea, vista con garbata e acuta ironia, che illumina e rischiara le vicende dei protagonisti e che costituisce uno dei principali punti di forza del libro.

Come interpretare, altrimenti, la tragica idiozia della signora Bennet e delle sue figlie minori? O il patetismo (per me) irrimediabile del signor Collins?

Tra i temi che vengono affrontati – peraltro con prospettive straordinariamente moderne ed anticonvenzionali – e che alimentano la trama ergendosi a motore della stessa, abbiamo: la differenza di classe, il ruolo della donna (che, più per sopravvivenza, che per amore, deve mirare, di norma, ad un buon matrimonio) e i rapporti fra lui e lei, che qui vengono indagati e sviscerati anche grazie ai comprimari, capaci di fornire esempi ed applicazioni delle varie possibilità.

I personaggi principali sono Elizabeth Bennet e il signor Darcy, ombroso e riservato, un po' snob, ma onesto e dai ferrei principi, che incarna, per certi versi, il principe azzurro ideale. Sebbene, a dire il vero, a me abbia colpito di più il signor Bennet, padre di Elizabeth: simpaticissimo, intelligente e buono, e, soprattutto, rispettoso delle figlie, contrariamente ai padri del tempo e, forse, ai suoi doveri.

In quanto ai restanti membri della famiglia Bennet: la madre e le sorelle minori sono semplicemente stupide e spregevoli, benché in modo diverso, mentre Jane, la maggiore, è troppo bella, troppo buona, e in generale troppo perfetta, per non annoiarmi a morte, per quanto sia innegabilmente adorabile.

Insomma, non ci limitiamo a seguire le vicissitudini dei due protagonisti, che a poco a poco si conoscono e si rivelano all'altro per ciò che sono, ma anche quelle degli altri personaggi, incrociando diversi comprimari, che, nonostante la trama lineare, creano ripercussioni narrative inaspettate, dando luogo a variabili interessanti.

Un ruolo particolarmente significativo spetterà al signor Collins e al signor Wickham...

Per il resto? Che dire?

Che “Orgoglio e Pregiudizio” è un capolavoro, assolutamente da leggere, ma che si gusterà di più se si è innocenti fanciulle in fiore, ancora incorrotte, quando il proprio sentire è autenticamente puro e intenso. Il libro, infatti, riscoperto da adulte, potrà così assumere un sapore diverso, un po' nostalgico, ma molto dolce, in cui potrà essere meraviglioso reimmergersi, perché restituirà alla sognante lettrice una parte che credeva perduta, e che invece era solo dimenticata.

Se, invece, come me, ci si imbatterà in esso solo all'Università, lo si apprezzerà con maggior distacco, venendone comunque coinvolte, ma, temo, senza la potenza della magia adolescenziale...

E se si è un masculo... Eh, non lo so proprio!

Io non lo sono, e non conosco nessun ragazzo che l'abbia letto... il romanzo mi sembra molto femminile, ma magari è un pregiudizio (ops)... Comunque, se a qualcuno di questi rari ed interessanti esemplari di uomo/ragazzo capitasse di incappare nel mio Post, per favore, mi faccia sapere!

lunedì 8 luglio 2013

Piacevolmente parodistico...


L’ALBA DEI MORTI DEMENTI
di Edgar Wright

(2004)


Dementi, sì, ma senza eccedere.

L’umorismo è misurato, spiazzante, piacevolmente british, con vene satiriche e surreali, senza i soliti inserti volgari e/o fecali che di norma abbondano.

Si ride (tanto), ma a volte si riesce anche a riflettere un po’ (sulla vita, sull’umanità, sugli amici, sui genitori, sui rapporti di coppia. E, se si vuole, persino sulle attitudini dei cani), o… a spaventarsi.

Non è un horror, ma una commedia nera, però gli effettacci non mancano e neppure qualche attimo di tensione. Poco importa che nel mentre si sghignazzi.

Il film è originale, brillante, e fa l’occhiolino a Romero, divertendosi a stravolgerlo, rispondendo, tra l’altro, a godibilissimi interrogativi: può il matrimonio migliorare dopo che lui è diventato uno zombie? Ed è possibile che l’amicizia resti inalterata dopo che il migliore amico si è trasformato in morto vivente? C’è poi tanta differenza fra i vivi e gli zombie, specie di primo mattino?

Il soggetto è semplice (Shaun, ragazzo con poche prospettive per il futuro e nessuna ambizione, deve salvare le persone care dall’invasione di zombie che si è abbattuta su Londra e intanto cerca di riconciliarsi con la fidanzata, la madre e il compagno della stessa…), ma sviluppato con arte, ricco di siparietti spettacolari, azione e battute divertenti, condito con piccoli drammi stemperati dall’ironia e momenti semi-romantico, che spesso sfociano nell’assurdo o nel grottesco.

Piacevolmente parodistico, con delicatezza e garbo, senza peccare di idiozia (e di cattivo gusto), come “Shriek” e i vari “Scary Movie”.

Un gioiellino!

Simon Pegg e Nick Frost (Shaun ed Ed, coinquilini e amici per la pelle) sono affiatati e spassosi, mentre la colonna sonora è notevole, con un cameo a sorpresa.

Finale strepitoso.

domenica 7 luglio 2013

Io adoro avere paura...


SUI FILM DELL'ORRORE...

 
Stavo guardano “Chernobyl Diaries – La Mutazione” la settimana scorsa, con mon amour: non un capolavoro, ma terrorizzante anche solo per le ambientazioni. Con tutto che io mi spavento persino con “Scary Movie” e quindi stavo morendo di paura anche prima che spuntassero “i mostri” e si dovesse effettivamente averne...

Dopo il quarto/quinto urlo, e dopo che mi ero circondata di peluche per farmi coraggio, il mio perfido marito ha cominciato a lamentarsi, sostenendo che non mi avrebbe più permesso di vedere horror e che non capiva perché io mi ostinassi a guardarli, visto quanto pativo.

A parte il fatto che mon amour dovrebbe rendersi conto che io faccio quello che voglio, ed riguardo a lui che non si capisce perché li guardi!

Se non ti spaventi che senso ha?

Il MPM rimane del tutto indifferente ed è persino capace di addormentarsi.

Io adoro avere paura, lo trovo catartico e rassicurante.

Un po' come ubriacarsi, ma senza le conseguenze negative sui neuroni (per la cronaca: non mi sono mai ubriacata in vita mia, è solo che l'ho immaginato un sacco di volte. Il problema è che gli alcolici non mi piacciono tanto...).

Perché? Insiste il mio tesoro.

Perché ti rendi conto che i veri problemi sono avere una figlia posseduta dal demonio o la casa infestata, o una maledizione che ti grava addosso... Non la crisi economica o la situazione politica nazionale...

Per quelle una speranza c'è sempre!

...Di solito riesco a crederci ancora per quasi cinque minuti dopo che il film è finito.

sabato 6 luglio 2013

Un romanzo di formazione...


JOYLAND
di Stephen King


Nella prima metà non succede pressoché nulla e come thriller è prevedibile in ogni suo colpo di scena, eppure… Eppure è bellissimo!

Del resto non si tratta di un giallo, ma un romanzo di formazione (con qualche pennellata sovrannaturale) dalle atmosfere nostalgiche e struggenti, seppure percorse dalla tipica vena ironica kinghiana. Una meraviglia!

Semplice, leggero, con uno stile fluido che ti porta a divorarlo in un attimo, a dispetto della lunga premessa narrativa… di cui però mi sono goduta ogni sillaba, perché il protagonista, Dev Jones, è dolce e simpatico, e volergli bene risulta quasi automatico. C’è un nonsoché di rassicurante nelle sue vicissitudini, che quindi ho seguito volentieri, anche nei passaggi (numerosi) che appartengono alla mera quotidianità.

Una quotidianità risalente al 1973, però, e al mondo un po’ nero e un po’ dorato di un ragazzo di ventuno anni, che vede ancora tutto con purezza ed innocenza…

Anche i comprimari sono amabili, persino quelli destinati a sparire appena inizi a conoscerli e che forse avrebbero potuto essere caratterizzati un po’ di più… Come Erin e Tom, di cui comunque ho sentito la mancanza, forse perché li ho visti attraverso lo sguardo di Dev… In quanto a Mike, invece, ci rapisce il cuore al primo sguardo, e così il suo cagnolino!

E il mare, il profumo del mare e della sabbia e dei tramonti! Stupendi! Come quando avevo tredici anni (a 21 il mio grado di innocenza era già considerevolmente ridotto)!

Infine, c’è Joyland, il parco di divertimenti, con la sua magia e i suoi fantasmi… E il suo mondo sfavillante e un po’ scrostato… Ho apprezzato anche questo, con il suo variegato popolo, che a tratti incuriosisce, a tratti diventa famiglia.

Però, ad essere onesti, “la Parlata” non mi ha convinta del tutto. Alludo al linguaggio che si deve utilizzare all’interno del parco e che viene sostanzialmente imposto ai dipendenti. E ai lettori.

Di solito il King inventore di linguaggi mi piace, però qui mi pare un po’ forzato… Pazienza!

Nel complesso il romanzo mi ha divertita ed emozionata, ma senza clamori, entrandomi dentro a poco a poco, anche se dopo l’ultima pagina si è impossessata di me una sensazione di forte malinconia, di solitudine, che ho faticato a lasciarmi alle spalle… La tristezza di averlo finito? Non lo so.

Intanto aspetto l’annunciato “Dr. Sleep”, il seguito di “Shining”…

venerdì 5 luglio 2013

Da azzerarmi l'appetito...


NOTTE PUTRESCENTE
di Suehiro Maruo


Il tratto di questo autore è sofisticato, elegantissimo e pregno di una bellezza antica e inesprimibile, benché meno raffinato che in altre sue opere. Le tavole sono ricche di particolari, esatte, precise, i volti espressivi (gli occhi, soprattutto, sembrano avere la vita dentro).

Lo stile è surreale, onirico, paradossale... Sogni trasfusi su carta e fotografati.

Non è un manga da treno, ma una graphic novel di forte impatto visivo e dal contenuto ermetico.

Ma “Notte putrescente” mi ha disgustato al massimo e lo inserisco nella categoria “cchifo-blé”!!!

Indubbiamente gli elementi che legano questa raccolta di storie brevi a fumetti sono la trasgressione e la violenza, tanto che ci si sofferma su un campionario di perversioni il più possibile vasto e dettagliato (ho patito insopportabilmente il capitolo sulla coprofagia, così minuzioso da azzerarmi l'appetito – e ce ne vuole ! –). Persino la violenza, che in linea di massima apprezzo, in certi punti mi ha infastidito, perché qui è totalmente senza filtri, senza limiti, eccessiva, e così cruda e fine a se stessa da stordire... E poi l'incesto, la zoofilia, e chi più ne ha più ne metta. Ogni tabù viene analizzato e scomposto, infranto e offeso. Il tutto esasperato da quelle insinuanti (ed insolite) onomatopee, di cui è assolutamente difficile liberarsi (“giri giri giri”) e che letteralmente si arrampicano alle azioni dei personaggi... Che diamine! Alla fine persino gli sguardi dei protagonisti mi apparivano disturbanti, come se contenessero perpetuamente qualche allusione lasciva e immonda... E i contesti! Stranianti, ossessivi, spersonalizzanti...

Certo, considerato che tutto ciò è voluto, Maruo è un maestro, però qui mi ha davvero indotto la nausea, toccando corde che ha teso fino alla rottura.

I suoi “Il vampiro che ride” e “La ragazza delle Camelie”, per dire, pubblicati precedentemente, erano più misurati, e, al di là di certi passaggi, li avevo complessivamente apprezzati.

Senza dubbio morbosi, pruriginosi, estremi. Ma gestibili.

“Notte Putrescente” no.

E' oltre.

Però – questa è la verità – forse la mia è solo miopia... O incapacità di ammettere qualcosa, di cui però a livello inconscio sono affamata.

Perché anche se questa graphic novel mi ha sconvolta, portandomi ad interrompere più volte la lettura, ho continuato a leggere e ad acquistare le opere di Maruo, spesso dichiarandomi oltraggiata, e poi continuando a comprarle. Dunque? Semplice masochismo?

Temo che uno psicologo diagnosticherebbe altro...

Solo per adulti.

Adulti con lo stomaco d'acciaio.

giovedì 4 luglio 2013

Non sono romanzi per donnicciole svenevoli...


ISABEL ALLENDE
Descrive, più che mostrare, contravvenendo alla regola base della maggior parte dei manuali di scrittura creativa, ma in modo così passionale e coinvolgente, che ti avvince comunque e quasi non ci badi, perché alla fine tu, come lettore, vedi lo stesso quel che avviene, lo assapori, lo vivi.
L'Allende ha uno stile caldo e morbido, sensuale, ricco di colori e sfumature, vibrante di vita, capace di creare atmosfere intime che spesso hanno il gusto di una confidenza. Ma i suoi non sono romanzi per donnicciole svenevoli, cosparsi come sono di elementi crudi, di forte impatto, anche sociale, sovente autobiografici e dolorosi (non alludo solo a “La casa degli spiriti” e al golpe di Pinochet con quanto ne è seguito – che ha avuto strascichi anche in altre sue opere – ma altresì, per esempio, a “Paula” sulla morte della figlia), per quanto trattati con coraggio e notevoli risorse interiori.
L'Allende non ha remore a parlare di violenza, di sopraffazione, di torture... ma nemmeno a parlare d'amore, sentimentale o fisico. E' totalmente onesta, in questo, libera, sincera. Avventurosa.
Ha il gusto per il racconto e per gli intrecci, per la ricerca delle proprie radici, con archi narrativi ampi, che arrivano a comprendere vite intere, se non addirittura generazioni che si avvicendano.
Spesso nelle sue storie si affaccia qualche elemento soprannaturale. Non terrorizzante, piuttosto misterioso e suggestivo, non troppo invadente, che nel contesto risulta credibile, consolatorio, accettabile.
Le sue protagoniste (perché di solito sono donne) talvolta celate dietro ad un'apparente fragilità, piano piano si evolvono, rivelandosi energiche e determinate, pronte a combattere per i loro affetti e a superare qualunque avversità.
I personaggi sono profondamente umani, nei loro limiti e nelle loro peculiarità, ma ben caratterizzati, e spesso in grado di suscitare sentimenti profondi.
Tra i successi dell'Allende che ho amato particolarmente: “La casa degli spiriti”, “La figlia della fortuna”, “Ritratto in seppia” e “Inés dell'anima mia”.
Altre opere, invece, come “D'amore e d'ombra” ed “Eva Luna”, mi hanno entusiasmata meno, non essendo che il “riciclo” di situazioni precedenti, per quanto nel complesso libri gradevoli.

mercoledì 3 luglio 2013

Tamarro q.b.



THE LAST STAND

(L'ultima sfida)
 



"Come ti senti?" chiedono gli abitanti della (ex) tranquilla e sonnolenta cittadina di Sommerton al loro sceriffo, dopo che, in seguito ad una sanguinosa sparatoria, è irrotto nel diner locale attraverso una vetrata.

"Vecchio" risponde lui, alzandosi in piedi con una scheggia di vetro piantata nella gamba.

E Schwarzy, il nostro eroe, vecchio lo è davvero. Torna ai fasti e alle rocambolesche avventure del passato dignitosamente incartapecorito, ma pronto a riconoscerlo con sorniona autoironia, e giocando proprio su questo, con battutine ed espressioni eloquenti, restando al contempo duro, letale e... quasi credibile!



I cliché del genere ci sono tutti: un cattivo cattivissimo, una sfida impossibile in cui i buoni sono in netto svantaggio, un po' di sentimento... Ma in più, appunto, il coraggio di ammettere che il tempo passa per tutti, anche per gli indistruttibili ipermuscolosi maschioni che spopolavano negli action-movie anni '80/'90...

Ed è proprio questo il maggior merito di questo film, tamarro q.b., adrenalico, e divertente, che indubbiamente non aspira all'Oscar, ma che è perfetto per una serata catartica e senza pensieri.


Il momento in cui l'inferno si scatena viene preparato con abilità e un po' di gags, e anche i comprimari sono piuttosto riusciti, e forse ancora di più gli abitanti della cittadina di Sommerton, come "l’innocua" vecchietta che ammazza lo scagnozzo che le entra in casa – reo di aver commesso una violazione di domicilio - o il gruppo di anziani che si rifiuta di evacuare la zona "di guerra" perché aspetta la colazione... E perché tanto loro sono abituati a non badare alla morte, visto il loro rapporto con il colesterolo...

Il regista non ci fa mancare niente, neppure, ogni tanto, un piccolo tocco di sano splatter (delizioso il militare che salta in aria, con le membra che si spargono tutt'attorno), il mitico corpo a corpo finale, la passione per le armi (Georgette e Vicky!) e un po' di sofferenza...


Insomma, una pellicola esagerata… ma con classe.

Senza rimpianti e senza troppa nostalgia.

martedì 2 luglio 2013

Un carnevale di surrealtà


IL MAESTRO E MARGHERITA
di Michail Bulgakov



I romanzi che parlano del diavolo mi affascinano sempre, e se al primo posto metto “I fratelli Karamazov”, “Il Maestro e Margherita” è senz'altro al secondo. Un capolavoro, ma anche una delizia!

A prima vista si potrebbe scambiare per un'opera ostica e impegnativa, ma le difficoltà, appena ci si addentra un attimo nella trama, passano in secondo piano perché si è avvinti da un carnevale di surrealtà, ironia e di delirio immaginifico e sornione.

Gli spunti di riflessioni ci sono: satira sociale, citazioni colte, connotati allegorico religiosi... Si ridefiniscono i confini fra bene e male, e lo stile, di primo acchito, può apparire non proprio semplice... Ma, davvero, man mano si procede nella lettura, si rimane ipnotizzati, perché succede di tutto e inaspettatamente: cambi di registro, colpi di scena, humor grottesco... e anche un po' di giustizia, dispensata niente meno che da Satana in persona! Che nel farlo, tra l'altro, si diverte un mondo! Niente fuoco e fiamme, piuttosto... mette a nudo la società (anche in senso letterale), soprattutto quella alto-borghese con velleità letterarie.

E poi, ammettiamolo, qui Satana – che si presenta con il nome di Mr. Woland – è simpaticissimo! Anche terribile, certo, ma soprattutto spiritoso, gaudente, e sopra le righe... Non tenta nessuno e non induce il prossimo in tentazione, semplicemente raccoglie quello che c'è: e i peccatori, a quanto pare, abbondano! Uno degli elementi più bizzarri (e adorabili), poi, è dato dai suoi aiutanti: Behemoth (il mio prediletto), Azazello, Hella, Abadonna, e Korov'ev, caratteristici e strampalati.

E c'è la storia parallela su Ponzio Pilato... Un libro nel libro, dai risvolti sentimentali insoliti e interessanti, a tratti lirici...

E non manca neppure la storia d'amore tormentato: quella tra il Maestro e Margherita, appunto, che aspettiamo a lungo, ma che quando finalmente, a metà romanzo, si degna di comparire, ci conquista in un soffio...

Un libro complesso e stratificato, quanto incantevole.

Da riscoprire.

P.S.

Hey, questo è lo stesso Bulgakov di “Appunti di un giovane medico”, il telefilm in quattro episodi con Daniel Radcliffe – che, tra parentesi, nella parte del medico-scrittore è insospettabilmente bravo! Così, tanto per dire...

lunedì 1 luglio 2013

In qualche misura fa parte di me...


FABRIZIO DE ANDRE'
 
 
Gian dice che non ha qualità vocali, altri lo criticano a livello musicale, trovandolo ripetitivo e poco ricercato, troppo ancorato alla scuola folk francese.

Ebbene, replico io: delle qualità vocali F. non ha bisogno perché ha la voce più bella dell'universo e tanto basta: chi se ne cale degli acuti! In quanto alla questione musicale... sentitevi “Un ottico”, poi ne riparliamo! E comunque, vale quanto sopra!

Mu, di norma non dedico post al mondo canoro (non sono troppo ferrata sull'argomento), ma De André è il mio cantautore preferito (e probabilmente nel termine di paragone con lui è da ricercarsi il motivo per cui non riesco ad ascoltare altri cantanti italiani) e ad ogni modo potrebbe fare un figurone anche tra le “proposte letterarie”, perché – e i suoi detrattori non possono che riconoscerlo – è un poeta (oltre che scrittore)!

I suoi testi sono perfetti: profondi e intramontabili per contenuti, intellettuali, innovativi, splendidamente laici, ineccepibili a livello estetico, e con una rimatura varia ed esatta, assolutamente non scontata (altro che “fiore, cuore, amore”!), e la capacità – rarissima – di esprimere concetti prosaici senza proferire volgarità.

I critici si sono sperticati nel lodarne le caratteristiche e indagarne il pensiero, esplorandone le tematiche in tutta la loro vastità, sviscerandone i riferimenti biografici e culturali, quindi non credo ci sia bisogno di un mio inutile e ridondante contributo... In merito, ricordo che in particolare avevo apprezzato un volume di Doriano Fasoli (ma l'ho letto quindici anni fa, più o meno), di cui però al momento mi sfugge il titolo...

Ciò che volevo sottolineare qui è solo che le canzoni di F. (che comprendono toni molto diversi: dal lirico alla denuncia sociale, dalla favola alla provocazione ironica), sono bellissime prese singolarmente, tuttavia, se ascoltate album per album, offrono anche una sorta di percorso che ne arricchisce e moltiplica il significato. Lo preciso perché ho scoperto di recente che alcuni suoi fan si limitano a sentire le raccolte e così facendo, a mio avviso, perdono qualcosa...

Ecco, tutto qui.

La verità è che la ragione principale per cui ho scritto questo Post è che De André in qualche misura fa parte di me e volevo includerlo nel mio Blog, Bop.

Solo per completezza segnalo tra i “miei suoi album preferiti” (ma la selezione è difficile perché sono tutti davvero notevoli): “Non al denaro, non all'amore né al cielo”, “Fabrizio De André (L'indiano)” e “Tutti morimmo a stento”.

domenica 30 giugno 2013

Un banchetto ambulante!


MANGIATA VIVA!!!
 


Fino all’anno scorso zanzare e pappataci mi hanno sempre ignorata, preferendo il sangue dolce e gustoso del mio perfido marito… Quest’anno, invece, non so che cosa è cambiato, sembro un banchetto ambulante!

Da circa un mese, infatti, i malefici insetti vampireschi si nutrono di me, lasciandomi sulla pelle orride bugne rosse che prudono da impazzire e che, grattate con dovizia come richiede il copione, si trasformano in osceni ematomi con tanto di micropuntini attorno… Insomma, ormai sembro affetta da qualche misterioso morbo e mi aspetto che uno di questi giorni qualche allegro compaesano proponga di rinchiudermi in un lazzaretto!!!

Misericordia! Ma che è successo?

Ci ho rimuginato a lungo, e ho dedotto, con la lucida logica che mi contraddistingue, di essere stata colpita da una maledizione…

Lo scorso anno, mentre ero alla spiaggia con alcuni amici, ho inavvertitamente schiacciato un’ape su uno di loro…

Sul serio, non ne avevo alcuna intenzione: anzi, neppure l’avevo vista! La poveretta, probabilmente, si era solo appoggiata in cerca di ristoro, mentre io (che ho l’abitudine di usare il mio prossimo come appiglio per alzarmi, quando sono seduta) le ho dato l’estrema unzione! Peraltro, prima di spirare, la piccula, spaventata, ha cercato di combattere… Solo che non ha punto la mia rea mano, che la stava spiaccicando, ma il mio amico, ignaro e innocente… Che lì per lì ha creduto gli avessi conficcato un vetro nella carne…

Io – giustamente in colpa – rinvenuto il cadavere, ho preteso ci precipitassimo in farmacia… Il mio amico ha acconsentito, più che altro per farmi stare zitta… Medio tempore ho chiamato la Dany (laureata in chimica farmaceutica), che mi ha tranquillizzata spiegato che se il malcapitato fosse stato allergico sarebbe già morto… Quindi, quando siamo entrati nella prima farmacia a disposizione, lui era bello spavaldo... ancora, oltretutto il dolore gli stava concedendo una sorta di tregua e al momento non era troppo intenso.

Ci ha pensato la farmacista a terrorizzarlo per bene, dicendogli, con voce grave e ammonitrice, che le punture d’ape non sono da sottovalutare, che c’è pericolo per i linfonodi, che sarebbe potuto morire… e altre amenità. Olè!

Il mio amico – che tra i molti nomi che gli affibbio periodicamente si è anche meritato quello di Paranoia-Boy – ha iniziato a preoccuparsi seriamente, ha fatto un po’ di shopping di medicinali, ed è schizzato a casa.

Nei giorni successivi prurito e dolore si sono alternati in una giostra beffarda, ammansiti solo dalle pomate… In più lui, in piena estate, doveva rifuggire il sole, vivendo nel terrore dei linfonodi ingrossati…

Io ho cercato di tranquillizzarlo ripetendogli le consolanti parole di Dany… Invano!

Alla fine, credo che lui abbia potuto trovare la pace solo maledicendomi, specie dopo che, nei giorni successivi, ha rinvenuto un po’ di vespe ad aspettarlo in salotto, calabroni in agguato vicino alle finestre, api assassine pronte a vendicare la compagnuccia ingiustamente sacrificata…

Posso biasimarlo?

No... Ma di certo posso lamentarmi.

Zanzare infami!

sabato 29 giugno 2013

Il marcio si annida ovunque...


IL SEGGIO VACANTE
di J. K. Rowling

 
Lo stile è quello dell’autrice di Harry Potter, riconoscibilissimo, ma la trama non ha nulla da spartire con la saga del maghetto più famoso del mondo.

Non tanto e non solo perché questo è volutamente un libro per adulti, quanto piuttosto perché non è dominato da magia, immaginazione e amicizia, bensì da una visione pessimistica – e realista e consapevole, per quanto estrema – della provincia inglese e dell’umanità in generale, che nel complesso risulta davvero desolante.

Il marcio si annida ovunque, nel privato e nel sociale, e persino nel mondo degli adolescenti, fatto di rancori, sofferenza, e senso di vuoto; persino nelle famiglie: disfatte e fragili, fondate sulle convenzioni, più che sull’amore. I rapporti sono spesso esacerbati, all’insegna della grettezza, dell’avidità, dell’egoismo e del senso di sopraffazione. L’unico personaggio che sembra essere davvero positivo muore nelle prime pagine del libro (lasciando appunto vacante il seggio attorno a cui ruota l’intera vicenda).

Un’opera cupa, in cui tutti i nodi, in modo più o meno spiacevole, finiscono prima o poi per venire al pettine, creando risonanze ed ulteriori negatività, destinate ad intrecciarsi e ad influenzarsi reciprocamente.

Nemmeno il finale è davvero consolatorio, perché il prezzo che si paga affinché i pezzi tornino a posto è davvero caro...

L’unico motivo per cui “Il seggio vacante” non risulta opprimente è la scrittura limpida della sua autrice: scorrevole, semplice, ma ricca di particolari.

La Rowling si concentra su più personaggi e costruisce la trama tassello per tassello, in soggettiva, illuminandoci di volta in volta sul pensiero di ognuno dei suoi protagonisti, che in un primo momento sembrano un poco stereotipati, ma che risultano sempre più veri e sfumati, indagati a fondo nelle loro motivazioni.

Nel complesso devo dire che questo libro mi è piaciuto: all’inizio si legge volentieri, man mano però ci si appassiona, ci si incuriosisce, la tensione aumenta e sfocia in una serie di mirabili cliffhanger destinati a convergere nel finale che, inutile dirlo, doveva proprio essere quello… Però…

Però.

Dopo l’ultima pagina, che in sé per sé mi ha soddisfatta, ho avvertito che qualcosa non andava, una sorta di retrogusto artificiale…

Non sono ancora riuscita a dare un nome a questo qualcosa, o a chiarirmelo completamente, liberandolo da ogni dubbio… A furia di rifletterci, tuttavia, oso azzardare che forse il problema è dato dall’eccessiva perfezione con cui è stata strutturata la storia, in cui ogni casella si incastra così esattamente da non poter essere davvero sincera, davvero sentita, ed infatti il punto è che forse mi appare forzata, soprattutto per quanto riguarda la psicologia dei personaggi. Presi singolarmente mi sembrano convincenti, ben costruiti, ma esaminandoli tutti insieme, nel complesso, avverto una nota stonata.

Piccola piccola, ma insistente.

Oppure il problema, in linee ancora più generiche e nebulose, è che l’autrice ci abbia messo troppa testa e poco cuore, senza arrivare davvero all’anima dei lettori, come invece era riuscita a fare con l’eptalogia che l’ha resa un’icona…

Pazienza.