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domenica 16 marzo 2014

Atmosfera straniante


LA CASA DEGLI INVASATI
di Shirley Jackson

Capolavoro della letteratura horror, romanzo elegante, divinamente scritto, dalla pregevole introspezione psicologica e dalla suggestiva atmosfera straniante.
Classica storia di fantasmi, con tanto di casa infestata dalla fama lugubre, Hill House, in cui vengono radunati sensitivi ed ESP. Eppure diversa da tutto, innovativa e lirica.
Tra i personaggi spiccano quelli femminili: Eleonor, mite e introversa, dalla triste ma non interessante storia personale, che sceglie di reinventarsi ricorrendo alla menzogna, e Theodora, più libera, indipendente e trasgressiva.
E mentre Hill House a poco a poco si rivela per quella che è, tra poltergeist e scritte sul muro, Eleanor scopre l'amicizia, la felicità e poi la gelosia, diventando il fulcro dei fenomeni paranormali, sempre più intensi.
In realtà non accade nulla di davvero eclatante (non ci sono omicidi, né violenza, né sangue che sprizza), ma l'orrore si insinua subdolo, inconsistente, mentre ci incanta, inquinando l'aria, seminando malessere, alimentando fobie, portando tutti – lettore compreso – all'esasperazione, sino a che...
Eleonor, la povera, dolcissima Eleanor, impazzisce.
L'autrice ricorre magistralmente agli stilemi del gotico (non facendoci mancare nulla, pur evitando di esagerare), ma senza ridurli a fine. Piuttosto questi divengono il mezzo per narrare qualcosa di più profondo, di più alto, che non si limiterà a farci venire la pelle d'oca, ma che ci ingoierà all'improvviso, per squassarci, per contorcerci, portandoci a riflettere sui rapporti fra le persone e sulla sofferenza dell'individuo. Gli elementi soprannaturali saranno infatti inscindibili dal carattere di Eleanor, e le sue fragilità diverranno le nostre, in una fusione poetica e dolente, restituendoci al mondo meno innocenti e più consapevoli.
La fine è stupenda, romantica e non del tutto definita: concede la possibilità di rileggere l'intera trama in un'ottica diversa, al contempo più tragica e più razionale.
Un romanzo stupendo che esprime una sensibilità toccante e che soprattutto è il muto canto della solitudine.

sabato 15 marzo 2014

Superfluo


LA REGINA DELLA CASA
di Sophie Kinsella

 
La morale del libro è che fare sesso fa bene e così una pausa ogni tanto.

Vi sembra che lo spunto sia esiguo? Banale? Superfluo?

Lo è.

E anche questo romanzo.

La solita commediola romantica e divertente (ma a tratti stucchevole e sciocca), per donne con tanti complessi, poche gioie e nessuna stima di sé.

Eppure ha avuto un discreto successo, e, per dirla tutta, non è spiacevole da leggere per quanto io vi sia stata costretta proditoriamente e con l'inganno (vergognandomi a morte di mostrarmi con 'sto coso in mano). E nemmeno è brutto.

Narra di questa avvocatessa single (ovviamente), giovane e brillante (ovviamente), che fugge, mezza isterica, dalla sua vita, convinta di aver affondato la sua carriera per una distrazione, e che si reinventa come colf, benché non abbia mai impugnato una scopa in vita sua... Seguono disastri ed equivoci... E un bel ragazzo (ovviamente).

E' la classica lettura da treno, il tipico libro da consumare sotto l'ombrellone, innocuo, semplice, leggero, che ti intrattiene senza pretese, ti strappa magari un sorriso, è frizzante, grazioso, ma non ti lascia niente, offrendoti emozioni facili e preconfezionate, che puoi scordarti subito, e meno neuroni hai più lo apprezzi (oppure puoi anche essere molto, molto, molto stressata e avere un disperato bisogno di evadere senza pensare e senza impegnarti).

Trama prevedibile e, per questo, rassicurante, poco verosimile, ma non sgradevole, in cui la protagonista, simpatica e un po' fusa, totalmente femminile e adorabile (se non ti irrita), combina un disastro catastrofico (pare...), scappa, cambia vita, trova se stessa, trova l'amore e tutto va come deve andare, nonostante le varie (e sovente pretestuose) difficoltà... Perché naturalmente lei è in gamba e la giustizia trionfa sempre...

Bisogna ammettere che lo stile è scorrevole e abbastanza brillante, non fa faville (siamo lontani dalla irresistibile Helen Fielding), ma si legge volentieri...

Insomma, allora perché sono così aspra, così severa?

Perché c'è chi insiste a sostenere che questo sia un testo profondo e rivelatore! Ma de che? Ci voleva la Kinsella per spiegare che la ginnastica da letto è liberatoria e salutare?

Misericordia!!!

(Per tacere dell'implicito e sconfortante messaggio antifemminista... ri-misericordia!)

venerdì 14 marzo 2014

Ti scalda il cuore


LA CASA NERA
di Wes Craven

(1991)


Un horror, secondo l'etichetta.

Ma che non ti lascia l'amaro in bocca, terrorizzandoti e sovvertendo le tue certezze. Ti lascia la sensazione, semmai, di aver visto una fiaba classica attualizzata, con un antieroe dalla morale vagamente discutibile (ma in fondo giustificata) ed un soprannome ridicolo (Grullo, come la carta dei tarocchi) al posto di un principe. Ma ugualmente valoroso, solo più ironico e più simpatico.

Ti emoziona, ti esalta. Ti scalda il cuore.

C'è persino l'happy end, se volgiamo, momenti commoventi, amicizia, un po' di denuncia sociale e qualche scena divertente (più di una)...

I cattivi, poi, faranno anche rizzare i peli sulla schiena, avranno anche l'animo nero e disturbato (soprattutto disturbato), ma forse più per quel che rappresentano (anche a livello sociale) che per quel che sono, e alla fine risultano soprattutto caricaturali, assurdi, eccessivi e... addirittura buffi (se non si è bambini nelle loro grinfie) e sventurati. A tratti fanno davvero ridere.

Tirando le somme, dunque, “La Casa Nera” mi ricorda più un film fantastico per famiglie che una pellicola vietata ai minori, con tanto di epilogo improntato all'umana solidarietà...

Ma ciò non significa che non sia... bellissimo!!! L'ho riguardato un mucchio di volte e sempre, sempre, sempre con grande piacere!!!

Quindi scordiamoci della stupida e sviante etichetta. E pure di Wes Craven.

Non è un horror, si limita richiamare alcuni elementi tipici del genere, a giocare un po' con la tensione, con l'ambientazione claustrofobica... ma di fondo inizia come thriller e finisce come fiaba...

E non importa se la regia all'inizio appare un po' lenta, nel prosieguo la storia conquista e i personaggi sono stupendi! Grullo, la povera e dolcissima Alice, e i cattivoni, che da soli valgono la visione, ossia quegli stessi Nadine e Big Eddy (Wendy Robie ed Everett McGill) di Twin Peaks, qui di nuovo in coppia, a fare scintille...

Ci sono pure i mostri, sì, ma non sono mostri per davvero (anzi)... Il vero mostro piuttosto è proprio la casa, che nulla ha di soprannaturale, se non l'architettura, ma in senso lato: intercapedini, passaggi segreti, vie di fuga impensate... E a dominarle è Rauco, il mio personaggio preferito (di una tenerezza totale!), non i cattivi, che a volte ne sono persino vittima... Oppure, e ancora di più, il mostro sono le differenze di classe: il contrasto tra i neri del ghetto, poveri e disperati, e i bianchi fratelli maniaci e straricchi della casa, Mami e Papi (brrr!), che possiedono praticamente tutto il quartiere curandosi solo di se stessi... E di maltrattare un po' di ragazzini.

Da vedere!

giovedì 13 marzo 2014

Poetico


GLI UCCELLI
di Daphne du Maurier

 
Un raccontino brevissimo, questo, a prescindere dal numero delle pagine, e reso ancora più essenziale dallo stile dell'autrice: asciutto, repentino, fluido... Che procede con una calma solo apparente, fulminando il lettore. Uno stile che pure è quieto, poetico, ricco, misurato, che con poche pennellate crea non solo un paesaggio, ma anche un'atmosfera, e un protagonista, Nat Hocken, che ci suscita simpatia ancor prima di aprir bocca... Perché la Du Maurier è in gamba e ci fa sentire il gusto del racconto, l'arte di costruire una storia, ma senza dimenticare che l'elemento portante è dato dalla trama, e da quella non si scappa.

In paese il numero degli uccelli aumenta, sono sempre di più, e già questo è sufficiente a creare tensione, ad inquietare... Ma non basta: perché sono irrequieti e cominciano a causare intasamenti, a destare interrogativi. E a volte attaccano l'uomo...

Da qui è stato tratto l'omonimo film di Hitchcock, che però se ne discosta, aggiungendo e sottraendo secondo il gusto del regista, e lasciando, dell'originale, pressoché solo l'idea di base... Un'idea, che, peraltro, è geniale, capace di smuovere qualcosa di nascosto nel lettore, di sopito, di ignoto, che fa leva su una sorta di paura ancestrale di grande effetto che non gli permetterà più di guardare i gabbiani (e il loro rostro) con la stessa distratta tranquillità.

Naturalmente non si precipita subito nel nucleo dell'azione: noi sappiamo che cosa succederà, lo presentiamo, ma dobbiamo arrivarci. Anche se iniziamo ad agitarci ben prima che le cose trascendano: la suspense è preparata con arte e noi ce la gustiamo riga per riga.

Angosciandoci.

Non dobbiamo nemmeno aspettare troppo, non ci è richiesto di avere pazienza: i tempi sono perfetti, incalzanti, e ci piacciono così.

Il racconto è moderno, attuale, e non importa se oramai ha qualche decennio sulla schiena, perché proprio non si sente.

Superbo.

mercoledì 12 marzo 2014

Si ritaglia spazi suoi


DOCTOR SLEEP
di Stephen King

 
Alias Dan Torrance, il bambino di Shining, ormai cresciuto, che dopo essere riuscito a sottrarsi all'alcolismo (che tormentava anche suo padre, il nostro vecchio Jack) aiuta i pazienti di una casa di riposo a passare a miglior vita...

Ha ancora la Luccicanza, e molti rimpianti, mentre ha imparato a tenere a bada i fantasmi dell'Overlook... Benché in un certo senso torni pure l'albergo malefico, con cui Dan chiude i conti una volta per tutte, incappando, per giunta, in molto altro, nel bene (una discepola e una... ops, non sveliamo il colpo di scena – peraltro quasi ovvio) e nel male... Ed è proprio nel male l'aspetto più interessante di questo romanzo: il Vero Nodo. Diavoli vuoti, vengono definiti, ma sono più una sorta di vampiri nomadi travestiti da camperisti che si nutrono dell'essenza delle persone dotate di Shining (ragazzini, preferibilmente) dopo averle torturate. Sono molto suggestivi assai ben caratterizzati e affascinanti nelle loro abitudini e rituali. Se si vuole cavillare non risultano troppo originali per chi macina racconti classici horror da anni, ma comunque risultano interessanti e ben riusciti, specie Papà Corvo e Rose Cilindro (a parte quando mostrano il dente. In queste scene c'è qualcosetta di vagamente fasullo, quasi patetico, che invece, nelle intenzioni, dovrebbe apparire terrorizzante. Mah!), di cui ho adorato in primis i nomi ridicoli, un po' da pagliaccio. Perché dei pagliacci bisogna sempre diffidare ;) (Pennywise docet).

Il romanzo non è malaccio. I riferimenti a Shining non sono fastidiosi e si dimostrano abbastanza superficiali, eccetto che per il protagonista (ma se King se ne fosse inventato uno ex novo non sarebbe stata una gran perdita) e il rapporto con la bottiglia (di cui ci viene descritta una significativa evoluzione, rispetto al connubio Jack Torrance/Alcool).

L'atmosfera non c'entra nulla con il precedente, molto più distesa, meno claustrofobica, più positiva, distesa, ma in fondo meglio così. La mia paura era di imbattermi in una stanca operazione commerciale (che comunque c'è stata, anche se in un senso diverso, è innegabile, e ha puntato più sul film di Kubrik, disprezzatissimo dallo scrittore, che sull'ambito letterario, ma forse King è innocente), preoccupata solo di bissare il vecchio successo, ricalcandolo e tradendolo al contempo. Invece no: questo libro ha una personalità tutta sua, e per quanto possa essere a tutti gli effetti definito un seguito (sebbene non precluda una lettura avulsa dal precedente) si ritaglia spazi suoi.

Anche se...

Le prime centocinquanta pagine, pur scritte meravigliosamente (nonostante qualche eccesso di autocompiacimento in alcuni passaggi, che fanno pensare ad un tizio che mentre narra schiocca di frequente la lingua, goduto per il fatto stesso di sentire la sua voce) sono una flebo assurda... Non sono faticose da leggere, ma indubbiamente scoraggiano un po', costituendo una lunga premessa che sarebbe stato meglio scorciare... Ma poi la trama decolla e si consuma in un attimo. Prevedibile, ma gradevole e con più di un motivo di interesse. L'unico neo è che non mi sono affezionata a nessuno. Di solito adoro i personaggi kinghiani, ma qui... Boh... Abra è troppo perfettina, Lucy irritante, così Dave, suo marito e Cetta, la “Momma”... Pedanti, istericucci e noiosi. E pure Dan mi pare un po' piatto. Fra tutti, quelli che ho prediletto sono il Dottor John e Billy, però non sono impazzita nemmeno per loro... Avrei dovuto provare empatia, immedesimarmi, soffrire... Invece niente. Speravo nella loro buona sorte, certo, ma senza convinzione.

E, per buttare fuori tutto, ho un po' patito i riferimenti alle Torri Gemelle. Credo che avrebbero potuto esserci risparmiati.

Nel complesso, tuttavia, Doctor Sleep è un libro discreto, piacevole, godibile, ma non eccezionale.

E sicuramente non spaventoso.

Neanche di riflesso.

Ma del resto, come si può non leggere?

E' del Re.

martedì 11 marzo 2014

Non c'è traccia di civiltà


IL SIGNORE DELLE MOSCHE
di William Golding
 

Uno di quei libri che sono una doccia gelida di acqua sporca, che ti spalancano gli occhi e ti rivelano sulla natura umana più di un saggio sull'argomento, semplicemente mostrandotela in tutto il suo splendore (ehmm...).

Siamo in un tempo imprecisato, nel mezzo di una guerra, ma non si sa quale... Un aereo precipita, si salva solo un gruppo di ragazzini inglesi e beneducati (esclusivamente maschi) che trova rifugio su un'isola deserta modello Lost, ma priva di fenomeni strani, di Altri, e di mostri... In teoria...

Non ci sono adulti, non c'è traccia di civiltà. Ci sono soltanto loro, i ragazzini. Il primo pensiero, quindi, è sopravvivere, cercare di organizzarsi e spartirsi i compiti, creando dei ruoli, dandosi delle regole. Fino a che... le regole vanno a catafascio, qualcuno assaggia il potere e vuole conservarlo, ci si riscopre selvaggi e antisociali con tendenze sociopatiche e saltano fuori paure ancestrali e nuovi riti ideati ad hoc, barbari, brutali, omicidi. Gli studenti regrediscono ad uno stadio animalesco, tra il mentalmente disturbato, il superstizioso e il primitivo.

Non tutti, però.

Ed è per loro che le cose si mettono peggio.

Un romanzo micidiale sulla corruzione insita nell'uomo, ferocemente pessimistico, ma, purtroppo, realistico e credibile, capace di scoperchiare terrori atavici, ingiustificati, irrazionali, che emergono dirompenti, nefasti, contribuendo a deteriorare ed alterare equilibri e prospettive (meraviglioso il dialogo tra Simone e la testa di maiale). Allo stesso tempo, l'opera (scritta nel 1952) si erge a paradigma dei Totalitarismi, analizzandoli nella loro origine, sviluppo ed epilogo.

La violenza è fisica, ma anche e soprattutto psicologica e spesso si accompagna alla manipolazione, specie in riferimento ai più piccoli (i ragazzini non sono coetanei, ma di età varia).

Può darsi che la lettura non vi stimoli subito: la partenza è lenta, lo stile non sempre lineare, e a volte i dettagli sfuggono o sembrano superflui... Ma, se non siete troppo impressionabili, andate avanti, ne vale la pena.

Per il gusto immediato della storia, per le riflessioni che essa contiene, per la curiosità che comincerà presto a divorarvi, per le suggestioni primordiali, per quello che la lettura vi lascerà dopo, ad agitarsi, a dibattersi, in un punto in ombra del vostro cervello, in un angolo remoto del vostro cuore.

Un'esperienza folgorante.

lunedì 10 marzo 2014

Inflazionati e sbavanti


I CANI (E LE PERSONE)



Tra tutti gli animali i cani sono quelli che mi piacciono meno: troppo inflazionati, sbavanti e sopravvalutati. Per tacere di quelli piccoli e isterici che paiono pantegane e non fanno che emettere ultrasuoni che ti perforano i timpani. Ma guai a dirlo, i cani sono sacri! Si possono ammazzare i ragni, mangiare i conigli, ma i cani... i cani qui sono più venerati delle vacche in India!

Io li trovo noiosi al cubo.

In effetti, però, la colpa non è loro quanto piuttosto dei loro svergognati (e spesso prepotenti) padroni, che, tanto per gradire, sono i primi a propinarmi quelle battute stantie circa il mangiarsi il mio coniglietto (mangiatevi il vostro Fido, stupidi barbari!). Ma in fin dei conti se muore un cane bisogna stracciarsi le vesti, se muore un bambino pazienza...

Ricordo ancora quanta ansia quando, in quel di Tovo (un paesino nell’entroterra di Pietra Ligure, dove tutti possiedono una villetta e almeno un cane da guardia), sono stata accerchiata da un pastore tedesco e un pastore maremmano, belli grossi e belli ringhianti. Mi sono paralizzata sul posto, gridando aiuto. In capo a cinque (eterni) minuti è intervenuta la padrona dalla finestra di un palazzotto e mi ha detto di andare pure, che sono buoni. Le ho chiesto se loro lo sapevano, di essere buoni. Quella non ha capito e le due belve hanno continuato a girarmi intorno per altri cinque (eterni) minuti snudando i denti. Ho invocato ancora aiuto, la donna ha belato svogliatamente i nomi dei suoi molossi dalla finestra, come a richiamarli. Loro l’hanno ignorata. A questo punto ho intimato alla padrona di schiodare il deretano e venire a prenderseli, diversamente si sarebbe beccata una bella denuncia (all’epoca avevo quattordici anni e poca pazienza). Finalmente la donnaccia si è degnata di muoversi. Brontolando.

Del resto per i padroni i cani sono sempre buoni: lo ripeteva anche la nostra vicina di casa in riferimento al suo mostro bianco (un Husky? Non saprei, io avevo sì e no cinque anni, però ricordo che si chiamava Fioccodineve, come l’agnellino di Heidi) quando abitavamo (per il periodo invernale) ad Epinel, in Val d’Aosta… La signora lo lasciava girare libero e un pomeriggio la bestiola ci aveva bloccati per non so quanto nella neve, me, Mater, Androide e Chiccachu (che all’epoca aveva poco più di un anno), ringhiando spassionatamente finché, grazie al cielo, non si è stufato. Non so quanto tempo ci avesse tenuti lì, ma era parso infinito. Quando Mater, quella sera, ne aveva parlato con la padrona, quella aveva minimizzato, trattando la mia povera genitrice con la condiscendenza riservata ai meschini non possessori di cani, che esagerano sempre. La settimana dopo esser partiti per tornare in Liguria Fioccodineve ha azzannato uno sciatore che è morto dissanguato…

Ma i padroni dei cani sono fantastici anche in altri ambiti: ad esempio in tema di pipì! Un paio d’anni fa, nel budello di Alassio, una vecchietta ha permesso al suo cagnolino di urinare sull’espositore esterno di un negoziante. Quando questi è uscito, protestando che ora gli toccava buttare la merce, l’anziana l’ha liquidato con un :“E perché? E’ pipì santa! C’è bisogno di fare tante storie?”.

Io non le avrei fatte. L'avrei uccisa. E ancora gliene veniva, alla strega.

Ma in fondo di che mi lamento? Quando all'Università, mentre aspettavamo alla fermata dell’autobus, un cagnetto ha fatto pipì sullo zaino di una mia compagna, il padrone ha richiamato la bestiola ed è scappato di corsa...

E quelli che alle inaugurazioni con buffet fanno mangiare i loro animali pulciosi sui cabaret con le cibarie, tenendo il muso proprio sopra i vassoi? Blé!!!

Ancora più irritanti i cerebrolesi che appena notano un cane cominciano a squittire “Amore, quanto sei bello” parlando in falsetto. A patto, certo, che ci sia anche un po' di pubblico.

Alcuni fingono.

C’era un mio conoscente che faceva tutte ‘ste moine del beep per il puro bisogno di mettersi in mostra e quando credeva che nessuno lo vedesse, magari, mollava un calcio alla povera creatura, che non gli aveva fatto niente (per inciso, a me i cani non piacciono, ma li rispetto, come rispetto chiunque).

D’altro canto ci sono solo due persone, tra quelle che frequento abitualmente, che amano davvero i cani più di tutti, Gian e la mia S., e quando ne vedono uno non dicono niente, non strepitano, non si atteggiano, non ostentano, ed evitano scene patetiche. Però gli occhi gli si illuminano da dentro e di solito scappa loro un sorriso. E’ bello vederli.

Ad ogni modo non nego che qualche cane carino ci sia. Una volta ne ho conosciuto uno di nome Greta, un Rottweiler, che in assoluto sono fra i cani che mi fanno più paura. Con questo, però, va a sapere perché, era stato amore a prima vista, tanto che la sera, mentre ero ospite a casa di amici, Greta (che non so nemmeno di chi fosse) è venuta a dormire con me, e siamo rimaste abbracciate tutte la notte.

Anche se, per quel che mi riguarda, la palma del cucciolo più amoroso spetterà sempre ad Ughetto, il precedente cagnolone di mia suocera. Quando sono andata a mangiare da lei per non so che festività non l’ho minimamente considerato, salvo che per un “ciao cane” buttato lì per educazione. Ma quando me ne sono andata Ughetto ha pianto disperato, seguendomi dal terrazzo. Come è possibile? Perché era un patatone troppo dolce!!! Naturalmente mi sono sentita una caccola, e da quella volta ho cercato di riservargli qualche carezza...

domenica 9 marzo 2014

Senza scampo.


DIECI
di Andrej Longo

 
Come dieci sono i Comandamenti.

A questo si ispira il libro, una raccolta di racconti fulminanti, brevi, duri, coperti di ferite, che si soffermano su ciascuno dei precetti divini (Non rubare, Non uccidere, Onora il padre e la madre...) in modo esatto e crudo, veloce ed essenziale.

Senza scampo.

Sono tutti ambientati a Napoli, con protagonisti diversi, carnefici o vittime, o entrambe le cose. Sono interessanti presi singolarmente (tra tutti quello che ho preferito è il dolorosissimo “Non commettere atti impuri”), ma se considerati l'uno in fila all'altro creano un affresco attuale, vivido, variopinto, che denuncia e mette in luce molti mali, partenopei e non, offrendo lo spaccato di una realtà troppo spesso sentita come lontana, distante. Ma che è qui. A un passo da noi. Non solo a Napoli.

I Comandamenti vengono violati tutti, sistematicamente, in ogni racconto. Ma talvolta senza colpa, suggerendo un'assoluzione, più che una condanna.

Ma più sovente le colpe ci sono, e gravi, però non sempre sono attribuibili solo all'individuo. Anche il sistema è responsabile, anche chi non c'è, chi non guarda. Specie le istituzioni.

C'è una punta di polemica, nell'accostamento religioso, ma pure un senso di speranza.

Perché è vero che in certi contesti Dio pare assente e noi ci sentiamo invischiati e avvinti da una subcultura brutale che in qualche modo ci priva del libero arbitrio in nome della sopravvivenza. Ma è altrettanto vero che è possibile ribellarsi e andare controcorrente, rispettando il nostro prossimo e noi stessi. Ce lo insegna il vecchietto di “Non rubare”, non a parole, ma con le azioni.

I personaggi ricalcano i tipici stereotipi urbani del meridione (dal boss alla sgualdrella), ma non paiono un vuoto cliché, sembrano veri, sono fragili, umani, e sono incisivi, restandoci impressi e strappandoci della tenerezza, della compassione. Le trame non brillano per originalità, ma riescono ugualmente a sorprendere, a sbarrarci gli occhi, a rivelarci qualcosa. I dialoghi sono scarni, ma realistici e il libro si legge in un lampo, non solo perché è corto. Ma perché è affilato, tagliente.

E ci impone di continuare a leggere.

sabato 8 marzo 2014

Piacevolmente suggestivo


TRON LEGACY
di Joseph Kosinski

(2010)


 
Posteriore a Tron di oltre vent'anni anni (quasi trenta), a me è piaciuto più dell'originale. D'accordo, è meno innovativo e non possiede lo stesso fascino vintage, l'inizio è lento e il protagonista risulta meno carismatico relegando Jeff Bridges (e ancora di più Bruce Boxleitner) nel ruolo del comprimario/cattivo. Anche i collegamenti col primo a tratti sono un po' artificiosi, pretestuosi, persino, poco plausibili, e Tron-personaggio diviene una figura marginale dal destino incerto, però...

Però chi se ne cale! In questo “secondo episodio” c'è più pathos, c'è più anima, i combattimenti e le sequenze in moto sono più coinvolgenti (alcune scene del predecessore ormai sono veramente datate, e quando i personaggi si scontrano in duelli mortali con il disco pare che giochino a tamburello, come direbbe il MPM) e ci sono alcune intuizioni geniali, dal sapore mistico-religioso (si vedano le ISO) e piacevolmente suggestive!!!

Non è un capolavoro e nel finale si perde un po', ma nel complesso è un film gradevole, che si guarda volentieri e che a tratti riesce ad emozionare. Anche la realizzazione grafica è notevole, con la preponderanza di neri al posto di bianchi, e l'eleganza minimale che domina ovunque, benché si senta la mancanza del tocco di Moebius, che aveva prestato la sua collaborazione nel Tron del 1982.

Concettualmente ho apprezzato la dottrina pseudo zen applicata al mondo (per me) asettico dell'informatica, che è addirittura riuscita a renderlo poetico e spirituale, la capacità inventiva, l'evoluzione dal sapore luciferino del personaggio di CLU, anche se il protagonista Garrett Hedlund è, ahimè, il classico belloccio senza quid... In compenso mi è piaciuta Quorra e – benché abbia una parte piccola e ripugnante – Castor, interpretato dall'ottimo Michael Sheen.

Il Mio Perfido Marito mi ha anche fatto notare la presenza dei Daft Punk nel ruolo di Dj muti nel locale di quest'ultimo... Devo ammettere che si integrano benissimo nel contesto e fanno tenerezza mentre si affannano ad adeguare le musiche agli avvenimenti. La loro colonna sonora, però, è sublime, magnificamente fusa con l'ambiente e le situazioni, con un qualcosa di magico e spesso di trascinante. Certo, se si sorvola sul fatto che sia un po' ripetitiva.

Discreto.

venerdì 7 marzo 2014

Non ci sono regole


LE REGOLE DELL'ATTRAZIONE
di Bret Easton Ellis

 
Dove la vera regola è che non ci sono regole: si va a letto con tutti, uomini e donne, senza criterio e spesso senza scopo. E naturalmente a tutti piacciono le persone sbagliate, anche se, comunque, la profondità di sentimenti è negata. Il fatto che tu ti strugga per un ragazzo che è adesso si trova in Europa (ma che tra qualche mese tornerà) non ti impedisce di accoppiarti con cinque tizi nell'ultimo trimestre...

Del resto, quando il bel giovine effettivamente rientra, manco si ricorda chi sei, quindi, in fondo, hai fatto bene...

Siamo al college, naturalmente. A Camden, New Hampshire.

Nell'America degli anni '80.

E oltre a far sesso con chiunque, senza quasi far la fatica di selezionare, ci si impegna a sballarsi il più possibile con qualunque tipo di droga e qualche alcolico, perennemente fatti. Si ascolta un sacco di musica. Si legge un po'. Si spettegola e si macinano cattiverie, senza preoccuparsi di nessuno. E si partecipa ad un sacco di party dal nome promettente: il Party-della-fine-del-mondo, il Party-sotto-il-vestito-niente, e via dicendo... Nient'altro.

Il punto di vista è soggettivo, e cambia di continuo: abbiamo Sean, Paul e Lauren, i protagonisti, curiosamente in relazione fra loro. Ma ci sono, ad esempio, anche Mitchell, Victor e Bertrand...

E poi salta fuori Patrick, il fratello di Sean. Sean Bateman. Solo che, hey, noi lo conosciamo già! Sì, perché Patrick Bateman è il protagonista di “American Psycho”. Ha una parte piccola qui, poco più di un cameo, però ci fa piacere ritrovarlo...

Per il resto... Il romanzo non è niente male. All'inizio disorienta un po' il sovrapporsi di azioni e nomi, ma poi affascina. Le cose sembrano diverse a seconda della prospettiva. E tornare agli anni '80 è sempre bello (anche se qui sono rappresentati con critico cinismo). Il contenuto in apparenza è nullo e ripetitivo, anche se maledettamente ben scritto e con qualche tocco di genialità... Però basta grattare un po', e si scorge altro sotto la superficie.

Non siamo ai livelli di “nerezza” di “American Psycho”, questo libro abrade di meno, è meno agghiacciante, meno disturbante...

Muore molta meno gente ;-).

Però è corrosivo, acido. Più triste.

Perché qui il dramma non riguarda un'unica persona, ma un'intera generazione.

Edonista, vuota e sola.

giovedì 6 marzo 2014

Magistrale, perfetto...


LASCIAMI ENTRARE
di John Ajavide Lindqvist

 
Il film mi era piaciuto moltissimo (si veda post 12 novembre 2013) e così non ho potuto evitare di procacciarmi il romanzo. La trama è la stessa, ma qui (a meno che non sia la mia memoria ad ingannarmi) i personaggi e i dettagli si moltiplicano, si fanno più netti, distinti, la solitudine è più cosmica e disperata, a tratti soffocante, mentre la poetica, con l'incremento dei particolari e la riduzione dei silenzi, si ridefinisce acquisendo sfumature nuove, più realistiche, forse, ma meno suggestive, meno liriche. Il mondo in cui ci muoviamo sembra affogare nel malessere, senza redenzione.

Lo stile di Lindqvist, però, è magistrale, perfetto, e quella che nella pellicola appariva come lentezza (seppur non sgradevole) qui si avverte appena, assumendo, al là delle situazioni truculente, connotazioni fiabesche. Il ritmo quieto (ma incalzante) con cui la storia è scandita, infatti, fa parte del fascino e della meraviglia, e non solo non è noioso, ma contribuisce a creare un'atmosfera rarefatta che induce ad abbandonarsi alla narrazione.

L'orrore, sia esso un volto deturpato o la violenza di un'aggressione, è rappresentato con minuzia, ma, paradossalmente, non è mai raccapricciante, risultando piuttosto tragico, dolente, o solo terribilmente triste. E poi impariamo che in ognuna delle sue accezioni, l'orrore (persino quello “psicologico”), ha sempre due facce, due risvolti, una duplice possibilità di essere interpretato, e che i ruoli di vittima e carnefice, sovente, sono intercambiabili.

Dopo che si volta l'ultima pagina si ha l'impressione di conoscere molto meglio sia Eli sia Oskar. Nei loro tratti essenziali sono sempre gli stessi del film, eppure qualcosa cambia nella nostra prospettiva, come se adesso, per la prima volta, riuscissimo veramente a metterli a fuoco. Non sono più i bei personaggi di un racconto scritto col sangue: sono veri, vivi, fortemente sententi. E nelle loro vite c'è molto più dolore di quanto lasciasse intuire la pellicola.

A questo punto mi urgono altri titoli di questo stupefacente scrittore... Il mio prossimo acquisto sarà “L'estate dei morti viventi”, che, già a sbirciare la sinossi, pare riuscire a rinnovare ancora il trito tema degli zombie...

mercoledì 5 marzo 2014

Crudeltà ed efferatezze


LA CASA DEGLI SPIRITI
di Isabel Allende

Romanzo stupendo sulla storia di una famiglia, di un paese, e di tre generazioni di donne, Clara, Blanca e Alba (tutti nomi che evocano il bianco), le cui vite sono determinate dall'amore e si mescolano alla Storia. Quella del Cile, che, oltre al resto, ha visto un colpo di Stato e la dittatura. E la nostra Isabel, la nostra scrittrice, di cognome fa Allende, come Salvator Allende, il presidente deposto. Non viene speso il suo nome, ma non serve: menzionare il Presidente è sufficiente, come è sufficiente indicare Il Poeta per capire che si tratta di Neruda.

Crudeltà ed efferatezze non ci vengono risparmiate, né ci vengono risparmiate la paura, il dolore, la violenza. E questo sin dal principio, non c'è bisogno di arrivare al colpo di Stato. Ci basta vedere Esteban Trueba, il marito di Clara, che stupra le contadine o che picchia la sorella.

Ma ci sono anche elementi soprannaturali, fatti di luce, di visioni, atmosfere esoteriche, preveggenza ed empatia. E i fantasmi, gli spiriti, che spesso tornano a salutare. Che si aggirano per casa, confondendosi con le ombre, che non sono tangibili, ma che ci confortano, ci ricordano, sono qui per noi.

E c'è l'amore, possessivo o disinteressato, generoso o egoista, non sempre assoluto, e c'è il silenzio, volontario o imposto, come arma o come sconfitta, placido o tragico. E c'è l'odio e sempre c'è una ragione per odiare.

Perché se tu violenti le contadine, è possibile che tuo figlio illegittimo si vendichi di tua nipote, svariati anni dopo.

Perché ogni azione ha una conseguenza, anche se a volte sa aspettare per innescarsi.

Tra tutte la vicenda più intensa è quella di Alba, la più difficile, la più coraggiosa, mentre la storia di Blanca mi ha coinvolta meno, arrivando a deludermi in qualche suo sviluppo. Alla fine sembra l'ennesima versione di Romeo e Giulietta senza però lo stesso impeto, la stessa assolutezza di sentimenti (che peraltro, proprio per questo, risulta più originale e più realistica).

Molti sono i personaggi interessanti, al di là delle protagoniste: il dispotico Esteban Trueba, l'infelice Férula (sua sorella), Jaime, fratello di Blanca...

Un romanzo notevole, con una forte carica politica, e una ancora più forte componente umana, in perfetto equilibrio tra le passioni terrene e la realtà eterea degli spiriti.

martedì 4 marzo 2014

Perché mai un porcello?


L'INSONDABILE ENIGMA DI PEPPA PIG

 
Io davvero non capisco, come si fa ad amare tanto un coso rosa a forma di phon? Questo l'interrogativo che mi ha posto mio cugino passando vicino ad un negozio di giocattoli... Invero, il coso rosa è una porcellina, Peppa, e negli ultimi anni sta effettivamente spopolando fra i bambini più piccoli, inclusa la mia nipotina di due anni e mezzo. Peppa ha un fratellino porcello, George, una mamma e un papà porcelli e tanti amici animali (Rebecca Coniglia, Suzy Pecora, Danny Cane...).

Guardarne un episodio, per un adulto, può essere simpatico. Guardarne tre può condurlo al suicidio. I bimbi però la amano, anche se, talvolta, Peppa è un po' birichina...

Per il secondo compleanno della Patapiccula (mia nipote) le ho regalato “la classe” di Peppa Pig, con i banchi, la lavagna e sette/otto personaggini. Il Ragno, incuriosito, ha cominciato a osservare gli animaletti prendendoli in mano, uno per uno, e poi rimettendoli a posto. Patapiccula lo controllava di sottecchi, attenta, ma non obiettava nulla. Fino a che... il Ragno ha afferrato la Peppa! Patapiccula, veloce come un ninja, gli ha bloccato il polso e con vocina severa gli ha intimato: “Peppa no!”.

Il Ragno ha dovuto posarla.

Successivamente patapiccula ha passato qualche ora con zio Androide. Quando Chiccachu (madre di Patapiccula) è tornata Androide l'ha invita a chiedere alla figlia chi fosse Peppa Pig. Patapiccula, con intonazione vagamente drammatica ha risposto: “E' uno pocco!!!” E' un porco. Ecco la scandalosa verità.

Androide ha anche avuto cura di mostrare alla bambina (con l'ausilio di quello che lui chiama Zio Ipad) che normalmente i maiali vengono macellati e mangiati... Va mu, speriamo che patapiccula da grande non diventi una serial killer.

Con tutto che, in effetti, perché mai un porcello?

E perché i bimbi la adorano? E' così bruttarella e saccentina. Io da piccola non avrei mai potuto amare un animale che non fosse carino: gattini coccolosi, sì, conigli morbidosi, sì, cerbiatti con gli occhioni, sì... Ma un maiale? Il mio senso estetico si sarebbe ribellato. ...Anche se Mater ricorda che ho sempre avuto (come adesso) una predilezione per serpenti, ragni e scorpioni... Del resto è innegabile che queste creature abbiano un potente fascino intrinseco... Ma un maiale? Perché un maiale?

Lo ignoro.

Però, ammetto che la versione sicula di Peppa che mi ha fatto vedere il Mio Perfido Marito su Youtube ha un suo malatissimo perché.

Peppa pocca.

lunedì 3 marzo 2014

Niente è come sembra


I SEGRETI DI TWIN PEAKS
di David Lynch e Mark Frost

(1990-1991)



 
Siamo in una piccola cittadina ai confini col Canada, Twin Peaks, appunto, quando viene ritrovato il cadavere di Laura Palmer, una brava fanciulla del posto, amatissima dalla comunità e (a parte la plastica) completamente ignuda. Il delitto pare collegato ad altri e si dà il via alle indagini che coinvolgeranno anche l'agente FBI Dale Cooper (Kyle MacLachlan).

La prima regola in questa inarrivabile Serie Tv è che niente è come sembra.

Laura, benvoluta da tutti, non è l'esempio di virtù che vuole far credere; Dale, che si presenta come un tipo rigido e perfettino, ha invece una mentalità molto aperta e non disdegna metodi investigativi anticonvenzionali... Quello che pare un tranquillo paesino di provincia è in realtà un covo di intrighi: chiunque ha dei segreti, e di solito sono belli torbidi... E persino la serie inganna: le puntate iniziali sono imperniate sull'interrogativo, che presto diventa un tormentone, di “Chi ha ucciso Laura Palmer?'”, ma quando ciò viene rivelato siamo ben lungi dalla fine e scopriamo che, in fondo, non è che la risoluzione del quesito ci interessasse poi tanto. I misteri da svelare sono parecchi, ingarbugliati e sovrapposti, ed è l'intero mondo di Twin Peaks che vogliamo conoscere...

Al filone giallo-poliziesco se ne sovrappongono diversi altri (drammatico, soprannaturale, melodrammatico, a volte con inclinazioni parodistiche) e non ci vengono negati nemmeno i momenti umoristici. Alcuni elementi, e in particolare quelli connessi alla concezione del male, che attingono alla simbologia e sono pregni di allusioni, sono davvero suggestivi: ciò che è legato alla Loggia Nera e alla Loggia Bianca, ad esempio, le filastrocche e le frasi enigmatiche pronunciate nelle circostanze più disparate, i personaggi soprannaturali che appaiono di tanto in tanto, a volte buoni a volte ambigui (il Gigante, il Nano, l'Uomo-con-un-braccio-solo...), quel che accade nei sogni e dietro la Tenda Rossa...

L'atmosfera è rarefatta e inquietante, carica di malessere, sottolineata e impreziosita dalle lamentose musiche di Angelo Badalamenti e capace di scivolare, all'improvviso, nell'horror come nel surreale, o di essere sconfessata (o accresciuta) dalla vis comica o dall'assurdo.

Altro punto di forza sono i personaggi: uno più bislacco e caratteristico dell'altro, ciascuno pieno di sorprese. Persino Albert, il collega di Dale, che lì per lì appare divertente ma stereotipato, finirà col meravigliarci! In realtà non basterebbe un solo post per soffermarsi decentemente su tutti... Anche se ne varrebbe la pena.

Dico solo che i miei prediletti sono Dale (ovviamente), Mike, alias l'Uomo-con-un-braccio-solo, e Albert stesso.

Sinceramente non ho mai visto un altro telefilm che potesse arrivare alla complessità e alla bellezza di Twin Peaks! I primi episodi sono molto lenti, e c'è qualche calo di tensione ogni tanto, ma man mano si va avanti si vuole solo continuare, approfondire, comprendere, e ci si accorge che il livello è altissimo. Altre serie (come lo strepitoso Durham County o il purtroppo tranciato Happy Town) sono costruite meglio (o sono solo più recenti?), ma non ti lasciano il retrogusto infinito di Twin Peaks, che ti spinge a cercarne echi nei film di Lynch (che spesso ne ricalcano in qualche modo la poetica) o nei vari saggi sull'argomento... Il fatto, poi, che la serie risalga agli anni '90 non ne inficia i pregi. Posso affermarlo con sicurezza, in quanto l'ho vista di recente. Benché ai tempi della prima messa in onda io fossi alle Medie, infatti, e T.P. fosse un fenomeno di costume nella mia classe come nel resto del mondo, io l'avevo ingiustamente snobbato, recuperandolo solo pochi anni fa, grazie al Mio Perfido Marito, che ha provvidenzialmente comprato i cofanetti con i Dvd. Anche a distanza di quasi due decenni e ormai fuori dal contesto socio-culturale in cui si è formato, Twin Peaks ha costituito un'esperienza favolosa, fantasmagorica e intensa, che prima o poi vorrò ripetere!

Per il resto... ecco qualche curiosità:

- di T. P. esiste un seguito cinematografico, che in realtà è un prequel, “Fuoco cammina con me”. Incomprensibile se avulso dal telefilm.

- La coppia di interpreti dei personaggi di Nadine e Big Ed (e Nadine è davvero un numero!) è piaciuta così tanto che torna nel film “La casa nera” (che presto recensirò), con un'alchimia diversa ma irresistibile.

- In T.P. David Lynch non si limita alla regia, ma recita nei panni di Gordon Cole, il capo di Dale, tragicamente e assurdamente sordo;

- Collegati alla serie due volumi irrinunciabili: “Il diario segreto di Laura Palmer” (talvolta fa capolino ad un prezzo stracciato in qualche bancarella) e “L'autobiografia dell'agente speciale Dale Cooper” (per fortuna ai tempi Dany mi aveva obbligata a leggerlo, anche se io non avevo ancora visto la serie, perché adesso è introvabile, salvo a prezzi stellari), entrambi godibilissimi;

- Non sto a menzionare tutte le citazioni di Twin Peaks sparse in ogni dove: ricordo giusto il doppio albo di Dylan Dog “I segreti di Ramblyn” e “La belva delle caverne” (numeri 64 e 65) e un bellissimo e accurato episodio del buffo telefilm “Psych” (il 12mo della V stagione), oltre a qualche chicca ne “I Simpson”, che però non saprei collocare.

Segnalo, infine, la recensione a suo tempo fatta dal MPM nel suo blog, Delittando (qui), per celebrare "la settimana delle ragazze morte". Completamente diversa dalla mia, approfondisce altri aspetti e come al solito è più tecnica e professionale, laddove io vado di entusiasmi... (Ops!)

domenica 2 marzo 2014

Preferisco gli scacchi alle carte


ALICE NEL MONDO OLTRE LO SPECCHIO
di Lewis Carroll

 
Il seguito di Alice nel Paese delle Meraviglie. E forse sì, prima avrei dovuto recensire quello, ma per quanto siano simili, e la protagonista sia la stessa, solo di sei mesi più vecchia... Be', il Mondo oltre lo specchio mi piace molto, molto di più. E per la cronaca, se siete degli estimatori della Alice disneyana, sappiate che il cartone animato in questione, al di là del titolo, trae ispirazione da entrambi i romanzi (Tweedledum e Tweedledee – alias Pinco Panco e Panco Pinco – e il giardino dei fiori parlanti si incontrano qui), aggiungendoci come sempre del suo...

Dunque la domanda è: a che cosa è dovuta la mia preferenza?

Ad un milione di motivi!!!

Intanto, concettualmente, preferisco gli scacchi alle carte: nel Mondo delle meraviglie c'è la Regina di Cuori, qui abbiamo la Regina Rossa e la Regina Bianca, meno conosciute ma più ermetiche... Anche se il tema che più mi affascina è il sogno del Re Rosso (che ha insieme qualcosa di magico e di terrorizzante, che però rimane sotto la pelle) e il dilemma che racchiude, ovvero: chi sta sognando chi?

Poi c'è la faccenda del mondo alla rovescia, dove bisogna credere nell'impossibile e ribaltare tutto, perché ha senso solo ciò che non ce l'ha... Insomma, oltre lo specchio mi sento proprio a casa mia!

In più ci sono alcuni personaggi che trovo irresistibili, come Humpty Dumpty e l'Unicorno (splendido lo scambio di battute che ha con lui Alice), benché senta la mancanza del gatto del Cheshire (lo Stegatto Astratto)...

I proverbi, le filastrocche, i dialoghi non-sense (che spesso di sense ne hanno anche troppo, se ci si sofferma un momento) sono presenti in entrambe le opere, ma qui mi sembrano racchiudere più significati, più allusioni...

E forse, in realtà, il punto principale è proprio questo: per quanto tutti e due i romanzi siano stati etichettati come “per l'infanzia” e invero non lo sia nessuno dei due (un bambino può apprezzarli, può divertirsi, ma dubito sia in grado di coglierne davvero il sotto testo, che per giunta è pluristratificato), il seguito cela in sé qualcosa di più profondo, di più ambiguo, che si nasconde bene fra le pieghe della storia bizzarra e tra i personaggi strambi e che fa capolino ogni tanto sussurrando qualcosa di grigio, che a tratti sembra strisciare... Perché, per parafrasare Ray Bradbury, non si sa mai che cosa nuota davvero dentro uno specchio...

Insomma, per quanto nemmeno il Mondo delle Meraviglie sia privo di ombre, ho l'impressione che oltre lo specchio ce ne siano parecchie di più...

P.S.

Eccezionali le illustrazioni di John Tenniel! Mi spiaceva non menzionarle: comunque sono presenti in entrambe le opere!

sabato 1 marzo 2014

Da sganasciarsi…


CALVIN & HOBBES
di Bill Watterson

 
Non il mio fumetto preferito, ma quasi, quasissimo! Perché è uno spettacolo! Protagonisti una peste seienne che più tenera e sagace non si può, Calvin, dall’immaginazione sconfinata e un bel po’ di difetti (trascurabili, in fondo), e il suo tigrotto di peluche, Hobbes. Ma se, come me, le prime strisce si sono lette a casaccio pescando da Linus, lì per lì sembra che la tigre sia vera. Molto sofisticata, certo, e dotata di favella, cultura e sarcasmo. Ma vera. Solo che è un pupazzetto immoto, e tante strip giocano su questo, modificando il disegno a seconda del punto di vista. Realistico (ma amichevole e vagamente antropomorfizzante) nella mente di Calvin, inanimato e innocuo se osservato con oggettività. E questo vale per un sacco di altre cose e situazioni (dal cibo nel piatto alle distese di neve). Per cui siete avvertiti: se in una tavola le vignette iniziali rappresentano due medici connotati con tratto realistico e dettagliato i quali discutono con professionalità dell’operazione chirurgica in corso, non c’è da stupirsi se dopo la terza si prendano poco professionalmente a calci, insultandosi con acrimonia. Perché è Calvin che gioca, non c’è nessun chirurgo. E quelli con cui lo vediamo sono gli occhi della sua immaginazione. L’effetto, però, è da sganasciarsi… Poi inquadriamo la scena dall’esterno e i dottori si presentano come bambini un po’ stilizzati, dal tratto morbido e straordinariamente espressivo.

I “sottofiloni” sono innumerevoli: quelli scolastici con l’insegnate, la povera signora Vermoni e Sancio, il bullo idiota, quelli con l’amichetta Siusi (o Susie, a seconda dell’edizione), quelli dedicati alla pragmatica (e antipatica) baby-sitter Rosalyn o agli sventurati genitori o ad interessanti (e talvolta deliranti, ma spesso brillanti, se non geniali) speculazioni sociali e filosofiche… Quelli dell’astronauta Spiff, di Stupendoman, dei mostri in agguato sotto il letto (che adoro!!!), o sui pupazzi di neve… Hobbes non c’è sempre, ma spesso sì, e sovente, fedele al suo istinto felino, riserva al suo amico degli attacchi a sorpresa…

Si gioca, si litiga, ci si imbroglia, si fa la pace.

Calvin è sempre lo stesso, ma si rinnova di continuo, facendo morire dal ridere, ma anche dalla tenerosità, riuscendo ad essere genuinamente bambino (e come tale birbonissimo), ma anche saggio e profondo, illustrando il suo pensiero riguardo agli argomenti più disparati, e spesso seri e controversi… Ma pure Hobbes è irresistibile! Suo perfetto complemento, ma più arguto, più adulto, più disincantato. Anche i comprimari, però, sono ben caratterizzati, con pochi tratti, ma accurati ed efficaci, che in qualche caso li fanno assurgere ad archetipo.

Una storia di amicizia tra le più belle, che non va da nessuna parte, se vogliamo, ma che arriva dappertutto, anche se non vogliamo, senza limiti fuorché quelli della fantasia. Che qui non ne ha.

Fumetto straordinario!

Ed ora raccolto in dieci lussuosi volumi in cofanetto (anche se io mi accontento della mia vecchia, ma decorosissima, edizione “pezzent” di Comix…).