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venerdì 25 novembre 2016

Un’allucinante doccia gelata

PASTORALE AMERICANA
di Philip Roth


Dove si canta del sogno americano e di come questo si infrange tragicamente, in modo orribile e inaspettato, stagnando poi nel suo stesso orrore, avvelenando e guastando ogni cosa, in dietro e in avanti, fin nel midollo, rimettendo tutto in discussione dal principio, tra sensi di colpa, lucide disillusioni e tremendo sconcerto.
Il narratore, come spesso accade in Roth, è il suo alter-ego Nathan Zuckerman, che prende la storia alla lontana, precipitandoci in essa a poco a poco.
Ci presenta Levov, di origini ebraiche, ma soprannominato lo Svedese per il fisico statuario e la chioma bionda, magnifico atleta, gentile e popolare, ai tempi della scuola, e poi uomo realizzato, imprenditore di successo, ricco, generoso, retto, che in più ha una moglie bellissima.
Zuckerman lo invidia, e se scorge delle ombre in lui, delle ferite aperte, le minimizza: l’uomo perfetto che ha avuto una vita perfetta, meritandosela, l’incarnazione della realizzazione del sogno americano, doti e fortuna amabilmente mescolate insieme.
Fino a che non apprendiamo la verità. Che l’unica, adoratissima figlia di Levov è in realtà una fanatica terrorista, che si è macchiata di omicidio, che è scomparsa, senza fornire spiegazioni o scuse, e che ha sempre attribuito la responsabilità di ciò che ha compiuto ai genitori. Che odia.
E questo, naturalmente, ha inghiottito tutto.
Una storia cruda, straziante, indagata in termini psicologici di totale assolutezza, catturando ogni ragionamento, ogni passaggio logico, esitazione, tentennamento, sospiro. Sentiamo il peso del dolore, che negli anni, anziché sbiadire, si fa più acuto, e che al contempo ci permette di comprendere tante cose, sul piano umano e familiare, ma anche sociale e antropologico.
Viene infatti messa in luce la precarietà dell’equilibrio familiare, che pensavamo certo e conseguito, e che invece è sempre stato pronto a crollare, persino quando tutto ci sembrava andare bene ed eravamo convinti che nostra figlia, dolce, intelligente, e graziosa, ricambiasse il nostro affetto.
Un romanzo bellissimo, e al contempo un’allucinante doccia gelata, intensa, cerebrale, con momenti di cinica ironia e altri di fredda, consapevole lucidità.
Illuminante per lo stile sublime, pregevole per la grandezza della trama, per la disinvoltura con cui ci vengono esplicate le contraddizioni della società e della falsità di certe sue aspettative mal riposte, l’ipocrisia radical-chic della cultura sinistrorsa e pseudo-buonista, che in realtà è la cultura dell’odio, rappresentata con dettagliata e chirurgica efficacia, nella sua genesi individuale quanto nei suoi sviluppi e conseguenze.

Superbo.

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