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lunedì 11 marzo 2019

Una metafora della vita umana

LA PICCOLA CITTA'
di Thornton Wilder


Pièce divisa in tre atti, scritta nel 1938 e ambientata quindi in tre step, dal 1901 al 1913, narra, attraverso un Direttore di Scena onnisciente, la vita di questa immaginaria cittadina americana, Grover's Corner.
E in principio non capisci che cosa possa esserci di tanto straordinario, in quanto è tutto incentrato sulla più ordinaria quotidianità. Sulla recita scolastica, sulla colazione, sul più e sul meno. Ma presto comprendi che proprio qui sta il paradigma, perché la città è la città, va bene, ma soprattutto è una metafora della vita umana.
Ed è coi balzi in avanti che cominci ad intuire, ed è con il terzo atto, in cui entrano in scena i morti, che ti folgora l'epifania. E qualcosa si apre dentro di te, e qualcos'altro si rattrappisce, e poi distende, quando ti ricordi di essere tu, e di essere qui, e di poter ancora apprezzare quello che hai, nella sua essenzialità e nella sua verità, scevro da sciocche sovrastrutture.
E soprattutto attraverso il commovente monologo di Emily, ti si chiarifica, in ultimo, quello che subito dimentichi: ossia che la felicità ti passa accanto senza che tu nemmeno te ne accorga, che vivi da cieco, senza consapevolezza, mentre ogni cosa trascorre fulgida e splendente con rapidità, mentre tu guardi da un'altra parte, distratto da mille cose di nessuna importanza, concentrato sul nulla.
Un'opera stupefacente, colma di pienezza, per la quale devo ringraziare Gian. Anche se, ancor prima che lui mi regalasse il libro, già mi aveva incuriosito per come se ne parla in altri libri/film, ad esempio in “Wonder” di R. J. Palacio (che presto recensirò).

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