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martedì 15 dicembre 2015

«Come la chiamiamo?»

ANTEPRIMA: IL SOGNO DI ECATE...


...che esce domani su Amazon (incrociando le dita), ma di cui, intanto, fornisco un assaggino: l'inizio della prima parte.
Ehm... dato che sono generosa e non voglio far alzare di nuovo il MPM per prendermi la chiavetta di Darth Vader (quella con i romanzilli e affini), mi accontento di proporre la prima versione, che ho sul portatile... Non mi sembra che la definitiva differisca molto.
Et voilà:

Katy giocava nel cortile condominiale insieme alla sorellina.
Le bambine avevano rispettivamente sette e cinque anni ed erano intente ad accessoriare le Barbie per l’imminente gala di beneficenza. Era l’evento mondano della stagione e sarebbero intervenuti, fra gli altri, quattro Ken, Mr. Orso, e le Principesse Disney al completo.
Di certo non si aspettavano che una testa mozzata precipitasse dall’alto. Non un giocattolo, una vera.
Ruzzolò nell'erba.
Prima, però, ci fu un tonfo sordo alle loro spalle, che le fece trasalire. Le piccole si voltarono di scatto e incrociarono lo sguardo attonito di un uomo senza corpo, che pareva congelato.
«È brutto», disse Julie, la minore, storcendo il naso.
«E freddo...», aggiunse Katy, sfiorandogli la fronte.
«Che ne facciamo?», chiese Julie. «Dobbiamo consegnarlo alla zia?»
La bimba alludeva alla prozia Leandra, che le accudiva mentre papà e mamma erano al lavoro. Era un’anziana vedova dai modi un po’ affettati e dalle pretese leggermente snob, che non andava troppo d’accordo con le nipotine. Non perché fosse una donna cattiva, ma perché, non avendo avuto figli, non era abituata ai meccanismi mentali dei ragazzini e non sapeva come rapportarsi a loro. Non aveva inventiva, né troppa pazienza, in più, secondo la definizione di Katy, era terribilmente noiosa e limitata.
Fortunatamente trascorreva la maggior parte del tempo a chiacchierare o a prendere il the con la signora del terzo piano, vecchia pure lei.
«No», decise Katy. «È nostra. La zia ce la porterebbe via di sicuro.»
«Non ti sembra abbia un’aria conosciuta?», interloquì Julie, scrutandola con attenzione.
«Sì… Però non ricordo chi è…»
«È brutto», ribadì Julie.
«Ma no… Sai come si dice: è un tipo!»
«Anziano...»
«L’importante è che non sia il nonno di qualcuno», tagliò corto Katy.
«Ma che ne facciamo?», insisté la sorellina, che ancora non osava toccarlo. Aveva le labbra semi aperte e il particolare non le piaceva.
«Possiamo truccarlo, pettinarlo, agghindarlo… O usarlo come “Mago di Oz” in una rappresentazione teatrale con le bambole... Prima, però, dobbiamo dargli una pulita.»
«È morto?», domandò Julie. «Come Billy?»
Billy era il loro canarino. Una mattina lo avevano trovato stecchito in fondo alla gabbia, incapace di muoversi, di cantare, di respirare. Julie aveva pianto, ma si era rasserenata quando avevano celebrato un piccolo rito funebre per lui. Anche Katy era addolorata, ma avrebbe preferito continuare ad osservarlo e carpire i segreti della sua dipartita. L'affascinavano i decessi.
«Sì. Senza cuore non si vive», spiegò Katy. Afferrò la testa con due mani e la sollevò, decisa a condurla in bagno e a spruzzarla con un po’ d’acqua. L’igiene era importante. Però non si aspettava che fosse così difficile da perseguire: la testa era pesante e rischiò di farla cadere.
Era davvero gelida, come se fosse appena uscita dal freezer, e la bambina dovette usare degli abiti da sera di Barbie per proteggersi le dita. Probabilmente era stata davvero conservata sottozero: la pelle aveva sfumature bluastre, non emanava odore, non perdeva sangue, e c’era del ghiaccio attaccato ai capelli.
«Come la chiamiamo?», chiese Julie.


Baci, e a domani!

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