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venerdì 18 marzo 2016

Il lieto fine è negato

IL LIBRAIO DI KABUL
di Asne Seierstad


Un po' romanzo, un po' reportage, questa storia (vera, con i nomi cambiati) ruota attorno alla famiglia del libraio Sultan Khan, comprensiva di due mogli, prole e parenti vari, di cui penetriamo la quotidianità, ante – durante – post Talebani.
Ovviamente la prima emozione che suscita è rabbia.
Per la condizione della donna, soprattutto, ma anche per l'arretratezza culturale, per il fanatismo, per l'ingiustizia...
Per questo imbecille di libraio, egoista e retrogrado, che opprime l'intera famiglia (essendone il capo), benché ogni membro in modi diversi e sempre in accordo con le “regole dell'Islam”... E non ci importa del suo amore per la carta stampata, non ci basta a perdonarlo: tra l'altro lui ama solo l'oggetto, strumento per arricchirsi, non la cultura o l'emozione di cui il libro è veicolo!
Il romanzo, tuttavia, è molto bello.
Vanta una prosa piana e lineare, pregna d'atmosfera e solidarietà, che non punta il dito, ma lancia frecciatine, sia pur con garbata educazione, e coinvolge da subito, sprofondandoci in un'atmosfera che riesce a non essere dolente, ma intessuta di affascinato stupore quanto di velato rimprovero, tesa a raccontare, a descrivere, ma anche a partecipare, sia pur silenziosamente, di quel che accade.
E di cose ne accadono un mucchio, scorrendo attraverso ogni giorno, frammiste a contestualizzazioni che ci consentono di coglierle in ogni sfumatura, permettendoci di concentrarci (e di conoscere) di volta in volta un personaggio diverso, di cui assumiamo la prospettiva... Personaggio che non può che interagire con gli altri, ma offrendoci spicchi di realtà peculiari e personali. E partendo dall'individuo, finiamo col caratterizzare il popolo, il costume, il modus vivendi di un mondo e di un'epoca.
Di norma il lieto fine è negato, al più possiamo sopportare e accettare il nostro destino...
Eppure, parrà strano, ma spesso la lettura è piena di bellezza, di forza e dignità, che comunque riesce ad intrattenere, se si decide di ignorarne le implicazioni... Che serve per vedere, per capire, ma talvolta, anche solo per ascoltare e cedere languidamente ai meandri della narrazione, al piacere del racconto.

Il paragone più ovvio è con “Mille splendidi soli” di Khaled Hosseini: ma a mio avviso “Il libraio di Kabul” vince. Più autentico, più sentito, e senza quella odiosa patinatura da Best Seller.

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