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giovedì 3 luglio 2014

Un'illusione non può rimpiazzarne un'altra


ADDIO ALLE ARMI
di Ernest Hemingway
 
 
Ne ho discusso di recente con un mio amico, concludendo con un: “Se non ti garba il finale, è perché hai sbagliato lettura. Dovevi sceglierti un Harmony.”

Lo penso davvero, più che altro perché è proprio la fine che salva questo romanzo dall'essere solo un buon libro (ben scritto) di amore è di guerra. Perché la fine non è frutto del gratuito sadismo di Hemingway nei nostri confronti, ma conferisce al libro il suo paradigma, la sua profondità, che, per l'appunto, va oltre la classica storia sui due temi in questione, benché gli stessi siano preponderanti.

Siamo in Italia, I° Guerra Mondiale, le vicende narrate ruotano attorno alla battaglia di Caporetto, da sempre sinonimo di disfatta. Il romanzo, parzialmente autobiografico, racconta l'esperienza di Frederic Henry, volontario americano, che si scontra con la realtà. La guerra gli sembrava qualcosa di eroico, di romantico e significativo, per questo si è arruolato, ma ora si rende conto che è sostanzialmente un'illusione, vuota, senza scopo, e con troppo sangue e troppo dolore. Siamo moralmente abbattuti, mentalmente stanchi e l'antimilitarismo impera.

Però non tutto è perduto, perché Frederic incontra l'amore nella persona della bellissima infermiera volontaria Catherine Barkley, che lo ricambia.

Ci sono difficoltà, ricongiungimenti, diserzioni, morti (stupide), fughe... ma ci si ritrova, si è felici, e tutto va bene. Più o meno. Fino a che...

Ma è qui che sta il punto. Perché il succo, io credo, è che un'illusione non può rimpiazzarne un'altra, e che l'uomo, incapace di autodeterminarsi veramente e sino in fondo, è destinato a veder i suoi sogni infrangersi.

E' una prospettiva triste, ma condivisibile, soprattutto nel periodo in cui Hemingway scrive (lo stesso de “Il grande Gatsby”, suppergiù), in cui si avverte la perdita dei valori tradizionali, ma non si sa con che cosa sostituirli.

Nel complesso, comunque, il romanzo si legge volentieri: l'atmosfera non è triste, più sul disincantato, direi, e ci sono momenti di letizia ed altri di tensione. Prevalgono le parti dialogiche, molto naturali (benché a tratti un po' insistite e ripetitive), e anche se lo stile non è quello impeccabile ed essenziale de “Il vecchio e il mare” (trattasi di un'opera giovanile), è pur sempre pregevole, lineare e asciutto.

La storia è interessante e scivola via in fretta, permettendoci subito di immedesimarci nel protagonista e nell'ambiente in cui si muove, che viene creato in poche righe, dal nulla, ma con un'accuratezza estrema e quasi tattile.

L'elemento più bello, però, è costituito dall'introduzione, dello stesso Hemingway: fresca e densa di bellezza, in cui chiunque ami scrivere non potrà non riconoscere una parte di se stesso. Perché è vero, mentre scrivi niente altro conta, e il fatto che la storia che racconti sia tragica di per sé è del tutto irrilevante.

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