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domenica 4 maggio 2014

Un fenomeno di massa


L'ESTATE DEI MORTI VIVENTI
di John Ajvide Lindqvist
Ma non i soliti zombie assetati di sangue... Piuttosto persone che si risvegliano senza personalità, che fanno da specchio ai vivi e che come tali ne rivelano le bassezze, le debolezze, le fragilità o alimentano la sofferenza del ricordo... Un'idea geniale ed innovativa, sviluppata con sfumature interessanti, che dell'horror ha solo uno dei suoi classici protagonisti, peraltro reinterpretato, e qualche eco lontana... Un melodramma, piuttosto, una storia introspettiva di umanità dolente, una riflessione profonda che sfiora tante cose: la morte, l'amore, la religione.
Chi cerca l'horror, quindi, rimarrà deluso. Chi brama della buona letteratura, no. Anche se “L'estate dei morti viventi” non ha la stessa potenza romantica e disperata di “Lasciami entrare”, rivelando una realtà più ordinaria, personaggi più comuni, meno consumati dalla solitudine di vivere, sebbene ugualmente strazianti. Del resto qui non siamo al cospetto di un dramma privato che si ripercuote all'esterno, siamo dinnanzi ad un vero e proprio fenomeno di massa che coinvolge l'intera Stoccolma. Fa caldo quest'estate, un caldo anomalo, e gli apparecchi elettrici sembrano impazzire, rifiutando di spegnersi... Troppa energia in circolazione, e forse è per questo che i morti si destano... E, quando possono, tornano a casa...
La violenza è più psicologica che fisica, la situazione è difficile da affrontare, e noi vediamo diversi personaggi, le cui storie si intrecciano, cimentarsi nell'impresa. Se devo essere onesta, al di là della solidarietà umana, nessuno di essi mi ha colpito particolarmente. Non c'è nessun personaggio che sia insignificante o che consideri piatto, ma nemmeno qualcuno che mi sia rimasto nel cuore. Eppure sono ancora tutti lì, in qualche modo frammenti pulsanti di me.
La vicenda è affascinante e conquista facilmente il lettore perché è originale, fuori standard, delicatissima e ricca di sensibilità. Percorsa da un'atmosfera opprimente, ma al contempo consolatoria, da impennate metafisiche che si stemperano nel quotidiano e da suggestioni oniriche.
Non capisco il paragone insistito, ancora sulla copertina del libro, con Stephen King. I due autori hanno poco da spartire: per tematiche, approccio, sentimenti e stile. Lindqvist è più lento, più pacato, ma inesorabile. Sembra la goccia che corrode la pietra. Eppure i riverberi che ti crea dentro sono indimenticabili, lontani dall'intrattenimento. Vanno assorbiti a poco a poco, con calma, o si rischia di rimanerne scottati. Ma dopo che si sono colti, sono per sempre e creano un turbamento silenzioso, impalpabile. Impossibile da mettere a tacere.
C'è tanta tristezza, in questo romanzo lavato di pianto, tanta malinconia.
Ma anche un'incommensurabile bellezza, nonostante qualche sporadico calo di tensione.
Da scoprire.

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